Il 2018 è stato, per quanto riguarda le serie televisive, un anno cominciato in sordina. Fino a soli sei mesi fa pensavo di ritrovarmi in difficoltà nella stesura di questa classifica. Invece, aspettando, sono stato soddisfatto. Probabilmente ero ancora reduce dalla terza stagione di Twin Peaks, un’evento di portata storica che ha cambiato per sempre la televisione. Ma il 2018, come vedremo, è stato molto interessante e ricchissimo di serie importanti. Spero di riuscire a farvi appassionare a qualcuna delle mie proposte.

Come gli anni scorsi, questa classifica non tiene conto, salvo eccezioni, di serie tv in corso da anni. Sono presenti solo opere prodotte e distribuite durante il 2018, e quindi nuove. Fate conto che in questa classifica siano presenti prodotti oltre l’eccellenza come The ExpanseWestworld e l’ultima stagione di The Americans.

Questa top 10, a differenza di quella musicale, ha le posizioni numerate: c’è una valutazione di importanza pensata e argomentata. Pur raccomandandovi di non trascurare nessuna di questa serie, e di orientarvi secondo i vostri interessi, il mio consiglio è di tenere un occhio di riguardo per il podio, ovvero le prime tre posizioni.
Nelle varie recensioni non sono presenti spoiler.


10

Sabrina Spellman è uno di quei personaggi perfettamente inseriti nella cultura pop, un po’ come Batman o Topolino. Nasce come un prodotto degli Archie Comics, una delle serie a fumetti per ragazzi più longeve degli Stati Uniti (il primo numero risale al 1939). Fa la sua prima comparsa nel 1962, diventando una delle protagoniste più amate della rivista. Da questo successo è derivata la sitcom Sabrina, vita da strega, in onda dal 1996 al 2003 su ABC (prima) e su The WB (dopo) per sette stagioni. Sabrina, vita da strega è quel genere di televisione che si vuol far passare come molto amata ed apprezzata. Si tratta, in realtà, della solita nostalgia conservatrice solo per la volontà di esserlo. È un grande vizio dei nostri tempi, dove le idee nuove scarseggiano (o non sono sufficientemente guardate – altrimenti non servirebbero classifiche come questa!) e il pubblico finisce per mantenere un atteggiamento ostile verso tutto ciò che tenta un rinnovamento. La verità è che Sabrina, vita da strega è, oggi, un tipo di televisione francamente inguardabile: troppi episodi, risate pre-registrate tipiche della sitcom, episodi autoconclusivi, la “pupazzosità” del gatto parlante Salem.

Le terrificanti avventure di Sabrina si basa, invece, su un altro fumetto di Archie Comics. È stato pubblicato a partire dal 2014 sull’onda del rinnovamento indirizzato a un pubblico teen indubbiamente meno ingenuo. Il target della nuova serie a fumetti non è più necessariamente per soli adolescenti. Oggi si usa il termine young adults: tematiche e storie stratificate, più sesso, più violenza. In poche parole, può piacere sia ai ragazzi che ai genitori senza che si scada troppo nel guilty pleasure.
L’omonima serie televisiva Netflix, curata da Roberto Aguirre-Sacasa (anche autore del fumetto), mantiene le premesse di un prodotto per un pubblico ampio. Le terrificanti avventure di Sabrina ha avuto il compito di occupare lo stesso spazio di Stranger Things, che nel 2018 ha saltato il suo appuntamento autunnale per questioni di schedule, senza farlo rimpiangere eccessivamente.

È bene metterlo subito in chiaro: Sabrina non è perfetta televisione. La regia indugia troppo nell’effetto bokeh, ossia quella sfumatura degli sfondi che li rende astratti rispetto all’attore in primo piano. Questo trucco cinematografico, non privo di eleganza, si usa quando la produzione non ha soldi da spendere per la costruzione dei set. Essendo un prodotto Netflix, non credo sia questo il caso.
La sceneggiatura indugia un po’ troppo sulle questioni politico-sociali. Anche le serie HBO lo fanno, ma non in modo così evidente. Gli autori di Sabrina sembrano dimenticarsi che la televisione è un mezzo di comunicazione estremamente efficace per far passare determinate posizioni, ma solo a determinate condizioni. L’impegno politico deve essere suggerito e integrato nella trama, e non buttato in faccia come in un comizio. Bisogna anche dire, però, che il panorama mondiale, e statunitense in particolare, è piuttosto turbolento: questa scelta può essere dettata dall’urgenza del tumulto.

Sabrina riesce nell’intento di creare dei personaggi adolescenti verosimili: come in Stranger Things, gli attori scelti non sono esageratamente avvenenti (cosa che, al contrario, avviene nella parallela Riverdale, anch’essa derivante dagli Archie Comics).
Due sono le caratteristiche che rendono Sabrina una serie molto interessante. La prima è la dichiarata volontà di cogliere il testimone di una serie come Buffy (il cui paragone sarebbe logicamente ingeneroso). Il primo episodio si apre proprio con lo stesso ribaltamento che ha reso la serie di Joss Whedon una delle più importanti della Storia della Televisione: chi sembra cattivo è buono, chi sembra buono è cattivo. Ma c’è anche il fattore ambiguità. Un personaggio come quello di Mary Wardwell, la villain della serie, mantiene la sua cattiveria pur compiendo, talvolta, azioni giuste. E non manca di esprimere concetti largamente condivisibili. Assieme alla deliziosa zia Zelda (un’acidissima Miranda Otto), il personaggio interpretato dalla scozzese Michelle Gomez (già vista nel ruolo di Missy in Doctor Who) è uno di quelli che rimangono più impressi. Un bel cattivo va scritto così.
La seconda, e forse quella meno analizzata, ma a mio avviso la più importante, è il vero nucleo tematico di questa serie. Sabrina utilizza il satanismo per rivolgere una critica spietata alle religioni organizzate. Non è un caso che la venerazione per il Signore Oscuro sia piramidale (c’è una sorta di Papa nero) e altamente dogmatica. Tutta la prima stagione ruota sul rispetto degli obblighi imposti a una giovane ragazza, che in fin dei conti non sono così diversi dalle varie forme di estremismo religioso, cristiane o musulmane che siano. La tensione è quindi tutta tra il dovere (rispetto alla famiglia e alla società) e un sano individualismo.

