PAPEGR
NON SI SEVIZIA UN PAPERINO

1972, di Lucio Fulci
con Florinda Bolkan, Barbara Bouchet, Tomas Milian, Irene Papas

Ci sono alcune cose da sapere su Lucio Fulci. La sua carriera cinematografica cominciò più o meno col giorno del diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia con sede a Roma. Il suo esame di certificazione era presieduto da Luchino Visconti. Fulci, in una vena polemica che lo contraddistinguerà per tutta la vita, si mise a fare le pulci ad uno dei capolavori di Visconti, “Ossessione”, sostenendo che buona parte delle inquadature fossero rubate dai film di Jean Renoir. Il che era probabilmente vero considerato che Visconti cominciò la sua carriera come aiutoregista dell’autore francese. Il risultato, comunque, fu che Fulci si diplomò col massimo dei voti. Poco tempo dopo lavorò come assistente proprio ne “La terra trema” sempre di Visconti. Dopodichè cominciarono le collaborazioni con Steno a numerose sceneggiature per film di Totò, finchè non ne divenne lui stesso il regista. Saltellò da un genere all’altro, dalla commedia all’italiana al western al musicarello, fino agli Settanta. In questo periodo cominciò il suo periodo giallo girando l’ottimo “Una lucertola con la pelle di donna” (1971), qualcosa di talmente nuovo che ancora non era stato catalogato. Il genere giallo diventerà con “Profondo rosso” (1975), e quindi con Dario Argento, uno degli alfieri del nostro cinema all’estero. Prima di rimbecillirsi completamente e di sfornare una serie di pellicole horror trashissime come “L’aldilà”, “Un gatto nel cervello” (che però ha uno spunto metacinematografico interessantissimo) e la serie “Lucio Fulci presenta”, il regista romano girò nel 1972 un film che segnò per sempre la sua carriera: “Non si sevizia un paperino”. In questo film, ambientato in un paese del sud Italia, una serie di bambini vengono brutalmente assassinati. Gli abitanti del paese, però, fomentati da ignoranza e supersitzioni varie, reagiranno in modo violento contro ogni indagato, complicando così le tortuose indagini.
Tra gli attori figurano, oltre a Florinda Bolkan nel pieno del suo successo (aveva già lavorato con Fulci in “Una lucertola con la pelle di donna” ma anche nel capolavoro di Elio Petri “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” del 1970), figurano anche Barbara Bouchet e Tomas Milian. Una doppietta del genere fa venire in mente film trash e/o scollacciati tipici di quel periodo. Ma non è così, tutti gli attori di “Non si sevizia un paperino” contribuiscono in modo più che adeguato alla riuscita della pellicola. In ogni caso anche qui la Bouchet è nuda. Però la classica scena alla “Pierino” (buco della serratura, per intenderci) viene ribaltata in un ottica distorta e morbosa. Poco dopo l’inizio del film la Bouchet si mostra completamente nuda a un bambino di undici anni, cercando anche di adescarlo. Questa singola scena, di per sè molto forte, scatenò com’è ovvio le furie dei vari uffici di censura e della pubblica morale tanto che Fulci fu costretto a presentarsi in tribunale. Le cose, però, andarono per il meglio: il regista riuscì a dimostrare che nella scena incriminata fu usato un nano come controfigura del bambino, e per di più maggiorenne. Come tutti i film che hanno avuto problemi con la censura il ritorno di pubblico fu consistente, infatti fu un discreto successo nei botteghini italiani. All’estero, invece, “Non si sevizia un paperino” divenne un vero e proprio cult, celebrato come capolavoro e ossessione di registi come Scorsese e Tarantino.
Sebbene il genere sia lo stesso, e cioè il whodunit con scene truculente (giallo, appunto), l’apporto registico di Fulci è esattamente l’opposto di quello di Dario Argento. Se Argento è un virtuoso della cinepresa, Fulci predilige una certa secchezza con stacchi di montaggio frequenti che danno alla pellicola un ottimo ritmo sia narrativo che visivo. Inoltre non si può non notare come questo “thriller” si svolga completamente alla rovente luce del sole del sud, caratteristica improbabile per film che prediligono luoghi angusti e tetri. Anche per questa ragione Fulci definiva se stesso “un terrorista dei generi“, uno che infilava elementi insoliti, deflagranti con gli stilemi delle pellicole di genere. L’introduzione del gore, di cui è considerato Maestro, è un’altro elemento di questo suo modo di fare e pensare il cinema.
Ciò che dimostra come Argento e Fulci siano agli antipodi, è, però, l’intento. Nei film di Argento c’è un’attenzione smodata per il particolare visivo, spesso a scapito del significato dei film che sono molto divertenti e appaganti ma che in fondo non lasciano molto di cui pensare. Il che non è poi un male anche perchè Argento, nel suo “disimpegno”, ha prodotto pellicole notevoli fino al 1987. Con Fulci la questione è nettamente opposta: la trama di “Non si sevizia un paperino” ha degli intenti sociologici. La Lucania è rappresentata in modo molto netto, divisa tra spazi aperti e luminosi, con architetture caratteristiche e antiquate da un lato, e autostrade che la sventrano e deturpano dall’altro. Le persone sono ritratte come profondamente influenzate (negativamente) dalle superstizioni, sia pagane che cristiane, ma non in conflitto, spesso addirittura convergenti. La summa di questo è il personaggio della “maciara” interpretato dalla Bolkan. in “Non si sevizia un paperino” c’è anche un’acutissima analisi di ciò che un evento traumatico (gli omicidi di bambini) crea in una comunità chiusa. Le spese di tutto ciò le pagheranno ovviamente i “diversi” del paese, il che è di un’attualità ancora sconcertante. Da ricordare la scena della flagellazione iperviolenta della maciara, realizzata in maniera superba con una crudezza di particolari difficilmente dimenticabile. La colonna sonora di questa scena è “Quei giorni insieme a te” cantata da Ornella Vanoni che crea un effetto tanto straniante, quanto, se possibile, poetico. Gli effetti speciali sono curati, anche se in modo molto artigianale, da Carlo Rambaldi, divenuto poi famoso per le creazioni utilizzate in “Alien”, “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, “Dune” e soprattutto “E.T.”.
“Non si sevizia un paperino” rimane un’opera ancora poco capita in patria, ed è forse giunto il momento di scrollarsi di dosso gli pseudo-intellettualismi di una certa critica demente che fu, valutando in modo oggettivo i film di valore che abbiamo prodotto e che all’estero hanno riconosciuto e santificato prima di noi.

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