Dio o Raskolnikov? - Crisi identitaria, ideologica, religiosa, economica e quant’altro
Tutto ha inizio con l’Antico Testamento. Il Dio dell’Antico Testamento è notoriamente iroso, vendicativo e intollerante. Però ha un popolo eletto a cui assicura una Terra Promessa. Nell’ “Esodo” si narra che quando gli ebrei divennero troppo numerosi il faraone decise di mandarli ai lavori forzati e di uccidere tutti i figli maschi. E’ qui che entra in scena il personaggio chiave. E’ il noto Mosè che, in fasce, si salva miracolosamente. Da grande uccide un egiziano colpevole di maltrattare un ebreo, e poi si rifugia nel Sinai per quarant’anni in modo da sfuggire alla punizione. In questo luogo Dio appare a Mosè e gli insegna alcuni ridicoli trucchi da prestigiatore: come trasformare, ad esempio, un bastone in un serpente. Oppure magie di di grande utilità come infilarsi una mano sana nel petto e farla uscire corrosa dalla lebbra. Mosè torna quindi in Egitto per convincere il faraone a lasciar andare via gli ebrei. Dio scatena, non senza una certa soddisfazione, le famose piaghe, che culmineranno in una spaventosa pulizia etnica in cui verranno sterminati tutti i primogeniti degli egizi. Questo evento biblico è poi diventato una festività, nota come “Pesach”, che significa “Passaggio” o “Pasqua”. E’ inutile dire come questo esempio ponga le basi per l’approvazione di qualsiasi sterminio in nome di Dio o in nome di una popolazione eticamente o moralmente superiore, appunto “eletta”. L’idea dell’oppressione e annientazione dell’individualità deriva, quindi, direttamente dal Dio dell’Antico Testamento, preso incautamente come esempio dagli uomini. Gli sterminii avvenuti durante i secoli se non son stati fatti in nome di un Dio son fatti in nome di un’unica idea dominante, il che non è poi molto diverso. Nonostante ciò, il vero e proprio compimento di questo annullamento dell’uomo lo si ha a partire dalla Rivoluzione Industriale.
La Rivoluzione Industriale si basa sul dilatamento esponenziale dell’offerta di beni esistenti, producendo in modo massiccio e a prezzo inferiore quello che prima era fatto artigianalmente. Una volta che questi beni sono stati creati vi è una certa urgenza nello smerciarli. Quindi bisogna conquistare sempre nuovi mercati. Si tratta, in poche parole, di un vero e proprio colonialismo economico. Siccome i mercati occidentali sono divenuti via via sempre più saturi, il colonialismo economico si occupa di omologare i paesi del Terzo Mondo allo stile di vita di quelli del Primo, trasformandoli in consumatori. Questo tipo di approccio non è poi così diverso dal modo in cui sono stati gestiti, in campo economico-sociale, i paesi sconfitti dalle due Guerre Mondiali: nel caso della Grande Guerra, alla Germania furono imposte delle sanzioni severissime, motivo per cui si arrivò brevemente al Secondo Conflitto Mondiale. Si può dire che il colonialismo economico porti al fenomeno definito come “globalizzazione”. Quest’ultima tende, infatti, a minare l’identità etnica e sociale di un qualsiasi paese.
A tal proposito si possono riportare le considerazioni che John Reader, noto antropologo inglese, ha fatto nel suo “Africa” (ed. Mondadori). Il delta interno del Niger avrebbe dovuto essere problematico per via delle numerose ostilità interetniche. Ciononostante, nei milleseicento anni di storia documentata, i conflitti che ci sono stati non si sono mai conclusi con la sottomissione dei vinti. Quindi vi è una sorta di adattamento attraverso un accordo interetnico: la vittoria non è un valore supremo. I conflitti tra gruppi diventano così delle attese di accomodamento, cosa che definisce l’identità etnica come obblighi verso gli altri. La gente è consapevole della differenza e il reciproco rispetto consente alle tribù di prosperare. L’identità etnica è passata, con la globalizzazione, da essere un elemento unificante ad essere un elemento fortemente separatore (e pericoloso) nella società contemporanea.
