Zeta #02: “Il Bosco 1″

June 1, 2010 on 9:19 pm | In Zeta | 7 Comments

Il Bosco 1
1988, di Andrea Marfori
con Coralina Cataldi Tassoni, Diego Ribon, Luciano Crovato, Elena Cantarone
Ci sono film brutti, e poi c’è “Il Bosco 1″. Già il fatto che non esista “Il Bosco 2″ penso possa essere un indizio di ciò che abbiamo tra le mani. Svelerò immediatamente l’arcano: “Il Bosco 1″ è, senza ombra di dubbio, in un’ideale top 3 dei film più brutti mai realizzati. Il film è stato distribuito con vari titoli, tra cui quello internazionale, ”Evil clutch”, con un’evidente riferimento al film “La casa (Evil dead)”. Diciamo che il risultato finale è leggermente diverso. Il regista, Marfori, si dedicherà (grazie al cielo) ad altro, e per altro intendo alcune stagioni di “Un posto al sole”. Ho un vago timore che la puntata in cui la Morte è interpetata da Amanda Lear sia opera sua, tanto per dare un’idea del trash sublime. Gli stessi attori de “Il Bosco 1″ hanno più volte rinnegato la pellicola, non accreditandola nella propria filmografia oppure dichiarando, cito testualmente: “Il mio più grande sogno è quello di bruciare tutte le copie di quel film”. Tra questi Coralina Cataldi Tassoni, che oltre a farmi venire in mente “La Contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare “, ha anche il merito di aver recitato in film-sfaceli come “Demoni 2″, “Opera”, “Il fantasma dell’opera”, “La terza madre”, tutti con lo zampino di un Dario Argento sotto metadone, e “Ghost son” di Lamberto Bava. Insomma: una che i film se li sa scegliere.
Diventato in poco tempo un veneratissimo trash-cult, ecco qui le parti migliori. Ogni immagine è, come al solito, cliccabile ed ammirabile in un formato più grande.
1) Il film comincia con tre minuti di inutilissimi titoli di testa in cui ci vengono mostrate delle polaroid raffiguranti i due protagonisti, Tony e Cindy, in viaggio per l’Italia. Lei ha un’improbabile fascia rosa. Nel mentre si sentono le loro voci parlare di cose stupide e lei ha un ridicolo accento inglese. Stacco. C’è un tipo  con una tuta da meccanico (…) che cammina in un bosco (eh), poi entra in una casetta. Dentro c’è una donna vestita e nasona (accreditata come “Arva” nei titoli di coda, mai nel film) che a gambe larghe gli dice: “Ora starai sempre in mio potere, per sempre nei secoli”. Lui le bacia le maglia. A lei esce un piccolo braccio peloso a tre dita da in mezzo le gambe e lo evira. Lui chissà poi perchè muore sputando sangue dalla bocca. Arva ridacchia stridula e non trova niente di meglio da fare che tocciare la mano in un secchio pieno di melma e vermi.
2) Tony e Cindy sono in viaggio in jeep e cantano la canzone dei Sette Nani. Arva è in cima a una collina, ringhia, l’immagine cambia colore e la telecamera plana giù verso la strada. Cioè, in teoria è Arva che dovrebbe planare, visto che riuscirà a fermare i due beoti dicendo di essere stata aggredita. Loro le danno retta, controllano e non succede nulla per una decina di minuti, tra inquadrature svolazzanti in cimiteri che dovrebbero suggerire qualcosa di msiterioso e invece no. Arrivano in un piccolo centro abitato e la scaricano come se nulla fosse.
3) Arriva IL personaggio. Colui che rende questa pellicola indimenticabile. Si tratta di un tizio di nome Algernoon, è a bordo di una moto, ha un impermeabile bianco e un casco con degli occhiali da aviatore. Parla con una macchinetta che tiene vicino alla gola. Dice di essere uno scrittore horror, ed è lì per stare “lontano dalla pietà”. Parla di un popolo maledetto che viveva in quei luoghi (i Cimbri?) che facevano “strani riti”. Cindy e Tony sono dubbiosi, così lo strambo tipo, un po’ alterato dice: “Voi, schiavi della vostra assurda realtà, siete così sicuri di essere così lontani dall’orrore!?”. Cindy giustamente replica: “E’ scemou?”. Algernoon poi racconta una storia dell’orrore avulsa dal contesto con protagonisti Tony e Cindy, scena che probabilmente Marfori aveva girato in precedenza e che non gli andava di risparmiarci. Questa roba si conclude sulla battuta di Algernoon: “E non sarai capace di evitare LA MORTE MALIGNA”. I due, seccati, se ne vanno.
4) Tony e Cindy si fermano con la macchina in un piccolo spiazzo in mezzo al Bosco 1 (immagino). Algernoon però li ha seguiti, ed è qui il miglior dialogo di tutto il film:
Algernoon: “Vedi, ci sono cose che appaiono diverse da quello che sono. Le trote per esempio: mentre, tranquille, nuotano nella corrente, vedono questo piccolo amo e, pensando che sia un delizioso, minuscolo pesce, una di loro si avvicina per mangiarlo. Ma, naturalmente, c’è chi è pronto a pescarla!
Tony: “E’ forse una storia sulla pesca?”
Cindy: “Un altro tipo di storia… Ti stai dimenticando gli zombie!”
Algernoon: “Io non volevo raccontarvi una nuova storia, ma dirvi che le cose possono essere diverse e più pericolose di quello che sembrano.”
Tony: “Vuoi dire che qui c’è il divieto di pesca?”
Algernoon si congeda e i due cominciano ad attraversare il bosco.
5) Da in mezzo al nulla spunta Arva, che blatera di una fonte di acqua pura e li invita a dormire a casa sua. Tutto questo inframezzato a scene di una lunghezza estrema in cui loro CAMMINANO nel bosco. Mentre Cindy non c’è (è a passeggio nel Bosco 1), Arva giustamente offre a Tony qualche tiro di coca, solo che lui la versa accidentalmente in un secchio con della melma nera, che comincia a schizzare. Tony raggiunge Cindy e si appostano su un masso che sanguina e che loro si mettono a bruciare con una fiamma ossidrica (che fatica andare avanti).
6) Tony, dopo essere stato schizzato dal liquido nero, sta male e Arva lo assiste. Cindy urla contro Arva: “Adesso bastau! Bastau con le tue stuonzate! Non vedui che sta male sul seriou?! Tiuta colpa tua sei tiu che gli hai datou quella robua verou?”. Arva replica “Non fare l’isterica” e Cindy sbotta: “Sei tu il geniou che mi fa giuare le palle!”. Altro che i catfight di “Dynasty”!. L’accento “anglofono” della Cataldi Tassoni continua a mietere vittime a ritmo frenetico, più di quante se ne siano viste per tutto “Il Bosco 1″ fino ad ora. E siamo poco oltre la metà (il film ha l’unico pregio di durare poco): lo strazio vero e proprio comincia adesso.
7) Tony continua ad essere moribondo e Cindy lo porta fuori. Spunta uno zombie che li aggredisce e loro lo legano alla ruota di un carro. Scappano dentro al bosco ed entrambi hanno una crisi isterica. Tony è molto affranto: “Dove vuoi andare? Finire in un altro bosco, magari in mezzo a mostri peggiori di questi?!”. Sì ok, bravo Marfori, continua a scrivere così. Poi Tony cerca di stuprarla, evidentemente attizzato dalla bellissima fascia rosa di Cindy. Lei urla: “Ma che schifo hai dentuo adessoooo!” e scappa via.
8) Merntre Tony vomita brodino Knorr, arriva Arva e cerca di farselo. Poi lo butta in mezzo a una pianta coi tentacoli, ma lui scappa. Compare Algernoon dal nulla con un’ascia, amputa il braccio vaginale di Arva (tutto ciò è così egodistonico che persino Freud farebbe fatica a raccapezzarcisi). Lei, muovendosi con l’agilità di Pinocchio, riesce a ucciderlo facendgli esplodere la testa contro un sasso, con tanto di bollicine gorgoglianti blub blub. Arva si trasforma in Ignazio La Russa con il cerone verde, ed urla: “Non è tutto finito, non finirà mai! E verrà il giorno in cui tutto questo sarà distrutt-oh! DISTRUTTO!”. Ed esce di scena ringhiando. Non la rivedremo più.
9) Tony è da solo nel Bosco 1, e urla “Cindyyyy!” per vari minuti. Dopodichè appoggia le mani su un sasso, arriva uno zombie e gliele amputa SCHIACCIANDOLE CON UN MASSO. Probabilmente Marfori le aveva trovate nell’uovo di Pasqua e non poteva proprio non usarle. Segue colluttazione zombie-Tony di rara idiozia. Cindy ritrova Tony, ma questo viene decapitato dallo zombie con la ruota del carro di prima (yawn). Algernoon intanto è diventato anch’esso uno zombie e ora tutti inseguono allegramente Cindy.
10) Cindy, da cima quale è, e tanto per non ricalcare gli stereotipi del cinema horror, si rifugia nella casetta, così che gli zombie possano raggiungerla e PESCARLA con una canna da pesca. Tuttavia Cindy riesce a trovare una motosega e li uccide tutti. Il film si conclude con un pianosequenza INSOSTENIBILMENTE LUNGO in cui Cindy urla come Sandra Milo. Finisce in un praticello, c’è il sole e Cindy esclama: “Gruazie dio della luce!”. Di fronte c’è un altro bosco. Forse il Bosco 2. Non lo sapremo mai.

