Top 10 SERIE TV 2016

SERIE2016GR

Ogni anno il mezzo televisivo offre sempre nuove sorprese. Quest’anno, in particolare, è arrivata la Rivoluzione (ma lo leggerete alla fine). Prima di cominciare, un paio di precisazioni. La classifica è compilata tenendo conto delle nuove, o relativamente nuove, serie televisive. Ho scelto tra le meno conosciute e le più interessanti, quindi c’è un alto grado di arbitrarietà. Le varie posizioni sono solo di comodo, una semplice compilazione. Se preferite: un gioco tra noi. Non sottovalutatene qualcuna solo in base alla posizione in classifica.
Qui non troverete serie ormai famosissime e acclamate come: “Il trono di spade”, “House of Cards”, “Ash vs Evil Dead”, “Veep”, “Orange is the new black”, “Mr Robot”. Ci tengo a dire che tutte queste serie tv appena citate hanno prodotto, almeno quest’anno, le loro stagioni qualitativamente più alte. E’ ora di mostrarvi quali sono le Migliori Serie Tv del 2016, ovviamente senza alcuno spoiler.

 

10BLACK MIRROR                                                   

STAGIONE 3
di Charlie Brooker
NETFLIX

Negli anni Sessanta c’era “Ai confini della realtà”, una delle serie di punta della Prima Golden Age della Televisione. Rod Serling aveva creato qualcosa di unico, sconvolgente ed innovativo, pur restando nei limiti della serie pura (ogni episodio era autoconclusivo, come “La Signora in Giallo”, “Colombo”, o in maniera più pertinente, “Alfred Hitchcock Presenta”). Almeno tre gli episodi-capolavoro, da vedere assolutamente, in una serie che di per sé è un continuo insieme di colpi di genio: “Solitudine”, “Tempo di leggere” e “I mostri di Maple Street”.
Le serie serializzate, ossia con una continuità di trama da un episodio all’altro, sarebbero state un prodotto degli ultimi decenni del Novecento: “Hill Street Blues” (1981-1987) aveva aperto la strada, “Twin Peaks” (1990-1991) aveva cambiato la Storia. Al culmine di questa Seconda Golden Age della Televisione, la tv sta cambiando ancora: diventa sempre più cinematografica. Rispetto a pochi anni fa, quando gli episodi di una stagione erano in media ventidue-ventiquattro (cfr. “Lost”), oggi c’è un netto dimezzamento. Raramente si superano i dodici episodi a stagione. Le serie più apprezzate hanno una media di otto-dieci episodi a stagione (“The Leftovers”, “True Detective”). Se pensate che questo sia un caso, vi sbagliate. I produttori televisivi si sono accorti che non solo possono ottimizzare gli investimenti in pochi episodi, e quindi elevarne la qualità allo stesso livello del cinema, ma un ritorno alla struttura antologica e a serialità breve (“American Horror Story”) sembra soddisfare maggiormente le aspettative del pubblico.
E’ in questo solco che si inserisce “Black Mirror”, le cui prime due stagioni andavano in onda sull’inglese Channel 4, ed erano composte di tre episodi ciascuna (più eventuale, terrificante, speciale natalizio). Così Netflix è riuscita ad accaparrarsene i diritti, e questa Terza Stagione ne mantiene tutte le premesse, con una sostanziale differenza: la produzione è indubbiamente più costosa. “Black Mirror” è il perfetto erede di “Ai confini della realtà”, perché ha sì una struttura sostanzialmente identica, ma tratta allo stesso modo l’approccio di fantascienza come specchio della realtà (che, a mio avviso, è l’unica vera fantascienza). In “Ai confini della realtà” si mettevano in scena, in un’ottica super liberal, alcune paranoie tipiche dell’era atomica, il maccartismo e le tensioni razziali. In “Black Mirror”, la focalizzazione verte sull’uso dei media, e sul condizionamento che questi esercitano sulle nostre vite. Sarebbe molto facile ridurre “Black Mirror” all’assunto “La tecnologia è il male”, ma sarebbe come dire che “Casablanca” (1944, Micheal Curtiz) sia solo un film romantico. Piuttosto, “Black Mirror” gioca con le nostre paure, proiezioni e aspettative, e si preoccupa di esasperarle per far emergere l’umanità dei personaggi. “Nosedive”, primo episodio di questa Terza Stagione, propone un mondo dominato da un social network che valuta le persone con delle stelline di gradimento. Chi ha un punteggio più alto può accedere a vari privilegi (case di lusso, prestigio sociale, etc.). C’è una regia meravigliosa di Joe Wright (“Espiazione”, 2007), una stupefacente fotografia color pastello, un’incredibile colonna sonora di Max Richter, e una performance sublime di Bryce Dallas Howard. “San Junipero”, l’episodio più heartbreaking del 2016, smentirà chiunque pensi che “Black Mirror” sia una serie così scioccamente manichea da incarnare ogni Male nella tecnologia. “Men against fire” è l’episodio più politico di questa stagione, senza scadere nella retorica dei buoni sentimenti: uno dei grandi pregi di “Black Mirror”, oltre ad avere una scrittura elevatissima, è quello di essere cattivissima. “Hated in the nation” chiude il cerchio, con un episodio lunghissimo (quasi novanta minuti!), a confermare sia la volontà di potenza cinematografica del mezzo tv, sia a trattare in modo tutt’altro che banale il fenomeno dell’odio sui social network.