La globalizzazione, però, non ha disgregato solo le popolazioni del Terzo Mondo, ma anche paesi completamente diversi nella struttura e nell’assetto culturale. Su tutti è lampante l’esempio dell’Argentina, ma anche del Brasile, del Venezuela e del Messico. Anche in Italia il fenomeno non ha tardato a farsi sentire: basti pensare alla Fiat e alle conseguenze che questa ha sulla nostra economia interna. A contrastare la globalizzazione sono nati i cosiddetti movimenti no-global. Il movimento no-global, che è più ideologico che altro, è nato nel 1999 in concomitanza col G8 di Seattle. E’ un movimento di tipo trasversale, a livello teorico non si appoggia a nessun partito in particolare e rientra perfettamente nella crisi ideologica di questo tempo. Come ogni movimento idealista non manca di propositi condivisibili (anche se poco attuabili): contro l’imperialismo, contro le multinazionali, pacifismo, ambientalismo, e così via. Il movimento no-global italiano è inserito all’interno di una curiosa situazione. Se un tempo la Destra italiana era “no-global”, sia per via di una politica conservatrice molto rigida sia per via del nazionalismo, oggi come oggi i promotori di questo movimento sono rappresentati dalla Sinistra. Questa è una contraddizione ideologica non indifferente: la Sinistra è per radici storiche progressista, l’antiglobalismo non può esserlo.
Non è quindi un caso che la crisi economica del 2008 nasca proprio negli Stati Uniti, che sono proprio il paese più globalizzatore (la democrazia d’asporto è solo un esempio fra i tanti). I prezzi consistenti delle materie prime, l’inflazione, la minaccia di recessione, la crisi redditizia e la crisi di fiducia nei mercati della Borsa sono le principali cause di questo disastro. Il fatto che il valore del dollaro sia molto basso in confronto a quello dell’euro non solo contribuisce ad inasprire la crisi, ma riduce il raggio d’azione a due “monete uniche” che rappresentano lo stesso modo di pensare. E’ normale che la crisi economica si diffonda in modo virale a tutti i paesi occidentali e occidentalizzati.
Sull’argomento “crisi” hanno avuto modo di parlare un po’ tutti. E’ interessante notare come tutto si riconduca sempre al fenomeno religioso, e infatti le dichiarazioni più forti sono state fatte in questo ambito. Padre Amorth, che è l’esorcista ufficiale della Chiesa Cattolica, ed è quindi uno che di sciocchezze se ne intende, è intervenuto in un articolo sul sito “Pontifex.Roma”. In questo articolo del quattro gennaio 2009, intitolato “La crisi economica? Colpa di Satana. Il demonio suggerisce scelte sbagliate solo per dividerci” Padre Amorth dichiara che è il demonio in prima persona a suggerire ai mercati, agli esperti e agli investitori delle scelte errate in modo da causare sofferenza al prossimo. Partendo dal principio che Mr. Amorth non sia proprio un esperto di economia globale, questa farneticazione è il simbolo di una fetta consistente di pensiero: non avrai altra idea all’infuori della mia. Similmente il ministro Tremonti ha inaugurato l’anno accademico all’università Cattolica di Milano attribuendo doti “profetiche” al papa. Quando era ancora cardinale, nel 1985, Joseph Ratzinger scrisse in “Church and economy” che “il declino della disciplina economica e l’allentamento delle leggi e delle regole porterebbero le leggi stesse del mercato al collasso e all’implosione su se stessa”. La figura del papa è sempre stata centrale in un contesto politico, e quindi di potere. La religione, allo stesso modo dell’economia, sono due mezzi per detenere il potere costituito. Al di là del conservatorismo di fondo, il fatto che il papa sia il “rappresentante di Dio sulla terra” e che non venga scelto attraverso delle elezioni democratiche la dice lunga sulla linea di pensiero tenuta. In realtà la Chiesa Cattolica, dal punto di vista economico, è sempre stata meno moralista di quello che si crede. Un esempio possono essere i fondi dati all’Opus dei, i rapporti con la P2 e soprattutto l’approvazione, più o meno tacita, di dittature (di solito di estrema destra). E’ già caduto nell’oblio l’episodio, francamente imbarazzante, in cui Wojtyla benedì Pinochet e consorte. Si tende ancora a dare al papa delle caratteristiche divine, per nulla diverse da quelle che gli egizi davano ai faraoni, in modo che la sua autorità sia assoluta e incontestabile. Non è solo il rappresentante di una religione, è il simbolo del “noi” contrapposto al “loro” (i musulmani, gli atei, gli scenziati, gli illuministi e così via). La religione svolge una funzione di separazione e di conflitto, talvolta persino di castrazione (sia fisica che mentale), in opposizione ai buoni propositi di unità, solidarietà e persino amore. Il tentativo è quello di imporre il credo, e le abitudini da esso derivate, che è dominante nel mondo. Una sola religione globale. Questo porta ai conflitti interreligiosi che tutti conoscono nel peggiore dei casi, e a frasi fatte pericolosissime (“Da Loro non ci fanno costruire le chiese, perchè da Noi dobbiamo fargli costruire le moschee?”), che nascondono sempre una certa tensione sociale.
