Underwater visions #37: “Carol”

carolocover
CAROL

2015, di Todd Haynes
con Cate Blanchett, Rooney Mara, Sarah Paulson

Definizione di camp dall’ Oxford English Dictionary: «Ostentato, esagerato, effeminato o omosessuale; pertinente o tipico dell’omosessualità.». Il termine compare per la prima volta a inizio Novecento nell’ambiente vittoriano, proprio per identificare, non senza un certo moralismo, gli atteggiamenti e la messa in scena di stampo teatrale, cosa che si ripercosse in un certo modo di essere socialite (ad es. Oscar Wilde). In campo cinematografico, il camp ha tenuto banco dagli anni Trenta agli anni Sessanta, con attrici che ci hanno costruito un’intera carriera. Le massime esponenti del camp filmico sono state Joan Crawford, Bette Davis, Rosalind Russell. Per dirlo con le parole di Susan Sontag, in loro si riscontra un’attitudine che sfocia nell’ “amore per ciò che è innaturale”.

Bette Davis in “Il conte di Essex” (1939) e “Che fine ha fatto Baby Jane?” (1962)

Bette Davis in “Il conte di Essex” (1939) e “Che fine ha fatto Baby Jane?” (1962)

Joan Crawford era troppo in ogni senso: corpo statuario e prepotentemente esibito, sopracciglia esagerate dalla matita, labbra allargate a dismisura dal rossetto. Il corrispettivo della più-donna che avviene nell’odierna body modification delle transessuali. Bette Davis  si sceglieva solo ruoli larger-than-life, recitazione sempre sopra le righe, accentuata ulteriormente da un makeup che spesso la imbruttiva (“Il conte di Essex”, 1939, Michael Curtiz; “Che fine ha fatto Baby Jane?”, 1962, Robert Aldrich), donne forti e  irresistibilmente bitchy. Rosalind Russell è stata protagonista di quello che probabilmente è stato l’apice del camp, ossia “Zia Mame” (1958, Morton DaCosta), una commedia divertentissima, dove il tema è, appunto, la libertà di essere ciò che si è, in un’ambientazione troppo kitsch per essere vera.

Faye Dunaway in "Mammina cara" (1981)

Faye Dunaway in “Mammina cara” (1981)

Con il finire degli anni Sessanta e la prepotenza degli eventi storici, come le controculture hippie e di protesta o gli effetti del Vietnam, il camp è andato via via scomparendo. La Realtà bussava necessariamente alla porta, le esagerazioni appartenevano a un passato obsoleto. Ogni tentativo successivo di essere camp al cinema è sfociato inevitabilmente nel trash. L’esempio più lampante è il famigerato “Mammina cara” (1981, Frank Perry), che non a caso è un film scandalistico su Joan Crawford. Il film in questione è vedibile solo in un’ottica ironica e derisoria, camp in quanto parte di una comprensione e assimilazione di un’ironia involontaria. Quindi, se al cinema questa attitudine era definitivamente morta, negli ambienti omosessuali, in particolare negli spettacoli delle drag queen newyorkesi, la sensibilità camp si sedimentava e proliferava in una serie di parodie e ispirazioni dei film classici che sono oggi di largo consumo (“RuPaul’s Drag Race”).

La locandina di "Donne sull'orlo di una crisi di nervi" (1988), di Pedro Almodóvar

“Donne sull’orlo di una crisi di nervi” (1988), di Pedro Almodóvar

Tra la fine degli anni Ottanta e soprattutto l’inizio degli anni Novanta, qualcosa è cambiato. Registi come Pedro Almodóvar, e una nuova generazione di attrici, hanno recuperato il camp in una forma diversa. Mi arrischio a creare una nuova definizione: neo-camp. La caratteristica del neo-camp è sì il riprendere atteggiamenti diveschi, esagerazioni, costumi e ruoli tipici delle dive sopracitate, ma il tutto è filtrato da una consapevolezza cinefila e soprattutto dall’ironia. Questa non era una caratteristica del camp che chiameremo classico, perché l’esagerazione era il tratto distintivo del divismo, un dato di fatto che si rifletteva nella recitazione e messa in scena, ma non in una sua ironia intrinseca o esibita in modo volontario. L’ironia di quei vecchi film è diventata, semmai, posteriore: negli occhi smaliziati e divertiti dello spettatore contemporaneo la cui sensibilità è cambiata.