Underwater visions #24: “Shutter island”

May 29, 2010 on 4:16 pm | In Underwater visions | 8 Comments

Shutter island
2010, di Martin Scorsese
con Leonardo Di Caprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Max von Sydow, Michelle Williams
Scorsese è un autore altalenante. Quando si pensa che il suo estro registico, autoriale e artistico sia definitivamente finito, in quel momento, tira fuori il jolly e ricorda a tutti gli spettatori (ammiratori e non) il suo status regale. E’ successo negli anni Novanta, dove dopo una serie di pellicole standard ha diretto quelli che sarebbero poi divenuti due landmark: “Quei bravi ragazzi” e “Casinò”. Negli anni Duemila ha arrancato in opere non sempre all’altezza, tra cui l’inutilissimo “Gangs of New York” e lo scialbo “The aviator”. Ed ecco pronto l’ace in the hole, l’asso nella manica per dirlo all’americana, e cioè “The departed”, che gli ha finalmente assicurato la prima desiderata statutetta. In termini qualitativi lo stesso vale per “Shutter island”.
La storia è ambientata nel 1954: Edward “Teddy” Daniels (Di Caprio) e il suo collega Chuck (Ruffalo) vengono mandati a Shutter island, luogo isolato che ospita l’istituto di detenzione di Ashcliff. I detenuti, però, sono esclusivamente malati mentali. I due poliziotti dovranno indagare sulla misteriosa e inspiegabile scomparsa di Rachel Solando, una paziente che ha brutalmente ucciso i suoi figli.
E’ molto difficile parlare di “Shutter island” senza rivelare particolari della trama, cosa che non andrebbe fatta per nessun film, figurarsi poi per un mystery. Hitchcock, nella campagna pubblicitaria di “Psycho”, chiedeva agli spettatori di non rivelare particolari della trama dopo la visione. Cosa che, al di là della trovata azzeccatissima, ha lasciato un’impronta decisiva nello spettatore. Per “Shutter island” non è, purtroppo, andata così, tanto che più o meno tutte le recensioni ne rivelano tasselli importanti. Bisogna comunque dire che questo è un film (di genere) insolito, che non punta tutto sull’effetto sorpresa, seppur presente in una forma del tutto particolare. Tutto il cinema del mistero e più in generale “thriller” degli ultimi quindici anni si è basato sullo stravolgimento della trama nel finale, che il più delle volte appare forzato se non ridicolo (il ricorso continuo al metafisico e al sovrannaturale). E’ una questione di onestà, un patto tra autore e spettatore, che in questo sadomasochistico gioco sembra ormai accettare di tutto, persino l’essere preso in giro. Questa è una cosa che Scorsese non fa. In “Shutter island” qualsiasi inquadratura, sguardo, elemento scenografico è destabilizzante, portatore di dubbi. Lo spettatore, certo, si porrà le domande sbagliate, ma il patto di onestà non è minimamente scalfito.
Scorsese mantiene anche un’altra caratteristica fondamentale del suo cinema e dell’essere un regista originale: lui non cita, ma assimila e inserisce organicamente nella trama. Seppur all’apparenza sottile, la differenza tra la citazione e il riferimento è ampia. Da Tarantino in poi un certo cinema d’autore è diventato palesemente citazionista, tanto che molte cose sembrano buttate lì senza un reale scopo, con l’unico effetto di rendere la fruizione più ostica e frammentaria allo spettatore non propriamente cinefilo. Scorsese è un cinefilo ossessivo, ma viene dal Bronx. In “Shutter island” si potranno quindi trovare tutti i riferimenti del cinema thriller/mystery che il regista venera fin da ragazzino: “Il gabinetto del dottor Caligari”, “Le catene della colpa”, “La donna che visse due volte”, “La fiamma del peccato”, “Va e uccidi” e persino “Gli uccelli”. Da questo si può capire già molto del mood dell’intera pellicola, una struttura e un tipo di cinema tipico degli anni Quaranta/Cinquanta, ma girato con tecniche moderne. Anche i significati psicanalitici (per esempio la doppia valenza del faro) sono trattati con un rigore e una perfezione tale tipici, appunto, di un cinema che non si fa più. Anche lo spazio rappresentato di tutta Shutter island ricorda il “cinema di una volta”, essendo raffigurato in maniera sublime: l’isola ha un aspetto minaccioso ma completo, dettagliato e preciso.
In conclusione, bisogna spendere due parole su Leonardo Di Caprio, ormai divenuto attore-feticcio del regista, che in questo film supera, se possibile, se stesso. Un’interpretazione superlativa, forse il ruolo della carriera. Viene da chiedersi come mai in Italia sia così sottovalutato e denigrato. In fondo non è così importante. Basta vedere “Shutter island” per spazzare via ogni pregiudizio.
Il grande mystery vive ancora!

