WOLFGRANDE
THE WOLF OF WALL STREET

2014, di Martin Scorsese
con Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Jean Dujardin, Matthew McConaughey

45068Il legame tra cinema e letteratura postmoderna è tanto stretto quanto poco affrontato a livello teorico. La definizione di letteratura postmoderna si può riassumere così: romanzi che rifiutano qualsiasi schema predefinito e che, con la loro arditezza non-strutturale mescolano diversi generi di prosa (letteraria, scientifica divulgativa, nozionistica, sociologica, filosofica e così via). I maestri indiscussi di questa importantissima corrente letteraria, dagli anni Sessanta ad oggi, sono Thomas Pynchon e Don DeLillo. E’ in questo discorso-premessa che si può inserire il superbo “The wolf of Wall Street” di Martin Scorsese. Vi sono molte similitudini con “American psycho“, romanzo capolavoro del postmoderno di Bret Easton Ellis uscito nel 1991. In questo notissimo libro si narrano le vicende di Patrick Bateman, rampante yuppie degli anni Ottanta e allo stesso tempo efferato serial killer. Il jet set, il sesso compulsivo, il consumo di droghe, la violenza, l’ossessione per l’aspetto fisico. In un certo senso sono gli anni Ottanta stessi ad essere postmoderni, con la loro rimediazione della moda anni Cinquanta, riciclata, esagerata, involgarita. Quindi se Patrick Bateman tutto divorava e tutto uccideva, lo stesso vale per Jordan Belfort, personaggio larger than life autore della sua stessa tragedia. Le differenze tra le due opere, oltre ovviamente al tipo di medium, sono più nel mood che nel contenuto.
“The wolf of Wall Street” è martellante, roboante, gigantesco, esagerato, grottesco, tragico ma divertentissimo. E’ gli anni Ottanta. E questo film è la visione di Scorsese degli anni Ottanta, anni difficili per un Maestro del cinema come lui, che tra difficoltà produttive e disprezzo della critica riuscì a creare opere fondamentali come “Toro scatenato“, “Fuori orario” e “L’ultima tentazione di Cristo“.
Perché quindi, dovrebbe essere un film con evidenti influenze dalla letteratura postmoderna? Il film di Scorsese, che racconta la storia “vera” dell’eccessivo e truffaldino yuppie Jonathan Belfort, mescola sapientemente e senza un’apparente logica “generi” che non dovrebbero affatto incontrarsi. E il risultato è stupefacente. Vi è quindi il buddy movie, e cioè quel tipo di film basato sull’amicizia (molto frequentemente tra uomini), il frat movie (film basati sulle scorribande nelle confraternite universitarie, qui traslato nel mondo dell’alta finanza), e il dramma da camera tanto caro al più sofisticato cinema europeo. Inoltre le centinaia di informazioni nozionistiche a cui lo spettatore è sottoposto, dagli ovvi meccanismi di vendita, alla depilazione femminile, alla produzione e consumazione della droga quaalude. Anche l’uso della colonna sonora è quantomai azzardato: dal jazz, al rock, all’hip hop a una versione punk di “Mrs Robinson” e “Gloria” di Umberto Tozzi (!).
Si può provare a confrontare altri film che, in passato, hanno trattato lo stesso tema (es. “Wall Street” 1987 di Oliver Stone, “Margin call” 2011 di J. C. Chandor) con questo di Scorsese. Il risultato è che il regista ha creato un nuovo immaginario, un universo parallelo in cui i drammoni moralisti e socialmente impegnati ne escono a pezzi. La sceneggiatura è di Terence Winter, geniale scrittore di molti episodi de “I Soprano” e creatore dell’altrettanto superlativo “Boardwalk empire“. Winter infarcisce un film di tre ore serratissime (passano in un soffio) di dialoghi e situazioni deliranti destinate a diventare super-cult negli anni a venire. Alcuni esempi: “Se qualcuno di voi pensa che io sia superficiale vuol dire che deve andare a lavorare da McDonald’s, perché quello è il suo posto“, “Non voglio morire sobrio!” e soprattutto una certa scena che ha a che fare col quaalude e un filo del telefono
Anche se il film ha un tasso spropositato di volgarità, consumo di droghe, donne trattate come oggetti, è bene ricordare a chi ha visto o vedrà “The wolf of Wall Street” che Scorsese non perde mai la sua poetica da parabola biblica (anche qui si può riscontrare la perdizione e la redenzione presente in ogni suo film). Appena uscito, il film è stato accusato di avere una certa simpatia per il mondo di questi finanzieri truffatori e spregiudicati. Chi lo ha detto o l’ha pensato, non ha capito il film. Questo è facilmente sostenibile a partire dal titolo (il “lupo” ha difficilmente connotazioni positive, specialmente in inglese, ad esempio l’espressione “a wolf at the door“), per non parlare degli ultimi venti minuti di film, in cui il personaggio di Belfort rivela la sua vera natura con la moglie. Per questo, per quanto si sia naturalmente portati a famigliarizzare con Belfort (è ovvio che essere ricchi è meglio che fare un lavoro sfiancante per pochi spiccioli e prendere la metro tutti i giorni), Scorsese non perde mai d’occhio la bussola “morale”.
La regia di Scorsese ha qui trovato il suo zenit, con le consuete carrellate inframezzate da stacchi sui particolari, e finezze come un uso diverso delle lenti per ogni scena è un tripudio di virtuosismo e di sicurezza mai visto. Affiancato, poi, dal meraviglioso e difficilissimo lavoro di montaggio fatto con la fedele Thelma Schoonmaker.
Che dire dell’interpretazione di DiCaprio? Geniale. Totale. Una delle più grandi performance di tutti i tempi assieme a quella di Daniel Day-Lewis per “There will be blood” (“Il petroliere”). Non bisogna dimenticare, però, Jonah Hill, grandissimo comedian che, assieme a Leonardo DiCaprio crea una delle coppie più improbabili e indimenticabili di sempre.
“The wolf of Wall Street” non è solamente uno dei migliori film dell’anno, ma uno dei più grandi film di tutta la Storia del Cinema.