Underwater visions: Top Film 2008

Il gigantesco post dedicato ai migliori film del 2008. Se non ho scritto recensioni in questo periodo è proprio per questo motivo: oggi ve ne beccate una decina e vi assicuro che sarete saturi.

1. “Il petroliere (There will be blood)” di Paul Thomas Anderson
Capolavoro. Regia e sceneggiatura (sempre di Anderson) inarrivabili. Assieme a Lynch e Von Trier il più grande autore vivente (ed ha appena trentotto anni). Perfetta sintesi di immagini e colonna sonora (di Jonny Greenwood dei Radiohead). Interpretazione da annali di storia del cinema di Daniel Day-Lewis. E’ inutile continuare con le lodi, anche perchè il film l’ho già recensito. Potete leggere tutto cliccando qui.


2. “Non è un paese per vecchi” di Ethan Coen
I fratelli Coen sanno produrre anche film meno scanzonati. E se lo fanno, gli riesce più che bene, basti pensare a “Fargo” e “L’uomo che non c’era”. E’ tratto da un romanzo di Cormac McCarthy, autore specialista nel raccontare i mutamenti del West e della frontiera messicana, sua è infatti la trilogia formata da “Cavalli selvaggi”, “Oltre il confine” e “Città della pianura”. Il film, quindi, è un western? Sì e no. Riprende alcuni tòpoi tipici dell’immaginario western: la pianura deserta, i fucili, i cappelli con la tesa. Tutto questo in un’ambientazione contemporanea. Quindi si può definire come western post-moderno, per quanto possa avere senso. E’ un film che parla, in sostanza, del passaggio tra un mondo antico, fatto di regole morali, e di un mondo nuovo dove la violenza esasperata regna sovrana. Fantastico Javier Bardem con un taglio di capelli assurdo e il viso sempre stravolto dalla follia. Film che forse invecchierà maluccio, ma che resta un caposaldo cinematografico.

3. “Il Divo” di Paolo Sorrentino
Sorrentino è un genio, e non ci sono “ma” o “se” che tengano. Ha fatto solo quattro film e sono tutti e sono tutti degni di nota. “Le conseguenze dell’amore”, in particolare, è uno dei film italiani più belli degli ultimi dieci anni. “Il Divo”, invece, farà epoca. Al contrario del sopravvalutatissimo “Gomorra”, che, al di là dell’hype resta un bel film banalmente regionale, “Il Divo” non si sofferma sul suo personaggio chiave, sui luoghi eccetera eccetera. Andreotti (interpretato da un fantastico Toni Servillo) è in realtà il pretesto per narrare una storia sul potere. Questa non è una visione del potere per tornaconto personale, è il potere per il potere. Pieno di battute memorabili (“I preti votano, Dio no”), non scarseggia neanche sul piano delle scene, che sono sublimi. La scena del gatto, ad esempio, oppure quella della presentazione della corrente andreottiana, tutti inquadrati in stile “Mucchio selvaggio”. “Il Divo” introduce anche un genere “nuovo” e piuttosto indefinibile. Non è esattamente un film sulla politica, è un’opera in cui Sorrentino consacra Andreotti come icona pop: indecifrabile, freddo, immortale.

4. “Changeling” di Clint Eastwood
In Italia la critica ha una strana tendenza, e cioè quella di ideologizzare i film che magari non sono ideologici, e di “sinistrizzare” i film che magari sono solo critici. Il caso di Clint Eastwood è piuttosto calzante. Quando uscì “Mystic river”, che non è certo un film poco critico nei confronti degli Stati Uniti, certa critica l’ha osannato facendo sembrare Eastwood come un iscritto al PC. Stessa cosa con “Million dollar baby”. Peccato che Eastwood sia un repubblicano liberale. Non c’è motivo, quindi, per non credere che un repubblicano possa fare dei film eccelsi e intelligenti. “Changeling” è la summa del miglior Eastwood: cupo, melò, acuto. La storia della madre (Angelina Jolie) che, negli anni Trenta, cerca il figlio scomparso smascherando involontariamente la corruzione della polizia è davvero d’impatto. Quello che colpisce è sia la crudezza di alcune scene (le scene al ranch sono da antologia), sia il trasporto emotivo che non lascia indifferente lo spettatore. La storia potrebbe tranquillamente essere tratta da un qualsiasi romanzo di James Ellroy. L’altra cosa da notare è che in 140 minuti di pellicola l’attenzione dello spettatore non viene meno neanche per un secondo. Molto brava Angelina Jolie, finalmente in un ruolo che la valorizzi, anche se lei il viso da “anni Trenta” non ce l’ha neanche un po’. Un film perfetto che non ha il difetto di esagerare nella propria perfezione: i personaggi o sono buoni o sono cattivi, vie di mezzo non ci sono. Questo contribuisce a renderlo un instant classic, uno di quei film che non si fanno più da decenni.