Serial/Serial

May 19, 2010 on 8:17 pm | In Tv | 4 Comments

Che ci sia qualcosa di profondamente disturbante, in “Dexter”, lo si capisce fin dalla sigla. Vengono mostrate, in sequenza, una serie di scene tipiche della routine mattutina (americana): carne, spremuta, caffè, rasatura, vestizione. Non ci sarebbe nulla di strano se il tutto non venisse mostrato in un’ottica particolareggiata, rallentata, chirurgica. I riferimenti al sangue e allo smembramento di corpi sono più che evidenti. Questo perchè Dexter Morgan, che dà anche il titolo alla serie, è un serial killer. Il suo lavoro principale, o meglio di copertura, è l’ematologo (ossia una branca della polizia scientifica che si occupa di analizzare tracce e schizzi di sangue sulla scena del crimine e in laboratorio). Dexter non uccide indiscriminatamente: usa un codice (insegnatogli da suo padre Harry), che in sostanza consiste nell’eliminare altri assassini, in parole povere i “cattivi”. Ed è qui che il personaggio diventa complesso e interessante proprio per via delle derive morali.

Moralità e ateismo applicato
La pena di morte è tuttora in vigore in molti stati degli USA, e quindi “Dexter”, a livello superficiale, riflette una realtà del mondo contemporaneo statunitense (a differenza delle scialbe serie tv italiane che esprimono aspetti culturali socio/culturali quali il nulla e il niente). In realtà si tratta di un’ottica non completamente giusta e focalizzata, se così fosse “Dexter” sarebbe bieca propaganda repubblicana. Ciò si può capire prendendo in esame uno stato come il Texas, che ha il più alto numero di esecuzioni degli Stati Uniti, nonchè un altrettanto ammontare di contestazioni di pene eseguite ingiustamente. In poche parole: è un sistema che non funziona perchè non garantisce al cento per cento la certezza della colpa, ma solo l’applicazione della pena. In “Dexter” non esiste questo margine di errore, lui rimedia dove la giustizia fallisce, indaga, accerta ed esegue come nel metodo scientifico. Quello che rende ancora più solida questa filosofia, perchè di questo si tratta, è che Dexter Morgan è dichiaratamente ateo (cosa peraltro insolita nella serialità televisiva). L’abolizione della pena di morte è un processo storico iniziato per via di un’identificazione con la figura di Cristo, il martirio, che secondo la tradizione è la vittima più illustre di questo sistema. Rifiutando una concezione religiosa della vita è piuttosto chiaro (per quanto inaccettabile secondo la morale comune) che l’uomo cerchi vie alternative: abolire la pena di morte è rimandare tutto al giudizio del Creatore, altimenti se Dio non c’è è meglio sbrigarsela qui. Questo concetto a-cristiano è ampiamente illustrato in “Dogville” di Lars von Trier, specialmente in questo dialogo tra Grace e il padre:

Grace: E così sono arrogante, sono arrogante perché perdono le persone
Padre: Mio dio. Non vedi quanto, quanto sussiego c’è in te quando dici così. Tu hai questo preconcetto assurdo: che nessuno, ascolta, che nessuno possa assolutamente avere lo stesso alto livello etico che hai tu. Così esoneri tutti. Non riesco a pensare a un’altra cosa più arrogante di questa. Tu, la mia cara figlia, perdoni gli altri con delle scuse che poi mai al mondo permetteresti a te stessa
Grace: Perché non dovrei essere clemente? Perché?
Padre: No, no, no. Dovresti essere clemente quando è il momento di essere clemente. Beh devi mantenerti sul tuo livello. Devi questo alla gente. La pena che tu meriti per le tue trasgressioni loro la meritano per le loro trasgressioni

E’ esattamente questa l’ambiguità morale che viene perfettamente messa in scena in “Dexter”, che non appare forzato se lo spettatore è disposto a mettere in gioco la propria concezione della vita (per un europeo sarà molto molto più difficile).

Derivazioni letterarie e fumetti
Nonostante il livello della serie tv sia molto alto per i motivi già detti, “Dexter” ha anche una matrice letteraria/fumettistica non sottovalutabile nella fruizione dell’opera. In una puntata della prima stagione Dexter usa come pseudonimo Patrick Bateman, che è il serial killer protagonista del bellissimo “American psycho” di Breat Easton Ellis. Questa però è una citazione fine a se stessa, non ci sono reali somiglianze tra lui e Bateman, che è chiaramente un personaggio allegorico contestualizzato nella realtà yuppie degli anni Ottanta. Le varie trame che fungono da filo conduttore per ogni stagione (solitamente la ricerca di un serial killer) somigliano di più a quel fenomeno letterario molto in voga negli anni Novanta che è appunto il genere thriller/horror. Patricia Cornwell, Jeffrey Deaver e Kathy Reichs sono i principali esponenti di quel modo di scrivere, che spesso si concentra su indagini di tipo scientifico, molto sangue, colpi di scena finali eclatanti (in totale opposizione alla compostezza dei gialli classici). Inutile dire che tutto ciò funziona benissimo in tv e un po’ meno come letteratura, che ormai è giustamente quella tipica “da ombrellone”.
“Dexter” può ricordare anche i vari film del filone “Giustiziere della notte”, anche se non è completamente esatto. Il personaggio ha più cose in comune con i supereroi classici dei fumetti. Più che Superman o Spiderman è più un Batman. Inutile dire che negli ultimi tempi i supereroi sono stati ampiamente ripresi, rivalutati e stravolti, spesso arricchiti di caratteristiche umane e psicanalitiche, noir, morali. Ed è proprio in questo contesto post-superomistico che Dexter Morgan viene creato e sviluppato.

La morte del padre come inizio della Storia
Un’altra cosa molto interessante di “Dexter”, ma che in realtà si può estendere a moltissimi show televisivi americani, è la morte del padre. Il decesso paterno, e la conseguente assenza, è un tema troppo ricorrente per non essere importante. Serie tv come “Six feet under” (anche questa con Michael C. Hall tra i protagonisti, tanto per apprezzarne la versatilità e straordinarietà come attore), “Brothers & Sisters”, “Weeds”, “Mad men”, “I Soprano” hanno tutte questa caratteristica. Anche in ”Dexter” l’assenza del padre che ha fatto le regole e tiene le redini creerà numerosi ripensamenti, sia sulla sua figura come essere umano, sia per la validità degli insegnamenti ricevuti. Il padre, in queste storie, riappare spesso sotto forma di ricordo, di visione, di coscienza spesso critica. E’ quasi sempre una figura guardata con un distaccato affetto, non priva di ambiguità e segreti oscuri. Spesso contestata. Una rappresentazione della Nuova America che abbandona gli ideali dei Padri Fondatori, li assimila ma non li accetta, e va avanti per la propria strada. Non c’è mai una redenzione vera e propria, è solo quel LA che dà inizio a tutta la storia, appunto il Nuovo Corso.

Per tutti questi motivi “Dexter” è una serie tv tra le più importanti in onda in questo periodo, e non perde un solo colpo in nessuna puntata mantenendo la qualità pressochè invariata in tutte le stagioni. Non manca neppure l’intrattenimento che è una cosa che ogni show televisivo dovrebbe dare. E poi è sempre divertente perdersi nel labirintico gioco di una serie tv su un killer seriale che uccide i serial killer.

Zeta #01: “Bambola”

May 10, 2010 on 6:10 pm | In Zeta | 7 Comments

Ho sempre recensito, credo, film di qualità piuttosto elevata. Poi mi sono sentito un po’ razzista. Perchè essere così esclusivi? Esiste anche tanta bruttezza da condividere con il mondo. Allora inauguro una nuova rubrica intitolata “Zeta”: film profondamente, ineluttabilmente brutti. Comincio subito. 