Le terrificanti avventure di Sabrina ha già uno special natalizio pubblicato a sorpresa, una seconda stagione in arrivo ad aprile nonché un rinnovo fino alla quarta stagione. Segni, questi, di un grande e meritato entusiasmo da parte del pubblico.


9

Nel 1959 usciva uno dei romanzi destinati a cambiare la letteratura horror: L’incubo di Hill House di Shirley Jackson (in Italia edito da Adelphi). Come Il giro di vite (1898) di Henry James, il romanzo della Jackson giocava più sui sottintesi e sull’ambiguità che sull’effettiva presenza dei fantasmi. Nella narrazione, infatti, è la presunta omosessualità della protagonista Eleanor a fare da catalizzatore per ciò che viene nascosto sotto un orrore apparente (in Il giro di vite, lo stesso discorso valeva per la pazzia). Il genere horror, almeno quando funziona, è efficace perché crea atmosfera alludendo a qualcosa di non percepibile: la mostruosità in agguato è in realtà il riflesso di qualcosa di molto concreto che si nasconde nei personaggi.

Dal romanzo sono stati tratti due film. Il primo, che nella versione italiana ha un titolo piuttosto infelice come Gli invasati, è uscito nel 1963 con la regia di Robert Wise. È considerato, non a torto, uno dei più grandi film horror della Storia del Cinema. Il secondo, Haunting – Presenze, del 1999 con la regia di Jan de Bont, è uno di quei film brutti che non fanno neanche ridere, quindi doppiamente colpevole.

Netflix ha dato nuova vita al romanzo, mettendo a segno una delle migliori serie horror dell’anno. Il regista, Mike Flanagan, è ormai un veterano del genere. Con Il gioco di Gerald (film del 2017, sempre per Netflix) ha dimostrato di saper mettere in scena un romanzo di Stephen King difficilmente rappresentabile e, allo stesso tempo, di possedere una certa ricercatezza.
Con Hill House il compito è stato sicuramente meno arduo, anche se del romanzo di Shirley Jackson vengono mantenuti solo frammenti dell’impalcatura. Espansione e modernizzazione sono le parole chiave del servizio streaming.

La serie di Flanagan, più che di fantasmi, parla della famiglia. È nella minuziosa ricostruzione della psicologia dei personaggi, in questo caso i vari membri della famiglia Crain, che la storia si dipana tra passato e presente. Piccole porzioni di storia che vengono rivelate man mano, in un continuo fluttuare del tempo. Questa struttura del racconto, non insolita, ha in questa serie anche un senso a livello narrativo.

Più che a Shirley Jackson, Flanagan si ispira ai romanzi di Stephen King. Il regista gioca con gli spazi, rendendoli vivi e malsani. Ma l’ambientazione non è solo un luogo “vivo”, è anche un pretesto per giocare con le attese dello spettatore. Raramente Mike Flanagan fa uso di mezzucci ingiustificati, come il jump scare. Al contrario, le stanze di Hill House lasciano presagire qualcosa che potrebbe avverarsi, e che puntualmente avviene, ma non nel modo in cui ci si aspetta.
I fantasmi non sono dei semplici babau che compaiono dall’ombra, ma dei “ritornanti” (reventants), che affermano la supremazia del passato sul presente. La stessa casa infestata è un luogo odiato, ma da conservare per non distaccarsi dal dolore. Come nelle opere di King, Flanagan porta avanti la storia con lo scopo di riunire tutti i personaggi in un unico spazio (e questo avviene diverse volte nel corso della stagione, basti pensare allo splendido episodio del temporale).

Un tema ricorrente è quello della morte. Raramente, almeno in televisione, la mortalità viene trattata con questa profondità. Non è solo l’idea del trapasso, ma cosa avviene alle persone durante un evento traumatico di quella portata. È un cliché da film zuccheroso che la dipartita di un parente possa riavvicinare la famiglia. In Hill House, infatti, I vari Crain sono in pezzi, in preda a rancori mai sopiti, rivalità, diffidenze. Allo spettatore non viene risparmiato nessun aspetto sgradevole nella rappresentazione della morte: dai cuccioli di gattini (negli horror gli animali sono sempre i primi ad andarsene, perché rappresentano la sicurezza della casa) fino alle autopsie su corpi dei congiunti. 

La riuscita di Hill House non sta solo nell’elemento horror, che è comunque capace di spaventare in modo genuino (e non è una cosa facile). Come in ogni sceneggiatura degna di questo nome, sono i personaggi che portano avanti la storia proprio perché risultano convincenti ed estremamente stratificati. In particolare, la storyline di Luke Crain (Oliver Jackson-Cohen) è degna di un certo interesse. Essendo uno dei più giovani della famiglia, è anche quello che sembra essere stato meno toccato dalla tragedia che ha colpito i Crain. Luke è, però, un tossicodipendente in continua riabilitazione. La dipendenza, in Hill House, come la maternità, non è trattata come il classico film strappalacrime o conciliatorio. Non c’è spazio per il pietismo. I vari fratelli e sorelle reagiscono al problema di Luke come avverrebbe nella realtà, chi aiutandolo fino a un certo punto, chi emarginandolo.

Hill House è la conferma dell’assoluta necessità di storie per la televisione. In dieci episodi, Mike Flanagan è riuscito a scavare nella trama in un modo che al cinema non sarebbe possibile.


8

È un’affermazione quasi ridondante: Star Trek è una delle serie televisive più importanti della Storia della Televisione. La Serie Originale, in onda sulla NBC dal 1966 al 1969, non ha solo creato delle icone indelebili della cultura popolare. È stata, anche, la rappresentante principale di quel cambiamento radicale della società, nonché spinta propulsiva per il progresso, che avvenne nella seconda metà degli anni Sessanta. Per fare solo uno dei tanti esempi di quanto sia stata importante: il 22 novembre 1968 Star Trek proponeva, nell’episodio dieci della terza stagione, il primo bacio interrazziale della televisione. Trasmettere qualcosa del genere, nel 1968, uno dei periodi più violenti della storia americana (sia Martin Luther King che Robert Kennedy furono assassinati in quell’anno), denotava un certo fegato. Più in generale, la crew della prima serie comprendeva una donna afroamericana, un giapponese e un russo. Tutti in posizioni di comando e con capacità di azione. Una varietà che oggi, grazie proprio a prodotti come Star Trek, diamo per scontata. La serie ideata da Gene Roddenberry vanta anche numerosissimi studi specifici a livello universitario (l’ottima fantascienza è sempre speculazione filosofica), e ha ispirato almeno due generazioni di scienziati, tra cui molti luminari della NASA.

