Smoke gets in your eyes

Nel 1958 i Platters (quelli che nel 1955 avevano avuto un enorme successo con “Only you”) uscivano con una canzone intitolata “Smoke gets in your eyes”. Si tratta in realtà di una cover di un brano composto per “Roberta”, successivamente diventato un musical con Irene Dunne (che canta la canzone), Ginger Rogers e Fred Astaire. Negli anni Sessanta il fumo era un vizio più che diffuso, era totale. Uomini e donne fumavano spesso e continuamente. Lo stesso mondo del cinema proponeva modelli di fumatori incalliti a cui ispirarsi: Humphrey Bogart (che esprimeva una virilità piuttosto decisa, anche attraverso gli sbuffi di fumo) e Bette Davis (ottanta sigarette al giorno fino alla sua morte, 6 ottobre 1989). Nemmeno l’Italia era immune al fascino delle volute fumose delle sigarette. Non è un caso che nel 1966 Mina presentò la canzone “Ta-ra-ta-ta”, conosciuta anche come “Fumo blu”, i cui versi sono: “E  poi e poi/se un uomo sa di fumo/ma sì ma sì/è veramente un uomo”. Con la tematica del fumo, o meglio del fumare, si apre anche la serie televisiva “Mad men”. Ambientata nel 1960, l’incipit sul fumo non poteva essere più azzeccato all’interno di una contestualizzazione temporale che diventerà, di puntata in puntata, sempre più precisa. Il personaggio principale, Donald Draper (Jon Hamm), è uno dei più bravi pubblicitari di New York. Il personaggio, però, è abbastanza misterioso e affascinante da riuscire perfettamente sia nel suo lavoro che nella vita sentimentale. Come ogni uomo degli anni Sessanta ha moglie e famiglia. E qualche amante. Ciononostante c’è qualcosa che non va. La cosa impressionante di “Mad men”, oltre alla perfetta ricostruzione scenografica e dei costumi per niente artificiosa (al contrario di un qualsiasi film di Fassbinder), è la caratterizzazione dei personaggi. E’ vero, la serie lavora molto sui cliché, ma è interessante notare come ci lavora e come tutti i personaggi siano, volenti o nolenti, incastrati nei loro ruoli. Gli anni Sessanta, specialmente in America, erano caratterizzati da un conformismo dilagante e soffocante, ed erano comunque gli uomini a dominare sulle donne. Non era facile, però, neanche essere uomini. Don è un personaggio sfaccettato, che il pubblico può sicuramente amare con quell’aria à la Gary Cooper, ma è profondamente infelice. In fuga da un passato disastroso, che verrà rivelato di puntata in puntata, risulterà in fin dei conti un uomo profondamente debole. La moglie Betty, che somiglia a Grace Kelly, è incastrata nel suo ruolo di madre e moglie perfetta, che è un po’ quello che tutti si aspettavano da una donna. Nonostante la perfezione, i vestiti e le gonne ampie che la fanno sembrare una principessa, Betty è il personaggio più infelice della serie, piena di manie nervose e di crolli. Buona parte dei dialoghi, a costo di sembrare ripetitivo, sembrano presi da un libro di Richard Yates, specialmente nel modo di inquadrare la mentalità da quartiere residenziale e la vita di coppia: asciutti, efficaci e raggelanti. Emblematico è l’episodio con la vicina di casa divorziata, che per l’epoca era per forza di cose un’emarginata, una che coltiva il suo anticonformismo con ingenuità allo stesso modo in cui Betty fa la moglie. La donna divorziata, odiata perchè rappresenta tutto ciò che le donne del quartiere non sono, e cioè libere da quella campana di vetro chiamata “casa”, ricadrà anch’essa nel turbine delle regole sociali prestabilite, quelle che non ammettono comprensione verso tutto ciò che non rappresenta la norma. Nemmeno nell’ufficio dove lavora Don si respira una buona aria: gli uomini o sono dei donnaioli incalliti o sono meschini, come nel caso di Pete. Pete è il classico figlio di benestanti che cerca un’affermazione personale senza appoggi esterni. E’ l’antagonista, ma è anch’esso imprigionato nella sua pochezza, nel suo arrivismo, nella sua vuota gloria. Simile a lui è Peggy, la segretaria di Donald Draper, vittima delle circostanze e di essere una ragazzina bruttina negli anni Sessanta, la cui rivalsa (o sconfitta, è uguale) è perfettamente concepibile ma allo stesso tempo tremendamente triste. In questo turbine di personaggi azzeccatissimi quello che colpisce di più è Joan Holloway, interpretata da Christina Hendicks, che più che interpretare la parte riempe letteralmente lo schermo con la sua presenza. Formosissima come voleva la moda dell’epoca, ha quel “di più”, un turbamento sessuale, una sorta di vibrazione quasi palpabile che ha con la telecamera. La stessa che ha reso Marilyn Monroe un’icona.
“Mad men” è un ritratto poco rassicurante dell’America, in un’epoca in cui, dopo la guerra, si voleva essere rassicurati ad ogni costo. Il mondo della pubblicità, fatto di soddisfazione di falsi bisogni, non faceva altro che questo. Ideato da Matthew Weiner (uno degli sceneggiatori de “I Soprano”), “Mad men” è la serie televisiva che, a livello di scrittura, rasenta l’eccellenza come poche altre.
  

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Davide Giorgi
L'Autore
Mi chiamo Davide Giorgi. Classe 1985. Sono uno scrittore e giornalista freelance. Qualcosa di simile. La mia prima occupazione è il cinema. Scrivere di cinema, fare cinema. E di arte in generale. Sono anche appassionato di musica, antropologia ed entomologia. Tutto ciò è fuso qui dentro.
  1. Ippo2

    Quella citazione musicale, mmmh… e in tutto questo mi viene in mente solo una persona: Moore Moore Moore Moore Moore etc etc etc

  2. Sir Babylon

    Oh, in fondo a destra giurerei di aver visto il compianto marito di Gabrielle. :)

  3. DG
    DG

    @ Si Babylon
    E ti dirò di più, verso la fine della prima stagione c’è anche Paul!

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