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SHUTTER ISLAND

2010, di Martin Scorsese
con Leonardo Di Caprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Max von Sydow, Michelle Williams

Scorsese è un autore altalenante. Quando si pensa che il suo estro registico, autoriale e artistico sia definitivamente finito, in quel momento, tira fuori il jolly e ricorda a tutti gli spettatori (ammiratori e non) il suo status regale. E’ successo negli anni Novanta, dove dopo una serie di pellicole standard ha diretto quelli che sarebbero poi divenuti due landmark: “Quei bravi ragazzi” e “Casinò”. Negli anni Duemila ha arrancato in opere non sempre all’altezza, tra cui l’inutilissimo “Gangs of New York” e lo scialbo “The aviator”. Ed ecco pronto l’ace in the hole, l’asso nella manica per dirlo all’americana, e cioè “The departed”, che gli ha finalmente assicurato la prima desiderata statutetta. In termini qualitativi lo stesso vale per “Shutter island”.
La storia è ambientata nel 1954: Edward “Teddy” Daniels (Di Caprio) e il suo collega Chuck (Ruffalo) vengono mandati a Shutter island, luogo isolato che ospita l’istituto di detenzione di Ashcliff. I detenuti, però, sono esclusivamente malati mentali. I due poliziotti dovranno indagare sulla misteriosa e inspiegabile scomparsa di Rachel Solando, una paziente che ha brutalmente ucciso i suoi figli.
E’ molto difficile parlare di “Shutter island” senza rivelare particolari della trama, cosa che non andrebbe fatta per nessun film, figurarsi poi per un mystery. Hitchcock, nella campagna pubblicitaria di “Psycho”, chiedeva agli spettatori di non rivelare particolari della trama dopo la visione. Cosa che, al di là della trovata azzeccatissima, ha lasciato un’impronta decisiva nello spettatore. Per “Shutter island” non è, purtroppo, andata così, tanto che più o meno tutte le recensioni ne rivelano tasselli importanti. Bisogna comunque dire che questo è un film (di genere) insolito, che non punta tutto sull’effetto sorpresa, seppur presente in una forma del tutto particolare. Tutto il cinema del mistero e più in generale “thriller” degli ultimi quindici anni si è basato sullo stravolgimento della trama nel finale, che il più delle volte appare forzato se non ridicolo (il ricorso continuo al metafisico e al sovrannaturale). E’ una questione di onestà, un patto tra autore e spettatore, che in questo sadomasochistico gioco sembra ormai accettare di tutto, persino l’essere preso in giro. Questa è una cosa che Scorsese non fa. In “Shutter island” qualsiasi inquadratura, sguardo, elemento scenografico è destabilizzante, portatore di dubbi. Lo spettatore, certo, si porrà le domande sbagliate, ma il patto di onestà non è minimamente scalfito.
Scorsese mantiene anche un’altra caratteristica fondamentale del suo cinema e dell’essere un regista originale: lui non cita, ma assimila e inserisce organicamente nella trama. Seppur all’apparenza sottile, la differenza tra la citazione e il riferimento è ampia. Da Tarantino in poi un certo cinema d’autore è diventato palesemente citazionista, tanto che molte cose sembrano buttate lì senza un reale scopo, con l’unico effetto di rendere la fruizione più ostica e frammentaria allo spettatore non propriamente cinefilo. Scorsese è un cinefilo ossessivo, ma viene dal Bronx. In “Shutter island” si potranno quindi trovare tutti i riferimenti del cinema thriller/mystery che il regista venera fin da ragazzino: “Il gabinetto del dottor Caligari”, “Le catene della colpa”, “La donna che visse due volte”, “La fiamma del peccato”, “Va e uccidi” e persino “Gli uccelli”. Da questo si può capire già molto del mood dell’intera pellicola, una struttura e un tipo di cinema tipico degli anni Quaranta/Cinquanta, ma girato con tecniche moderne. Anche i significati psicanalitici (per esempio la doppia valenza del faro) sono trattati con un rigore e una perfezione tale tipici, appunto, di un cinema che non si fa più. Anche lo spazio rappresentato di tutta Shutter island ricorda il “cinema di una volta”, essendo raffigurato in maniera sublime: l’isola ha un aspetto minaccioso ma completo, dettagliato e preciso.
In conclusione, bisogna spendere due parole su Leonardo Di Caprio, ormai divenuto attore-feticcio del regista, che in questo film supera, se possibile, se stesso. Un’interpretazione superlativa, forse il ruolo della carriera. Viene da chiedersi come mai in Italia sia così sottovalutato e denigrato. In fondo non è così importante. Basta vedere “Shutter island” per spazzare via ogni pregiudizio.
Il grande mystery vive ancora!

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