Top 30 ALBUMS 2016

alb2016gr
Ho trovato non poche difficoltà a compilare questa Top 30 dei Migliori Album del 2016. Il motivo, principalmente, è stata la mole di musica da selezionare, compilare, scartare o eventualmente recensire: ma se in giro c’è così tanta ottima musica non può essere un male. Dopo due o tre riscritture, e qualche tentennamento, direi che ce l’ho fatta. Rispetto agli anni scorsi, questa classifica contiene un rapporto dialettico, più o meno esplicito a seconda dei casi, tra i vari dischi. Quindi, quei pochi che avranno la pazienza di leggere tutto fino in fondo noteranno diversi nodi e specchi, e un discorso generale più ampio. Come da tradizione, i primi dieci album rappresentano l’assoluta eccellenza del 2016, non sono in un ordine preciso di preferenza o di valore, e sono corredati da una dettagliata recensione, mentre i restanti venti (da non sottovalutare) sono semplicemente elencati. Dove possibile, ogni album ha il suo link per l’ascolto su Spotify. Quindi non siate pigri. Si comincia.

 

BEYONCÉ

Lemonade

(Ascolta su Tidal)

Mi ricordo che quando ascoltai “I am… Sasha Fierce” (2008), pensai che sì, tutto molto giusto e divertente, ma che ci fosse sotto la potenzialità o la voglia di fare qualcosa di migliore e che facesse la differenza. Poi uscì “4“, probabilmente il disco più sottovalutato di Beyoncé, che portava il pop’n’b su un altro livello. Quello che è successo dopo lo sappiamo un po’ tutti: l’omonimo “Beyoncé” (2013), “nuovo” non solo per la questione visual album, ma per la consacrazione definitiva nell’universo di un genere alto come il new soul, dove gente come Erykah Badu o D’Angelo ne detengono saldamente lo scettro. Tuttavia, nonostante l’album sia un grande capolavoro, Beyoncé si muoveva in un territorio a lei famigliare.
Questo non accade in “Lemonade”, dove c’è una virata definitiva, e forse irreversibile, nella direzione della musica alternative. E’ una Beyoncé ridotta all’osso, ma che osso! La prima traccia “Pray you catch me”, scritta con James Blake, è esemplificativa di tutto il tono stralunato e magnificamente incoerente dell’album: è una canzone PBR&B che ricorda qualcosa dell’ultimo fantastico EP di Kelela (“Hallucinogen“, 2015). Si procede con “Hold up“, reaggeggiante e arrabbiata, scritta con Father John Misty e Ezra Koening dei Vampire Weekend. “Don’t hurt yourself”, feat. Jack White, sorprende e spiazza perché ci mostra la Beyoncé più insolita di sempre. E’ una traccia art rock in stile Talking Heads! “Daddy lessons” continua a spiazzare: la prima traccia country-folk di Beyoncé. Io me la sono immaginata coverizzata da Johnny Cash. C’è un’aggiunta di trombe, cosa molto inusuale per il genere. Qui c’è la voglia di giocare e innovare. “Sandcastles” è una ballad piano e voce, e uno dei punti più alti di un album già di per sé altissimo, dove una Beyoncé mai così intensa usa una voce ruvidissima e piena. In “Forward”, altro piccolo capolavoro del disco, James Blake e Beyoncé armonizzano perfettamente in un brevissimo crescendo dream pop. “Freedom” è un anthem con quel geniaccio di Kendrick Lamar, il ritmo incalzante ricorda “Sinnerman” di Nina Simone.
Formation“, il singolone, chiude giustamente l’album con un forte messaggio di autoaffermazione.
“Lemonade” entra di diritto tra i migliori dischi del 2016. Non piacerà per nulla ai fan popparoli: è prendere o lasciare. “Lemonade” annulla qualsiasi sterile argomento sulla musica “commerciale” e “non commerciale” (tutta la musica è commerciale dal momento che viene venduta), e dimostra che Beyoncé non solo non ascolta musica di merda, ma non la fa e non vuole farla. Anzi, vuole fare solo quello che le va: cose nuove e autentiche. Come se non bastasse, “Lemonade” è arricchito da un vero e proprio film, magnifico, roboante, tra lo struggente e lo spirituale (in certe sequenze ricorda persino lo stile di Terrence Malick).

