Questa è la storia di un ebreo comunista, di omicidi, pestaggi, di due negri impiccati a un albero e di una cantante che ce l’ha fatta come ha potuto. Una storia in musica. Gli anni Trenta degli Stati Uniti.

Capitolo I: La fortuna di Lewis Allen
E’ difficile scovare informazioni su Abel Meeropol. Quello che si sa di per certo è l’anno di nascita, il 1903, luogo non definito. Era un ebreo, non uno di quelli col nasone, gli occhialetti tondi e i capelli crespi. Uno qualsiasi, forse, che sfoggiava un paio di baffetti à la Laurence Olivier, alla moda, un piglio fiero e deciso. Insegnò per ventisette anni alla DeWitt Clinton High School, tra la 58esima e la 59esima. Un austero edificio a forma di H, nel Bronx, Hell’s Kitchen. Era vicino al DeWitt Clinton Park, il primo giardino comunitario di New York, creato dagli stessi studenti della DeWitt. E fu proprio lì, in quei luoghi, in quei contesti, che Abel Meeropol, in fin dei conti un americano come tutti gli altri, aggrappato a uno spirito teneramente e disperatamente naïve, scelse la via del comunismo. Il suo attivismo politico si esprimeva principalmente attraverso la scrittura, sul New York Teacher o American Masses. Conobbe il successo, che tirando le somme è un dogma anche per un comunista americano. Firmandosi “Lewis Allen” (pseudonimo composto dall’unione dei nomi dei due figli defunti), nel 1945 scrisse la canzone che dà il titolo al cortometraggio “The house I live in”. Il protagonista è Frank Sinatra, che canta e spiega l’antirazzismo a dei ragazzini. La canzone fu una hit. Nel 1953 furono giustiziati Julius ed Ethel Rosemberg, accusati di spionaggio filosovietico, reato commesso probabilmente solo dal marito. Divennero due icone. Meeropol e la moglie adottarono i due figli della coppia.
La vera fortuna di Lewis Allen, o Abel Meeropol, è antecedente ai fasti con Sinatra. E comincia con qualcos’altro. Una foto.

Capitolo II: Scene pastorali
Marion (Indiana) è una cittadina di 30.000 abitanti. Nell’agosto del 1930 erano probabilmente di meno. Un numero consistente di abitanti è afroamericano, e all’epoca i più lavoravano nelle fattorie, fulcro dell’economia della regione. Uno scenario campestre, placido, noioso, segretamente teso. Tre giovani di colore, Thomas Shipp, Abram Smith e il sedicenne James Cameron, si trovavano nei sobborghi di Marion. In una macchina, in sosta, c’erano Claude Deeter, ventitrè anni, e la fidanzata Mary Ball, diciannove. I tre afroamericani colsero l’occasione e tentarono una rapina, che però finì male. James Cameron fuggì quando capì quello che stava per succedere. Shipp e Smith, armati, uccisero Deeter e stuprarono la ragazza. Il 6 agosto erano già stati fermati, avevano confessato ed erano stati rinchiusi nella prigione della città in attesa del processo. Ma le voci correvano a Marion, roccaforte del Ku Klux Klan. Il 7 agosto una folla di cittadini, pare un migliaio di persone (il numero aumenta in proporzione all’antirazzismo della fonte), assaltò la prigione. Armati di martelli, trascinarono fuori i tre ragazzi, che vennero selvaggiamente percossi. Li portarono nella piazza e li impiccarono a un albero. Cameron si salvò, a suo dire grazie all’intervento della Vergine Maria, secondo i fatti perchè qualcuno riuscì a far notare per tempo la sua “innocenza”. Aveva comunque la corda intorno al collo. Fu scattata una foto dei due corpi penzolanti e martoriati. James Cameron scontò la sua pena e divenne un noto attivista dei movimenti per i diritti degli afroamericani.

Capitolo III: Un cafè di passaggio
Nel 1937 la foto capitò sotto gli occhi di Meeropol. Quell’immagine lo turbò profondamente e a lungo. Scrisse una poesia intitolata “Bitter fruit”, pubblicata poi su varie riviste. Probabilmente la forma-poesia era poco incisiva per il messaggio che Meeropol voleva mandare, così doveva diventare una canzone. Cercò di farla musicare da diversi compositori, invano. Si rimboccò le maniche e fece da solo. Cambiò il titolo in “Strange fruit”.