5. “Il cavaliere oscuro” di Christopher Nolan
I film tratti dai fumetti sono solitamente senz’anima. Più che cercare uno stile tutto loro preferiscono trasporre il linguaggio fumettistico a quello cinematografico. Purtroppo non sono la stessa cosa. I pochi film che sono riusciti a trovare un linguaggio filmico adeguato ma originale sono “Sin City” e “V per vendetta”, nonostante siano inzuppati di retorica ideologica (Frank Miller è un ateo repubblicano, Alan Moore ha tendenze anarchico/sinistroidi). Per “Batman begins” e “Il cavaliere oscuro” il discorso è completamente diverso. Coi fumetti e con l’idea classica di Batman non c’entrano proprio nulla. E il merito va a Christopher Nolan, che è quel geniaccio che ha diretto film come “Following”, “Memento”, “Insomnia” e “The prestige”. Questi film sono accomunati da uno stile noir tutto particolare. Nolan riadatta l’hard boiled e le atmosfere cupe che ne derivano a un immaginario più contemporaneo. “Il cavaliere oscuro”, quinidi, può essere definito un “blockbuster d’autore”. La pellicola, che è piena di scene agghiaccianti al limite del sostenibile, è tremendamente coinvolgente e il regista non si dilunga nelle scene d’azione che sono poche e molto brevi. E’ più un lavoro sui personaggi, dimostrando di aver imparato la lezione di Michael Mann. Infatti “Il cavaliere oscuro” si avvicina di più a “Collateral”, sia nella regia sia nella sceneggiatura con toni filosofeggianti. Gigantesca interpretazione di Heath Ledger, che purtroppo soffre dell’insopportabile sensazionalismo post-mortem che l’ha quasi reso un’icona (inutili i paragoni con James Dean & co). Un’opera di altissimo intrattenimento.

6. “Vicky Cristina Barcelona” di Woody Allen
A parte la parentesi “Match point”, e qualche altro titolo godevole (“Hollywood ending” e “Scoop” su tutti) Woody Allen pareva morto, sepolto e incatenato nella ripetizione. Il penultimo “Sogni e delitti” è un film insopportabilmente senile, che tenta di rifare “Match point” senza riuscirci, risultando come una pallidissima imitazione. “Vicky Cristina Barcelona”, invece, è una sorpresa. E’ un Woody Allen completamente ringiovanito; per intenderci, siamo ai livelli di “Manhattan”. Barcellona e Oviedo, così come il suo noto film americano, sono protagoniste assolute e descritte meravigliosamente. Il film poi, che procede senza sbavature, è virato in un giallo/arancione piuttosto pittoresco e quanto mai adeguato. Un’altra cosa che rende questa pellicola piacevolissima è il montaggio, ritmico e veloce, che consiste nell’unione di tante scene piuttosto brevi (al contrario di “Match point”). Stupenda la caratterizzazione dei quattro personaggi principali: Vicky (Rebecca Hall), ragazza formale, inibita, conformista, in procinto di sposarsi, Cristina (Scarlett Johansson), passionale ma perennemente insoddisfatta, Juan Antonio (Javier Bardem) un pittore donnaiolo che forse è più di quello che sembra, e soprattutto Maria Elena (Penelope Cruz), ex-moglie di Juan Antonio che sarà il cardine della storia. Tra tutte le interpretazioni convincenti quella della Cruz è la migliore. In “Vicky Cristina Barcelona” recita per buona parte in spagnolo, che è la cosa che le riesce meglio. Sottovalutatissima fino a qualche tempo fa, ora la Cruz può tranquillamente essere la più promettente attrice della sua generazione. Un film sui sentimenti, a tratti un po’ bohemienne, mai banale ma profondo, ironico, sincero e soprattutto “vero” perchè descrive, persino con crudeltà, il percorso di una qualsiasi storia d’amore che è principalmente fatta di pulsioni e passioni. Il miglior Woody Allen.