 

KANYE WEST

The Life of Pablo

(Ascolta su Spotify)

Completamente diverso da “Yeezus“, che era basato su beat aggressivi, “The Life of Pablo” cambia nuovamente direzione in una carriera, quella di Kanye West, che si propone di sorprendere l’ascoltatore con tutti i mezzi possibili e più inaspettati. Questo è quello che un vero artista dovrebbe fare: mutare, evolversi in continuazione, non perdere il timone della propria opera rimanendo coerente a sé stesso. Infatti, in “The Life of Pablo” c’è molto più spazio per il soul e soprattutto per il gospel, con una presenza massiccia di cori e organi. Il soul era già stato utilizzato da Kanye (un campionamento di Otis Redding) in quell’altro magnifico disco che porta il titolo “Watch the throne” (con Jay-Z). Questo per continuare a smentire chi odia West a priori: con quell’album ha fatto conoscere Frank Ocean al mondo.
I beat elettronici e le voci distorte (nessuno sa adoperare Rihanna come Kanye), sono qui utilizzati in modo molto differente, ossia inglobati in un’ottica più eterea ed elegiaca. Basta citare “Ultralight Beam”, dove West si ritaglia uno spazio limitato rispetto al cantato di Chance The Rapper (suo è il magnifico “Colouring Book”, sempre di quest’anno), e a un continuo intrecciarsi tra rappato, trombe e, soprattutto, i cori. Penso che non sia un’esagerazione paragonare i cori di questa traccia al “Moses und Aron” di Schoenberg: la stessa deflagrante trascendenza.  La natura schizoide, megalomane e persino spirituale del disco è anche enunciata nel suo titolo: da un lato Pablo Picasso, dall’altro Pablo Escobar e da un altro ancora San Paolo.
Altra cosa curiosa è che, sebbene l’album abbia diciotto tracce, raramente queste superano i due minuti e mezzo. Il risultato è un disco difficile al primo ascolto per via della sua natura volutamente frammentaria, ma è un’esperienza d’ascolto unica. “Ultralight Beam”, “Freestyle 4”, “Waves”, “FML”, “Wolves”, “No More Parties In LA” e “Fade” sono perle d’innovazione musicale. Da segnalare il videoclip di “Famous”, che ritrae varie controverse celebrità nude riprese nell’atto di dormire (lo stesso Kanye West, Kim Kardashian, Taylor Swift, Rihanna, Amber Rose, Donald J. Trump, Caitlyn Jenner, Bill Cosby, Ray J, Chris Brown, Anna Wintour, George Bush). Il video è simile a un progetto di video arte da MoMA: l’ipotetica scena post-orgia, la morbosità dell’occhio, la fama e la gloria tramite la controversia, oggi con l’elezione di Trump più che mai attuale. Il videoclip ha scatenato una serie infinita di polemiche e di meme, ma, nella sua analisi e nel suo elogio, si è scomodato persino Werner Herzog (e scusate se è poco). Capolavoro.

 

XIU XIU

Plays the Music of Twin Peaks

(Ascolta su Spotify)

