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REVOLUTIONARY ROAD

2008, di Sam Mendes
con Leonardo DiCaprio, Kate Winslet, Kathy Bates, Michael Shannon

Bisogna premettere che “Revolutionary road” è un film di Sam Mendes, regista teatrale inglese che ha avuto la fortuna/sfortuna di debuttare nel cinema con “American beauty”. Da allora tutti i suoi film (il buon “Era mio padre” e il discreto “Jarhead”) non hanno mai passato la prova del paragone. Questo è abbastanza normale: Mendes non è di certo un genio e non è neppure un autore, nel senso che le sceneggiature sono sempre state scritte da altri. “American beauty” fu scritto, infatti, da quel genio assoluto che si chiama Alan Ball, autore anche di “Six feet under” che è una serie televisiva qualitativamente inarrivabile. A livello tematico, però, “American beauty” e “Revolutionary road” hanno qualche punto in comune: entrambi parlano della vita nei quartieri residenziali e delle piccole e grandi ipocrisie che questi luoghi implicano. La differenza fondamentale, però, sta tutta nello stile. “American beauty” è un film che prende lo spettatore dal primo minuto, è sostenuto da un ritmo incalzante e da un’ironia pungente, ed è visivamente molto ricco e colorato. “Revolutionary road” è un film lento, incentrato essenzialmente su due personaggi e sui dialoghi, le ambientazioni sono scarne ed è privo di ironia. Anche la storia è molto lineare. Frank e April Wheeler sono una giovane coppia sposata degli anni Cinquanta, vivono in un quartiere ordinato e pulito e hanno due figli. Entrambi si sentono diversi dagli altri, lontani dal conformismo in cui sono immersi e schiacciati dai ruoli sociali che li rendono, in effetti, non indipendenti. Lui è un impiegato che detesta il suo lavoro e lei costretta al ruolo di madre. Decidono così di partire per Parigi, pensando che l’Europa possa stravolgere le loro vite: sarebbe April a lavorare come segretaria e a mantenere Frank, che nel mentre si dovrebbe dedicare alla scoperta di un suo eventuale talento. Il progetto, però, naufraga ancora prima di cominciare.
Una delle tante cose che sorprendono di “Revolutionary road” è la brutale onestà in cui il film viene presentato, al contrario di “American beauty” che, sebbene sia un capolavoro, è un film molto più furbo di quanto si pensi. In questo caso si ha la sensazione che Mendes sappia esattamente quello che vuole dire, elimina tutti i fronzoli e sforna un film fatto di dialoghi secchi, duri e memorabili. Sebbene il film sia ambientato negli anni Cinquanta, le ambientazioni, il trucco e i costumi sono, pur mantenendo un’impronta d’epoca, appena percettibili. Questa è una scelta estremamente intelligente perchè contribuisce a rendere l’intera storia senza tempo, e quindi attuale. Mendes fa anche un ottimo uso delle ellissi, che, cinematograficamente parlando, consistono nell’eliminazione di piccole (o grandi) porzioni della storia in favore di una maggiore fluidità del racconto. Tutto questo non rende la storia meno comprensibile, basti pensare all’uso dei “tempi morti” che Ernst Lubitsch faceva nei suoi film, su tutti “Vogliamo vivere!” (“To be or not to be”, 1942).
Era difficile fare un brutto film da un libro come “Revolutionary road” di Richard Yates, considerato il suo status di capolavoro nella letteratura americana. Il rischio di un certo didascalismo e di una certa letterarietà, però, c’era. Lo sceneggiatore Justin Haythe, praticamente un esordiente, ha fatto un lavoro superbo. Il libro, che è pieno di particolari psicologici e di lunghe descrizioni, è stato egregiamente compensato in due ore mantenendo intatta l’integrità della storia e lo sviluppo degli eventi. Persino i dialoghi sono esattamente gli stessi. Haythe, che è sicuramente una persona intelligente, ha capito due cose fondamentali: la prima è che non tutte le cose che funzionano per la letteratura devono per forza funzionare anche nel cinema, e che quindi alcuni passaggi possono essere espressi con sguardi o silenzi, la seconda è che, fondamentalmente, il cinema è sintesi, l’esagerazione e la pedanteria non sono utili per nessuno. “Revolutionary road” non sembra per niente un film tratto da un libro, ma vive di vita propria senza rovinare il romanzo. Questo è un altro grandissimo merito da attribuire allo sceneggiatore.
Un’altra cosa che rende il film “insolito” per essere una pellicola americana è l’assoluta mancanza di retorica, di cui “American beauty” fa abbondantemente uso. “Revolutionary road” si avvicina, in sostanza, più a opere in stile europeo come “Lontano dal paradiso” e soprattutto “Chi ha paura di Virginia Woolf?”. Con quest’ultimo ha parecchi punti in comune per via della crudeltà della storia e dei dialoghi intensi ed astiosi.
La coppia DiCaprio-Winslet funziona alla perfezione. Non solo perchè, per via di “Titanic” sono la coppia più famosa del cinema dopo Vivien Leigh e Clark Gable (e quindi sicuro successo di botteghino), ma anche per il fatto che sono due attori mostruosi. DiCaprio è inspiegabilmente sottovalutato, forse per via dei suoi tratti giovanili, ma sia in questo film che in “The departed” ha dimostrato di essere un attore di raro talento. Per quanto riguarda la Winslet è quesi inutile sprecare elogi, in “Revolutionary road” ha delle sfumature espressive degne della miglior Liv Ullmann, e non è esagerato dire che tra una ventina d’anni sarà celebrata tanto quanto Meryl Streep. Nel film c’è anche una piccolissima presa in giro a “Titanic”, che è sicuramente voluta. Nella scena in cui Kate Winslet tradisce il marito in macchina c’è anche la famosa “manata sul vetro”. Non è per niente una forzatura, nel libro c’è la stessa identica scena, ma si può immaginare come il regista e gli attori si siano divertiti e non abbiano resistito a rifarla in un’ottica completamente diversa.
Le uniche note dolenti del film sono due. Innanzitutto la colonna sonora: non è troppo invasiva da essere brutta ma non è neanche abbastanza originale per essere ricordata. Fluttua nella funzionalità, e siccome è composta da Thomas Newman è lecito aspettarsi di più. Poi c’è il doppiaggio italiano del personaggio di John Givings (interpretato benissimo da Michael Shannon) fatto da Pierfrancesco Favino. La voce non ha nessuna sintonia col personaggio ed esagera quando non deve esagerare. E’ meglio che Favino si dedichi a qualcosa a lui più congeniale, come la raccolta delle pere per esempio.
“Revolutionary road” è un film raggelante, gelido nonostante la splendida fotografia giallina di quel talento di Roger Deakins (“Non è un paese per vecchi”, “The village”, “Il grande Lebowski”, “L’uomo che non c’era”, “Fargo”, “Le ali della libertà”), emotivamente coinvolgente e, per una volta, psicologicamente strutturato e veritiero. Un film come quelli che si facevano una volta. Non a caso è stato definito più volte un “instant classic”.

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