HERGR

HER

2014, di Spike Jonze
con Joaquin Phoenix, Amy Adams, Scarlett Johansson, Olivia Wilde, Rooney Mara

her_xlrgC’è una parola in slang Yiddish che è particolarmente interessante. Si tratta del termine verklempt. In accordo con qualsiasi dizionario di neologismi o lingue urbane significa “overcome with emotion” (sopraffatto dall’emozione). Ora, se è vero che un’immagine vale più di mille parole, basta osservare la bellissima locandina di questo “Her” di Spike Jonze per capire esattamente che cosa verklempt voglia significare. Il primo piano del volto di Joaquin Phoenix, con uno sguardo enigmatico tra il perso e l’innamorato, è incorniciato da un rosso magenta che fa letteralmente esplodere l’immagine di emozioni forti ma trattenute. Tutto questo è molto efficace perché esprime perfettamente il tono della pellicola in questione.
Innanzitutto: chi è Spike Jonze? Spike Jonze è il regista di innumerevoli videoclip musicali che hanno fatto la Storia. Suoi sono “It’s Oh so quiet” di Björk, “Da Funk” dei Daft Punk, “Electrobank” dei Chemical Brothers e “Praise you” di Fatboy Slim, solo per citare i più famosi. Il passaggio al cinema è stato altrettanto glorioso: sempre suoi sono grandi cult come “Essere John Malkovich“, “Il ladro di orchidee” e “Nel paese delle creature selvagge“. Il suo stile è caratterizzato da un immaginario in cui i colori e la musica hanno un’importanza fondamentale, uniti a storie più che strampalate e cervellotiche e soprattutto personaggi naif. La tagline di “Her” recita “A Spike Jonze love story“. Ma “Her” è una love story nella misura in cui lo fu “Eternal sunshine of the spotless mind” (in italiano conosciuto come “Se mi lasci ti cancello“), tra l’altro scritto da Charlie Kaufman, abituale sceneggiatore di Spike Jonze. Questa è una cosa da non sottovalutare per comprendere l’influenza e la crescita artistica riversatasi in questo film.
“Her” è ambientato in un plausibilissimo e vicinissimo futuro in cui Theodore (il sempre superbo Joaquin Phoenix), da poco divorziato, trascorre la sua esistenza inghiottito nei ricordi dell’ex moglie, finché non acquisterà un OS, un’intelligenza artificiale di nome Samantha, della quale si innamorerà.
Già solo in poche righe di trama si può capire come questo non sia il classico film d’amore, o meglio, come lo è e allo stesso tempo non lo è. Il presupposto è sicuramente la fantascienza, perché il futuro immaginato da Jonze, per quanto simile al nostro presente, non si è (ancora) realizzato. Il contesto in cui vive Theodore è dominato dalla tecnologia, ma è una tecnologia che potrebbe tranquillamente rappresentare l’espansione dei nostri Facebook, Twitter e chat di incontri. Non solo: Theodore fa un lavoro molto particolare. Nella sua azienda, BeautifulHandwrittenLetters.com, ci si occupa di scrivere lettere d’amore “a mano” commissionate per conto di terzi. Questo è estremamente importante sia per definire il mondo immaginato da Jonze, sia per il personaggio-Theodore. L’idea dell’agire per conto di terzi è qualcosa che, tra l’altro, ritorna in forme diverse durante tutto il corso del film e con prospettive laceranti.
Si tratta, dunque, di un futuro
totalmente dominato dall’incomunicabilità, ma pieno di tecnologia che dovrebbe favorire la comunicazione. Il fatto che Theodore si innamori di un’intelligenza artificiale che si palesa solo tramite la voce, e quindi disincarnata, porta l’incomunicabilità a un livello superiore. Sebbene Samantha sia senziente e in continua evoluzione, il confronto sentimentale uomo-tecnologia e il contrasto mente (voce)-corpo è un po’ il cardine del film. Questo significa che i rapporti non sono più umani ma post-umani, ossia che se prima il telefono, una lettera, lo stesso internet, potevano essere un veicolo di comunicazione, ora la tecnologia che tutto rimedia e tutto ingloba è l’unico mezzo di rapportarsi (persino con la tecnologia stessa!). Non tarderà il momento in cui la tecnologia diventerà autoriflessiva e comincerà a comunicare con se stessa e con ciò che le è simile. Spike Jonze, da grande artista quale è, se ne guarda bene da lanciare invettive contro la tecnologia o tantomeno giudicare la storia d’amore con Samantha (che ha la bellissima voce di Scarlett Johansson). A Jonze interessa più che altro sviluppare una riflessione sociale e psicotecnologica sui rapporti personali. L’intelligenza artificiale Samantha ha una funzione di contrapposizione rispetto alla figura dell’ex moglie Catherine (la stupenda Rooney Mara). Se Catherine esiste quasi esclusivamente nei frammenti di ricordi di Theodore, e quindi è una presenza eterea, l’OS Samantha fa parte del presente ma è intangibile. Quindi se la prima è l’amore idealizzato ma concreto, vissuto anche attraverso la carne, la seconda è l’amore ideale, presente ma senza un corpo.
La regia di Jonze, pur interessandosi ai rapporti (post) sentimentali, dà un’importanza equivalente agli spazi in cui questi si consumano: spesso i supporti tecnologici e gli oggetti impallano le inquadrature, queste, a loro volta, danno un grandissimo risalto alle prospettive geometriche degli ambienti. Tutto ciò è un chiaro-riferimento e omaggio a Yasujiro Ozu, uno dei più grandi registi giapponesi. Quello che è stato fatto con “Her”, quindi, è quello di creare una nuova forma di melodramma, che pur mantenendo i suoi stilemi (colori accesi, passioni laceranti) ne stravolge la struttura e la messa in scena. Il melodramma, secondo Jonze, è asciugato, intenso e colpisce duro.
La bellissima colonna sonora è curata dagli Arcade Fire e da Karen O degli Yeah Yeah Yeahs.
“Her” è un film bellissimo e importante, sicuramente tra i migliori film dell’anno. 

Condividi sui social: