Underwater visions #40: “It”

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IT

2017, di Andy Muschietti
con Bill Skarsgård, Jaeden Lieberher, Sophia Lillis, Finn Wolfhard

La copertina di "It" di Stephen King (1986), nella riedizione Pickwick.

La copertina di “It” (1986), ed. Pickwick.

I romanzi di Stephen King sono oggetti meno semplici di quel che sembrano. Le ragioni sono due: la percezione del racconto e il problema dell’ adattamento cinematografico. Per percezione del racconto intendo, a livello molto pragmatico, quello che si pensa di tutta l’opera dell’autore. Fino a poco tempo fa ogni romanzo di Stephen King, del passato e del presente, veniva inevitabilmente stroncato dalla critica letteraria. In modo leggermente diverso, il pubblico, pur avendolo sempre premiato comprando puntualmente i suoi romanzi (oltre cinquanta, tutti best seller in ogni parte del mondo), non lo ha mai considerato appartenente a un pantheon dei “Grandi”. I motivi sono vari. Come ho già detto, King vende molto. Un grande successo è difficilmente considerato sinonimo di qualità. È uno scrittore che si è specializzato quasi esclusivamente in un genere, ossia l’horror. La prosa di King non è particolarmente sofisticata, tutt’altro: una scrittura densa che rifiuta la sintesi, oltre il limite della grafomania, e i personaggi sono talmente sfaccettati da essere brutalmente reali. Troppo reali, pare: Stephen King osa persino farli scoreggiare. Compio un breve salto all’indietro. Nato a Portland (Maine) nel 1947, Stephen King è figlio di un modesto impiegato della Electrolux e di una casalinga. Il padre abbandonò la famiglia quando lo scrittore aveva nove anni, e fu sostanzialmente cresciuto da una madre che si è dovuta rimboccare le maniche. Quanta utilità può avere questo nozionismo per capire il nostro autore? Moltissima. Stephen King è probabilmente l’ultimo autore proveniente da un ceto proletario. Quando gli si contesta di non essere particolarmente sofisticato, bisogna tenere conto del fatto che King non ha avuto il tempo di raffinarsi. Questa rozzezza è nel suo DNA, è uno dei suoi tratti distintivi. Come ci insegna un qualsiasi apparato critico, è la perfetta definizione di una poetica dell’autore. Un simpatico e rispettabile trombone come Harold Bloom ha sempre detestato ogni romanzo di Stephen King, arrivando a definirlo «Il male assoluto». Bloom gli antepone gente come Thomas Pynchon (è anche il mio scrittore preferito) e Philip Roth. Il peccato originale di Stephen King è uno e uno soltanto: essere uno scrittore di successo, un autore popolare. Per “popolare” intendo “pop”, ossia con ambizioni comprensibili a un vasto pubblico. Personalmente disdegno ogni forma di snobismo intellettuale, specialmente se basato sulle vendite di mercato. Un grande successo può avere un valore artistico come non avercelo, non è e non deve essere una discriminante. L’unico fattore discriminatorio che conti è, invece, la qualità. Questo atteggiamento è figlio di una certa visione marxista: il prodotto di massa come emanazione dell’odiato Capitalismo. In base a ciò la critica, letteraria, musicale o cinematografica che sia, è diventata un’élite dedita a pompini reciproci. La conseguenza è che la critica (specialmente quella italiana) non ha più la benché minima comprensione del pubblico, che si è lentamente, e inesorabilmente, defilato da quasi ogni attività culturale. Rimangono solo coloro che fruiscono degli stimoli culturali come forma di appartenenza («Io conosco questo e questo, quindi sono meglio di te»). Quando si critica aspramente uno scrittore popolare come Stephen King ci si dimentica di un certo Charles Dickens. A Dickens toccò la stessa sorte, disdegnato dai critici dell’epoca in quanto autore per il popolo. Oggi Charles Dickens è considerato, giustamente, uno dei più grandi scrittori mai esistiti. “Dickensiano” è diventato un aggettivo che denota qualità, ci si vince persino il Premio Pulitzer (uno dei tanti esempi è il superbo “Il Cardellino”, 2013, di Donna Tartt). Segnatevi le mie parole, tra venti, trenta, cinquant’anni anche King conquisterà il titolo di Grande Scrittore. A futura memoria: ogni opera, semplice, complessa, impegnata o disimpegnata è sempre destinata a un pubblico. Impariamo a sì a non proporgli robaccia, ma impariamo soprattutto a rispettarlo.