Bambola
1996, di Bigas Luna
con Valeria Marini, Stefano Dionisi, Jorge Perugorrìa, Anita Ekberg
Contrariamente a quello che si crede, “Bambola” è un film di Bigas Luna, e non di Tinto Brass, che di difetti ne ha tanti ma non gli manca un certo estro e una vera e propria estetica (per quanto discutibile). Luna, invece, pesca il peggio del cinema erotico/alimentare, ci piazza come protagonista Valeria Marini ed ecco che magicamente è creata questa apologia del trash involontario. (Cliccare sulle immagini per vederle ingrandite).
Momeni topici:
1) Il film comincia con Valeria Marini in bici, nel traino ha una capra. La sua voce narrante pigola che in realtà si chiama Mina ma che tutti la chiamano Bambola. E già qui. In una serie di battute tutte sconnesse tra loro Bambola spiega che la capretta si chiama Amalia, che sua madre non è riuscita a macellarla, poi che “loro” hanno una trattoria per camionisti, e che “Andare con Amalia a comprare le anguille era una delle cose che mi piacevano di più”.
2) Sono passati cinque minuti (e diciannove secondi, per la precisione) e la capretta Amalia è MORTA. Valeria Marini la seppellisce assieme al fratello Stefano Dionisi (coi capelli gialli) sotto dell’erba. Lui ha dovuto persino zappare per questo. Valeria dice “Era la mia unica amica. A lei avevo confidato tutti i miei segreti, tutti i miei sogni”. Alla capra. Poi piange.
3) Anita Ekberg (quella de “La dolce vita” qui “lievemente” invecchiata), oltre ad essere la madre di Valeria Marini nel film, è un’ubriacona e spara “a qualsiasi cosa con il suo fucile”. Il fratello ossigenato urla di smetterla, lei spara a una cascina che, in un rapporto di causa-effetto sensatissimo, esplode. Dopo sei minuti e ventuno la madre è MORTA di cirrosi, e così è stata “una liberazione per tutti”. Valeria al funerale ha un fazzoletto trasparente in testa e la solita espressione bovina che in questo caso dovrebbe sembrare triste.
4) Entra in scena Ugo, un ciccione peloso e calvo, che li aiuta a finanziare la trattoria. Logicamente si innamora di Bambola e ne è geloso dopo che lei si è sbrodolata con l’olio e ha ciabattato sul pontile. Vanno all’acquaparco, per farlo capire per bene Luna inquadra il culone di Valeria Marini che arranca sopra le scale. Dopodichè lei, il fratello e il ciccione fanno gli scivoli ad acqua e Valeria RIMBALZA (non sto scherzando) ad ogni dunetta, rischiando di finire in orbita. Questa scena si ripete per più o meno cinque minuti. Arriva un Tamarro col costume rosso e abbranca Bambola. Ciononostante il fratello, che oltre ad essere ossigenato è pure finocchio, pensa che sia “troppo bello per andare con le donne”. Ballano (all’acquapark!), e il Tamarro e Bambola si strusciano. Lei alza le braccia al cielo mostrando delle sofisticatissime ascelle boschive. Stefano Dionisi allora desiste e se ne va coi suoi occhiali da sole trovati nel Dash. Sulla cima dello scivolo il Ciccione e il Tamarro si contendono Bambola in una tragicomica rissa finchè il Ciccione non batte la testa e cade giù dallo scivolo in un tripudio di sangue che è un misto tra Dario Argento e una tecnica di macellazione dei suini.
5) il Tamarro è in galera. Bambola gli va a fare una visita in carcere e il Tamarro, che per aggravare la sua situazione si chiama pure SETTIMIO, le chiede una sua foto. Nel mentre vengono interrotti da un altro carcerato rasato con un accappatoio blu che si chiama FURIO. Settimio e Furio si picchiano, poi nel cortile del carcere Furio spiega a Settimio che ora Bambola se la deve scordare perché è sua. In questo delirio nonsense Furio pronuncia la battuta definitiva: “Alle femmine gli devi dare minchia, minchia, minchia e botte!”. Poteva essere tranquillamente il titolo del film.
6) Per non farsi mancare nulla, Valeria Marini si fa fare delle foto a cavalcioni SU UNA MORTADELLA. Poi le porta in carcere. Furio fa sodomizzare Settimio da due energumeni (uno si chiama ARSENIO e ha delle magliette a rete o rosse o nere) mentre gli urlano la ricetta degli spaghetti al pomodoro. In cambio di tutto ciò Furio chiederà le mutande a Bambola.
7)Furio le manda un pacco a casa e dentro ci sono le sue mutande luride, Valeria è sorpresa e dice: “Questo è quel pazzo di Furio, mi aveva chiesto le mie!”. Il fratello ha una vestaglia blu da antologia. A questo punto, non può che andare in carcere da Furio, è ovvio! In qualche modo che rimane ignoto allo spettatore, lei ottiene una visita a tu per tu col rude carcerato in un sudicissimo posto, poi si accoppiano per una decina di minuti. Tornata a casa spiega l’accaduto al fratello, che nel mentre si è messo una camicia orrenda, e pronuncia la battuta migliore del film in un rigurgito di sarde origini: “Sono confusa… perché mi è piaciuTTo”.
8) Nella seconda metà del film Bambola viene trombata, prima in carcere (“Volevo solo un baCCio!”), poi Furio esce (“Mi hanno rilasciato per buona condotta!” …) e se la ingroppa pure fuori. Tra una cosa e l’altra la picchia pure. Prima però tortura la sua nuova insopportabile capretta che fa dei versi indescrivibili per tutto il film, rendendo così la colonna sonora vagamente più interessante. Flavio, il fratello, si dichiara a Settimio, che, essendo stato violentato in carcere, è diventato per forza di cose gay.
9) La scena dell’anguilla che ha reso questo film (tristemente) noto. Furio sbatte Bambola sul lavello pieno di pezzi di anguille e ortaggi vari, la lecca e la maltratta un po’ e poi, prende un’anguilla e gliela infila lì. Momenti da “Oggi Pesca”. Dopo l’accaduto Valeria giace distesa circondata da anguille e pomodori.
10) Il momento più comico del film, ovvero l’inseguimento finale. Bambola riesce a scappare da Furio. Su un Ape-car. Lui la insegue correndo in accappatoio e sparandole. Ovviamente la povera Ape-car non reggerà più di tanto e rotolerà nel fiume. Bambola si fa foca monaca e naviga per un po’ e poi il film finisce in modo stupido.
Davanti a tutto ciò occorre inchinarsi. Anguilla o meno.

Battle! Battle! Battle!

May 4, 2010 on 5:52 pm | In News | 6 Comments

Tempo fa avevo annunciato l’uscita di un mio nuovo articolo in collaborazione con una (per me) nuova rivista.
Ebbene, l’articolo è uscito, anche se con qualche ritardo. La rivista è Posi+tive Magazine, ed è al suo sesto numero. La grafica è qualcosa di strabiliante e ci sono un sacco di foto stupende.
Sebbene a prima vista il mio articolo sembri il sermone della domenica, in realtà trovo io stesso qualche difficoltà a catalogarlo. Si intitola “La battaglia” ed è una via di mezzo tra saggio e racconto, tanto per rinnovare la mia arcinota spocchia e l’amore per le cose complicate e contorte.
La rivista è visibile in diversi formati: il pdf è scaricabile qui (il mio articolo è a pagina 9), oppure è visionabile interamente su Issuu. Consiglio comunque di scaricare e dare un’occhiata al tutto. “La battaglia” è anche nella sezione Writings di questo sito nell’indice dei saggi, oppure direttamente cliccando qui.
Ho anche rifatto l’header, stavolta completamente di mio “pugno”. Non c’entra nulla ma l’ho detto lo stesso.