 

911.22.63                                                   

MINISERIE
di Bridget Carpenter
HULU

L’omicidio di John Fitzgerald Kennedy ha scatenato la fantasia di innumerevoli scrittori, autori cinematografici e televisivi. Questo, probabilmente, perché l’attentato al Presidente democratico è stato l’evento (anche mediatico) che ha creato quella fitta coltre di sfiducia verso le istituzioni americane che si protrae ancora oggi. Nessun americano crede che Lee Harvey Oswald (forse simpatizzante comunista, forse infiltrato della CIA) abbia ucciso Kennedy, per lo meno non da solo.
Da qui nascono anche tutte le Teorie del Complotto, che prima del 22 novembre 1963 erano prerogativa di qualche strambo ufologo (cft. L’incidente di Roswell).
Si può citare il capolavoro “JFK” (1991) di Oliver Stone, a mio avviso uno dei Migliori Film degli anni Novanta, intricatissimo, super complottista ed esempio di postmodernismo cinematografico. Non si può non menzionare anche la serie tv “X-Files” (1993-2002, 2016), dove l’omicidio Kennedy torna sia esplicitamente (4×07, “I segreti del fumatore”), sia nell’intero mood cospirazionista che ne attraversa tutte le stagioni.
Due le maggiori opere letterarie che hanno trattato questo tema. La prima è “American Tabloid” (1995) di James Ellroy, con una moltitudine di personaggi biechi, sporchi e cattivi tipici dell’autore. La seconda, e più attinente a questa “11.22.63”, è “Libra” (1988) di Don DeLillo. DeLillo focalizza tutto l’arco narrativo su Oswald, creando un personaggio estremamente contraddittorio, talvolta martire, talvolta traditore, scandendo gli episodi della sua vita in una moltitudine di frammenti, pensieri, ricordi, punti di vista. L’aspetto complottista è in secondo piano rispetto a un’analisi quasi sociologica (la terra delle contraddizioni, l’America), nella quale Lee Harvey Oswald si pone come l’assoluto anti-eroe americano.
“11.22.63”, tratto da uno dei migliori romanzi di Stephen King dell’ultimo decennio, usa più o meno lo stesso approccio di DeLillo, che è poi quello della narrazione seriale: espansione e descrizione di un mondo tramite gli occhi di un outsider. L’escamotage è quello della fantascienza classica in stile “Ai confini della realtà” (sì, ancora), distribuito in otto episodi. Un gigantesco what if: cosa faresti se avessi l’occasione di riscrivere il passato? E’ quello che succede a Jake Epping (James Franco), modesto insegnante di inglese che ha l’opportunità di viaggiare indietro nel tempo per evitare l’attentato che ha costato la vita al Presidente Kennedy. Ci saranno conseguenze, paradossi, e la resistenza del Storia stessa. Non mancano le usuali citazioni kinghiane, da “Ritorno al futuro”, “Donnie Darko”, “Il Padrino – Parte II”, oltre alla scritta Redrum (da “Shining”) che compare nell’ottavo episodio.

