arach1UNA notte insonne è arrivata e passata senza un preciso motivo, rimuginando su Clive Barker ma soprattutto giocando ad Angry Birds. Se la luce di luglio è piuttosto forte già alle sei del mattino, lo stesso non si può dire della mia messa a fuoco, compromessa dalla mancanza di occhiali (che indosso malvolentieri) o di lenti a contatto graduate. Quando avevo diciotto anni portavo delle lenti a contatto azzurre: non ci vedevo lo stesso, ma pensavo di essere figo. Credo che in merito esista da qualche parte una prova fotografica ormai sfocata o piena di pixel oppure non lo so perché non mi riguardo spesso. In ogni caso, le mie sei del mattino. Possono passare molti anni prima che io sperimenti le sei del mattino. E quando è successo, io non lo ricordo. Le MIE sei del mattino sono uno stato di sogno lucido (liquido?), molto simile a un’estasi mistica dalla quale ultimamente non sono affatto immune. Ed è proprio mentre cercavo di pensare a una radice che cresce sottoterra, che si avviluppa intorno a un cilindro (credo) infinito, e cioè il mio metodo di “contare le pecore” che non comprende una qualsivoglia matematica ritmica, ma uno scorrere fluido, è proprio in quel momento che ho notato il ragno violino (Loxosceles rufescens) sulla parete alla mia sinistra. Ora posso tranquillamente fare una breve digressione in stile tema-delle-elementari: DESCRIVI LA TUA CAMERA. La mia camera non è la mia camera, ma è il posto dove dormo. Ho i soffitti a volta. Un letto a due piazze e mezzo stile tatami ma un po’ più alto, con i bordi di pelle marrone molto scura. L’ho desiderato molto quando io e mia madre decidemmo di cambiare casa, dato che per i primi ventidue anni della mia vita ho sempre dormito in un letto a una piazza. Poi ho un armadio nero molto grande, fatto fare da degli architetti di Latina che vennero qui apposta per farmi i mobili su misura e avevano un accento molto pesante, con tutte le “z” al posto delle “s” (es. “prendi ‘a bborza“). Un comodino. Un termosifone enorme e stranissimo e antico che si può aprire per metterci eventuali vivande, ma che invece contiene dei calzini colorati, non miei. Uno specchio decorativo che credo di aver pagato molto poco, finto-vintage, finte-macchie. Insomma, proprio lì di fianco a questo piccolo, grazioso ma inutile specchio si muoveva, con poca grazia e molti stenti, un grosso ragno violino femmina. Marroncino. Si chiama così per una sorta di disegno nerastro sull’addome, dalla forma simile allo strumento da cui prende il nome. Come facevo a sapere che si trattava di una femmina? La femmina ha un addome più tondeggiante. All’estremità ha una sorta di minuscole labbra dalle quali si può stabilire la maturità sessuale. Inoltre, la femmina di solito è molto più grossa del maschio, anche di dieci volte. Considerato che questo esemplare era circa quattro centimetri (zampe incluse) è piuttosto logico pensare che si trattasse di una femmina. E’ uno dei pochi ragni veramente velenosi presenti sul suolo italiano, assieme alla cosiddetta malmignatta (Latrodectus tredecimguttatus). Il morso, ovviamente non letale, provoca necrosi e altre cose poco simpatiche che necessitano una certa degenza. Ho osservato il ragno violino arrampicarsi sulla mia parete con movimenti incerti e molte pause, segno che probabilmente non stava molto bene. Ho anche pensato che se per caso, in quel momento, fossi stato addormentato, c’era la probabilità concreta che si sarebbe intrufolato tra le mie lenzuola. Se fossi un fanatico religioso avrei visto una connessione tra la causa e l’effetto. A volte mi ronza in testa l’idea di non saper cogliere i segni, causa ottusità. E che cos’è un Profeta se non uno che sa leggere i segni? Improvvisamente il ragno si è lasciato cadere, e rovinosamente, sparendo così dalla mia vista. Il pavimento della mia stanza è una palladiana rosso scura, sarebbe stato impossibile ritrovarlo. Invece era vivo e vegeto sulla mia abat-jour (che non diffonde nessuna luce blu). Le zampe anteriori sollevate, chiaro segno di spavento e quindi di aggressività. Una copia di “Americana” mi ha aiutato a raccogliere la bestia morente e terrorizzata, a lasciarla andare al suo destino e alla libertà oltre gli scuri della mia finestra. Bisogna notare che gli aracnidi (come gli insetti e altri animali) sono artropodi e hanno quindi un esoscheletro, di conseguenza se buttati fuori dalla finestra non muoiono. In quel momento mi è venuta la curiosità di sapere esattamente il perché uccidere un ragno sia, per la maggior parte delle persone, una sorta di divieto (il gesto compiuto porterebbe sfortuna). Quello che ho trovato è: per gli antichi romani la comparsa dei ragni coincideva con l’arrivo della Primavera, e quindi del raccolto. Da qui, siccome i raccolti portavano introiti, il detto contadino “il ragno porta guadagno”. Quindi ucciderne uno è un’antica superstizione, un tabù, che servirebbe a scongiurare miserie economiche.