È un peccato, quindi, che Star Trek venga associata alle varie Convention di fan, nerd vistosi che hanno avuto il merito di tenere vivo il franchise per oltre cinquant’anni. Ma i Trekkies (così si fanno chiamare) sono anche i maggiori nemici dell’opera che amano. A ogni nuovo ciclo, come per The Next Generation (1987-1994), organizzano proteste e boicottaggi perché non ne apprezzano i rinnovamenti. Star Trek: The Next Generation ha finito per essere la serie più amata dai fan. Voyager (1995-2001) ha introdotto il primo capitano donna di una nave spaziale (un’enorme Kate Mulgrew, ora Red in Orange is the new black). Gli appassionati di fantascienza, all’epoca prevalentemente maschi, si sono lamentati anche di questo. Oggi, che il genere è molto apprezzato anche dal pubblico femminile, è stata ampiamente, e giustamente, rivalutata.

Non fatevi spaventare dalla sottocultura nerd che impregna questa serie. Anzi, ignoratela completamente. Perché Star Trek è sempre stata ottima televisione: non solo storie appassionanti, non solo filosofia, ma anche un’incredibile tendenza a non invecchiare mai. Non siate neanche spaventati dalla mole di episodi, che sono oltre settecento. Potete cominciare dal ciclo che vi attira di più e capirete tutto lo stesso. Le varie serie sono legate quasi unicamente dall’universo dell’ambientazione, ma non da storie che si intrecciano o si susseguono da ciclo a ciclo. Al massimo ci possono essere delle allusioni che aggiungono qualcosa solo se avete una visione complessiva dell’opera. Potete cominciare anche dall’ultima, bellissima, stagione che trovate su Netflix (assieme a tutti gli altri cicli del passato): Star Trek: Discovery.

La prima stagione di Star Trek: Discovery non è scampata al solito loop. Detestata dai Trekkies a gran voce ma, chissà poi perché, ha infranto ogni record su CBS All Access e su Netflix (nove milioni di telespettatori a episodio, numeri da Game of Thrones). La critica, che fortunatamente non soffre di questi pregiudizi, l’ha lodata.

Rispetto alle vecchie stagioni, Star Trek: Discovery mantiene una continuità degli episodi più fluida, ed è sicuramente più cupa e violenta rispetto al passato. I creatori (tra cui il mai troppo lodato Bryan Fuller, autore di Hannibal, American Gods e Pushing Daisies) non potevano non tener conto di quanto sia cambiata la televisione rispetto al 2005, anno in cui si è conclusa Enterprise, ovvero l’ultimo ciclo di Star Trek fino ad oggi. Oltre a Il Trono di Spade, le influenze che si possono riscontrare provengono da altri due capolavori della televisione, come Battlestar Galactica e The Expanse. Più azione, più momenti controversi, più uso della fantascienza come commento sull’oggi.

“Tradendo” ogni canone, il punto di vista privilegiato non è affidato a un capitano, bensì a un ufficiale, in questo caso interpretato da una tanto tormentata quanto eccezionale Sonequa Martin-Green (che avrete già visto in The Walking Dead). Il tasso di emotività è più alto, anche per la scelta di usare un’antieroina come protagonista. Una tendenza per la complessità dei ruoli femminili che, come vedremo nel corso di questa classifica, porterà a risultati da podio (e al futuro prossimo della televisione). Che le cose siano cambiate non si nota solo dal tipo di personaggi proposti e dalla produzione, che ha degli effetti speciali degni di qualsiasi blockbuster, ma anche dai numerosissimi colpi di scena. Già dai primi due episodi capirete il tasso di imprevedibilità proposta. E quindi di grande intrattenimento.
Tra i prodotti di largo consumo, Star Trek: Discovery è uno dei migliori.


7

Maniac è sicuramente la serie più bizzarra dell’anno, nonché quella più innovativa per il panorama 2018 di Netflix. Il servizio streaming decide, finalmente, di prendersi qualche rischio e di puntare su un prodotto che non ambisce a piacere a tutti. A parte bellissime docu-serie come Wild Wild Country, Netflix si è adagiata su un 2018 piuttosto facile, riuscendo nell’intento di consolidare i suoi iscritti, ma facendosi battere sonoramente, come vedremo, dalla rivale Prime Video (Amazon).

Netfix propone una miniserie in dieci episodi di durata variabile, in cui viene espresso tutto il postmodernismo del suo creatore Patrick Somerville.
Somerville non è solo un celebrato romanziere (autore di The Cradle e This Bright River), ma è anche stato coinvolto nella scrittura di alcune delle migliori serie televisive degli ultimi anni, da 24: Live Another Day al remake americano di The Bridge, fino a un enorme capolavoro come The Leftovers (che avete trovato varie volte nelle mie classifiche di fine anno).

Maniac si può classificare come fantascienza/drama/comedy. Storia di due persone affette da disturbi psichici di varia natura che si sottopongono a una cura sperimentale, la serie di Patrick Somerville può variare di tono (o comprenderli tutti assieme) all’interno di una stessa scena. Non si tratta di fantascienza tipo Star Trek, ma piuttosto qualcosa di più retrò, in stile The Twilight Zone o Black Mirror

L’autore si rifà esplicitamente sia alla natura filosofica sia a temi cari di molti romanzi di Philip K. Dick. I personaggi si spostano attraverso il loro subconscio, ma è come se questo rivelasse degli universi paralleli. Questi mondi nei mondi finiscono per sovrapporsi, per creare un ulteriore universo mediano in cui è lo spettatore a carpirne le similitudini rispetto alla “realtà”. Non è un caso che Maniac sia ambientato in un mondo molto simile al nostro, che però ha delle varianti significative (osservate la Statua della Libertà nel primo episodio). Tutto ciò non può non ricordare The Man in The High Castle (più il romanzo che la serie). La miniserie fa delle giustapposizioni tra fantasie, film nei film, in cui comedy, noir, fantasy e grottesco convivono in continuo flusso di coscienza, in un accumulo di informazioni che porta al sovraccarico. La tecnologia non è mostrata attraverso la fredda distopia in voga in questi anni, ma con il calore di intelligenze artificiali emotive come Gertie. Nonostante il mood sia piuttosto folle in tutti gli episodi, Somerville dissemina la trama di acute osservazioni sulla psiche umana, come il meccanismo di rimozione, il senso di colpa, le pressioni famigliari, l’inadeguatezza.