 

8GRACE AND FRANKIE                                                   

STAGIONE 2
di Marta Kauffman e Howard J. Morris
NETFLIX

Passata in sordina come l’anno scorso, ma con recensioni decisamente più entusiaste (attualmente 89% su Rotten Tomatoes), “Grace and Frankie” è sicuramente una delle migliori serie in circolazione, e quella che più di tutte merita di essere rivalutata e soprattutto vista. Dopotutto, uno dei due ideatori è quella Marta Kauffman che ha creato “Friends” (1994-2004). A irritare la critica, forse, sono state alcune scontate aspettative aprioristiche (e la sostanziale impreparazione alla visione come binge watching, che necessiterebbe un diverso approccio critico, ma non voglio fare lo stesso discorso ogni anno). In poche parole, la critica si aspettava una classica sitcom tutta da ridere, struttura che ormai ha i suoi limiti evidenti (dopo “Rabbits” di David Lynch, le risate in sottofondo a sottolineare battute, che spesso non fanno neanche ridere, sono francamente ridicole e passé).
Quello che si pone “Grace and Frankie” è di essere una dramedy dura, pura e cruda. Attenzione: le risate non mancano, ce ne sono a volontà, ma sono inserite all’interno di un contesto più intimo, profondo, malinconico. La storia è semplice. Due anziane nemiche-amiche (le titaniche Jane Fonda e Lily Tomlin), vengono mollate dai rispettivi mariti. Non solo, i due uomini (Martin Sheen e Sam Waterson nei ruoli più deliziosamente insoliti della loro carriera) sono gay, stanno insieme da più di vent’anni e vogliono anche sposarsi! Da questa premessa si evolve una narrazione che ha il suo punto di forza nella leggerezza. Leggerezza non scontata, ma unica nel panorama televisivo: l’intimità e la sessualità delle persone anziane. Nel formato seriale, è la cosa più vicina allo stile di Pedro Almodóvar, al suo cuore pulsante, insolito e umanista, sfrondato da eccessi melò e costumi pacchiani (e non è una critica a uno dei più grandi registi viventi, sia chiaro). In “Grace and Frankie” si ride con i personaggi, non dei personaggi: con la Jane Fonda nevrotica e wasp, o con la Lily Tomlin più fricchettona di sempre. Ma quello che conta è l’estrema empatia che i personaggi riescono a trasmettere allo spettatore, cosa assai difficile per una commedia (che ha una struttura rigida e ‘matematica’, basata su serrate tempistiche e sull’azione-reazione). Si parla di sesso, amore, solitudine, olio di palma, droghe leggere ma anche eutanasia e mortalità. E il bello di “Grace and Frankie” è proprio questo: quando vuole far ridere sa farlo con rara intelligenza, ma quando vuole colpire sa affondare per bene la lama. Un altro grandissimo pregio di “Grace and Frankie” è la brevità: tredici episodi a stagione, che scorrono velocissimi anche per via della durata (venticinque minuti a puntata).

 

7THE CROWN                                                   

STAGIONE 1
di Peter Morgan
NETFLIX

Con “The Crown” Netflix si gioca anche le mutande, e vince tutto il tavolo. Innanzitutto, le ambizioni. Si tratta di uno dei prodotti televisivi più costosi della Storia, e i soldi spesi si vedono tutti fino all’ultimo penny. Centinaia di costumi riprodotti con una maniacalità certosina, fino al più infimo bottone. Sarebbe comunque un’ingiustizia ridurre l’evidente sontuosità della messa in scena, a una serie tv unicamente basata su costumi e scenografie del più alto livello concepibile. Queste aspirazioni si propagano anche allo stesso impianto narrativo. L’obiettivo è quello di coprire l’intero regno di Elisabetta II, dagli anni Cinquanta ad oggi, in un arco di sei stagioni. Inoltre, per ovvie ragioni di aderenza e fisicità dei ruoli, l’intero cast verrà sostituito ogni due stagioni.
“The Crown” è soprattutto una serie scritta in maniera egregia. Ogni episodio è come se fosse un atto di una piéce teatrale di uno dei migliori sceneggiatori sulla piazza: Peter Morgan. Frutto del suo ingegno sono: “The Queen” (che è servito da pattern per questa serie di Netflix), “L’ultimo Re di Scozia” e soprattutto il meraviglioso “Frost/Nixon”. Chiunque abbia visto anche solo uno dei film citati, sa bene quello che Peter Morgan riesce a fare con i dialoghi: ispirati, efficaci, memorabili. In una sola parola, perfetti, specialmente nei confronti a due.
Questa Prima Stagione, infatti, si snoda principalmente sull’incontro-scontro tra la giovane Elisabetta II e Winston Churchill (l’americano John Lithgow è esemplare nel ruolo). Churchill è talvolta mentore della Regina, talvolta apertamente ostile. Il personaggio è trattato sì con grande simpatia (d’altronde si ha a che fare con uno degli indiscussi eroi della Seconda Guerra Mondiale), ma anche con un realismo non glorificante. Winston Churchill è inquadrato nel corso del suo ultimo mandato come Primo Ministro, ancora scaltro e combattivo, ma allo stesso tempo piegato dall’età, dalle malattie e da una certa riluttanza a cedere il potere. Due gli episodi significativi. In “Act of God” una nube di smog imprigiona Londra e causa la morte di diversi cittadini, e uno spaesato e miope Churchill non ne previene e tantomeno affronta il potenziale catastrofico. In “Assassins”, Churchill è alle prese col pittore pittore modernista Graham Sutherland, e il controverso ritratto (poi bruciato). E’ in questi scontri tra personalità opposte che si gioca “The Crown” e tutta la poetica di Peter Morgan. Così come il conflittuale rapporto tra Elisabetta (Claire Foy) e il marito Filippo (Matt Smith, Undicesimo Dottore di “Doctor Who”), mette in luce il paradosso tra l’essere e l’apparire, tipico di ogni amministratore di potere, ancora più tipico e complesso se si tratta di una monarchia, coi suoi riti e regole ferree. “The Crown” è, come si è visto, storicamente accuratissimo senza però esserne appesantito. Certo, non essendo un documentario, non mancano le concessioni in stile soap-opera: dubito che Elisabetta II abbia mai passato un safari in Kenya a filmare le natiche del consorte con una Super 8.
La regia dei primi due episodi è di Stephen Daldry (anche nelle vesti di produttore), ritornato in grande stile dopo che i fasti di “Billy Elliot” e “The Hours” lo avevano lasciato un po’ appannato. La televisione può anche salvare.