Il poster de "L'Ultima Eclissi" (1995).

Il DVD de “L’Ultima Eclissi” (1995).

Ora togliamo qualche spina a un problema, quello dell’adattamento cinematografico di un romanzo. La questione, essenzialmente, ruota sul cardine del tipo di scrittura. La stesura di un romanzo e di una sceneggiatura seguono percorsi analoghi. La faccio semplice. È consigliabile una tripartizione in atti, il primo deve catturare l’attenzione, il secondo deve essere più riflessivo e lento, il terzo deve raggiungere un climax. Il protagonista deve sempre contraddire la sua caratterizzazione (fare qualcosa di inaspettato). Le similitudini finiscono qui. Il romanzo è composto dall’espressione dell’interiorità dei personaggi. Per fare un esempio: pensate a tutte le volte in cui un protagonista descrive i suoi stati d’animo, o quello che vede e succede intorno a sé. Una sceneggiatura, invece, questo non potrà mai farlo. La sceneggiatura è concepita per essere vista, è una scrittura visiva. Un film o una serie tv non possono descrivere uno stato d’animo dall’interno, ma usano artifici propri del mezzo, che possono essere le espressioni degli attori, le intonazioni delle loro parole, o anche una determinata prevalenza di colore. Per questo motivo adattare un romanzo in un formato diverso è molto difficile, più difficile che inventarsi una storia inedita. Il percorso va dall’interno all’esterno. Quindi bisogna necessariamente tradire la fonte, trovando allo stesso tempo un modo per non alterarne lo spirito. Non sorprende che gli adattamenti filmici dei romanzi di Stephen King siano stati piuttosto deludenti. Una delle qualità che più ammiro nell’autore di Portland, oltre alla grande capacità affabulatoria e digressiva, è l’abilità nella costruzione di enormi architetture romanzesche. Spesso i suoi libri hanno una struttura con variante a multitrama (tanti personaggi che perseguono uno scopo comune). Capirete ora il perché, da una fonte simile, uno sceneggiatore possa perderci il sonno e non fare un buon lavoro. Non voglio essere ingiusto, esistono numerose pellicole che hanno reso giustizia ai romanzi di Stephen King. Il caso più lampante è “Shining” (1980, Stanley Kubrick), che non a caso si concede molte libertà rispetto al libro. Altri esempi degni di nota sono: “Stand by me” (1986, Rob Reiner), “Le ali della libertà” (1994, Frank Darabont), “Carrie” (1986, Brian De Palma), “Misery non deve morire” (1987, Rob Reiner), “The Mist” (2007, Frank Darabont). Il mio preferito, assieme a “Shining”, è il sottovalutatissimo e poco conosciuto “L’ultima eclissi” (1995, Taylor Hackford). Quest’ultimo lo trovo particolarmente importante, sia come film in sé sia come operazione di adattamento. Il romanzo è un lungo monologo della protagonista, Dolores Claiborne, trasformato magistralmente da Taylor Hackford in thriller-drama plumbeo, intimo, degno di August Strindberg. Non solo, esprime a pieno, e per la prima volta sullo schermo, tutto il femminismo di Stephen King. La Dolores Claiborne di Kathy Bates è il seme che sboccerà, poi, nel personaggio di Beverly Marsh in questo bellissimo adattamento del 2017.

Il serial killer John Wayne Gacy vestito da Pogo il Clown.

Il serial killer John Wayne Gacy vestito da Pogo il Clown.