arach2Penso sia evidente il mio interesse per le creature del cielo e della terra, e di tutte le cose visibili e invisibili. Mi capita spesso di ritornare con la mente a qualcosa di più personale, come è avvenuto subito dopo l’episodio del ragno violino. Parlo della mia unica fobia. Si può razionalizzare qualcosa di cui si ha paura? Forse no. Ma si può concretizzare. Io non sono aracnofobico. Quando avevo dodici o tredici anni, per un breve periodo, “lavorai” per la prima ed unica volta nella mia vita. Lo feci in un negozio che si chiamava “Fauna esotica”, via Irnerio. La mia mansione consisteva, appunto, nel dare da mangiare a migali (Brachypelma smithi), tarantole e vari tipi di scorpioni. Fui io ad insistere per farlo dopo la scuola e la padrona del negozio mi aveva preso in simpatia. Da molti anni a questa parte, al posto di quel negozio, c’è un solarium. Se potessi parafrasare i Peanuts esclamerei “Vi state abbronzando sui miei ricordi!”, ma temo non suonerebbe molto bene. E’ solo per esprimere quel velo di tristezza che provoca il tempo che passa, le cose che cambiano, le persone e i luoghi che non si ricordano di te. L’odioso senso di conservatorismo, quel “cassetto dei ricordi”, che sfocia inevitabilmente nella malinconia e nel sentimentalismo. Dunque: io non ho paura dei ragni, ma di una specifica tipologia di ragno. Il ragno ballerino (Pholcus phalangioides). Si tratta del ragno più comune nel nostro paese ed è completamente innocuo per l’uomo. Vive in zone poco assolate, spesso nelle case. E’ un ragno che si riproduce molto in fretta e spesso prospera in colonie più o meno estese. Gli è stato affibbiato questo nome per via del tremolio che produce se si prende contro alla sua ragnatela. Negli Stati Uniti lo chiamano daddy long legs.
Ho tentato più e più volte di cercare, nella mia memoria, un trauma congiunto al ragno ballerino. Ho in mente un paio di episodi, ma non sono sicuro che questi giustifichino una fobia. In entrambi i casi ero piccolo.
CASO A. Avevo dormito a casa da mia nonna. Mi sono svegliato e sulla parete a pochi centimetri dalla mia faccia c’era un ragno ballerino.
CASO B. Le mie scuole elementari erano in un posto in collina, isolato, pieno di verde. Me ne cadde uno sul collo. Successivamente scoprii che non era un ragno ballerino, ma un opilione (Opiliones). Le analogie morfologiche sono, però, molte.
Ho indagato anche a livello psichiatrico, perché spesso i ragni ballerini, se non si manifestano personalmente, vengono a prendermi nei sogni. Quindi di seguito una trascrizione di una conversazione, che potrebbe essere tratta da una registrazione audio ma non lo è, ma se lo fosse premerei il tasto PLAY.
Dottoressa: “…e che cosa le succede in questo incubo?”
Io: “Cammino sui bordi di una costruzione di cemento abbastanza imponente, sembra il pianerottolo di una scalinata… infatti rimango attaccato al corrimano mentre procedo. Ai miei piedi si estende una gigantesca ragnatela al cui centro c’è un enorme ragno ballerino. A un certo punto sfioro la ragnatela con un piede, e il ragno percepisce la mia presenza dalle vibrazioni, così si prepara per venirmi a prendere.”
Dottoressa: “E poi lo fa?”
Io: “No, non so cosa succede dopo. Però tutto il sogno non è dal mio punto di vista. Io percepisco la sensazione di panico, ma è tutto visto da sotto la ragnatela…”
Dottoressa: “Davide, mi tolga una curiosità: il ragno è un maschio o una femmina?”
Io: “Non lo so. Mi sembra una provocazione un po’ idiota, mi scusi.”
Dottoressa: “Io sono neofreudiana, un po’ di malizia ce la devo mettere. Che cosa le ricorda questo ragno?”
Io: “Non saprei… Una mano… Le dita di una mano.”
Dottoressa: “Ha mai ricevuto delle attenzioni particolari, molestie sess…”
Io: “Assolutamente no!”
Dottoressa: “Va bene. Questi ragni, in che posti stanno solitamente?”
Io: “In casa.”
Dottoressa: “Questo è un punto interessante, non trova Davide?”
