Underwater visions #39: “Spotlight”

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SPOTLIGHT

2016, di  Tom McCarthy
con Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams

"Conversione di San Paolo", 1600-1601, Caravaggio

“Conversione di San Paolo”, 1600-1601, Caravaggio

Il Cattolicesimo è in larga parte fondato sull’orrore per il corpo. Questo deriva essenzialmente da due fattori tra loro contingenti: una causa e delle conseguenze. La principale causa è San Paolo di Tarso, da cui il cattolicesimo trae ispirazione e linfa. San Paolo ha una storia singolare: è passato da essere un pagano che lapidava i cristiani (Santo Stefano), a essere un cristiano che torturava i pagani. In mezzo c’è la famosa Conversione, da cui il famosissimo dipinto di Caravaggio (1600-1601), a mio avviso uno dei primi esempi pittorici ad esprimere un movimento di tipo cinematografico. La conversione di Paolo di Tarso avviene con una caduta da cavallo dopo la visione di una grande luce e fenomeni uditivi di tipo allucinatorio. Cavallo a parte, questi sono i tratti più comuni di quella che oggi sarebbe diagnosticata come una forma di schizofrenia. Da un personaggio del genere, ci si aspetta, naturalmente, una natura ambivalente e repressiva. Infatti, in buona parte della dottrina del santo viene trattata la figura della donna, intesa unicamente come serva e sottomessa. Ed è spesso attraverso il dominio del corpo femminile, sul quale si proiettano fantasticherie (i corpi), idealismi (la Madre Patria), precetti (castità, maternità), che il potere religioso, e di conseguenza quello istituzionale, ha esercitato il suo dominio. Non è una casualità che alcune delle più grandi battaglie del Novecento (liberazione sessuale, aborto) nascano in reazione a ciò, abbiano a che fare con il corpo, e siano state violentemente osteggiate. In San Paolo si legge: «Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto.» (Efesini 5, 22).

"La Transverberazione di santa Teresa d'Avila", 1647-1652,Gian Lorenzo Bernini

“La Transverberazione di santa Teresa d’Avila”, 1647-1652, Gian Lorenzo Bernini

Le conseguenze che mi interessano qui, riguardano la rappresentazione del corpo nella cultura cattolica. A differenza di quasi tutta la cultura protestante, che vieta o semplicemente stilizza la raffigurazione dei santi o della Divinità, il Cattolicesimo è un tripudio descrittivo di atrocità compiute sui corpi. Il più famoso è ovviamente Gesù, ritratto quasi unicamente nel momento della morte (Crocifissione) o Passione (Via Crucis). La croce è un simbolo che ha varie valenze: la più comune è il martirio che porta la pace. Esiste però un’evidente interpretazione in chiave sessuale: Gesù è sì sottoposto a un’esecuzione capitale, ma è sempre seminudo, con uno straccio che gli copre timidamente i genitali. Questa visione sadomasochista è così palese che non può sfuggire. Un altro esempio può essere Santa Teresa d’Ávila, in cui lo stato di estasi è riprodotto dalla testa reclinata e dalle labbra aperte in un gemito. Non ci vogliono le numerose letture psicanalitiche sulla scultura di Bernini, forse solo un po’ di malizia, per capire che quanto si vede può essere il momento di un orgasmo. In questa ottica, la cosa più disturbante dell’opera è il giovane angelo sulla sinistra, che, sorridente, assiste all’autoerotismo di Santa Teresa. Un’altra versione di orrore per il corpo che porta alla soggiogazione attraverso la sua visione. Le immagini sono importanti perché ci dicono qualcosa su un modo di pensare e rappresentarsi. Per questo, se il corpo è concepito solo attraverso un’idealizzazione della sofferenza e del dominio, può portare a una visione distorta della realtà e quindi della sessualità, specialmente nelle comunità chiuse. E cosa c’è di più chiuso di una chiesa cattolica? Il prete è il capo indiscusso della sua comunità, intreccia numerosi rapporti personali, e gli è affidata l’educazione dei bambini. Nel tema della dominazione che ho spiegato attraverso le immagini sacre, l’approfittarsi dei bambini sembra la conseguenza più logica: disponibilità, ingenuità, debolezza, ricerca di una figura di riferimento. Ma non è tutto qui.

Il poster di "Spotlight" (2015)

Il poster di “Spotlight” (2016)