Maniac è interamente diretta da Cary Fukunaga, celebrato regista di True Detective. Fukunaga abbandona i toni cupi che lo contraddistinguono e mostra tutta la sua versatilità. Da Se mi lasci ti cancello a un film qualsiasi di Wes Anderson: un po’ film indie, un po’ commedia strampalata.
Il cast è a dir poco eccezionale. Emma Stone e Jonah Hill sono una coppia televisiva perfetta. Se la Stone non si discosta troppo dai personaggi interpretati in passato (la ragazza quirky della porta accanto), è Hill la vera sorpresa, perché si cimenta con un ruolo non immediatamente comedy.
Il cast di supporto comprende Justin Theroux, protagonista di The Leftovers e di vari film di David Lynch, Sonoya Mizuno, e due mostri sacri come Sally Field e Gabriel Byrne.

Se il 2018 è stato, per Netflix, un anno di assestamento, una serie come Maniac non può che servire a smuovere le acque con un prodotto di grande qualità che gioca il tutto e per tutto con uno stile di scrittura nuovo e insolito.


6

Nel 2016 Ryan Murphy aveva sorpreso un po’ tutti con American Crime Story: The People v. O.J. Simpson. Si trattava di una maniacale ricostruzione del processo mediatico più famoso degli Stati Uniti. Il tema era il razzismo, ma non trattato col solito piglio moraleggiante o pedagogico. La discriminazione portava a conseguenze di più vasta portata, facendo emergere delle vistose falle nella giustizia americana.

A differenza della primo ciclo antologico, American Crime Story: The Assassination of Gianni Versace è straordinario perché è una perfetta rappresentazione della superficie. Un po’ come il mai troppo lodato The Neon Demon (2016, Nicolas Winding Refn) o un romanzo a caso di Bret Easton Ellis.

Si tratta di una serie sugli anni Novanta, e sulle sue caratteristiche specifiche. Questa decade, che oggi è particolarmente di moda, è famosa per rappresentare un tipo di disimpegno particolare: la plastica. Il patinato. I colori sgargianti. La chirurgia estetica. Il bubblegum pop. Leonardo Di Caprio, negli anni Novanta, era di plastica: più interessante che bravo (oggi è l’esatto contrario). Tutto riconduce alla plastica. Gianni Versace, più che un semplice stilista, è stato un grande artista: il più grande cantore della vacuità. Quello che affascina della plastica è la compattezza delle superfici, il suo essere levigata o ruvida, ma anche facilmente riproducibile. La sua adattabilità agli usi più disparati. La plastica non ci dice nulla, se non le sue qualità puramente materiali. È un fatto puro e semplice. Nella sua materialità si nasconde l’utopia della perfezione e tutto il suo carico mortifero.

L’assassino, Andrew Cunanan (un bravissimo Darren Criss), si adatta agli altri secondo le loro necessità (e di riflesso, le sue). Andrew Cunanan è inquietante perché bellissimo e terribile: finto. 

The Assassination of Gianni Versace non si preoccupa di andare oltre alla superficie perché è la superficie. “Superficie” e “superficiale” sono due parole diverse.
L’ambientazione: Miami Beach, Florida. La Florida è un luogo dove le persone vanno in pensione. La serie pullula di comparse di anziani, troppo abbronzati, cadenti, che indossano slip.
La colonna sonora non si fa scrupoli nell’inserire una grande quantità di brani tra i più disparati, come una versione in inglese di Gloria di Umberto Tozzi, della musica classica, come l’Adagio in Sol Minore di Tomaso Albinoni e il folk raffinato di Aimee Mann (presente in un cameo). Ma la musica non aggiunge niente, accarezza le superfici della villa di Versace, è un elemento kitsch come la mobilia.

Quali sono le conseguenze della plastica? Il sangue e la morte. Scavare dentro un corpo per non ritrovarci assolutamente nulla, se non l’irrazionale. Cunanan è un personaggio pazzesco perché è l’incarnazione di ciò che non può essere compreso se non nella sua valenza di corpo-oggetto, di esistenza come rappresentazione (gli specchi), di atto omicida come intenzione da tabloid.
Parlare bene del Nulla non è semplice, è più facile non dire nulla. La serie di Ryan Murphy non piacerà a tutti come il precedente capitolo, ma di sicuro fa un discorso più sottile. 

Penelope Cruz, nel ruolo di Donatella Versace quando ancora non era di plastica, fa un lavoro incredibile sulla voce e ruba la scena a chiunque.


5

Siamo arrivati, senza ombra di dubbio, alla miglior serie horror dell’anno. Tratta da un noto romanzo di Dan Simmons, scrittore famoso per il ciclo di fantascienza Canti di Hyperion, The Terror è prodotta dalla AMC e distribuita a livello internazionale da Prime Video. Il colosso di Jeff Bezos mette a segno il suo primo colpo grosso del 2018, al quale, come vedremo, ne seguiranno altri ancora più eclatanti.

Ambientata nel 1845, e ispirata a una storia vera, la miniserie si concentra sulla spedizione di due navi della Marina Britannica, la Erebus e la Terror. Le due imbarcazioni avevano il compito di esplorare l’Antartide per trovare il cosiddetto Passaggio a Nord-Ovest, un tratto navigabile che avrebbe favorito le rotte tra l’Europa e l’Estremo Oriente. Le navi e i loro equipaggi sono scomparsi misteriosamente. I relitti furono ritrovati anni dopo senza che si potesse fare una chiara ipotesi sull’accaduto. Nonostante il romanzo di Simmons, e di riflesso la miniserie, siano documentate fino al dettaglio più infinitesimale, le analogie con la cronaca si esauriscono qui. La serie, prodotta da Ridley Scott e sceneggiata da David Kajganich (collaboratore fidato di Luca Guadagnino sia per A Bigger Splash che per Suspiria) si diverte con il sovrannaturale introducendo un criptide. Questo animale, secondo molta letteratura fanta-zoologica (denominata criptozoologia), sarebbe un’entità biologica non ancora classificata, un po’ come il Mostro di Lochness. Inutile dire come i mostri siano figure  piuttosto frequenti all’interno dei racconti marinareschi, specialmente in epoca ottocentesca. Tuunbaq, la creatura frutto del folklore inuit, serve come puro meccanismo narrativo, in modo tutt’altro che dissimile dai fantasmi di Hill House: la minaccia incombente che viene dal di fuori ma che fa emergere il lato oscuro dei vari personaggi.  