Underwater visions #23: “Fantastic Mr. Fox”

May 2, 2010 on 5:25 pm | In Underwater visions | No Comments

Fantastic Mr. Fox
2010, di Wes Anderson
Tratto da un libro di Roald Dahl, noto autore di libri per “bambini” (”Il GGG”, “Matilde”, “La Fabbrica di cioccolato”, “Le streghe”), “Fantastic Mr. Fox” è un film di animazione estremamente interessante sotto diversi aspetti. La trama innanzitutto. Il signor Fox vive con la moglie, il figlio disadattato Ash e il favorito nipote Kristofferson in una casa-albero. Mr. Fox non è più un astuto ladro di galline: si è “imborghesito” acconsentendo a uno stile di vita più sobrio e piatto, ha comprato una casa che non può nemmeno permettersi. Di fronte vivono tre temuti, grotteschi e ricchi fattori (Boggis, Bunce e Bean), allevatori e produttori di pollame, pathé e sidro. Mr. Fox non saprà trattenere la sua natura selvatica e li deruberà tutti e tre, scatenando una rappresaglia che metterà a rischio l’intera vita animale del posto.
Il film è realizzato con la tecnica dello stop-motion, che consiste nel filmare un fotogramma alla volta in modo da poter ricavare un’animazione accostando i frame in sequenza. E’ uno stile in realtà molto usato nel cinema alle sue origini: basti pensare a “Cabiria” (1914) di Pastrone, “King Kong” (1933) e a tutti i film di mostri che ne conseguono. Prima dell’era digitale (che ne determinò la morte, a parte qualche film trash della scuderia Corman e poco altro) si usava anche in produzioni ad alto budget ricche di effetti speciali (le cosiddette tecniche miste), un esempio su tutti sono alcune scene nella trilogia di ”Star Wars” (1977-1983). Lo stop-motion è ritornato di moda nel 1993 grazie a “Nightmare before Christmas” di Tim Burton, anche se un ampio riutilizzo e perfezionamento della tecnica ricominciò a partire dagli anni 2000 (”Galline in fuga”, “Coraline”, “La sposa cadavere”). “Fantastic Mr. Fox” mantiene, a differenza dei titoli citati, uno stile unico e probabilmente irripetibile, fatto di primi piani intensi e veri, recitati. Lo stesso vale per il design delle ambientazioni che, essendo coloratissimo, vivace, infantile, ricorda vagamente i primi videoclip di Gondry (ad es. “Human behaviour” di Bjork).
Quello che rende speciale questo film è anche la regia e la sceneggiatura. Di solito i film di animazione non hanno una regia vera e propria, si limitano a mostrare la scena come una sorta di quadretto animato. Di solito il regista non è Wes Anderson. Da non confondere con Paul Thomas Anderson, Wes ha firmato almeno tre film tra i più interessanti del panorama statunitense: “I Tenenbaum”, “Le avventure acquatiche di Steve Zissou” e “Il treno per il Darjeeling”. Chi lo conosce ritroverà in “Fantastic Mr. Fox”  sia il suo stile inconfondibile (benchè sia la sua prima opera d’animazione) sia tutte le tematiche a lui care: il rapporto padre-figlio, lo scontro natura-cultura, la meditazione, il naif come stile di vita. Nella sceneggiatura Anderson è stato affiancato da Noah Baumbach, già co-sceneggiatore di “Le avventure acquatiche di Steve Zissou”, e regista di splendidi film indipendenti come “Il calamaro e la balena” e “Il matrimonio di mia sorella”. Questo già dovrebbe far capire quanto ”Fantastic Mr. Fox” sia qualitativamente alto, ben confezionato e non solo per bambini (che non capiranno le battute più graffianti, i tempi, le tematiche e così via), configurandosi così come una perla per un pubblico ampio, indefinito, sicuramente intellettuale, alla stessa maniera dei “Peanuts”.
“Fantastic Mr. Fox” ha un’altra particolarità: è un film comunista. O forse è meglio dire anarco-comunista. Mr. Fox e i suoi disastratissimi amici derubano infatti i tre ricchi fattori, in una sorta di lotta di classe contro il Capitale. Non si tratta di teorie dietrologiche (come quella sui “Puffi”-soviet), lo stesso Wes Anderson lo ha affermato in tutte le interviste. Non c’era, tuttavia, bisogno di conferme: la scena più poetica e intensa del film è quella dell’incontro tra il lupo e Mr. Fox, che culminerà con un reciproco saluto col celebre pugno sollevato in aria. Le ideologie sono qui esposte in modo non fastidioso poichè naif: l’idea di un regista texano che fa un film così sfacciatamente comunista fa sorridere per la sua gioiosa e intrinseca ingenuità, però funziona. Questa anarchia bambinesca è, inoltre, propria dallo stesso Roald Dahl, che nei vari romanzi dimostra una vera e propria avversione verso l’autorità precostituita e una conseguente ribellione, basta leggere “Matilde”, “James e la pesca gigante” o “Le streghe” per capirlo.  
Anderson è anche un fine intellettuale, ”Fantastic Mr. Fox” è tutto giocato sull’accettazione sia delle varie diversità (in funzione di una coesione sociale-produttiva) sia della propria natura selvatica. Tutto ciò non può che riportare alla mente il famoso, e anch’esso sovversivo, ”Walden” di Thoreau. In questa opera lo scrittore, autoconfinandosi nei boschi del Massachussetts, giunge alla conclusione che l’uomo vive meglio in una povertà rurale, lontano dalla morsa economista/stritolatrice della città, potendo così apprezzare le piccole gioie della vita.
Trattandosi comunque di un film, e Anderson non è di certo uno che risparmia in citazioni, si possono ritrovare in “Fantastic Mr. Fox” almeno due riferimenti ad altre opere cinematografiche. La prima che salta agli occhi è la sgangheratissima gang di Mr. Fox e i vari colpi alle fattorie, che non possono non ricordare “I soliti ignoti” di Mario Monicelli. La seconda, se possibile ancora più evidente, è la scena in salsa western ambientata nella cittadina, che è presa pari pari dall’inizio de “Il mucchio selvaggio” di Sam Peckinpah (esclusi scorpioni e formiche).
Wes Anderson è famoso anche per la funzione centrale della musica nei suoi film. In questo caso l’utilizzo è meno prepotente, ma dove si può trovare un altro film di animazione che come colonna sonora ha “I get around”, “Heroes and villains” e “Ol’ man river” dei Beach Boys e “Street fighting man” dei Rolling Stones?
Un’ultima considerazione su questo bellissimo film è il doppiaggio. In originale i personaggi sono doppiati da George Clooney, Meryl Streep, Bill Murray, Jason Schwartzman e Owen Wilson (questi ultimi tre abituali collaboratori di Anderson). In italiano, oltre alla saggia idea di mantenere il titolo originale, i doppiatori sono gli stessi per i rispettivi attori. Ottima scelta.