7. “Onora il padre e la madre” di Sidney Lumet
Sidney Lumet è un grandissimo artigiano. Basti ricordare la grandezza di film come “La parola ai giurati” o l’acidissimo “Quinto potere (Network)”. Lumet stupisce sempre per il senso della misura, che nel suo caso non è mai appiattimento ma funzionalità. E per un regista di ottantaquattro anni non è poco. La vicenda è incentrata su due fratelli (Ethan Hawke e Philip Seymour Hoffman), entrambi bisognosi di denaro per motivi diversi. Decidono così di organizzare una rapina nella gioielleria di famiglia, ma la loro madre finirà uccisa. Da questo punto in poi le cose andranno sempre peggio. Ottima la scelta di Lumet di frammentare il film, cosa che lo rende un po’ meno classico nonostante la trama di base hitchcockiana. E’ inutile lodare Philip Seymour Hoffman perchè è un attore che sa interpretare qualsiasi cosa. Bravo anche Albert Finney. In italiano il film è uscito con il titolo “Onora il padre e la madre”, quando l’originale è “Before the devil knows you’re dead” dal proverbio irlandese “may you be in heaven half an hour, before the devil knows you’re dead”.

8. “Il matrimonio di mia sorella” di Noah Baumbach
Film indie sui rapporti famigliari, che ha avuto delle difficoltà di distribuzione piuttosto serie. Da noi, infatti, è uscito direttamente in dvd. Così come ne “Il calamaro e la balena” Baumbach analizza i rapporti tra i figli e i genitori separati, ne “Il matrimonio di mia sorella” è il concetto stesso di famiglia che viene messo alla berlina. Tutto questo è possibile e credibile attraverso sia un umorismo piuttosto pungente che con una dettagliatissima introspezione psicologica. Non è un caso che il film citi apertamente “Il silenzio”, “Persona”, “Sinfonia d’autunno” e “L’ora del lupo” di Igmar Bergman e ricordi, in alcune parti, il miglior Woody Allen. E’ persino migliore dell’acclamatissimo “Il calamaro e la balena”. Nicole Kidman è perfetta nel ruolo della protagonista Margot, frigida, nevrotica, e soprattutto sgradevolissima. Artisticamente parlando non sceglieva un film decente da almeno 4 anni, ma questa volta ha fatto centro. Film geniale.

9. “Un bacio romantico (My blueberry nights)” di Wong Kar Wai
Pessimo il titolo italiano, il film in questione di romantico ha ben poco. Si tratta, tuttavia, di un film emotivo, che è la specialità del regista cinese. Massacrato inspiegabilmente dalla critica, è volutamente un film minore di Wong Kar Wai, in un certo senso un’appendice a quel capolavoro di “In the mood for love”. Si autocita, persino, utilizzando una piccola parte della colonna sonora della pellicola citata prima. E’ anche il suo primo film americano, infatti il regista ha cercato di applicare la sua visione all’immaginario tipico del cinema statunitense, in questo caso l'”on the road” come crescita interiore, in cui ogni personaggio svolge una funzione di arricchimento, perdita ed empatia nella solitudine.  Film costruito interamente sui ralenti, dai quali Wong Kar Wai si è fatto prendere un po’ la mano, che tuttavia non stonano e rendono il film estremamente raffinato e particolare. Ottima prova per Norah Jones nel suo primo ruolo cinematografico. Grandissimi anche Rachel Weisz (un po’ penalizzata dal doppiaggio), che ancheggia come Maggie Cheung, Jude Law sempre elegantissimo ed adeguato e un’insolita Natalie Portman. Capolavoro? No. Bellissimo film: sì.