Una caratteristica fondamentale è che, filologicamente all’aspetto storico proposto, i protagonisti siano in quasi totale maggioranza uomini. L’unico personaggio femminile di rilievo è la inuit Lady Snow (Nive Nielsen), un personaggio che non racchiude solo il mistero del luogo ma anche gli effetti della soggiogazione dell’uomo occidentale sulle culture considerate primitive.

The Terror è, in fin dei conti, un sontuosissimo period drama con l’aggiunta di un elemento orrorifico piuttosto specifico. Gli spettatori più attenti non faranno fatica a riconoscere l’influenza di Howard P. Lovecraft sulla serie, in particolare da Le montagne della follia (1936), ambientato non a caso proprio in Antartide. Questo romanzo ha influenzato anche film di grande successo come Alien (1979, Ridley Scott) e La Cosa (1982, John Carpenter), ed è inevitabile che tutti questi riflessi convergano anche nella miniserie di Kajganich. Non aspettatevi, però, dei ritmi serrati: The Terror si prende tutto il tempo necessario per costruire i suoi personaggi, per metterli in difficoltà rispetto a un ambiente ostile, per poi sfociare nell’horror più puro e disturbante. Come in tanti altri casi, la pazienza ripagherà di tutta l’attenzione riposta.

Puntellata da un interessantissimo discorso sul colonialismo inglese e sulla mitologia inuit, la serie AMC/Prime Video esplora il tema delle cattive decisioni da parte di una leadership debole. Sono i rancori, le ambizioni e bassezze personali che, prendendo il sopravvento, portano un microcosmo alla sua autodistruzione. Il che non è molto diverso dalla grande letteratura (e dal grande cinema) del passato, che trova in Moby Dick o Il signore delle mosche i suoi esempi più illustri. Per questo, la serie creata da David Kajganich è tremendamente attuale: in determinate condizioni, il tribalismo insito nell’essere umano può presentarsi in tutta la sua ancestrale violenza.


4

Tratta da un podcast di Eli Horowitz e Micah Bloomberg, Homecoming è una delle serie rivelazione dell’anno, nonché una vittoria di Prime Video su tutti i fronti. Il servizio streaming, oltre ad essere piuttosto conveniente, si è in breve diversificato rispetto ai suoi concorrenti (in particolare Netflix) per il tipo di offerta proposta. Se Netflix produce serie per un pubblico mainstream e tendenzialmente poco sofisticato, Prime Video si sta imponendo come la HBO dello streaming.

Homecoming è sicuramente un thriller raffinato. Ovviamente, raffinato non è per forza sinonimo di noioso.
Innanzitutto, c’è una trama mystery molto accattivante. Nel nostro presente, l’assistente sociale Heidi Bergman lavora per una struttura governativa segreta che si occupa, almeno apparentemente, della riabilitazione di soldati impiegati in Medio Oriente. In un vicino futuro, Heidi fa la cameriera in una tavola calda e sembra non avere più nulla a che fare con la sua vita precedente, tanto da non averne memoria. Perché?
La regia gioca sapientemente con i formati. Passato e presente sono scanditi da un alternarsi di rapporti dell’immagine, dall’1:1 (quadrato) al 16:9 (schermo intero). Questa scelta stilistica ha un senso preciso anche all’interno della trama, e viene disvelata in modo estremamente brillante. In controtendenza rispetto a tutte le serie a noi contemporanee, che vogliono i singoli episodi sempre più feature-lenght, cioè con una durata da film (come la superba Godless, o la prossima stagione di Game of Thrones),  le puntate di Homecoming non superano mai la mezz’ora.

La serie di Eli Horowitz e Micah Bloomberg è un capolavoro di paranoia. Nelle recensioni che potete trovare in giro si spreca l’aggettivo “hitchcockiano”. Ormai è un termine di uso comune per definire qualsiasi thriller che non sia di qualità discutibile. Nel caso di Homecoming, non è necessariamente usato a sproposito. L’unico anello di congiunzione con le opere di Alfred Hitchcock mi pare essere una vistosa citazione musicale, ovvero l’utilizzo del magnifico tema di Bernard Herrmann composto per La donna che visse due volte (1958). Mi sembra più calzante il paragone con altri film che fanno della paranoia il loro cavallo di battaglia, in particolare Va’ e uccidi (1962, John Frankenheimer), La Conversazione (1974, Francis Ford Coppola), I tre giorni del condor (1975, Sidney Pollack) e JFK (1991, Oliver Stone). Quest’ultimo è un film che, come la serie Prime Video, gioca a modo suo con i formati video: la rielaborazione del found footage del famoso Filmato Zapruder, cioè una ripresa amatoriale dell’omicidio Kennedy, con l’integrazione di nuovo materiale appositamente girato.

Tutti gli episodi di Homecoming sono diretti da Sam Esmail, il creatore di Mr Robot. Anche Mr Robot è una dissertazione sulla paranoia, che sfocia talvolta nella fantascienza. Lo stile registico di Esmail è molto interessante perché lascia trasparire tutta l’artificiosità della struttura che dà il nome alla serie, utilizzando delle panoramiche che danno agli spazi la stessa connotazione dei labirinti per topi. Esemplare di questo approccio registico è lo splendido pianosequenza (ripresa in continuità senza stacchi di montaggio) del primo episodio. Questo senso di artificiosità viene sottolineato non solo dai formati scelti, non solo dalla regia, ma anche da alcune trovate di sceneggiatura: viene fatto esplicitamente notare come il nome della protagonista sembri quello di un personaggio di una serie tv. La risoluzione del mistero, che viene centellinata in svariati pezzi di un puzzle (un po’ come in Damages, 2007-2012), non sarà mai quella che pensate.