 

6WESTWORLD                                                   

STAGIONE 1
di Jonathan Nolan e Lisa Joy
HBO

I fratelli Nolan non se la passano sempre troppo bene. Spesso, una critica dalle capacità limitate, e, a seguire, alcuni studenti di Cinema pretenziosi e settari, hanno gettato loro addosso un vasto odio cieco, in fiumi di caratteri che si potevano anche risparmiare per il sexting. La colpa originaria, in questo triste e sclerotico mondo di hipster che, tra minidotati, gioca a chi ce l’ha più lungo, è sempre quella. I fratelli Nolan scrivono e producono opere di enorme successo popolare, ma con ambizioni da film d’autore. Onta imperdonabile: per essere dei grandi autori cinematografici (o, in questo caso, televisivi) occorre che le opere vengano viste solo da quei cento-duecento addetti ai lavori, con una preparazione specifica, e possibilmente da visionare in lingua ungherese coi sottotitoli. In verità vi dico: guardatevi da questi santoni che lanciano strali come imam, e che non hanno alcun rispetto per il pubblico, ritenuto sempre e comunque idiota o ignorante.
I Nolan, invece, creano opere complesse, filosofiche, che proprio per questa loro peculiarità inducono il pubblico a porsi delle domande e a fare speculazioni. Non credo sia una colpa quella di desiderare un pubblico vasto e di tenerlo sveglio.
“Westworld” non fa la differenza: impregnato di una certa visione platonica (il mito della caverna), pone lo spettatore nella posizione di immedesimarsi con ciò che non è umano, e a chiedersi esattamente cosa sia, in fondo, l’essenza dell’essere umano. Ambientato in un non precisato futuro, il Westworld del titolo è un parco a tema Vecchio West, popolato di androidi, dove i visitatori umani potranno fare un’esperienza unica. Essendo basato su un film del 1973 di Michael Chricton, noterete che “Westworld” non si distanzia molto, a livello tematico, da “Jurassic Park” dello stesso autore. Il problema è che gli esseri umani scelgono quasi sempre di ‘uccidere’ o stuprare (spesso entrambe le cose), i vari robot, in un turbine di sfogo degli istinti primari. Ma gli androidi cominciano a sviluppare una sorta di memoria dei traumi subiti, e la ribellione è dietro l’angolo.
“Westworld” ha alcune caratteristiche particolari. L’uso di ellissi, tipico dei Nolan. Si tratta di una escissione di una porzione di trama, qualcosa che non viene spiegato ma che si comprende, per deduzione, nella concatenazione e sequenzialità delle scene. Lubitsch era un maestro delle ellissi, ma se ne ritrovano anche in Hitchcock (cfr. “Vertigo”, 1958). Se si tratta dei Nolan, l’uso di questa figura retorica viene etichettata come ‘cattiva scrittura’, quando è ovviamente l’opposto (gli spiegoni lasciamoli a “Don Matteo”). La ripetizione: ‘morendo’ spesso, i robot hanno bisogno di essere riparati e analizzati, e la loro “vita” si ripete con minime ma significative variazioni (qualcuno si ricorda il bellissimo film “Ricomincio da capo” del 1993?). E, infine, lo straniamento: il continuo dialogo tra fuori e dentro, ossia tra la classica ambientazione western e l’ipertecnologico apparato che controlla il parco a tema.
La colonna sonora, di Ramin Djawadi (lo stesso autore delle musiche di “Game of Thrones”), rivisita in chiave western, e in modo molto originale, alcune canzoni dei Radiohead, The Cure, Nine Inch Nails e Rolling Stones.