Il 21 e il 22 febbraio 1993 andava in onda, su Canale 5, la miniserie televisiva “It”. Io avevo poco più di sette anni, e la vidi come tutti i miei coetanei. Mi spaventò abbastanza (avevo già visto “Alien”, 1979, di Ridley Scott), ma quello che mi rimase più impresso fu la sensazione indelebile di inquietudine che aleggiava tra me e i miei compagni di classe. Il fatto di frequentare una scuola elementare isolata, circondata da colline e boschi, da case abbandonate e una villa misteriosamente bruciata, fece il resto. In ogni caso, la scelta di Canale 5 di mandare in onda una serie così implicitamente violenta e disturbante, non fu proprio delle migliori. Molti della mia generazione sono ancora comprensibilmente spaventati dai clown. La coulrofobia (così si chiama) è in realtà piuttosto comune. Il clown è perturbante: è solitamente un uomo con trucco e parrucca, ha un abbigliamento sgargiante, pur sorridendo non si capisce se sia felice o triste, ha strane movenze. Tutto nel clown è portato all’esasperazione e al farci sentire a disagio. Perché? Perché il pagliaccio è l’essenza stessa della parodia. Uno dei primi esempi storici (1780) fu il clown Burt, del circo inglese Astley, che prendeva in giro le attività dei cavallerizzi. Rapidamente, questa forma di avanspettacolo, ha cominciato a rivolgersi al pubblico e a interagire con esso. Inutile ricordare a tutti voi che una delle principali mansioni dei pagliacci è quella di occuparsi dei bambini. Anni Settanta del Novecento, Stati Uniti. Tra il 1972 e il 1978 si aggirava uno dei più pericolosi e feroci serial killer della Storia. Il suo nome era John Wayne Gacy, un cordiale, pasciuto, imprenditore edile. Talvolta si travestiva da Pogo il Clown, personaggio creato per feste, intrattenimento e beneficienza. Nel tempo libero, Gacy si è dilettato a uccidere trentatrè persone, tutti maschi adolescenti o giovani adulti. La maggior parte finirono sepolti sotto il pavimento della sua abitazione. Come tutti i serial killer americani, John Wayne Gacy è diventato un’icona pop. A lui sono state dedicate canzoni (il capolavoro “John Wayne Gacy Jr.” di Sufjan Stevens), lui ha ispirato serie televisive (implicitamente “American Horror Story: Freak Show”, esplicitamente “American Horror Story: Hotel”). “It” di Stephen King è la sua forma romanzesca, per lo meno in parte. Stephen King è riuscito a coniugare la potenza perturbante del pagliaccio d’avanspettacolo con l’orrore di un famoso assassino seriale.
Ritorniamo alla miniserie mandata in onda nel 1993. Ragionandoci in un prima e un dopo, proprio come nel romanzo, lo stesso evento vissuto da bambini e poi da adulti, non ha lo stesso effetto. Tutto, quando siamo piccoli, ci sembra più grande, più spaventoso. Poi si cresce. Ecco, siamo diventati grandi, e della miniserie ci rimane ben poco. Anzi, la sua inefficacia ci appare lampante: annacquata, edulcorata, a tratti ridicola. Certo, c’è una buona interpretazione di Tim Curry, che in realtà si limita a gigioneggiare, a urlicchiare. Abbiamo sconfitto It perché nella sua datata ingenuità non ci fa più paura. Non è abbastanza, non coglie nel segno. Cosa che il film di Andy Muschietti, invece, fa egregiamente.

Il poster di "Donnie Darko" (2001)

Il poster di “Donnie Darko” (2001).

It” di Muschietti è ambientato tra il 1988 e il 1989, il secondo film, in uscita a settembre 2019, sarà ambientato nel nostro presente. Il romanzo si svolge tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta. “Tradimento!”, direte voi. Scelta intelligentissima, dico io. Poco fa facevo il mio sermone sul rispetto del pubblico. Ecco, ambientare questa versione di “It” negli anni Sessanta sarebbe stato filologico, ma non avrebbe risuonato per nulla negli spettatori a noi contemporanei (e in quelli del futuro). Gli anni Ottanta non sono solo un’epoca a cui i Millennials (nati tra il 1979 e il 2000) possano relazionarsi in modo dialettico. Gli anni Ottanta, a ben vedere, sono una versione esagerata e tamarra degli anni Cinquanta e Sessanta. Trucco, abbigliamento (le spalline!), acconciature, si rifanno irrimediabilmente a quel preciso passato, rendendolo volgare e pacchiano. Un buon esempio a sostegno di questa mia tesi è il videoclip e la canzone “True Blue” di Madonna. La canzone è un aggiornamento di un tipico pezzo radiofonico in stile Sixties, il video ci mostra una Madonna che richiama un’epoca passata, ma con una smaccata coscienza sessuale. Per questo ambientare un adattamento contemporaneo di “It” negli anni Ottanta non tradisce nulla, nella sostanza. Sono presenti gli stessi tipi di conflitti: sociali, famigliari, razziali. Il mondo non è cambiato più di tanto. Il bulletto Henry Bowers, oggi, somiglia più a un Kevin Bacon d’annata: rimane comunque un omofobo psicopatico. Alcuni sostengono che l’ambientazione Eighties di “It” sia una scelta furbetta per cavalcare l’onda di “Stranger Things”. Non sono d’accordo. Le uniche cose che “It” e “Stranger Things” hanno in comune sono due. La prima: la presenza di Finn Wolfhard in entrambi i cast (ma in due ruoli opposti). La seconda: è “Stranger Things” a cibarsi di “It” (il romanzo) e non viceversa.
“Stranger Things” è ambientato nel 1983, gli anni di Reagan. Sono anni lussureggianti, colorati, pieni di neon. “It” si sviluppa nei tardi anni Ottanta, durante il primo e unico mandato di George H. W. Bush. Questa fine di una decade è sempre stata vissuta anche come la Fine del Mondo: esausta, sporca, un edonismo uscente. Gli anni Ottanta di Muschietti sono quelli della nascita del grunge. Un look che negli ultimi anni va particolarmente di moda, ma è diventato così comune da essere casual (o normcore, decidete voi). “It” è più simile, stilisticamente, a “Donnie Darko” (2001, Richard Kelly). Anche “Donnie Darko” si svolge nel 1988. Indovinate che libro legge, in una scena, la madre di Donnie Darko? Sì, avete indovinato. Tutto torna a “It”.