Non si può parlare di Homecoming senza nominare Julia Roberts. Sono consapevole del fatto che sto per attirarmi le antipatie di nove lettori su dieci: non sono un fan dell’attrice. Tuttavia, ne riconosco le qualità e mi piacciono un paio di “suoi” film: Fiori d’acciaio (1989, Herbert Ross) e Closer (2004, Mike Nichols). Per quanto riguarda la serie Prime Video posso affermare, senza ripensamenti, che sia la cosa migliore mai fatta da Julia Roberts. Non è un’esagerazione, sono abbastanza sicuro che i suoi fan saranno d’accordo. Finalmente l’attrice si è cimentata con qualcosa che non sia una commediola, e che non può avere lo stesso appeal di pubblico. I veri attori dovrebbero buttarsi in questi progetti, perché il loro lavoro è soprattutto arte (Julianne Moore insegna).
Il cast principale è completato da Bobby Cannavale, che ricorderete in Will & Grace, nell’ultima stagione di Mr Robot e nel bellissimo Blue Jasmine (2013) di Woody Allen. A mettere il marchio di qualità assoluta è la presenza di Sissy Spacek in un ruolo secondario.

Homecoming è la dimostrazione di come debba essere una serie televisiva su un servizio streaming: autorialità, coraggio e sperimentazione.


3

Mi sono sempre tenuto alla larga dalle opere di Elena Ferrante. Il motivo? Alcuni pregiudizi sulla letteratura italiana (spesso fondati). L’Amica Geniale, inoltre, è una saga in quattro libri, e proprio per questo pensavo scadesse nel solito melodramma all’italiana, annacquato e sentimentale. Guardando la serie mi sono reso conto di quanto mi sbagliassi.

L’Amica Geniale è una serie co-prodotta da una strana coppia: Rai e HBO. La Rai è famosa per dei prodotti che non sono né carne né pesce, altamente soporiferi, che tentano di accontentare un po’ tutti con risultati che oscillano tra lo scarso e lo scarsissimo. La HBO, invece, è la massima rappresentazione della tv di qualità nel mondo. Posso citare alcuni titoli: I Soprano, Six Feet Under, True Detective, The Leftovers, The Wire, Westworld, Deadwood, Game of Thrones.
Questa collaborazione ibrida tra Italia e Stati Uniti non poteva dare risultati migliori.

L’Amica Geniale sorprende per diverse ragioni. Innanzitutto, la storia. In un rione popolare della Napoli degli anni Cinquanta, si intrecciano le storie di due personaggi, Elena e Raffaella. L’amicizia tra le due bambine, inizialmente un rapporto simbiotico, si evolverà, con il passare del tempo, in qualcosa di più complesso e oscuro. Quello che colpisce immediatamente è la violenza proposta, oltre alla dimensione emotiva. La violenza è quasi un tabù in casa Rai. Ne L’Amica Geniale, invece, ci sono sevizie famigliari che rientrano nella consuetudine, pestaggi e stupri (una sequenza piuttosto disturbante che pare sia stata tagliata nella messa in onda, ma credo sia intatta sul servizio streaming RaiPlay). L’atmosfera che si viene a creare è un misto tra un romanzo di Stephen King (l’elemento horror su trame non orrorifiche è uno dei marchi di fabbrica del regista Saverio Costanzo) e il brutale realismo magico de Il labirinto del fauno (2006, Guillermo del Toro). Se dovessi usare una parola per descrivere la serie tratta dai romanzi di Elena Ferrante, sarebbe questa: cruda.

Il realismo magico è un’altra caratteristica che contraddistingue L’Amica Geniale. La Napoli proposta, in larga parte ricreata in studio, non è folkloristica e tantomeno autentica. È una versione disossata, astratta e rarefatta di un quartiere povero. Questo è particolarmente importante per come la storia si riflette al interno dei propri margini. Nei primi episodi, le due amiche marinano la scuola per andare a vedere il mare. Oltrepassando il tunnel che delimita il loro quartiere, l’ambiente prende delle connotazioni totalmente differenti: sembra un deserto senza fine. Inutile dire che, nonostante i chilometri percorsi, il mare non lo raggiungeranno mai. Diventa chiaro, allora, come la serie di Saverio Costanzo utilizzi gli spazi come una bolla sospesa, un microcosmo chiuso dal quale è difficile sfuggire. Questo non può non ricordare L’angelo sterminatore (1962) di Luis Buñuel, dove un gruppo di borghesi sono impossibilitati a lasciare una stanza nonostante le brutture che vi accadono.

I nuclei tematici di questa prima stagione sono due. Il primo, e più evidente, è l’emancipazione femminile attraverso lo studio (che non è necessariamente quello canonico o istituzionale). Sia la Ferrante che Costanzo hanno compreso che la conoscenza è sostanzialmente un atto d’amore, una consegna che avviene attraverso legami interpersonali. Raffaella, detta anche Lila, è un personaggio misterioso, genialoide, a tratti negativo. Ma è attraverso di lei che avvengono tutti i moti di ribellione. Ribellione verso cosa? Il problema, secondo la serie, è la cultura patriarcale: i personaggi maschili, ne L’Amica Geniale, sono quasi tutti orrendamente negativi. Questa è una cosa piuttosto inedita in Italia, poiché si tende sempre alla paternale, a inserire la figura del buon patriarca che appiana ogni divergenza (Don Matteo ne è un esempio lampante). Il secondo aspetto, è il necessario distacco dai luoghi dell’infanzia, e in particolare dagli ambienti ostili e retrogradi di quei quartieri. Non troverete figure concilianti con le quali si infonde l’ideale conservatore della home sweet home. Il personaggio più conscio e rappresentativo del luogo è, per dirla alla Deleuze, la schizo Melina, ovvero la matta del rione.

L’Amica Geniale conta almeno tre dei migliori episodi del 2018. Oltre al meraviglioso finale (1×08, La promessa), bisogna citare l’episodio 4 (La smarginatura), che si conclude con una scena di fuochi d’artificio difficilmente dimenticabile, e soprattutto l’episodio 6 (L’isola), ambientato interamente ad Ischia. Questo episodio un piglio autoriale così preciso e lucido che potrebbe essere un film a parte, tanto da essere degno di un film francese degli anni Sessanta mescolato alle forti tonalità di Douglas Sirk.