 

5AMERICAN CRIME STORY                                      

STAGIONE 1
di Scott Alexander e Larry Karaszewski
FX

All’inizio di questa classifica, ho accennato di come “American Horror Story” abbia dato il via a un ‘nuovo’ corso della Tv: le stagioni antologiche. “American Horror Story”, si cimenta, più che altro, negli eccessi: un giocattolone pop, che mescola trash, gore e comedy. “American Crime Story”, pur mantenendo lo stesso apparato produttivo (c’è sempre Ryan Murphy in varie vesti), è completamente diverso. La nuova serie antologica di FX si basa esclusivamente sui fatti. Il fatto in questione, come suggerisce il sottotitolo “The People v. O. J. Simpson”, è il duplice omicidio del quale fu imputato, nel 1994, O. J. Simpson, ex star del football americano. Il formato true crime non deve, però, ingannare: sebbene ci sia un’aderenza molto precisa al susseguirsi dei veri eventi di cronaca, si tratta comunque di una serie televisiva che manipola le vicende per far passare un messaggio molto chiaro.
Le scene iniziali, che sembrano slegate dal resto, mostrano una serie di rivolte della comunità afroamericana contro la polizia. Il tema, dopo vent’anni, è ancora molto attuale: gli autori preparano il contesto per una tesi. Dopodiché si passa alla vicende giudiziarie di O. J. Simpson, un nero benestante, famoso, glorificato, imputato di un crimine terribile e al centro del più grande processo mediatico della Storia.
Questa stagione di “American Crime Story”, spiega, con un acume rarissimo per il mezzo televisivo, perché certe cose succedano. Perché un processo sottoposto a un’attenzione mediatica di quella portata possa avere esiti imprevisti. E, soprattutto, perché il senso di colpa di una nazione che ha ancora grossi problemi col razzismo, e la necessità di un suo esorcismo, possa portare a una situazione di totale ingiustizia. Perché un nero ricco e famoso abbia un trattamento diverso da un nero qualunque.
“American Crime Story” non è solo una perla della televisione, ma è anche una raccolta di personaggi memorabili. Dal controverso O. J. Simpson, interpretato da Cuba Gooding Jr., al livoroso Robert Shapiro, un John Travolta ormai alla sua seconda o terza rinascita artistica. Due sono i personaggi autenticamente ‘morali’. La procuratrice Marcia Clark di Sarah Paulson, mai così brava e premiata, giustamente, con un Emmy, donna in un mondo di soli uomini (altro tema molto ben sviscerato e tutt’altro che secondario). Lo spaesato Robert Kardashian, interpretato da David Schwimmer. Sì, è il padre di quelle Kardashian. In questo girone mediatico e infernale, è interessante notare come i Kardashian siano quelli che, in fin dei conti, ne escono meglio.
Di “American Crime Story” sono previste altre due stagioni che si preannunciano altrettanto interessanti: una sull’uragano Katrina, una sull’omicidio di Gianni Versace.

 