La locandina di "It" (2017)

La locandina di “It” (2017).

Arriviamo al centro (e alla fine) del complesso sistema fognario. Che cos’è “It” di Muschietti? È un film horror con un’anima indie. È un horror puro, che spaventa, perché fa leva sugli archetipi. Andy Muschietti ha saputo cogliere a pieno, e a sviluppare, la lezione di “Babadook” (2014, Jennifer Kent). Il Mostro non fa paura solo perché uccide brutalmente i bambini (la magnifica sequenza iniziale). Pennywise fa paura perché è un babau, un boogeyman, un volto che scruta nell’ombra. Ci spaventa perché conosce i nostri timori, le nostre umiliazioni. Muschietti fa apparire Pennywise dopo un attacco dei bulli, dopo un brutto ricordo, dopo un’attenzione sessuale di un padre. Riesce nell’intento di esprimere tutto il pensiero kinghiano con una sintesi incredibile: il Male non è solo tra noi, è in noi. Ma possiamo sconfiggerlo. Il regista argentino inserisce anche delle insolite scene body horror (genere cinematografico nato negli anni Ottanta, cfr. “La Mosca”, 1987, David Cronenberg). Il body horror si occupa di mettere in scena le mutazioni del corpo e le sue deformità, intese come decorso insano di una malattia (il dilagare dell’AIDS). Ed è anche nella corporeità che Bill Skarsgård eccelle nella sua caratterizzazione di Pennywise. It è una presenza corporea, tangibile, carne, sangue e talvolta zanne. Incombe anche quando non c’è: ecco, la Paura. Questo fattore manca alla maggior parte degli horror. E anche alla versione di Tim Curry, nonostante la sua iconicità. Skarsgård lo rende ridanciano, violentissimo, incontrollabile, al limite della demenza. Come un clown che ci vuole far ridere turbandoci, It mette in pericolo lo spettatore.
La vera anima di “It” è quella del film indie. Quante volte abbiamo visto in un film indipendente una scena di adolescenti che si tuffano in un lago? Un sacco, e c’è anche qui. Quello che cambia è la funzione di una scena come questa, ossia renderla empatica, come se quei personaggi li conoscessimo davvero. Ci manipola, ma ci piace perché conosciamo intimamente quel gruppo di amici. Siamo stati così. E chi non può relazionarsi con la prima visione di una bellissima Beverly Marsh, il primo amore, la prima cotta? “It” trova il suo cuore nel rapporto tra amici, nella sua idealizzazione. È grazie alla capacità della nostra memoria di rendere narrative le nostre esperienze personali, che tutto ciò diventa reale e un oggetto a cui relazionarsi. C’è un motivo se le storie sono scritte in un certo modo dall’alba dell’uomo: vogliamo essere intrattenuti, ma vogliamo che sia fatto bene. Ed è per questo che “It” è molto più di un semplice film dell’orrore con sangue e spaventi: i nostri ricordi, teneri, infantili, le nostre paure, insensate, superate, ritornano. Il Cinema torna da noi, e noi ritorniamo al Cinema.

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Davide Giorgi
L'Autore
Mi chiamo Davide Giorgi. Classe 1985. Sono uno scrittore e giornalista freelance. Qualcosa di simile. La mia prima occupazione è il cinema. Scrivere di cinema, fare cinema. E di arte in generale. Sono anche appassionato di musica, antropologia ed entomologia. Tutto ciò è fuso qui dentro.

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