La colonna sonora è affidata al mio compositore contemporaneo preferito: Max Richter. L’autore utilizza alcuni pezzi del suo repertorio, tra cui la personalissima rivisitazione delle Quattro Stagioni di Vivaldi, assieme a dei brani originali. Max Richter è anche il creatore della colonna sonora di The Leftovers, a mio avviso la migliore soundtrack mai composta per una serie televisiva. Questa de L’Amica Geniale può comodamente occupare un secondo posto.

L’Amica Geniale ha riscosso un enorme successo, in modo trasversale tra critica e pubblico, sia in Italia che negli Stati Uniti. Ed è la prima serie in napoletano ad essere candidata ai Critics’ Choice Television Award.
Onore alla Rai e alla HBO per averci donato una delle migliori serie dell’anno, e che ci renderà fieri, competitivi e all’avanguardia anche negli anni a venire.


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Gillian Flynn non è una scrittrice prolifica. Appena tre romanzi e una novella in oltre dieci anni. Ogni suo romanzo, però, è sia una rivelazione che un caso mediatico. Forse avrete già sentito parlare di lei per Gone Girl (in italiano tradotto come L’amore bugiardo), best seller internazionale nonché bellissimo film del 2014 con la regia di David Fincher (e che trovate in qualche mia classifica del passato). Gillian Flynn non ha solo scritto il romanzo, ma anche la sceneggiatura. 

La scrittrice di Kansas City è una femminista, ma spesso viene scambiata per una misogina. Il problema è sempre il solito: se i personaggi femminili non sono totalmente edificanti, l’opera viene marchiata come anti-donne. I personaggi della Flynn sono tutte donne tormentate e non necessariamente eroine. Anche la Amy Dunne di Gone Girl, che rientra in qualsiasi classifica delle migliori villain della Storia della Letteratura (e del Cinema), ad un’attenta osservazione non è una vera e propria cattiva. Anzi, è colei che si riappropria di una narrazione costruita sul suo essere moglie, la ribalta e la conduce. Francamente, non riesco a pensare a una cosa più femminista di questa. Il personaggio è indubbiamente perturbante, ed è uno dei motivi per cui è rimasto così impresso: o venerato o detestato.

L’attitudine per le donne controverse (e per temi femminili intrinsecamente legati a ciò) è presente anche in Sharp Objects, romanzo di debutto pubblicato nel 2006. La trasposizione in serie televisiva, ad opera della sempre eccelsa HBO, è piuttosto fedele: la Flynn è stata ampiamente coinvolta nella stesura delle sceneggiature dei vari episodi e, come vedremo, si nota.

La giornalista Camille Preaker torna nella sua cittadina natale del Missouri per seguire il caso di due adolescenti barbaramente uccise. Durante il suo soggiorno dovrà fare i conti con il suo passato e con la madre Adora, la donna più ricca della contea.

Sharp Objects merita il podio tra le migliori serie dell’anno per i seguenti motivi. La definizione dei luoghi è trasposta dal romanzo alla serie televisiva con una maestria stupefacente. E non è una cosa facile: la letteratura esprime l’interiorità dei personaggi, mentre i prodotti audiovisivi possono solo metterli in scena. Per questo motivo molte traduzioni cinematografiche risultano deludenti per i lettori amanti della source material. In Sharp Objects c’è una grande abilità nel saper creare una storia di genere southern gothic. La descrizione della cittadina di Wind Gap sembra un luogo esistente, quasi materiale, con degli spazi così precisi che si possono disegnare. La Flynn, che è una scrittrice di thriller, si conferma non solo come un’ottima sceneggiatrice, ma come l’erede di un drammaturgo della stazza di Tennessee Williams (Un tram che si chiama desiderio, La gatta sul tetto che scotta, Improvvisamente l’estate scorsa, La notte dell’iguana, e così via).

La psicologia dei personaggi, sulla quale si gioca tutta la vicenda, è delineata alla perfezione. Si può dire che la psicologia sia proprio la chiave di lettura privilegiata di tutta la miniserie: se lo spettatore presterà attenzione ad ogni minimo particolare, persino quello più infinitesimale, capirà, nel finale, che un’opera del genere ha dell’irripetibile.
Amy Adams e Patricia Clarkson sono le protagoniste assolute, e sono messe a dura prova in due dei ruoli più difficili della loro carriera: il rapporto madre-figlia è esposto in tutta la sua sgradevolezza. La Adora di Patricia Clarkson, che avrete già visto in film di Woody Allen (Basta che funzioni), di Lars von Trier (Dogville), di Todd Haynes (Lontano dal paradiso) e in Six Feet Under, è in bilico tra il drammatico e il camp. Il personaggio la consacra come una delle pochissime discendenti di un titano del cinema classico come Agnes Moorehead.

La stile di Jean-Marc Vallée, regista di film acclamati come C.R.A.Z.Y. (2005), nonché di un grande successo televisivo della scorsa stagione come Big Little Lies, è molto autoriale. Gli episodi, che mantengono una certa linearità, sono costituiti da una serie di frammenti che arricchiscono i personaggi, mettono in dubbio ogni posizione e infittiscono un mistero che non lascia facili soluzioni.

Assieme a L’Amica Geniale, Sharp Objects è la prova di come le produzioni HBO continuino a rimanere il metro di paragone per qualsiasi altra serie televisiva.


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La fantastica Signora Maisel è, in realtà, una serie cominciata nel 2017 che è giunta, in queste settimane, alla sua seconda stagione. Potrei arrampicarmi sugli specchi dicendovi che Prime Video ha rilasciato la prima stagione in dicembre, e che io avevo già ultimato la classifica, ma sarebbe un po’ come arrampicarmi sugli specchi. Voglio essere completamente onesto: mi era sfuggita. Devo anche sottolineare, però, che lo scorso anno, con un podio composto da Godless, l’ultima stagione di The Leftovers, e soprattutto da Twin Peaks, sarebbe stato impossibile dare a questa serie una collocazione adeguata. Quest’anno, con le sue due stagioni, si guadagna quindi la mia prima posizione. Ma non è l’unica deviazione che faccio dalla mia routine: è la prima serie comedy a raggiungere la vetta di una mia classifica.

