In questo periodo, in cui mi sono anche trasferito con conseguente isteria, ho letto parecchio. Penso sia abbastanza chiaro a quelli che visitano questo sito che a me piace parecchio leggere ed è una costante prima di dormire. Vengo al punto. Come stavo dicendo prima di scrivere due frasi puramente riempitive, comincerò col parlare di “Ritratto di signora” di Henry James. E’ da premettere che mi è piaciuto tantissimo e ha una capacità di scavare nella psicologia dei personaggi che è di una profondità disarmante. Detto questo ho fatto più fatica a leggere “Ritratto di signora” che Proust, anche perchè è prolisso all’inverosimile. Comunque era una fatica che andava fatta. Inoltre, io mi lascio molto influenzare dalle letture che faccio, quindi può anche darsi che uno dei miei prossimi racconti c’entri qualcosa con quello che ho appena detto. Passiamo al post vero-e-proprio.
Attirato dal “caso editoriale” dell’anno, ho deciso di leggere “La solitudine dei numeri primi”. Per chi non lo sapesse è il romanzo d’esordio di un autore venticinquenne, tale Paolo Giordano. Ha anche vinto il “Premio Strega”. Il libro comincia molto bene, soprattutto i primi due capitoli che sono davvero ben scritti, tesi ed interessanti. Dopodichè il racconto incespica sempre di più. Il lettore si trascina fino alla fine non certo per un reale interesse ma piuttosto per la voglia di finire. Una volta finito ci si rende conto che è completamente pointless. Non solo, io stesso fatico a ricordarmi buona parte dell’intreccio, ed è un pessimo segnale perchè significa che, oltre a non avermi colpito, è anche dimenticabile. Giordano è uno scrittore senza stile, d’altra parte nessuno pretende che sia un Philip Roth o un Bret Easton Ellis, però scrive bene. In poche parole: “La solitudine dei numeri primi” è un libro scritto bene con una trama mediocre, l’autore poteva dire le stesse cose in dieci pagine anzichè in trecento e la storia ne avrebbe guadagnato parecchio.
L’altro libro di cui voglio parlare l’ho comprato perchè nel retrocopertina si parla di una ricca famiglia svedese con dei risvolti oscuri. Se in una qualsiasi opera si parla di “famiglie decadenti” ”dissoluzione psichica” e quant’altro è sicuro che ci do un’occhiata. Il libro in questione è “Uomini che odiano le donne” di Stieg Larsson. Il libro, che è in realtà un volumone di quasi settecento pagine, è un thriller sofisticatissimo. Larsson ha uno stile molto asciutto, infatti nonostante la mole è scorrevolissimo e soprattutto cresce dentro il lettore man mano che procede. Le prime cento pagine sono effettivamente un po’ pedanti, però servono all’autore a prendersi tutto il tempo necessario per introdurre la storia e annodare alcuni fili, tra l’altro in modo ingegnoso. I personaggi hanno un buon approfondimento psicologico, cosa parecchio insolita per un thriller, e sono anche unici nel loro genere. Nonostante il titolo, Larsson non è fastidiosamente pro-femminista, anzi ha uno sguardo critico un po’ su tutto e fa dei sintetici ma interessantissimi approfondimenti storici sulla Svezia post Seconda Guerra Mondiale (prima di diventare uno scrittore era un esperto di movimenti di estrema destra). Mi ha un po’ ricordato la migliore Agatha Christie, soprattutto per la definizione dei contesti e dei luoghi. Consigliatissimo.

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