4RICK AND MORTY                                                   

STAGIONE 1 & 2
di Justin Roiland e Dan Harmon
ADULT SWIM

In realtà, queste due stagioni di “Rick and Morty” sarebbero, rispettivamente, del 2013 e 2015. Ma questa imperdibile serie animata ha conosciuto la notorietà solo quest’anno, grazie alla distribuzione di Netflix, che non si ringrazierà mai abbastanza. Per questo mi è sembrato pertinente inserire “Rick and Morty” in questa classifica delle Migliori Serie Tv del 2016.
“Rick and Morty”, nella sua ossatura, è una parodia dei vari “Ritorno al futuro”. Tuttavia, se si esclude la morfologia dei due personaggi principali, se ne discosta quasi subito trovando una sua autonomia ben precisa. Bene, questa serie animata targata Adult Swim è un autentico delirio. Dimenticatevi “I Griffin” o “South Park”, non c’è alcuna competizione. Non può esserci. “Rick and Morty” va ben oltre le righe: va oltre le dimensioni. La prima puntata della Seconda Stagione si chiude con un’autentica bestemmia (non scherzo, è proprio «Fuck you God!»). Ma le avventure demenziali del cattivissimo Rick e dello scemo Morty, non si limitano ad essere blasfeme, scorrette ed esilaranti. C’è una costellazione di citazioni colte, da “Cose preziose” di Stephen King a un mondo composto da creature di Cronenberg. Nella prima puntata della Seconda Stagione, che ho già citato, c’è anche una certa nozionistica di meccanica quantistica, per esempio il paradosso del gatto di Schrödinger. In altri episodi, c’è un combattimento con un gigantesco virus della gonorrea, oppure un mondo parallelo di soli sederi e vari vaneggiamenti. E’ così volgare come sembra? Non proprio, è un umorismo più paradossale che nonsense, ed estremamente intelligente. Per certe soluzioni e incastri narrativi ricorda non poco il mai troppo citato “Guida galattica per autostoppisti”, romanzo del 1979 di Douglas Adams.
Una prova dell’intelligenza di questa serie? Nell’ottavo episodio della Seconda Stagione (“Tv via cavo interdimensionale 2”), come voce guest star c’è uno dei cameo più eclatanti della Storia dell’Animazione: Werner Herzog che, in meno di un minuto, spiega, col suo stile e col suo accento inconfondibile, come la società umana sia strutturata in funzione dei membri maschili! E non dimenticatevi di vedere gli episodi nella loro interezza, perché dopo i titoli di coda c’è sempre una piccola scena aggiuntiva. Una perla? Rick e la nipote che si dopano per pestare: un naziskin, un omofobo, un bullo e un tizio che maltratta gli animali. Come soundtrack: “X Gon’ Give It To Ya” di DMX.
“Rick and Morty” ha una continuità tra i vari episodi, caratteristica insolita per un prodotto di animazione occidentale. Questa continuity è presente, in modo diverso, anche nell’ottimo “BoJack Horseman”, che trovate sempre su Netflix.
“Rick and Morty” è la miglior serie comedy di animazione di tutti i tempi.

 

3STRANGER THINGS                                                   

STAGIONE 1
di Matt e Ross Duffer
NETFLIX

Dopo “House of Cards”, Netflix riesce a mettere insieme la sua seconda e forse più grande hit fino ad oggi. “Stranger Things” è già un fenomeno di culto: lo si capisce dal proliferare di gif, anche personalizzabili. Il che sembrerebbe poca cosa, ma oggi come oggi le gif animate sono il massimo indicatore ‘tangibile’ del successo: espressione di identificazione, ironia, sintesi emotiva o di un concetto.
Cosa hanno fatto i Duffer Brothers per riscuotere tutti questi consensi unanimi? Una cosa assolutamente stravagante: non hanno inventato nulla. “Stranger Things” è un frullato di nostalgia, archetipi e feticci degli anni Ottanta. Troveremo, quindi, un gruppo di preadolescenti loser come ne “I Goonies” e “Stand by me”, degli adolescenti ricalcati su quelli dei film di John Hughes, un mostro che è un po’ “Alien” e un po’ Freddy Krueger, e ovviamente citazioni da “E.T.”. La colonna sonora originale, di Michael Stein e Kyle Dixon, richiama i sintetizzatori di John Carpenter. I brani di repertorio pescano a piene mani nel rock/pop dell’epoca: The Clash, The Smiths, Toto, Joy Division, New Order, Echo & The Bunnymen, Corey Hart. Mancano solo il riso alle fragole e “Piccoli fans” con Sandra Milo. C’è anche un contesto intertestuale: Winona Ryder è tra i protagonisti, in gran spolvero come il gioco Dungeons & Dragons. La Ryder, per chi non lo sapesse, è stata una delle massime icone del cinema anni Ottanta; questo prima che si mettesse a rubare cose nei negozi.
“Stranger Things” ha imposto la sua sovranità anche nella creazione di nuove star: Millie Bobby Brown, che interpreta Eleven, ha ora contratti da tre milioni di dollari a film, ed è osannata come la nuova Natalie Portman.
In fondo, queste cose che ho elencato, sono solo note di colore. Perché, al di là di questo potpourri di generi, nostalgie e sensazioni, “Stranger Things” è anche una serie scritta in modo perfetto. Sfido chiunque, al di là dei gusti personali, a dire di essersi annoiato guardandola. E non credo che qualcuno non abbia visto almeno due-tre episodi di fila. Ci sono tre storyline ben distinte: i loser, gli adolescenti e gli adulti. Nessuna delle tre linee narrative mostra un calo di interesse. Se fossero tre serie distinte, sarebbero state seguite con la stessa identica passione. Tutti i piani narrativi, a un certo punto, convergono come dovrebbero verso un determinato climax. Pensate che sia scontato? In quasi ogni serie, anche le migliori, esistono parti di storia meno interessanti delle altre. Qui non avviene.
Curioso, per gli sviluppi che avverranno nella Seconda Stagione, è che Matt e Ross Duffer costruiranno più un sequel che una vera e propria continuazione. Questo mi fa pensare che “Stranger Things” avrà una struttura semi-antologica come “The Leftovers”, dove gli archi narrativi si chiudono alla fine di ogni stagione, ma cambiano le ambientazioni e solo alcuni personaggi principali saranno confermati.