Mrs Maisel è creata e scritta da Amy Sherman-Palladino. È anche l’autrice della celebre Una mamma per amica, in onda per otto stagioni su WB e The CW dal 2000 al 2007, con l’aggiunta di un revival targato Netflix del 2016. Gilmore Girls è una di quelle serie che sono entrate a far parte della sfera affettiva di molti telespettatori. Non era perfetta: molti episodi, molte concessioni agli aspetti soapy della trama. La sensazione è che, in un periodo in cui gli autori di serie tv non avevano ancora la libertà creativa di cui godono oggi, il risultato non fosse esattamente quello pensato.
La fantastica Signora Maisel è su tutt’altro livello: è esattamente quello che Amy Sherman-Palladino voleva fare, un progetto probabilmente cullato per anni. Non si tratta solamente di una grande serie televisiva, ma di una delle più grandi in assoluto. E dovremo confrontarci con questa gigantesca opera per molto tempo. La conferma arriva anche dal fatto di essere stata la serie più premiata del 2018: due Golden Globe, due Critics’ Choice Awards, cinque Emmy Awards. Ma la risposta del pubblico non è stata da meno, una media di 8,7/10 su imdb con decine di migliaia di voti.

Miriam Maisel è una casalinga ebrea di fine anni Cinquanta, e fa parte della buona società newyorkese. Tutto sembra andare a gonfie vele, finché il marito non la lascia per un’altra. Ed è qui che la Signora Maisel scopre non solo di avere un talento tutto suo, ma anche un’ambizione insolita, e outrageous, per una donna della sua epoca: diventare una delle migliori comiche degli Stati Uniti.

Con Mrs Maisel Amy Sherman-Palladino entra di diritto nell’olimpo dei migliori scrittori per la televisione, assieme a gente come David Simon (The Wire), Damon Lindelof (Lost, The Leftovers), David Chase (I Soprano), Vince Gilligan (Breaking Bad, Better Call Saul) e Matthew Weiner (Mad Men). E lo fa consolidando e raffinando il suo stile, già riconoscibilissimo da Una mamma per amica. I dialoghi, recitati alla velocità della luce e con un ritmo stupefacente, brillano sullo schermo di vita propria. Ma la Sherman-Palladino è anche una grandissima regista: complicati long shot (o pianosequenza) di grande impatto rendono la serie estremamente stilish, oltre che molto cinematografica.

La Fantastica Signora Maisel fa molto, molto ridere perché è una commedia all’apice delle sue possibilità. Anzi, è La Commedia. Le uniche cose paragonabili sono i grandi capolavori del passato, come i film di Ernst Lubitsch, di Billy Wilder, di Howard Hawks, passando per George Cukor e Woody Allen. La Sherman-Palladino ha la stessa ritmica per i dialoghi che si ritrovano in Susanna! (1938, Howard Hawks), la stessa propensione per le battute caustiche di Billy Wilder (in particolare, L’appartamento, 1960) e la stessa sofisticatezza registica di Ernst Lubitsch. Ma è anche un grande omaggio alla tradizione della grande commedia ebraica, con tutte le sue figure chiave come lo schlemihl (lo sciocco), lo schlimazel (lo sfortunato) e, soprattutto, lo schnorrer, ovvero l’accattone, impersonificato dall’irresistibile Susie. Sempre nel solco della commedia ebraico-americana, La Signora Maisel ha un gusto particolare per l’autoironia rispetto alle usanze e paranoie del Popolo Eletto, alle sue nevrosi, alle convenzioni sociali, ai tabù.

Sebbene sia ambientata alla fine degli anni Cinquanta, Mrs Maisel è di grande attualità. Miriam è una donna che, assieme alla sua improbabile e sboccata agente Susie, cerca di farsi strada negli ambienti della stand-up comedy (che in italiano si traduce come cabaret, ma non rende l’idea), un mondo notoriamente dominato da uomini. Tra questi, una delle figure positive è proprio Lenny Bruce (un meraviglioso Luke Kirby), comico realmente esistito e famoso per le sue battute iconoclaste, blasfeme e scurrili. È una figura storica talmente importante per la comicità americana che lo potete ritrovare persino nel meraviglioso Underworld (1997), romanzo cardine del Novecento di Don DeLillo.

Nonostante il tema femminista sia molto presente, non aspettatevi una serie politically correct. Il personaggio di Miriam è chiaramente ispirato a comiche del passato, come Joan Rivers e Betty White, che sono diventate famose, e hanno aperto la strada per la modernità, proprio con battute feroci, “inaccettabili” e “indecenti”. Il politicamente corretto è sonoramente sbeffeggiato già dai primissimi episodi.

Non può mancare una lode alle attrici protagoniste. Nel title-role, Rachel Brosnahan, che forse ricorderete nel personaggio della prostituta in House of Cards. Ai provini per altre commedie, veniva sempre scartata perché non considerata abbastanza divertente (e forse perché bellissima, il pregiudizio vuole che una donna attraente non possa essere comica). Nel 2018 ha vinto tutti i premi come miglior attrice protagonista e come miglior attrice comedy, tra cui un Emmy e un Golden Globe. Rachel Brosnahan è una di quelle attrici che si rivelano una volta sola in un’intera generazione, e forse neanche lì: abbiamo a che fare con la reincarnazione della miglior Katharine Hepburn. Nel suo caso non è nata una stella, è nata una leggenda. Alex Borstein, nota per essere la voce di Lois Griffin nella versione originale de I Griffin, giganteggia nei ruolo di Susie, che segnerà per sempre la sua carriera. Ne La Signora Maisel sfrutta al massimo tutta la sua rodata carriera da comedienne. Ad essere corretti, bisognerebbe citare tutto il cast, a cominciare da Michael Zegen e Kevin Pollak, quest’ultimo un divertentissimo capitalista imbroglione e nevrotico che Woody Allen amerebbe. E si deve finire con Tony Shalhoub e Marin Hinkle, i genitori di Miriam. Per questi due personaggi si odono provenire gli applausi di Lubitsch dal Paradiso della Commedia.

La ricostruzione delle ambientazioni, dei costumi, l’uso della fotografia e delle musiche, sono frutto di un lavoro puntigliosissimo che toglierà il fiato a tutti gli amanti degli anni Cinquanta (e probabilmente non solo). Era da Mad Men che non si vedeva uno sforzo produttivo di questa portata. Questo è quello che succede quando un colosso come Amazon rischia tonnellate di dollari in un prodotto che avrebbe anche potuto essere un sonoro flop.

La fantastica Signora Maisel è la Cappella Sistina della Commedia. La perfezione in serialità streaming. Prime Video ha annientato la concorrenza e si è imposta settando un nuovo standard qualitativo. 


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