Southern trees bear a strange fruit,
Blood on the leaves and blood at the root,
Black bodies swinging in the southern breeze,
Strange fruit hanging from the poplar trees.

Pastoral scene of the gallant south,
The bulging eyes and the twisted mouth,
Scent of magnolia, sweet and fresh,
Then the sudden smell of burning flesh.

Here is fruit for the crows to pluck,
For the rain to gather, for the wind to suck,
For the sun to rot, for the trees to drop,
Here is a strange and bitter crop.


Gli alberi del sud hanno uno strano frutto,
Sangue sulle foglie e sangue alle radici,
Corpi neri oscillano nella brezza del sud,
Uno strano frutto appeso ai pioppi.

Scena pastorale del prode sud,
Gli occhi sporgenti e le bocche contorte,
Profumo di magnolia, dolce e fresco,
Poi l’improvviso odore di carne che brucia.

Ecco il frutto che i corvi beccano,
Che la pioggia coglie, che il vento succhia,
Che il sole fa marcire, che gli alberi fanno cadere,
Ecco un raccolto strano e amaro.

La canzone cominciò a diventare popolare negli ambienti intellettuali di cui Meeropol, per status o per vocazione, faceva parte. La prima a suonarla fu sua moglie, durante una riunione del sindacato degli insegnanti. Poi arrivò nelle mani di Barney Josephson. Figlio di immigrati lettoni, Josephson era il proprietario del Café Society, una sorta di piccola taverna in Sheridan Square. Il locale era una novità: bianchi e neri potevano entrare senza distinzioni. Fu Josephson a proporre il testo all’interprete che rese immortale questa canzone.

Capitolo IV: Eleanor va a New York
Eleanor Fagan Gough nacque a Baltimora il 7 aprile 1915. Ancora bambina raggiunse la madre ad Harlem, New York. Si guadagnava la vita prostituendosi e lavando le scale. La padrona del bordello, ogni tanto, le concedeva di usare il giradischi, così Eleanor poteva sentire Louis Armstrong. In seguito a un blitz della polizia, fu arrestata e passò diversi mesi in carcere (diverrà una costante fatale, ma ancora non lo sapeva). Quando uscì decise di fare la ballerina nei night club. Non aveva un carattere accomodante: rifiutava di ricevere le mance tra le cosce. Le sue colleghe, per questo, l’avevano soprannominata “Lady”. Fu licenziata quasi subito perchè non sapeva ballare. Quando la sentirono cantare fu riassunta. In quel momento Eleanor diventò Billie Holiday. Il nome d’arte lo ricavò dal cognome del padre e dal nomignolo che sua madre le aveva dato, “Billie” appunto, per via dei suoi comportamenti da maschiaccio. Venne notata da John Hammond, un produttore discografico, che nel 1933 le fece incidere un paio di dischi che nessuno notò. Nonostante l’insuccesso, Hammond continuò a credere in quella voce unica e magica. Due anni dopo, nel 1935, riuscì a imporsi come cantante di successo grazie a canzoni leggere e spensierate, a differenza di quelle che incise negli anni a venire e per cui sarà ricordata. Quando la popolarità era finalmente arrivata, potè persino esibirsi nei locali dei bianchi. Sul palco, tra i capelli, una gardenia bianca. Dietro al palco, l’entrata per soli negri. Era comunque un passo avanti, e Lady Day non era poi così interessata alla politica, contrariamente a quello che si crede. Questo, probabilmente, per “Strange fruit”, canzone da lei fortemente voluta, tanto che arrivò a dire di averla scritta lei, con disappunto di Meeropol. La canzone chiudeva ogni suo concerto, perchè “dopo c’è solo il silenzio”. Non tutti i locali erano contenti: spesso le impedivano di cantarla, o se succedeva, magari in qualche locale del Sud, veniva cacciata.
Nonostante il triste destino a cui era, forse, condannata, Billie Holiday e “Strange fruit” rimangono lì, tra le maglie della Storia, testimone e testimonianza nel caos e nella pura, tragica, bellezza.

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