CINQUANTAGR
CINQUANTA SFUMATURE DI GRIGIO

2015, di Sam Taylor-Johnson
con Dakota Johnson, Jamie Dornan, Marcia Gay Harden

CinquantaSfumature_Poster_BacioAscensore.jpg-2Citando la Teoria della Menzogna di Umberto Eco: «Se qualcosa non può essere usata per mentire, allora non può neppure essere usata per dire la verità: di fatto non può essere usata per dire nulla». Ecco, “Cinquanta sfumature di grigio” calza perfettamente con questa definizione. Se qualcuno, in futuro, dovesse cominciare uno studio sul Nulla, inteso proprio alla “NeverEnding Story”, il Nulla che atterrisce, fa sprofondare e inghiotte, dovrà cominciare proprio da qui. Bando agli sterili intellettualismi, qui si parla di bruttezza.
“Cinquanta sfumature di grigio” è, innanzitutto, il caso editoriale di tale E. L. James, sostanzialmente una tardona che ha passato la sua vita a scrivere fan fiction di “Twilight”. E già qui ci sarebbe da stendere molti veli, se non ci pensassero già le lavandaie a cui l’opera è chiaramente indirizzata. Io non ho letto il libro nella sua interezza, quindi la mia è un’opinione parziale, ho tuttavia sfogliato un PDF di questo mattone pieno di lungaggini e ripetizioni (più di cinquanta pagine sulle proprietà afrodisiache delle ostriche!) e almeno qualche perla di rara cretinaggine, come una che ha come soggetto i codini della protagonista e una vasca da bagno. Il mio menzionare “Twilight” non era un caso o uno sfoggio di (bassa) cultura popolare. “Fifty shades” ne è praticamente la copia carbone. Basta sostituire Bella con Anastasia ed Edward con Christian, il vampirismo col sadomaso, e il gioco è fatto. Il meccanismo narrativo è lo stesso. Senza facili moralismi, è anche giusto dire che certe opere sono state concepite per essere vendute, e questo lo ha fatto incredibilmente bene, quindi tanto di cappello. Qui, però, non interessa la quantità ma la qualità, il putridume, la bruttezza.
Veniamo all’inevitabile trasposizione cinematografica. Dopo lunghe peripezie e cambi frequenti del cast principale (questo dovrebbe dirla lunga sull’appetibilità della sceneggiatura, scritta addirittura da tre persone), la regia del film è stata affidata a Sam Taylor-Johnson. La Taylor-Johnson è la responsabile di quell’immondo film sulla genesi dei Beatles intitolato “Nowhere Boy”, nel quale un ingiustificabilmente avvenentissimo John Lennon passa il suo tempo a rompere cose e a sgrillettare tipe nei parchi. Non so se mi sono spiegato. I segnali del disastro c’erano tutti, e io, ammetto, lo aspettavo al varco.
Questa recensione, quindi, è semplice-semplice, come sparare ai pesci in un barile, anche dal momento che il film non è piaciuto a nessuno (attualmente 4.2 su Imdb e 25% su Rotten Tomatoes). Veniamo quindi a elencare, in ordine più o meno sparso, i motivi per cui “Cinquanta sfumature di grigio” è un vero e proprio film Zeta.