Non avevo mai inserito un disco di cover in una mia classifica, questo perché tendo a privilegiare le composizioni originali rispetto alle composizioni interessanti. Un esempio: l’anno scorso è uscito “1989” di Ryan Adams, rifacimento in chiave folk, rock e new wave dell’omonimo disco di Taylor Swift. Il risultato è simpatico, divertente, la dimostrazione che un vero musicista può estrarre qualsiasi cosa anche da un pugno di canzonette di dubbio valore. L’esperimento, se così si può chiamare, finisce lì: uno sfoggio di bravura e di celolunghismo.
Diverso è il caso di questo “Plays the Music of Twin Peaks” degli Xiu Xiu. Per chi non conoscesse la band di Jamie Stewart, è bene dire che la loro lunga discografia spazia dall’art rock, al noise, al dream pop. La colonna sonora di Twin Peaks (così come la serie televisiva), massimo ipertesto della cultura pop dagli anni Novanta ad oggi, si presta particolarmente bene, in questa ottica musicale, a un peculiare lavoro di remake.
Però, più che un remake, è un vero e proprio reboot musicale. Dalle composizioni originali di Angelo Badalamenti (per me uno dei più grandi compositori viventi assieme a Max Richter, Jonny Greenwood, Philip Glass e Clint Mansell), gli Xiu Xiu non solo riprendono e adattano temi ed atmosfere, ma le ampliano rendendo musicalmente quello che la colonna sonora della serie tv faceva come accompagnamento alle immagini. Mi spiego meglio: gli Xiu Xiu riescono, tramite una serie di suggestioni, a visualizzare (in maniera ovviamente astratta) l’intera opera cardine di David Lynch. Capita, quindi, che “Audrey’s Dance” possa diventare una traccia trip hop, ma con l’emersione della sua componente disturbante e sotterranea che era resa soltanto dalle immagini. Allo stesso modo, la bellissima “Into the Night”, originalmente cantata da Julee Cruise in modo dreamy, in questa versione affiora tutto il lato drammatico, l’oscuro sommerso, come se venisse direttamente dal cuore di Laura Palmer.
Un’altra traccia sorprendente in un pozzo di sorprese è “Sycamore Tree”. L’originale (la mia preferita dell’intera colonna sonora originale di Twin Peaks) era cantata da Jimmy Scott, con variazioni tra lo sperimentale e il jazz. “Sycamore Tree” introduceva il finale della Seconda Stagione: quella che, per me, è la scena più sconvolgente e coraggiosa dell’intera Storia della Televisione. Gli Xiu Xiu spolpano la canzone, la riducono all’essenziale mantenendone intatta la potenzialità drammatica.
“Plays the Music of Twin Peaks” è un bellissimo ascolto, un trip sonoro ma compatto, che può servire come introduzione ai neofiti della serie, può estasiare i fan, ma è soprattutto grande musica che cammina da sola. Aspettando la Terza Stagione, dopo venticinque anni, da qualche parte nel 2017.

 

SOLANGE

A Seat At the Table

(Ascolta su Spotify)

Nota soprattutto per essere la sorella di Beyoncé e per aver picchiato il marito di quest’ultima in un ascensore, ci si dimentica che Solange è anche l’avanguardista della famiglia Knowles. E’sicuramente limitante essere la sorella di una delle più grandi Star della Musica. Tuttavia, Solange è riuscita con un paio di album e un bellissimo EP a ritagliarsi una sua nicchia. Questo le ha permesso di essere apprezzata da gente come i Vampire Weekend e di campionare con grande maestria persino i Boards of Canada in “Left Side Drive”.
E’ però con questo “A Seat At the Table” che Solange riesce ad affermarsi definitivamente e a smarcarsi, almeno in buona parte, dall’ingombrante sorella. Solange si impone, così, come una delle regine del PBR&B (r&b alternative), assieme a FKA twigs e Kelela (non a caso presente nel disco in “Scales”).
Bisogna sottolienare come un’artista come Aaliyah abbia pesantemente influenzato questo ‘nuovo’ genere musicale, e forse sarebbe il caso di cominciare a conoscerla e a rivalutarla come la grande artista che fu. La seminalità di Aaliyah si sente soprattutto in “Weary”, una delle canzoni più facilmente assimilabili ma tutt’altro che banale.
“A Seat At the Table”, già dal titolo, non si discosta molto dalle tematiche antirazziste e women empowerment di “Lemonade”. L’approccio musicale in cui sono trattati questi temi è, però, diametralmente opposto. Se Beyoncé frammenta e varia continuamente di registro, in un album come ho già detto, meravigliosamente disomogeneo, Solange unifica ed è molto focalizzata. Se Beyoncé è roboante e diretta, come una superstar deve essere, Solange è intimista e sofisticata. Se si ascolta “Don’t Touch My Hair” si può capire come la differenza nella visione artistica sia diversissima: dichiarazioni d’intenti simili, approccio musicale disincarnato dal corpo (corpo che, in Beyoncé, ha tutta una sua rilevanza sociale e persino politica).
In “Don’t You Wait” Solange utilizza in modo particolarissimo una sezione di batteria tipica degli anni Ottanta, e il cantato etereo crea quasi una dissonanza con la base. Le percussioni hanno una grande rilevanza in “A Seat At the Table”: persino in quello che sembra l’episodio più classicamente r&b (“Where Do We Go”), la scansione ritmica prevale persino sulla voce, ed è una scelta sicuramente azzardata ma riuscitissima.
Se c’è un disco da ascoltare assolutamente, è questo qui.