Mentre questo dialogo si verificava per la centesima volta (per lo meno nel mio Impero Interiore), ho stabilito che la parte più evidente di me stesso è il contatto diretto con l’Orrore, che sia manifesto o meno. E che ovunque riflette. Dal mio umorismo, all’attenzione per il particolare, dove il disegno generale è sparso e confuso (l’Opera del Creatore?). E se il ragno ballerino, nella sua riproduzione in copie, nel suo abitare gli angoli polverosi delle nostre case, fosse in realtà una rappresentazione di ciò che si sedimenta nel nostro quotidiano, di ciò che rimane stratificato? Il ragno della polvere. Un altro modo per chiamare la cosa, il ragno ballerino, è palanca. Penso si usi solo in Emilia Romagna. E’ curioso perché una palanca in qualche stupido dialetto o terminologia gergale è infatti sinonimo di “una quantità di denaro”. Il che ci riporterebbe alla superstizione e ai detti popolari di cui ho già parlato, se avessi intenzione di fare un’analisi dei termini gergali. Ricordo che una volta, quando ancora andavo al mare dai miei zii, chiesi in tabaccheria “un pacchetto di chicles” e la commessa mi rise in faccia non capendo cosa volessi (volevo un pacchetto di gomme da masticare, all’epoca c’erano quasi solo le Big Babol). Da lì cominciò l’antipatia per qualsiasi tipo di dialetto e con ogni probabilità anche quella verso la regione Marche. Dalla nascita fino ai diciassette anni trascorsi ogni estate a Grottammare, minuscolo paesino delle Marche quasi al confine con l’Abruzzo. DESCRIVI I TUOI FAMIGLIARI. I miei zii non sono gente particolarmente brillante. Mia zia è la sorella di mia madre ed è di Bologna. Si è trasferita a Grottammare quando ha sposato il suo secondo marito, mio zio, appunto, accettando così la mediocrità e la piccolezza di una vita in provincia. Vivono in una sorta di villetta molto spaziosa, ma stracolma di mobili e di bambole. Mia zia riversa tutto l’affetto che non ha potuto mai dare a un figlio sul suo cane, cosa che io trovo tremendamente patetica. Non ha mai letto niente di più impegnativo di un Harmony. Mio zio essenzialmente ozia, crede negli UFO ed è un fan di Berlusconi, Mussolini e Padre Pio. Tuttavia, con loro ho passato delle estati molto placide, rilassate e libere, lontano anni luce dalla presenza asfissiante dei miei genitori. Se con loro non potevo avere delle conversazioni stimolanti, ci sono sempre stati i numerosissimi fratelli e nipoti di mio zio che si erano trasferiti in Francia, e che passavano la maggior parte dell’estate con noi. Da questo la mia padronanza della lingua francese.
Mio zio è originario di Pontevomano, un paese in provincia di Teramo di non più di dieci case. Non penso sia su nessuna mappa. Mio zio ha sempre sostenuto che fu suo padre a fondare il paese, il che è possibile. Un giorno, oltre a visitare il luogo natio, mi portò ancora di più nell’entroterra abruzzese. Tra le montagne viveva un suo amico di cui, sinceramente, ho rimosso il nome. Questo suo amico era il genere di persona che noi di città tendenzialmente evitiamo o scavalchiamo come una barriera architettonica se trovato riverso in mezzo alla strada. Di mezza età, ossuto come un eroinomane, malaticcio, gli occhi rossi e gonfi, barbuto. Era il classico tipo che avrebbe potuto uccidere la moglie, se ne avesse avuta una. La sua principale occupazione era quella di cercare funghi, scolarsi più vino possibile e trovare i soldi per andare a troie in una città di medie dimensioni nei dintorni. E fu per un motivo imprecisato che io e mio zio ci ritrovammo in un suo garage, una baracchetta di legno tutta storta che ricordava la forma che prendono i castelli di carte poco prima della loro caduta. All’interno, diversi mobili accatastati e lasciati marcire dall’acqua che sicuramente filtrava dal soffitto. Ma la cosa che notai subito, dopo l’odore di oggetti morti, fu la gigantesca colonia di ragni ballerini che si estendeva ovunque, in spesse ragnatele che sembravano lenzuoli di polvere. Mio zio si rese immediatamente conto del mio stato di paralisi di fronte a quello che mi ha sempre spaventato di più. Ne afferrò uno, stritolandolo tra le dita. Le lunghe e esili gambe si contorcevano convulsamente quando la sua mano si avvicinò alla mia faccia: “Vedi? Non ti fanno nulla…”
Vivo in un’antichissima casa del centro di Bologna. Capita spesso che i ragni ballerini si intrufolino dalle finestre per poi cercare un angolo tra le pareti dove fare la ragnatela. Li ho osservati come abitudine malsana. E se le loro zampe non si sono mai allungate fino al pavimento per prendermi, li ho visti spostarsi da muro a muro, con la loro aria macilenta, sgraziata, minacciosa. Li ho visti occupare le tele di altri ragni della stessa specie e mangiarsi tra loro per la disperazione, specialmente in inverno. Li ho sterminati uno dopo l’altro. Ma non è mai servito a molto. Quest’estate, ogni notte, prima che io vada a dormire, nella mia stanza se ne presenta sempre uno o due. Con grande regolarità. E se non fosse che lo fanno perché il clima dentro le abitazioni è più favorevole, direi che ritornano per una ragione. Come una malattia recidiva, mal curata, un eczema che puntualmente corrode lo stesso strato di pelle. Anche se è ridicolo, sicuramente ridicolo pensarlo o scriverlo, non provo alcuna pietà nell’ucciderli tutti. Poiché come per loro è necessario ritornare, per me è lo stesso cancellarli per sempre, per un po’.
Ho ventisette anni e ancora non ho capito se coi propri demoni bisogna essere spietati, o teneri.

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