E’ da un po’ di tempo che mi ronza in testa questa idea. Io e Mr. Manuel Peruzzo, un “collega”, abbiamo opinioni quasi sempre contrastanti su più o meno qualsiasi argomento. Da qui l’idea. Chi mi conosce sa che amo molto i duelli, la boxe, gli scacchi o quel che è. Insomma, sono inevitabilemte attratto dal confronto senza esclusione di colpi e almeno qui rompo la “tradizione” di fare il prete all’altare. Quindi vi presento un duello vero e proprio tra lui e me, che con grande e perverso piacere ospite in questo sito. Occorre armarsi di tanta pazienza, ma vi auguro di divertirvi almeno la metà di quanto abbiamo fatto noi. L’oggetto di discussione è il cinema di Giorgio Diritti, nato probabilmente dal mio recente post su “L’uomo che verrà”. C’è qualche anticipazione sui film trattati, ma niente che, a mio avviso, rovini la visione.

Il diverso del (nel) cinema italiano, Giorgio Diritti
«[…] permane la tentazione di dare una risposta dispettosa alle ricorrenti inchieste giornalistiche sui modi per risolvere la crisi del cinema. Bisogna fare film sul mondo contadino, lunghi tre ore e parlati in bergamasco»
Chiariamo subito che queste parole non sono di un ministro padano, bensì la provocazione di Tullio Kezich che, nel 1982, in tempo di crisi dell’industria cinematografica, ironizza su come rilanciare la produzione. Kezich ricordando i 26 milioni di incassi de La terra trema di Visconti (1948) e i quattro miliardi di lire incassati da L’albero degli zoccoli di Olmi (1978) ci informa di qualcosa di sintomatico: agli italiani piace vedere il cinema in contatto con la tradizione da cui provengono, vogliono vedere un modello di vita quasi scomparso: la generazione dei propri padri.
Rossellini diceva dell’autore de L’albero degli zoccoli che il suo era un cinema di scoperta di un mondo. Quella di Olmi è la capacità di setacciare la società con occhio antropologico e un’ etica stilistica coincidente ad una visione morale della vita. I volti per l’autore bergamasco sono la traccia su cui si iscrive la memoria della storia.
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In difesa di Giorgio Diritti, del coraggio e di chi per lui
Esiste un cinema regionale, e quindi linguistico, ed è un’anomalia che si riscontra un po’ in tutti quei posti in cui è consolidata una tradizione più o meno forte, ma che in un modo o nell’altro ha capacità di emergere. Succede ad esempio in “Heimat” di Edgar Reitz, opera infinita e multiforme che trova uno dei suoi punti di forza, appunto, nell’uso delle inflessioni (spesso contrapposte all’accento più pulito della città). Il doppiaggio italiano è riuscito a rendere questa peculiarità senza snaturare l’opera in qualcosa di fastidiosamente maccheronico (come è accaduto con “Brian di Nazareth” dei Monty Python).
Il contesto italiano è sicuramente “difficile”, essendo più che una nazione unica almeno una ventina di staterelli diversi, per ragioni storiche che ben si conoscono e che non ha senso elencare qui. Kezich può quindi mettersi il cuore in pace: siamo un paese tradizionalista, conservatore e superstizioso. Queste cose si riflettono anche nel cinema, che deve (o dovrebbe) essere lo specchio di una qualche contemporaneità. Senza stare a scomodare Visconti, che ormai l’abbiamo citato abbastanza, penso sia più utile guardare quello che abbiamo ora. Due esempi lampanti sono “Gomorra” di Garrone e “Nuovomondo” di Crialese, film che fanno un ampio uso dei sottotitoli proprio per la lingua parlata, nei casi specifici: napoletano e siciliano. Al di là della nostalghia per i padri, che seppur vero suona vagamente freudiano, è più facile che il cinema usi il linguaggio come definizioni di contesti che non sarebbero esprimibili in altri modi, con una varietà lessicale che definisce toni e appartenenza.
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