10. “Burn after reading” di Ethan Coen
L’ultima fatica dei fratelli Coen, uscita a settembre, è una commedia. Non si può certo dire che sia una commedia usuale, è piuttosto il tipico pastiche di generi a cui i Coen ci hanno abituato. Si fondono quindi satira sociale, spionaggio e noir. I registi, che sono soprattutto degli sceneggiatori fenomenali, hanno saputo collegare le tre storie con grande abilità e il film regala non poche risate. E’ comunque un umorismo cha va capito e che ha poco di immediato: chi conosce “Il grande Lebowski” sa perfettamente di che cosa si sta parlando. Il film è soprattutto un apologo sul caso e sulla stupidità umana (e delle conseguenze da essa derivate), che è un po’ il tema ricorrente dei fratelli Coen. Ottime le interpretazioni di John Malkovich, un ex-agente della CIA che perde le sue memorie salvate su un cd, George Clooney, uno sceriffo federale e sessuomane, e soprattutto Frances McDormand e Brad Pitt, due istruttori di palestra, lui un po’ tonto e lei fissata con gli interventi di chirurgia plastica, che tentano goffamente di ricattare il personaggio di Malkovich. Divertentissimo.

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Davide Giorgi
L'Autore
Mi chiamo Davide Giorgi. Classe 1985. Sono uno scrittore e giornalista freelance. Qualcosa di simile. La mia prima occupazione è il cinema. Scrivere di cinema, fare cinema. E di arte in generale. Sono anche appassionato di musica, antropologia ed entomologia. Tutto ciò è fuso qui dentro.

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  1. Sir Babylon

    Eh, qui dovrò vederli tutti mi sa. :)

  2. ippo-SB

    … Be’, B A R è geniale, anche se ogni tanto la scelta di certi attori per l’interpretazione di certi ruoli è così scontata (vd la Swinton che ancora una volta si cala nei panni della donna pseduo-lesbo con due contro cazzi così) che offusca quella di attori invece che stupiscono per ruoli di solito non loro (e qui mi riferisco a Clooney che, personalmente, ho rivalutato in +)
    … O I P E L A M pure mi ha ben intrattenuto anche se forse non nello stesso modo, visto che lo spezzato e il ritmo tra l’incalzante e il lento contribuiscono all’angoscia della pellicola. Bello rivedere Philip Seymour Hoffman invecchiato e con una decina di kg in più

  3. DG
    DG

    @ ippo-SB
    – Sì, la Swinton si è adeguata al ruolo di donna algida…Però comunque nel film ci stava, anche perchè non ha poi una gran parte
    – A me Philip Seymour Hoffman sembra grasso com’è sempre stato :D

  4. Luke

    Vicky Cristina! Vicky Cristina!! A me è piaciuto moltissimo! Concordo in pieno: Barcelona e Oviedo sono (splendide) protagoniste! “Burn” sinceramente non mi è piaciuto molto…Molto bello invece “Onora il Padre”…E gli altri…dovrò assolutamente vederli!!

  5. DG
    DG

    @ Luke
    “Burn after reading” ha un umorismo tutto suo… Bisogna capire, appunto, che non c’è nulla da capire. Ma al di là dell’aspetto comico a me è piaciuto proprio come film :)

  6. Luke

    Ho capito, appunto, che non c’era nulla da capire! Ma mi ha lasciato “insensibile”. O meglio: non mi ha lasciato nulla (o quasi). :-)

  7. persogiàdisuo

    a me burn after reading non è proprio piaciuto e l’ho messo addirittura in 37 esima posizione! Non ho riso nemmeno una volta.

  8. DG
    DG

    @ persogiàdisuo
    Beh, come ho detto, è un’ironia che per forza di cose non può coinvolgere tutti…

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