 

RADIOHEAD

A Moon Shaped Pool

(Ascolta su Spotify)

I Radiohead sono la più grande band attiva. Non si possono definire in altro modo: con opere come “Ok Computer”, “Kid A” e “In Rainbows” hanno non solo previsto certe tendenze musicali, ma hanno cambiato la Storia della Musica. Non stupisce, quindi, che ogni loro uscita discografica sia un evento mediatico (e non) senza precedenti. Questo è determinato anche dell’effetto sorpresa a cui i Radiohead hanno abituato il pubblico. Chi si sarebbe aspettato un disco puramente elettronico come “Kid A” dopo il rock di “Ok Computer”? Chi si sarebbe aspettato un disco indie-rock come “In Rainbows” dopo l’art  rock di “Hail To the Thief”? Nessuno.
C’è da dire che con “The King of Limbs” i Radiohead si erano un po’ incartati in uno sperimentalismo a tratti interessante ma tutto sommato sterile. Il che non vuol dire che fosse un brutto disco, ma che si trattava di una transizione. Verso cosa non si poteva sapere.
I Radiohead, quindi, con “A Moon Shaped Pool” sorprendono tutti con un album classico (da intendersi come standard del gruppo, quindi ci vorrebbero migliaia di virgolette). Si tratta quasi di un Best of di quello che sanno fare meglio: creare delle opere potentemente emotive in un mare di disperazione, paranoia, politica.
Burn the Witch”, singolo apripista, è la canzone più movimentata, e sia il testo che il videoclip in stop motion sembrano alludere ai nazionalismi, conservatorismi e autoritarismi che imperversano in questo periodo storico. Il video si ispira chiaramente al film “The Wicker Man” (1973, Robin Hardy; non il risibile remake con Nicholas Cage), mettendo in scena un incubo da società chiusa e suburbana. “Daydreaming” è l’incarnazione di questo ‘classicismo’ radioheadiano dell’album, non discostandosi troppo da quello che poteva essere, negli anni Novanta, “No Surprises” (l’armonia è piuttosto simile). Il meraviglioso videoclip di “Daydreaming” è diretto da Paul Thomas Anderson (“Boogie Nights”, “Magnolia”, “Il petroliere“, “Vizio di forma“), protagonista un macilento e spaesatissimo Thom Yorke che vaga dalla città a una grotta ghiacciata.
Le tracce, ordinate alfabeticamente in modo bizzarro (con l’eccezione di “The Numbers”, chissà poi perché), fluiscono in un’altalenanza di stati d’animo tipico della depressione. Il cantante Thom Yorke non è mai stato l’anima della festa, ma sarebbe impossibile pensare che la scrittura di “A Moon Shaped Pool” non sia stata influenzata dalla recente rottura del frontman con la moglie Rachel Owen. In questo senso, si può leggere l’album come il contraltare del 2016 a “Vulnicura” di Björk, ma il mood è più quello di una virilità malinconica, piuttosto che quello di una femminilità disperata.
“A Moon Shaped Pool” si chiude con “True Love Waits”, una traccia ben conosciuta e amatissima dai fan, mai incisa in studio, ma presente live in versione acustica nell’EP “I Might Be Wrong. Live Recordings” del 2001. E se già si trattava di un pezzo più che notevole, in questa versione si conferma come una delle migliori canzoni dell’intera discografia dei Radiohead.