Il film che meglio rappresenta la religione, la sua funzione ideologica e la sua utilità è “Simon del deserto”. Mediometraggio di Luis Buñuel girato nel 1965, è un film che non fu mai completato. La mancata compiutezza è da attribuire a Gustavo Alatriste: gli mancarono sia il coraggio che i fondi. Successivamente si pentì e propose a registi come Kubrick e Bellocchio di completarlo, ma (fortunatamente) rifiutarono. Nei quarantacinque minuti di pellicola si narra la storia di Simon, un asceta che ha consacrato la sua vita a Dio vivendo su una colonna, digiuno incluso. Venerato come un santo in egual misura dai preti e dal popolo, predica dall’alto della sua colonna e compie dei miracoli. Un ex-ladrone a cui son state tagliate le mani chiede a Simon un miracolo e queste, come per magia, ricompaiono. La reazione del ladrone è, però, tutt’altro che positiva: inizialmente si lamenta di dover trovare un lavoro (da monco non era costretto alla fatica lavorativa), e successivamente schiaffeggia la figlioletta. La santità di Simon è più ideologica che reale. Il suo status di santone lo rende un emarginato, un “semidio” costretto a scelte dolorose come la solitudine. La madre, che lo osserva da poco lontano, viene rifiutata anche affettivamente. Il personaggio che meglio rappresenta il popolo è un pastore nano, storpio e con tendenze zoofile. I membri del clero vengono rappresentati, invece, nella loro ottusità: da un lato c’è il prete indemoniato che cerca di screditare Simon, dall’altro i preti che, quando il posseduto urla “Abbasso l’apocatastasi!”, ripetono a pappagallo per poi guardarsi tra loro chiedendosi che cosa significhi. Simon, però, ha due nemici più insidiosi. Il primo è inevitabilmente se stesso, la sua santità irrealizzabile e il suo corpo, che per via della fame lo tradisce e lo porta a benedire prima un grillo e poi un pezzo di cibo masticato ritrovato tra i suoi denti. Il secondo è il Diavolo, interpretato da Silvia Pinal (protagonista di “Viridiana” e “L’angelo sterminatore”). Il Demonio appare a Simon sotto diverse forme: bambina viziosa e vecchia disgustosa, un improbabile Gesù Cristo e donna nuda all’interno di una bara sfrecciante nel deserto. Il film, che è una perla di surrealismo, si conclude in modo a dir poco geniale. Il Diavolo trasporta Simon nel futuro, dove tutti ballano un frenetico rock’n’roll, sono vestiti alla moda e bevono. Simon si rende perfettamente conto che tutti i suoi sforzi, tutti i suoi miracoli, le sue rinunce, l’ascetismo e soprattutto l’annullamento di se stesso non ha portato assolutamente a nulla. Qualora esistesse la santità, ci vuole dire Buñuel, è comunque inutile. Non è un caso che “Simon del deserto” si concluda con un’affermazione che il Diavolo fa a Simon: “E’ la vita, ubriacone, devi sopportarla, devi sopportarla fino in fondo”.
Il tipo di società che si sta via via creando, quello basato sul Pensiero Unico, sulla Moneta Unica, sulla Polizia Globale, è quella che dà poco spazio al senso delle parole ma favoreggia gli atteggiamenti e gli approcci da fast-food. In un contesto del genere ci saranno sempre crisi di ogni tipo, che siano ideologiche, culturali o economiche. Non ci sarà più una pena effettiva per chi ha un pensiero diverso dalla massa, per chi mette in discussione, per chi provoca “crisi”. Il silenzio è il nuovo rogo. Occorrerà quindi scegliere. Se essere Dio, e cioè un’idea finta, rassicurante, accettata dai più, oppure un Raskolnikov, un personaggio che non ha mai preteso di esistere, ma che almeno, con le buone o le cattive, non è come tutti gli altri.
Scritto e pubblicato originariamente per la rivista Scripta Manent