 

2THE JINX                                                   

MINISERIE
di Andrew Jarecki
HBO

Andrew Jarecki è uno dei massimi esponenti del documentario con solo un film all’attivo. Suo è “Una storia americana” (“Capturing the Friedmans”, 2003), enorme capolavoro che potete trovare anche su Netflix. In “Capturing the Friedmans”, Jarecki ricostruisce il disfacimento di una famiglia della buona borghesia americana dopo alcune accuse di pedofilia a carico del patriarca. Lo fa dall’interno: i Friedman avevano l’abitudine di filmarsi con una telecamera. Jarecki ci mostra ogni momento, ogni lite e riunione di famiglia durante le indagini e i vari accertamenti. Il risultato è un documentario di grande ambiguità, dove non si comprende mai quale sia la verità, se ci siano stati degli atti di pedofilia o se tutto ciò sia stata una caccia alle streghe voluta dalla comunità e foraggiata dai media. Che siano vere entrambe le ipotesi?
La stessa ambiguità è il punto di partenza di questo “The Jinx”, o almeno così pensava il regista nelle sue premesse, in questo documentario in sei puntate per HBO. L’idea di un documentario a puntate non è troppo originale, è già stata usata nell’ottimo “Making a Murderer” dell’anno scorso (Netflix). Ma “The Jinx” è nettamente superiore. E’ una ricostruzione della vita di Robert Durst, eccentrico miliardario di New York, accusato di vari delitti (sua moglie, scomparsa e mai ritrovata, la sua migliore amica, un suo vicino di casa). Dicevo, l’ambiguità come cifra stilistica di Andrew Jarecki. Sì, perché Robert Durst è sempre riuscito a farla franca. E in questo documentario, è lo stesso Robert Durst a parlare in prima persona e per la prima volta davanti alle telecamere. Durst è un personaggio bizzarro: figlio di una delle famiglie più ricche degli Stati Uniti, ha usato una marea di pseudonimi, si è travestito da donna (e molti gli hanno creduto!), ha cambiato parrucche e si è rasato capelli e sopracciglia per sfuggire alla polizia. Infine, si è fatto prendere per aver rubato un panino in un supermercato. Ma è davvero colpevole?
Jarecki ricrea la storia come se fosse un thriller investigativo, facendo ampio uso di svariate tecniche del documentario: interviste, ricostruzioni, speculazioni. Non sorprende che la bellissima sigla occhieggi a quelle di “True Detective”. E’ la realtà narrata attraverso un linguaggio di finzione, così come fece Truman Capote nel romanzo “A sangue freddo” (1966).
La cosa che rende straordinaria una serie nonfiction come “The Jinx”, oltre ad essere estremamente appassionante, è che noi spettatori vediamo delle indagini in corso. Non delle indagini ipotetiche, o basate su flebili congetture: assistiamo a un mistero lungo più di trent’anni nell’atto di sbrogliarsi. E, nell’ultima puntata, nell’ultima scena, sotto gli occhi attoniti di Jarecki che sono anche i nostri, succede qualcosa di eclatante. Qualcosa di mai visto in tv, al cinema, da nessuna parte. Qualcosa di miracoloso che poteva accadere solo sotto le lenti (e i microfoni) di una telecamera. Se non avete mai sentito parlare di questa miniserie documentaria, è perché in Italia ha avuto una programmazione scellerata su Sky TG 24 (!). Va recuperata senza se e senza ma: è incredibile.