 

DEATH GRIPS

Bottomless Pit

(Ascolta su Spotify)

Dopo “Exmilitary” e “The Money Store” due album fondamentali di una band difficilissima da classificare, che qui mi arrischerò a definire hardcore hip hop, non si sapeva  se i Death Grips avrebbero prodotto ancora qualcosa di rilevante. “The Powers That B” sembrava l’inizio di una discesa per via della sua incostanza nelle due parti del doppio album, per non parlare dei vari scioglimenti del gruppo continuamente confermati e smentiti. E invece sono usciti con “Bottomless Pit”, il disco più estremo, ma allo stesso tempo più equilibrato della loro carriera.
Prima di cominciare ad ascoltare questa nuova opera bisogna che facciate un piccolo lavoro su voi stessi: dimenticare ogni preconcetto sull’hip hop e in generale sulla musica. Quello che ascolterete qui è qualcosa che non avete mai sentito e che mai sentirete da qualche altra parte. Non ci sono termini di paragone per l’unicità.
Già la canzone di apertura “Giving Bad People Good Ideas” può, a un primo ascolto, disorientare se non addirittura infastidire. Come ogni vero ascoltatore sa, bisogna non solo perseverare ma concentrarsi: qui non si parla di musica da ascensore. La prima canzone, appunto, introduce molto bene quello che si ascolterà in seguito e senza alcun compromesso. Quindi non c’è da preoccuparsi se ci si sente spaesati in un mare di rumori, schitarrate, urli. Caotico? Sì, all’apparenza. A un secondo ascolto le cose cambiano, e a un terzo, se si tiene la testa sopra all’acqua, ci si rende conto di avere a che fare con un album estremamente orecchiabile (anche se non nel modo che abbiamo imparato!). Prendete “Spikes”: ha uno dei ritornelli più riusciti di quest’anno.
Ed è quando si entra nell’ottica giusta, cioè quella guidata più dalla curiosità che dalla sorpresa, che si percepiscono non solo le influenze punk (che sono poi le più evidenti), ma una serie di campionamenti probabilmente presi da qualche videogioco arcade (“Three Bedrooms in a Good Neighborood”).
Se uno pensa che con l’hip hop si possa parlare solo di strappone e auto (cfr. 50 cent), e per di più con dei beat di rara banalità, si sbaglia. L’hip hop è il genere che più di ogni altro racchiude in sé il futuro e ogni tipo di sperimentazione possibile. Il rock non ha più quella stessa carica, è stantio e addomesticato. L’hip hop, grazie a gente come Flying Lotus, i Run The Jewels o, appunto, i Death Grips, ci dimostra continuamente di essere l’unico genere a poter spostare un po’ più in là lancetta dell’arte.

 

DAVID BOWIE

Blackstar

(Ascolta su Spotify)

