M.I.A.: ovvero “Missing in action”, dispersi in azione, in battaglia. Esistono anche K.I.A. (Killed in Action), W.I.A. (Wounded in Action). Lo stesso termine O.K. deriva da un contesto guerresco (0 + K = Zero Killed), ma è un’altra storia. M.I.A. è anche lo pseudonimo della cantante anglo-srilankese Mathangi (“Maya”) Arulpragasam. Ha pubblicato due album (il terzo in uscita a luglio), intitolati “Arular” (2005) e “Kala” (2007), che hanno spopolato ai vertici delle classifiche (più qualitative che di vendita). E’ adorata da dj e dagli amanti della scena “alternative” di tutto il mondo, in Italia rimane comunque semi-sconosciuta non esistendo una vera e propria cultura musicale al di là della canzonetta. Bisogna stare attenti a dare un vero e proprio riconoscimento al termine “alternativo”, perchè in fondo non significa nulla, dal momento che il fine della musica (vinile, cd, o supporto multimediale) è quello di vendere, e vale per tutti coloro che hanno un mercato. Il discorso è, quindi, prettamente qualitativo. Così si può definire la musica di M.I.A., in termini musicalmente altissimi. Ascoltando uno dei suoi LP si sente appunto la confusione della dispersione nella battaglia, ma anche la rabbia, in perfetta coerenza col brand  proposto. Perchè in fin dei conti ogni nome (d’arte o non) è la sintesi di un prodotto, variabile, ma ben indirizzato. E’ lo stesso concetto dei marchi di moda o del cibo in scatola. Ecco, M.I.A. propone un mix di hip hop, elettronica, disco-dance e world music difficilmente ignorabile e catalogabile, se non appunto col suo stesso nome. Il suo stile di scrittura è fortemente aggressivo e graffiante, tanto che i titoli dei due album sono rispettivamente i nomi di battaglia del padre e la madre, combattenti tamil. L’originalità di M.I.A. sta nel riuscire a sintetizzare delle melodie orecchiabili (per nulla banali, tuttavia) con dei testi estremamente polemici. L’esempio più eclatante è la hit “Jimmy“, che mascherata da canzone discomusic in stile anni Settanta, comincia con: “When you go Rwanda, Congo/Take me on your genocyde tour/Take me on a truck to Darfur/Take me where you would go“. Per non parlare di “Sunshowers” o di “Paper planes“, forse la sua canzone più famosa (anche perchè all’interno della colonna sonora del discutibile “The Millionaire”). Nella sua visione musicale sono frequenti i campionamenti di altre canzoni, tanto da oltrepassare il concetto di cover song. Sarebbe scorretto indicare alcuni suoi pezzi in questo modo. Per capire meglio quello di cui si sta parlando si può ascoltare “20 dollar“, in cui M.I.A. “rappa” (si tratta sempre di un rap molto morbido e digeribile) su una distortissima base di “Where is my mind?” dei Pixies, riprendendone in parte il ritornello.
Un’altra particolarità di M.I.A. è come propone il suo marchio, e cioè lo stile dei videoclip: spesso coloratissimi, è presente un certo kitsch etnico, con fondali disegnati. Un po’ come i primi anni Novanta, perchè diciamocelo, M.I.A. è tamarra ma va benissimo così. Il suo stile (più a livello di immagine) è diventato talmente cool che, di recente, persino qualche signorina da circonvallazione come Rihanna ne ha usufruito (pare sotto consiglio di attenti produttori). Il risultato rimane comunque da toilette de la gare, confrontare col video di M.I.A., “Boyz“, per comprendere la pietosa somiglianza tentata.
Con l’uscita imminente del nuovo album, intitolato “/\/\/\Y/\” (nda. “MAYA”), oltre a polemizzare con tutto e tutti come suo solito (è un ottimo lancio), la cantante mantiene la tradizione del titolo come nome di battaglia (questa volta il suo), ma cambia direzione in fatto di videoclip. Nel video che anticipa l’LP, “Born free”, M.I.A. non appare, non ci sono costumi indiani, non c’è Africa, non ci sono colori sgargianti. “Born free” si presenta come un vero e proprio cortometraggio di nove minuti, ed è diretto da Romain Gavras, figlio del regista greco Costantin Costa-Gavras (regista di “Z”, “Amen” e “Il cacciatore di teste” per citarne alcuni). Romain ha, in effetti, ereditato in parte lo stile caustico del padre, da ricordare il bellissimo videoclip di “Stress” che fece per i francesi Justice. Come nel precedente videoclip, Gavras mantiene uno stile nervoso e quasi documentaristico, accentuando le scene iperviolente e disturbanti. “Born free” è uno dei migliori videoclip degli ultimi tempi, solamente l’idea è degna del miglior Kubrick: un gruppo di soldati americani fa irruzione in una cittadina sporca e abbandonata a se stessa, dove le persone sono schiacciate da varie forme di degrado. In un crescendo di violenza, i soldati prelevano con violenza le persone coi capelli rossi. Altri ragazzi coi capelli rossi protestano lanciando oggetti contro le camionette. La persecuzione del diverso è resa, così, in modo magistrale proprio perchè comprensibile in un’ottica occidentale (in fondo è quello che fa M.I.A. nelle sue canzoni, melodie catchy/testi impegnati). Così è ancora più agghiacciante. Tutto ciò fa ritornare alla mente, per lo meno agli italiani, “Rosso Malpelo”, anche se sarebbe azzardato ipotizzare una conoscenza di Gavras (o di M.I.A.) della novella di Verga. A livello basilare le analogie ci sono. Il videoclip è ormai diventato famoso per via della censura. Youtube ha censurato il video a causa delle numerose scene di violenza. Gavras non risparmia nulla allo spettatore, colpisce dritto allo stomaco: calci, manganellate, bambini che vengono freddati alla tempia, corpi smembrati dalle mine. Questa censura ha fatto, logicamente, triplicare le visite al video che è stato prontamente caricato su siti meno benpensanti, conferendogli lo status di cult. Sebbene il video sia stato fatto per far discutere, come già spiegato le provocazioni non sono fini a se stesse. La cosa che più stupisce è l’ipocrisia di Youtube che censura un videoclip musicale mentre permette la pubblicazione di migliaia di video in cui le persone muoiono o si fanno male (questa non è fiction). Per non parlare degli altrettanti video in cui ragazzi sperimentano il loro sadismo da serial-killer-wannabe filmando torture a piccoli animali o dandoli direttamente in pasto a qualche occasionale predatore. “Il conformista” diceva Moravia “è colui che si scandalizza”. Ecco, a quanto pare Youtube si scandalizza solo quando non serve, ma è comprensibile che essendo un mezzo ormai di massa necessiti di uno sciocco conformismo parziale da un lato, e di un cinismo indifferente dall’altro.
Questo bellissimo video, corredato da una canzone per quanto possibile “post-punk” (altro segno dello sperimentalismo spregiudicato di M.I.A.), è visionabile per intero qui sotto. Da maneggiare con attenzione. I was born free.

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