 

1THE YOUNG POPE                                                   

STAGIONE 1
di Paolo Sorrentino
SKY/HBO/CANAL+

Tutti odiano Sorrentino, ma su Sky ha fatto numeri record, con un 45% di share in più rispetto a tutte le serie mai trasmesse su satellite in Italia. E ora non lo odia più nessuno. All’estero, inutile dirlo, “The Young Pope” è piaciuto a chiunque, e già fioccano le critiche positive.
In Italia c’è questo bruttissimo atteggiamento, assolutamente provinciale, che consiste nell’esaltare le nostre realtà locali finché non hanno successo. Invece di prenderlo come un orgoglio nazionale, e mettendo da parte i giudizi critici, a Sorrentino non hanno perdonato il (meritatissimo) Oscar con “La Grande Bellezza”. Ancora ricordo gli status su Facebook dopo la premiazione: fu una giornata orribile e disgustosa. Questo non è un paese che perdona il successo o l’ambizione: dobbiamo tutti stare nell’aurea mediocritas. Fortunatamente, siamo anche un paese con la memoria corta. E un approccio popolare, come può essere il mezzo televisivo, ha sicuramente giovato al consenso di Sorrentino in Italia.
Se vi fate un giro su Twitter, “The Young Pope” è piaciuto a nove utenti su dieci (anche ai detrattori). Non è piaciuto solo a quelli che si rispondono da soli: «Sarò stupida io, ma Sorrentino non lo capisco». Appunto.
Carmelo Bene, in uno dei suoi deliziosi accessi di egomania, urlava alla platea del Maurizio Costanzo Show: «Non si può parlare di Dio con Dio!». In “The Young Pope”, Sorrentino parla molto di Dio con Dio. Lo invoca, lo cerca, non lo trova, lo trova, lo bestemmia, lo venera. Tutto attraverso il volto, a volte angelico, a volte luciferino, del papa di Jude Law, qui nel ruolo della vita. Per non parlare dei comprimari, da Diane Keaton a Silvio Orlando, il personaggio più amato e memorabile della serie. Altrettanto memorabili sono le infinite serie di aforismi che Sorrentino è solito creare, e che non citerò, per non parlare delle varie situazioni che hanno entusiasmato il pubblico: la Cherry Cola, il canguro, la sigla (che culmina in un’opera di Cattelan), la maglietta di Suor Mary, la premier groenlandese che balla su una canzone di Nada
Mi chiederete di giustificare questo primo posto a “The Young Pope” nella mia classifica delle Migliori Serie Tv del 2016. E’ molto semplice: “The Young Pope” è una bomba nucleare, cambierà per sempre il linguaggio televisivo. Perché? Perché è assolutamente nuovo. Le serie televisive utilizzano una trama classica, al massimo una multitrama, dove un diverso piccolo problema si presenta in ogni episodio ed è incastonato in un problema più grande (la macrotrama). Vi invito a notare, nelle serie che state guardando, il seguente esempio pratico. Solitamente ogni episodio è strutturato in: presentazione del problema, ricerca di una soluzione, soluzione del problema. E’ uno standard di scrittura, collaudato già da Aristotele che lo definì ‘piacere pertinente‘, ed è un meccanismo sicuramente funzionante, sicuramente poco rischioso.
Chiunque abbia competenze con la scrittura per il cinema e la tv (e sarebbe bello che i vari critici, amatoriali e non, studiassero un po’ prima di sentenziare con un «è scritto male») sa bene che Sorrentino fa solo ed esclusivamente film a minitrama. Si tratta di una trama ‘debole’, ridotta all’osso, e tutta concentrata su un personaggio e sulla sua interiorità. Questo è comunissimo nel cinema d’autore europeo. Ma non è tipico della televisione, perché non era mai stato fatto. “The Young Pope” elimina lo scarto tra cinema d’autore e serialità televisiva. La serie di Sorrentino si presenta come un flusso unico in dieci puntate, nel quale è impossibile individuare una linearità, una focalizzazione o una precisa scansione in atti (di solito sono tre). Una ‘trama’ incentrata sulla trascendenza è impossibile da rendere in maniera definita e centrata. Detto ciò, “The Young Pope” non è un prodotto che tratta lo spettatore come uno stupido (e cioè spiegando tutto), ma si preoccupa anche, oltre a farlo pensare e dubitare, estasiare con «sparuti sprazzi di bellezza», di intrattenerlo e di farlo divertire attraverso massicce dosi di ironia.
Per questo Paolo Sorrentino è Pio XIII, come il Papa ha compiuto un miracolo.

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Davide Giorgi
L'Autore
Mi chiamo Davide Giorgi. Classe 1985. Sono uno scrittore e giornalista freelance. Qualcosa di simile. La mia prima occupazione è il cinema. Scrivere di cinema, fare cinema. E di arte in generale. Sono anche appassionato di musica, antropologia ed entomologia. Tutto ciò è fuso qui dentro.

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