Come descrivere la genialità di “Blackstar”? Bisogna spostarsi continuamente su due binari paralleli. Il primo è il fattore emotivo, il lutto. David Bowie è l’artista che mi ha fatto scoprire la musica, e penso sia anche grazie a lui che ho un orecchio allenato e gusti incredibilmente vari (così com’è varia questa classifica!). Tuttavia, la morte inaspettata di David Bowie mi ha dato la chiave per capire questo magnifico disco, e non solo, anche i due videoclip pubblicati ante mortem. Se vi andate a rileggere, nella classifica dei migliori videoclip del 2015, noterete fascinazione e confusione nell’analisi del video di “Blackstar”. La stessa che, poi, avrei avuto col video di “Lazarus” (pubblicato il 7 gennaio). Dopo la morte (10 gennaio), tutto è diventato più chiaro: l’uscita del disco e dei relativi video è stata pensata e studiata da Bowie in funzione e nella consapevolezza della sua morte. Cosa c’è di più geniale per un artista di rendere la propria dipartita qualcosa di spettacolare? E’ mai stato fatto? No. Perché David Bowie è stato il primo in tutto. Lui e Kate Bush sono padre e madre della musica contemporanea. David Bowie, in una mossa, sconfigge la morte. In uno dei miei pochissimi accessi di retorica, scrissi in un post su Facebook: «David Bowie non muore, risorge».
Il secondo binario, quello musicale, è sicuramente quello più interessante. “Blackstar”, pur vivendo nella sua aura di commiato, è musicalmente altissimo. Bowie sembra riprendere un certo mood sperimentale di uno dei suoi dischi più riusciti degli anni Novanta, ossia “1. Outside” (1995). Quello che cambia è la sintesi (sette canzoni) di un progetto nato dal capitolo più oscuro della storia di un qualsiasi essere vivente; la stella nera del titolo potrebbe essere, metaforicamente e non, un buco nero che assorbe tutta la luce. “Blackstar” è pesantemente condizionato da Scott Walker, ombrosissimo e sottovalutatissimo cantautore che ha influenzato e si è fatto influenzare da Bowie nell’arco di diverse decadi. In “Black Tie White Noise” (1993), Bowie fece una bellissima cover di “Nite Flights”. Da Walker, Bowie riprende più che altro uno stile di cantato da crooner, abbinato a una serie di arrangiamenti jazz, elettronici e industrial (“Sue”). Scott Walker rimane comunque più estremo nella sua concezione di dissoluzione musicale (cfr. “The Drift”, 2006), mentre Bowie mantiene una struttura fondamentalmente pop, anche se con strambe variazioni (la title track). David Bowie ha dichiarato di essersi ispirato alla musica hip hop e in particolare a Kendrick Lamar, e se volessi essere pedante ripeterei il discorso fatto prima per quanto riguarda i Death Grips. In ogni caso, la traccia ‘ispirata’ a Kendrick Lamar sarebbe “Girl Loves Me”. E’ molto interessante il modo in cui Bowie si è rispecchiato in qualcosa di così distante da lui e lo ha rielaborato utilizzando due tipi di slang: il Nadsat, linguaggio basato sui neologismi e presente nel romanzo “Arancia Meccanica” (1962, Anthony Burgess), e il Polari, linguaggio dei club gay della Londra anni Settanta.
Il disco si chiude col cuore in gola. Il titolo della canzone: “I Can’t Give Everything Away”.

 

LEONARD COHEN

You Want It Darker

(Ascolta su Spotify)

Altro grande disco, altro grande lutto. Non mi dilungherò con un altro necrologio, anche per evitare di cadere in quel ridicolo patetismo tipico della morte di un gigante della musica. Infatti, in questo caso ci si è limitati a ricordarlo pubblicando “Hallelujah”, canzone riproposta da ogni genere di loppidi & suini, dimenticandosi che Leonard Cohen è anche molto altro.
Parlando di “You Want It Darker” deve essere chiaro che non si può scindere l’album dalla sua dimensione spirituale. Cohen è sempre stato profondamente religioso e legato principalmente all’ebraismo, e in parte al buddismo. In passato ha sperimentato vari tipi di filosofie religiose, tra le quali anche una brevissima infatuazione per Scientology (il verso «Did you ever go clear?» da “Famous Blue Raincoat” del 1971 è un esplicito riferimento scientologista). Nella title track il misticismo è più che evidente dall’utilizzo solenne e austero dei cori medioevali che incedono per tutta la durata della canzone (e che torneranno in “It Seemed the Better Way”). Nel ritornello viene ripetuta l’espressione ebraica “Hineni” (הנני, “Eccomi”), parola presente nove volte nella Torah, usata sia da Abramo che da Mosè.
Sebbene sia un disco prevalentemente acustico, “You Want It Darker” è prodotto da Patrick Leonard, con un uso efficacissimo e dosato degli strumenti ad arco (principalmente violini, come in “Steer Your Way”). Sebbene Leonard non sia alla sua prima collaborazione con Cohen (ha prodotto anche “Old Ideas”, 2012, e “Popular Problems”, 2014), è qui che trova il massimo raggiungimento della sua idea di composizione trascendente. Patrick Leonard ha collaborato anche a “Ray of Light”, uno dei migliori album di Madonna.
La natura minimalista e intimista di “You Want It Darker” è concepita per far risaltare una voce importante come quella di Leonard Cohen, tra le più singolari della Musica (lo chiamavano “il leone”, per via di quel cantato ruggente). E che qui è al suo canto del cigno. In “Leaving The Table”, l’episodio più splendidamente classico del disco (è un blues), Cohen raggiunge incredibili vette espressive in un pezzo che cantato da chiunque altro risulterebbe banale. E non sfigurerebbe in “Twin Peaks”. I’m leaving the table, I’m out of the game.