“Spotlight” è basato sulla storia vera dell’omonimo gruppo di giornalisti del Boston Globe, che tra il 2001 e il 2002 ha scoperto oltre settanta casi di pedofilia all’interno dell’Arcidiocesi della sola Boston. Senza mezzi termini: il film è ferocemente anticattolico. Al di là del tema trattato, occorre inquadrarlo nel contesto in cui è ambientato. Siamo negli Stati Uniti, paese a maggioranza protestante. Il Protestantesimo ha, generalizzando, un atteggiamento ostile verso la dottrina cattolica. In primo luogo, le chiese sono organizzate in congregazioni, dove non c’è una propria centralità. Questo sottointende una forte individualità, e una concezione antiautoritaria del potere temporale. Nel Cattolicesimo è il contrario, il Papa è il monarca assoluto. In secondo luogo, si torna sul corpo. Il Protestantesimo non demonizza il corpo, lo suddivide in due parti in modo che le sue funzioni siano inevitabili: dall’ombelico in su appartiene a Dio, dall’ombelico in giù appartiene a Satana. Sorvolando sul puritanesimo e sulle sue accezioni più conservatrici, è innegabile che i protestanti siano per questa ragione, in materia sessuale, più aperti. Per liberalismo e modernità, si distinguono i luterani e gli episcopali. C’è una scena, in “Spotlight”, dove la giornalista interpretata da Rachel McAdams riesce a intervistare un prete accusato di molestie sui minori, e questo le rivela candidamente tutti i dettagli. Pare in pace con la sua coscienza: si è confessato. Questo sbigottimento nel vedere la vicenda è profondamente frutto di una visione protestante, dove la Confessione ha un ruolo marginale e si applica con la semplice preghiera, senza intermiediari. Il punto di vista del film è che questo atteggiamento sia autoassolutorio, e, aggiungo io, un po’ nichilista. Perché il Cattolicesimo vieta tutto, ma permette tutto, basta pentirsi all’ultimo. “Spotlight” va, però, molto oltre e aggiunge alcuni carichi da novanta. Nella pellicola si descrive un vero e proprio modus operandi dei preti pedofili all’interno della Chiesa Cattolica: le vittime vengono scelte non in base a dei gusti estetici, ma in base al ceto sociale. I bambini appartenenti a famiglie povere sono quelli più soggetti ad abusi, poiché più bisognosi di una figura salvifica e meno inclini a rivelare le molestie. Questo non è un discorso da poco: se si vuole scomodare il filosofo francese Michel Foucault, il potere è funzionale e pervasivo, e manifesta se stesso attraverso l’atto della sottomissione altrui, in questo caso verso i più vulnerabili.

Una foto di Charles Manson dopo l'arresto, 1971

Una foto di Charles Manson dopo l’arresto, 1971

“Spotlight” è un film d’inchiesta. Ovviamente, non essendo un documentario, non ricostruisce ma ricrea. Infatti segue passo passo tutte le regole di una trama classica: c’è l’incidente scatenante, c’è l’eroe riluttante, c’è il mentore (anzi a ben vedere ce ne sono due) e così via. Il tema della pedofilia nel clero è trattato in modo non sensazionalistico e tutt’altro che retorico, e il rischio c’era: i carnefici non si vedono quasi mai, lo svilupparsi della vicenda è affidato alle interviste delle vittime. Questo è insolito per i film di cronaca statunitensi che di solito tendono a enfatizzare la figura del carnefice, tanto da renderlo quasi una rockstar. Per esempio, su Charles Manson si contano oltre diciassette opere tra film, cortometraggi, documentari e serie tv. Di meno insolito, e di molto americano, ha il modo di tratteggiare i personaggi. Il gruppo di giornalisti è integerrimo, senza macchia e senza paura, salvo un riuscitissimo colpo di scena finale, che però rientra nello schema di una corretta caratterizzazione. La Chiesa è vista come il male assoluto, corrotta, omertosa, come un’immensa associazione mafiosa. Gli stessi singoli preti pedofili, che come già detto non vengono mostrati quasi mai, sono un nemico da abbattere a ogni costo. Insomma, il bianco e il nero.

La locandina di "Tutti gli uomini del presidente" (1976)

La locandina di “Tutti gli uomini del presidente” (1976)

Sia per il ritmo sostenuto, che per la capacità di creare una storia altamente appassionante, “Spotlight” ricorda da vicino due illustri predecessori. Il primo è “Tutti gli uomini del presidente” (1976, Alan J. Pakula), film sullo scandalo Watergate, realizzato ai tempi con una certa urgenza e sentito come necessario, col quale condivide gli intenti polemici, una regia limpida e funzionale. Il secondo è “JFK” (1991, Oliver Stone), uno dei massimi capolavori degli anni Novanta, dove si cerca di svelare, in modo unico e strabiliante, i colpevoli dell’assassinio di Kennedy attraverso un montaggio di scene di finzione e scene reali (come il filmato Zapruder). In comune al film di Oliver Stone, “Spotlight” ha una trama a cipolla, ossia una narrazione che si rivela strato dopo strato per arrivare a una verità inconfutabile. Con una storia solidissima e di grande interesse, un cast d’eccezione che comprende un Michael Keaton definitivamente rinato dopo “Birdman” (2015, Alejandro González Iñárritu), un Mark Ruffalo intenso e a suo agio in un ruolo tutto sommato simile a quello di “Zodiac” (2007, David Fincher) e una al solito bravissima Rachel McAdams, “Spotlight” è un film che finirà facilmente in ogni classifica di fine anno. E segnatevi questa previsione: vincerà vagonate di Oscar.

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Davide Giorgi
L'Autore
Mi chiamo Davide Giorgi. Classe 1985. Sono uno scrittore e giornalista freelance. Qualcosa di simile. La mia prima occupazione è il cinema. Scrivere di cinema, fare cinema. E di arte in generale. Sono anche appassionato di musica, antropologia ed entomologia. Tutto ciò è fuso qui dentro.

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