  • Un’ulteriore e doverosa premessa per l’incauto spettatore: “Cinquanta sfumature” è un film noiosissimo. Dura due ore ma è come se ne durasse quattro. Un film brutto può essere facilmente perdonabile se non perde sul lato dell’intrattenimento (uno fra tutti, “Showgirls”, 1995, Paul Verhoeven), ma un film brutto-e-tedioso non ha scusanti. Per “noia” non intendo ovviamente un concetto assoluto. Come direbbe l’immortale Alberto Tomba «Chi mi conosce lo sa!», ho una certa ossessione e amore per alcuni autori cinematografici, come Béla Tarr o Edgar Reitz, che non fanno film dal ritmo proprio spericolato. No, guardare “Cinquanta sfumature” è come fissare a lungo quegli acquari verdastri, un po’ appannati, con grosse carpe stinte e boccheggianti in un ristorante cinese particolarmente economico. Ho visto il film in compagnia di tre amici, e insieme abbiamo concordato che il momento più interessante della visione è stato quando ci sono caduti i cracker.
  • La pellicola è disseminata di simboli fallici, dal grattacielo di Mr. Grey che torreggia su Anastasia, all’elicottero firmato Mr. Grey, alla matita ormai eletta a coprotagonista della storia, a svariatissimi oggetti d’arredamento. Ora, se si trattasse di un film realmente erotico, o di un film realmente sul maschilismo o sul maschio, o persino sull’eroismo e impotenza (cfr. “Avatar”) sarebbe una scelta  grezza ma comprensibile. E invece no, non è nulla di questo. E’ un banalissimo feuilletton d’amore.
  • La protagonista. Anastasia è interpretata da Dakota Johnson, figlia di Melanie Griffith, quest’ultima famosa principalmente per non sapere le cose («Non ho mai sentito parlare di questo Olocausto: sono nata nel 1957.») e per un invecchiamento impietoso. Dakota Johnson è bruttina, sciatta, e con delle limitatissime capacità attoriali. Non come Kristen Stewart, ma quasi. Oltre agli indescrivibili capelli, lavora persino in una ferramenta, che noi chiameremo “Il Paradiso della Brugola”. In questo idilliaco quadretto in cui incontra per la seconda, e decisiva, volta Christian Grey, lui le compra delle “fascette fermacavi“, che sono poi quelle usate dalle spettatrici di Domenica Cinque per strangolare i propri figli.
  • Il protagonista. Christian Grey è Jamie Dornan, già visto nell’ottima serie tv BBC “The Fall”. In sostanza, lui è uno di quegli attori che recitano con le sopracciglia. E’ il personaggio ad essere “interessante”, poiché si prende incredibilmente sul serio, con effetti spesso devastanti e involontariamente ridicoli. Innanzitutto: lui non si sa che lavoro faccia. E’ ricco. Ha tanti oggetti costosi che snocciola a mitraglietta alla protagonista, e quindi all’incolta spettatrice. Sappiamo che possiede tantissime auto, quindi si presuppone che la sua occupazione sia quella di pagare i bolli dell’assicurazione. E’ un discreto stalker, per buona parte di “Cinquanta sfumature” si premura di comparire a sorpresa dietro la protagonista in qualsiasi posto essa si trovi, con quel tipico effetto forse-inquietante da thriller, quasi un cliché, dove l’assassino compare da dietro lo sportello del frigo. Una delle scene più idiote in assoluto è quella dove si toglie la maglietta solo per morsicare il sandwich di Anastasia (perché?). Inoltre, con la solita aria corrucciata, è capace di dire cose come «Io scopo, forte», accentuando persino la virgola, o «Perché dentro ho cinquanta sfumature di perversione». A queste immani e risibili scemenze, Anastasia annuisce o morde la matita, che alla fine è la stessa cosa.
  • Il sadomaso. E’ giusto dire che quando si fa un film a tematica sessuale bisognerebbe trovare un argomento interessante e renderlo perturbante. Già il sadomaso non è che sia all’apice delle cose stimolanti e mai viste (Madonna nei libri e videoclip degli anni Novanta lo sdoganò con un certo gusto), a meno che non sia trattato in modo sensato e profondo (“Secretary”, 2002, Steven Shainberg). Insomma, fosse stato un film sullo scat, ne capirei il clamore. Invece è la solita cosa pruriginosa dove non si vede assolutamente nulla. E’ quasi una puntata di “Don Matteo”. Anastasia gode persino da vestita, fate un po’ voi. Sì, si vede qualche mezza chiappetta e qualche tettina, ma non è nulla rispetto alla fascia serale di Mediaset. E’ tutto così flat, che a un certo punto ho sperato che Anastasia si trasformasse improvvisamente in un vermone gigante, come in quel film con Drew Barrymore. (Dai miei annoiati appunti: «Lei NON diventa un verme»).
    Sorvolerò sul momento in cui Anastasia sta per aprire “la stanza dei giochi“, perché frammento ormai arcinoto e protagonista di migliaia di meme. La visione della suddetta stanza è, se possibile, ancora più ridicola. Si tratta, in pratica, di uno stendino, qualche frusta e un divano. Al che la protagonista, incredula, domanda: «Sei un sadico?!». Ma và.
  • La conclusione. Dopo viaggi in aliante con una fotografia degna di Instagram, patinata e stucchevolissima, e un paio di frustate, i due si lasciano (temporaneamente perché ahimé ci sono altri due sequel). Il punto è che non si capisce quale sia il problema: lei rifiuta praticamente ogni pratica sadomaso che lui le propone sul contratto del Piccolo Sadico. Lui accetta ogni diniego senza quasi trattare. Non solo: le regala vestiti, un Mac, un’automobile. Ma Anastasia, ora stoica paladina delle lavascale, decide che non va più bene. Così, un cliffhanger narrativo come se alla produzione fossero finiti i soldi.

“Cinquanta sfumature di grigio”, lo dico per la prima volta riguardo a un film brutto, è altamente sconsigliato per i motivi elencati. Tuttavia mi giunge un’ultima riflessione: che il sadomaso tanto decantato nei trailer non consista proprio nel torturare concretamente lo spettatore? Allora, se siete masochisti o elettori di Tsipras, il film fa al caso vostro.

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