 

NICK CAVE & THE BAD SEEDS

Skeleton Tree

(Ascolta su Spotify)

Forse, il mio disco preferito di questo 2016. Lo dico piano, perché mi dispiacerebbe se gli altri nove (o ventinove) album di questa classifica venissero, in qualche modo, messi in secondo piano. Quale sarebbe la mia motivazione? In realtà è molto semplice, e si può ricollegare ai due dischi precedenti di questa lista, ma con una variazione significativa che spiegherò più avanti. Come Bowie e Cohen, anche “Skeleton Tree” è funestato da un grave lutto: la morte accidentale di Arthur, il figlio quindicenne del frontman Nick Cave. Se in Bowie e in Cohen la morte doveva ancora avvenire, ed era presagita o al massimo sintomo della vecchiaia, qui si parla di quelli che rimangono, di quello che succede dopo. Sebbene alcune canzoni siano state scritte prima dell’incidente, è chiaro che ne abbia condizionato la registrazione e soprattutto l’interpretazione di Cave. “I Need You” parla di un amore sfortunato, ma la voce rotta di Nick Cave e alcune parti del testo sembrano rimandare a tutt’altro (ed è questa una delle grandi doti della musica, in quanto arte sostanzialmente astratta). Provate a guardare il videoclip di “I Need You”, diretto da Andrew Dominik (regista del bellissimo “L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford”, 2007), l’espressione e la performance vocale di Nick Cave dicono tutto quello che c’è da dire. Ecco, “Skeleton Tree” è questo: elaborazione del lutto. Non è per niente un ascolto semplice, ma non perché le canzoni siano particolarmente complesse. Il dolore è così nudo e crudo, così esposto e dato in pasto all’ascoltatore, che in qualche modo lo rende partecipe, empatico, ma ne è anche contagiato. Per questo dico che non è un facile ascolto: non molti sono disposti a farsi carico del dolore di qualcun altro. “Girl in Amber” è una canzone che Nick Cave ha scritto per sua moglie, sullo stato d’animo della moglie, una bellissima immagine di una ragazza intrappolata nell’ambra. Il testo recita «And if you want to bleed, just bleed / And if you want to bleed, don’t breathe / A word», e l’outro «Don’t touch me» pesa come un macigno. Ora, se ci fosse bisogno di dirlo, ricordarlo o sottolinearlo, Nick Cave è uno dei più grandi autori di testi della Storia della Musica, a mio avviso assieme a Bob Dylan, Leonard Cohen e Sufjan Stevens.
Dicevo, una variazione significativa. Sì, nonostante la morte pervada anche questo album, “Skeleton Tree” si conclude con la luce. Il disco è, quindi, un percorso doloroso, come già detto anche per l’ascoltatore, ma che porta a una catarsi finale. La vera arte fa anche questo, libera, o per lo meno esorcizza il dolore. La canzone finale, che dà il nome al disco, si chiude con questo verso: «And it’s alright now…».

 

KENDRICK LAMAR

untitled unmastered.