Order

April 20, 2010 on 6:33 pm | In Photo | 3 Comments

“Order” è semplicemente il titolo delle nuove foto. Non le introdurrò in alcun modo, anche perchè penso parlino da sole.
Qui sotto una breve anteprima con tre foto, per vederle tutte e cinque basta cliccare qui.
   

Underwater visions: Best movies of 2009 - part 2

December 31, 2009 on 4:17 pm | In Underwater visions | 3 Comments

05. Frost/Nixon - di Ron Howard
Nel maggio del 1977 David Frost, un presentatore di talk show televisivi, riuscì ad intervistare l’ex presidente Richard Nixon, la Volpe. I preparativi e le stesse interviste non furono di certo semplici, ma il risultato finale fu stupefacente. Milioni di telespettatori americani seguirono le varie parti dell’intervista che diventò in poco tempo una vera e propria pagina di storia. Il film di Ron Howard è basato su questo, ricostruendo tutto quello che c’è stato prima, dopo e durante la famosa intervista. Howard sorprende per il ritmo che riesce a dare alla regia e per l’audacia dell’impresa. E’ una cosa piuttosto insolita per il regista americano perchè “Frost/Nixon” sembra uno squarcio nella mediocrità melensa e insulsa (Spielberg docet) a cui ci aveva abituati. Infatti subito dopo questa magnifica pellicola è uscito con ”Angeli & demoni” con tanto di camerlengo volante e così via. C’è da dire che gran parte del merito va attribuito a Peter Morgan, lo sceneggiatore, che in passato aveva scritto un’opera tutt’altro che da sottovalutare come “The Queen”. Bravissimi Martin Sheen nel ruolo di Frost (già Tony Blair in “The Queen”) e Frank Langhella in uno straordinario (e toccante) Richard Nixon. I due personaggi si affrontano a colpi di botta e risposta come se fossero su un ring di una partita di pugliato. Entusiasmante.

04. Bastardi senza gloria - di Quentin Tarantino
“Bastardi senza gloria” è uno dei pochi film di Tarantino che ha diviso l’opinione del pubblico, che di solito lo osanna o sopravvaluta a seconda dei momenti. Ecco, Tarantino ha stoffa, ma quella vera, che hanno solo i grandi, grandissimi registi. “Inglorious basterds” è il film della maturazione di Tarantino. Probabilmente ha deluso per via della poca azione, sacrificata dai lunghissimi e stupendi dialoghi. Il regista dimostra di essere non solo capacissimo come autore postmoderno, cioè nel rielaborare e riscrivere la storia, il cinema, in qualcosa di completamente nuovo, ma di avere anche una certa profondità nella caratterizzazione dei personaggi (in “Kill Bill” sono praticamente fumetti). Le citazioni dai film western si sprecano, specialmente se si tratta di Leone o di Ford, qui rielaborati col solito spirito anarchico e folle. Il film, essendo recitato in quattro lingue (francese, inglese, tedesco e una scena in italiano) è assolutamente da vedere coi sottotitoli. Doppiato in italiano è quasi sicuramente uno scempio.

03. Gran Torino - di Clint Eastwood
Il cinema americano nasce razzista. Griffith, il Padre Eterno del cinema cominciò con “Nascita di una nazione”, in cui i “valorosi” cavalieri del Ku Klux Klan salvavano la gente dai negri cattivi. Per non parlare dei western di Ford con John Wayne (ad esempio “Ombre rosse” e “Sentieri selvaggi”), dove gli indiani sono inesorabilmente cattivi. Eastwood, dal canto suo, è stato protagonista degli arcinoti western-spaghetti di Sergio Leone e dei vari film de L’ispettore Callaghan, un giustiziere della strada. In “Gran Torino” Eastwood ribalta tutto il cinema americano, rielaborando le tematiche della frontiera, spostandola in un quartiere suburbano ormai popolato da Hmong. Il suo personaggio è Kowalski (come Brando in “Un tram che si chiama desiderio”), un vecchio razzista reduce dalla guerra di Corea, ex-operaio della Ford, che si ritrova a dover difendere gli stessi Hmong da bande di delinquenti. Eastwood firma così il suo film più solidamente antirazzista, in cui diviene egli stesso, alla sua ultima interpretazione sullo schermo, l’Agnello sacrificale per il nuovo. Il nuovo corso della storia cinematografica americana.

02. Il nastro bianco - di Michael Haneke
Haneke è un autore molto controverso e difficile che in un certo senso ama sconvolgere le platee. Anche quest’anno ci è riuscito prendendosi pure il premio più importante al Festival di Cannes. “Il nastro bianco” tratta di un paesino di inizio Novecento in cui cominciano ad accadere fatti strani e spesso sanguinosi. La voce narrante è didascalica, così come lo sono la maggior parte dei film del regista austriaco, e sia come tematica (la piccola città) sia come funzione esercitata ricorda molto da vicino quella di “Dogville” di vontrieriana memoria. Per lo più Haneke si concentra sulla psicologia dei personaggi, sviluppata con brevi e taglienti dialoghi all’interno di “cornici”, e cioè lunghe e fisse inquadrature che tendono ad escludere l’atto violento (ormai cifra stilistica dell’autore austriaco). Il bianco e nero è di una bellezza sconvolgente: ricorda non poco i lavori fatti da Bergman e Nykvist per “Luci d’inverno” e “Il silenzio”. Glaciale, profondo, realistico e terribile nel rappresentare con precisione i germi di tutto ciò che avverrà negli anni Quaranta del Novecento.