(Ascolta su Spotify)

Pubblicato a sorpresa dopo i fasti dell’anno scorso di “To Pimp a Butterfly”, disco del 2015 per quasi tutte le riviste del settore e presente anche nella mia classifica, “untitled unmastered.” è qualcosa in più di una semplice postilla all’album della consacrazione. Sebbene sia composto da otto tracce scartate dalla sessione di registrazione di “To Pimp a Butterfly”, e in qualche misura si sente (“untitled 03” ha affinità con “King Kunta”), “untitled unmastered.” brilla di luce propria. Le otto canzoni sono sprovviste di titolo, tutte denominate semplicemente untitled, e con un’indicazione sulla data di incisione. Quello che emerge è una libertà compositiva che ha forse più a che fare con la natura del mixtape piuttosto che dell’album vero e proprio (ma non polemizzerò con questioni puramente terminologiche). Basti dire che il disco si presuppone di avere un’incompiutezza intrinseca, voluta. Le singole tracce non hanno una struttura definita (cfr. “untitled 04”), ma più che altro si lasciano fluire da sole, caratteristica tipica del jazz. E in “untitled unmastered.” c’è un sacco di jazz. La novità è, appunto, il rappato su una base fortemente jazz, stratificatissima, sofisticatissima, dominata dal sax, dai bassi di Thundercat e da qualche piatto (“untitled 05”). Rispetto al predecessore, qui c’è meno funk, e soprattutto meno tematiche sociali (“To Pimp a Butterfly” trattava anche i temi del razzismo e della violenza da parte delle forze dell’ordine). “untitled unmastered.” diventa, così, più introspettivo, psicologico, ci parla del Kendrick interiore piuttosto che del suo rapporto con la società. Kendrick Lamar continua il suo percorso personalissimo di forte innovazione dell’hip hop, divenendone così il massimo esponente con soli tre dischi all’attivo, dimostrando di essere un artista d’avanguardia e di fare la musica che nell’anno 3000 continueremo ad ascoltare. Un pregio: Kendrick Lamar riesce a fare dischi molto insoliti e tutt’altro che ‘commerciali’, ma allo stesso tempo è capace di essere un artista da classifica (ha debuttato alla #1 nella Billboard 200). Un ulteriore pregio: questo disco dura poco più di trentaquattro minuti e scorre velocissimo.
L’anno scorso scrissi che “To Pimp a Butterfly” era il suo “Ok Computer”. Quest’anno dirò, invece, che “untitled unmastered.” è il suo “Amnesiac”.

 

ANOHNI
Hopelessness

(Ascolta su Spotify)

 

JENNY HVAL
Blood Bitch

(Ascolta su Spotify)

 

FRANK OCEAN
Blonde

(Ascolta su Spotify)

 

BON IVER
22, A Million

(Ascolta su Spotify)

 

KATE BUSH
Before the Dawn

(…)

 

THE AVALANCHES
Wildflower

(Ascolta su Spotify)

 

JAMES BLAKE
The Colour in Anything

(Ascolta su Spotify)

 

RÓISÍN MURPHY
Take Her Up to Monto

(Ascolta su Spotify)

 

DRAKE
Views

(Ascolta su Spotify)

 

M.I.A.
AIM

(Ascolta su Spotify)

 

WILD BEASTS
Boy King

(Ascolta su Spotify)

 

OKKERVIL RIVER
Away

(Ascolta su Spotify)

 

APHEX TWIN
Cheetah EP

(Ascolta su Spotify)

 

SWANS
The Glowing Man

(Ascolta su Spotify)

 

MARISSA NADLER
Strangers

(Ascolta su Spotify)

 

CHANCE THE RAPPER
Coloring Book

(Ascolta su Spotify)

 

THE WEEKND
Starboy

(Ascolta su Spotify)

 

LADY GAGA
Joanne

(Ascolta su Spotify)

 

MODERAT
III

(Ascolta su Spotify)

 

SHEARWATER
Jet Plane and Oxbow

(Ascolta su Spotify)

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Tumblr
Davide Giorgi
L'Autore
Mi chiamo Davide Giorgi. Classe 1985. Sono uno scrittore e giornalista freelance. Qualcosa di simile. La mia prima occupazione è il cinema. Scrivere di cinema, fare cinema. E di arte in generale. Sono anche appassionato di musica, antropologia ed entomologia. Tutto ciò è fuso qui dentro.

Articoli simili

Lascia un Commento

Powered by themekiller.com