01. Antichrist - di Lars von Trier
Inaccettabile, geniale, profondo, gore, mistico, psicologico. “Antichrist” è tutto questo e anche di più. Regia superlativa: pochi registi viventi sarebbero capaci di produrre qualcosa del genere, forse nessuno. Unico e irripetibile. Se si vuole approfondire, l’anima dolorosa e sanguinolenta di questo film è stata sviscerata (un po’) qui.
                                         

Underwater visions: Best movies of 2009 - part 1

December 30, 2009 on 2:54 am | In Underwater visions | 1 Comment

Cominciamo con le ultime posizioni di questa sofferta classifica dei migliori film dell’anno (la seconda parte domani). L’ho scritta e riscritta parecchie volte cercando di essere il più accurato e sintetico possibile. Quest’anno penso sia doveroso menzionare nella lista anche “Revolutionary road“, “Il curioso caso di Benjamin Button” e “Gli abbracci spezzati”, che sono tre ottimi film ma, per una ragione o per l’altra, non possono stare in una “top 10″. Se ci fossero le posizioni 11, 12 e 13 sarebbero sicuramente occupate da questi.
Si parte.

10. Basta che funzioni - di Woody Allen
Allen rispolvera una sceneggiatura scritta negli anni Settanta, che come è noto è il suo periodo produttivo migliore. Questo fatto rimbomba per tutto il film come uno sparo nel buio: New York è lo sfondo tipico e ideale di un universo più cinico e disincantato che mai. Non è un caso che la religione venga ampiamente sbeffeggiata per tutta la durata del film. Larry David è un perfetto alter-ego dell’Allen cinematografico, Evan Rachel Wood non è Diane Keaton ma ha dei tempi comici superlativi. Senza svelare nulla della (esile) trama si può dire che “Basta che funzioni” fa ridere, e parecchio. Le battute memorabili non si contano su due mani. Trattandosi di una commedia significa che Woody Allen ha fatto un pieno centro.

09. The wrestler - di Darren Aronofsky
Pochi registi hanno saputo raccontare la disfatta del sogno americano come Darren Aronofsky. In questo particolare film la tematica è trattata in modo diverso da come ci ha abituato. “The wrestler” è molto intenso ma lineare, tutto giocato su lunghe riprese fatte da una telecamera a mano scattante, sporca e nervosa. E’ essenzialmente basato sull’interpretazione di Mikey Rourke, ormai in una seconda giovinezza, che grazie al suo viso deturpato dalla chirurgia plastica e dagli stravizi riesce a interpretare dei ruoli piuttosto caratteristici. Poche sono le scene che prendono allo stomaco, anche se qui e la si nota lo stile registico di Aronofsky. Si sente comunque parecchio la mancanza della sua mano nella sceneggiatura, ma ne guadagna in sobrietà della messa in scena. 

08. Vincere - di Marco Bellocchio
“Vincere” è destinato a diventare un classico del cinema italiano. Presentato al Festival di Cannes di quest’anno, è stato accolto in patria con freddezza e distacco da un pubblico ormai intossicato da scemenze da quattro soldi di cui non vale neanche la pena parlare. All’estero (specialmente in America), dove l’arte viene quantomeno rispettata, il film sta andando molto bene. La storia è quella del giovane Mussolini e della sua prima (presunta?) moglie Ida Dalser e del tormentato rapporto tra i due. Il film non si preoccupa tanto di essere filologico (anche se gli inserti d’epoca sono rielaborati in modo bellissimo ed estremamente originale), quanto più di sviscerare la natura del fascismo. La novità è che Bellocchio è meno politico del solito, in una certa misura anche meno fastidioso. Giovanna Mezzogiorno è talmente brava che sembra Alida Valli in “Senso” (non è un’esagerazione) mentre Filippo Timi giganteggia in un doppio ruolo. Cruda, amara e a tratti geniale riflessione sulla figura del dittatore, sull’immagine iconica che campeggia minacciosamente in ogni dove.

07. District 9 - di Neill Blomkamp
“District 9″ è il film-evento dell’anno. Spesso paragonato a “Cloverfield”, che non vale neanche un fotogramma di quest’opera, per via della commistione di steadycam e computer grafica. In questo caso si tratta di purissima fantascienza dal sapore un po’ retrò, basato sul ribaltamento dei ruoli: gli alieni sbarcano sulla terra a Johannesburg, in Sud Africa , e velocemente diventano profughi confinati dal razzismo umano nel Distretto 9 (i riferimenti all’apartheid non sono logicamente casuali). Questo approccio ricorda vagamente il celebre racconto “La sentinella” di Frederick Brown. Il film tocca dei picchi emotivi e visivi che non sono neanche descrivibili, strizzando anche l’occhio ai cinefili più esigenti (in alcune parti si sente l’influenza di “Videodrome” di Cronenberg).

06. Il dubbio - di John Patrick Shanley
Tratto da una piece teatrale vincitrice del Pulitzer dello stesso Shanley, “Il dubbio” è un film che non può piacere a tutti. L’aria teatrale è presente nel film, ma non tanto da renderlo difettoso. Non è neanche semplice a livello tematico: negli anni Sessanta, un prete (Philip Seymour Hoffman) è accusato da una suora (Meryl Streep) di aver molestato un bambino della scuola parrocchiale da lui diretta. “Il dubbio” sembrerebbe quindi un jeu au massacre basato sulla scoperta della verità. Molti (incauti) spettatori si sono fatti ingannare da questa “detective story” apparente. Si sono scordati che il film si intitola “Il dubbio”, non “La certezza”. Il dubbio del titolo non è, infatti, la colpevolezza o meno del prete (cosa che sarebbe scontata in un modo o nell’altro), ma una cosa ben più intima e profonda: l’analisi del sentimento stesso e la sua necessità. Il film ha una patina di agnosticismo piuttosto solida. Inutile dire che metà della potenza di questo film è basata sulle straordinarie interpretazioni di due mostri sacri come la Streep e Hoffman.

I don’t know if you know

December 26, 2009 on 9:35 pm | In Stupid things | 3 Comments

Non so in quanti abbiano notato questi cartelloni pubblicitari. Io l’ho trovato per caso dopo mesi che lo cercavo, giusto per farci un post.
Premesso questo, mi chiedo chi sia il genio che ha scelto Valeria Marini per questa foto. In teoria lei dovrebbe amoreggiare col televisore (perchè poi non si sa), il risultato sarebbe comunque piuttosto grottesco. In realtà la prima cosa che mi viene in mente è che lei sia miseramente inciampata schiantandosi sulla malcapitata tv.

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