La locandina di "Carol" (2015)

La locandina di “Carol” (2015)

La nuova generazione di attrici facenti parte del neo-camp sono Julianne Moore, Cate Blanchett e Kate Winslet. Le coincidenze in questo caso non esistono: tutte e tre hanno preso parte a svariati film ambientati negli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta. Tutte e tre sono attrici di rara sensibilità ed esteticamente poco comuni o poco canoniche. E tutte e tre hanno lavorato con Todd Haynes. Todd Haynes è considerato, a ragione, uno dei Maestri del cinema americano contemporaneo. Ha debuttato nel 1991 con “Poison”, film che ha dato il via al New Queer Cinema, per poi sviluppare un percorso tutto personale sul melodramma.
Carol”, è l’apice di tutto quello che ho sostenuto e teorizzato qui. Non occorre essere omosessuali per apprezzare “Carol”, ma di certo aiuta. D’altronde non tutti gli omosessuali hanno una sensibilità camp: basti vedere quanto siano tristi, noiosi e poco inventivi la maggioranza degli spettacoli delle drag queen italiane. Occorre invece capirne intenti, citazioni ed una certa ironia subtle.

Similitudini tra "Breve incontro" (1945) e "Carol" (2015)

Similitudini tra “Breve incontro” (1945) e “Carol” (2015)

Tratto da un romanzo di Patricia Highsmith e impostato quasi come un thriller, il film ha un inizio folgorante. Due donne negli anni Cinquanta, Carol e Therese, che noi sappiamo già essere amanti perché adeguatamente posizionati dallo splendido trailer, sono sedute al tavolo di un ristorante. Therese è di nuca, un uomo le interrompe. Carol si alza, appoggia una mano sulla spalla di Therese, e se ne va. In questa splendida scena, si capisce subito il tono intimo che pervaderà tutta la pellicola. Non solo: è un’esplicita citazione dallo splendido “Breve incontro” (1945, David Lean), delicatissima storia d’amore, nata, come in “Carol”, da un incontro casuale. Il tema è chiaro fin da subito: se Therese è di nuca, noi ci chiederemo chi sia e cosa stia succedendo. E infatti Therese comincerà a ricordare gli eventi che l’hanno portata lì. E’ una struttura circolare che ha unicamente a che fare con l’identità. Infatti, sebbene l’ambientazione siano gli splendidi e oppressivi anni Cinquanta, le due sono donne moderne. E’ un percorso di emancipazione femminile, una lo compie attraverso il lavoro, l’altra dal marito e dalla figlia.

La locandina di "Lontando dal paradiso" (2002)

Il poster di “Lontano dal paradiso” (2002)

In “Carol”, Haynes lavora in modo diametralmente opposto rispetto a “Lontano dal paradiso” (2002). “Lontano dal paradiso” è un altro melò citazionista, particolarmente legato al sottogenere weepy, cioè un film per far piangere. La struttura della trama è praticamente identica a “Secondo amore” (1955, Douglas Sirk), con tematiche aggiornate come la segregazione razziale e l’omosessualità in un contesto anni Cinquanta. Porta alla luce delle dinamiche poco sfruttate al cinema, almeno per un film di quattordici anni fa. Inoltre è un melodramma additivo, ossia emozioni, eventi, personaggi e colori sono utilizzati in modo ostentato per far emergere le pulsioni, proprio come in un film di Douglas Sirk. “Carol”, invece, è un melodramma sottrattivo. E’ figlio di quella rielaborazione del genere fatta dal regista tedesco Rainer Werner Fassbinder durante gli anni Settanta (“La paura mangia l’anima”, 1974). Consiste nel non rendere esplicite le emozioni, ma lasciarle intendere attraverso sguardi, inquadrature, colori. Haynes riesce quindi a creare un prodotto incredibilmente coeso e registicamente perfetto, dove ogni scena è girata da un punto di vista particolare. Basta fare caso al personaggio di Rooney Mara, spesso incorniciata da finestre, porte che si chiudono, oblò. C’è un’unica scena di sesso, girata con un’eleganza e una maestria incredibili, con un uso del chiaroscuro che ricorda non poco i film di Visconti. I colori, frutto di un lavoro di fotografia da parte di Edward Lachman che definire sopraffino sarebbe riduttivo, finiscono per diventare un pattern astratto (osservate cosa succede quando un’auto passa davanti alla macchina da presa). Il tutto è legato dalle musiche composte da Carter Burwell, mai così emotivamente intenso, mai così ispirato. Il cast tecnico è al suo massimo immaginabile.

"Autoritratto", Tamara de Lempicka (1929)

“Autoritratto”, 1929, Tamara de Lempicka

Dicevo, il neo-camp di attrici come Cate Blanchett. La sua Carol è il coronamento di una carriera, un personaggio tanto desiderato da detenere i diritti cinematografici del libro. Ed è un tripudio divertito di costumi, mossette, frasi ad effetto che non possono non essere visti anche da un punto di vista ironico e compiaciuto. Per esempio, Carol è una che si toglie gli orecchini per parlare al telefono. Carol snocciola battute come «Proprio quando pensi che non possa andare peggio, scopri di aver finito le sigarette.». Carol guida un’auto verde con un foulard in testa, richiamando palesemente il famoso “Autoritratto” di Tamara de Lempicka. Questo, in un contesto opprimente e molto drammatico, funziona meravigliosamente. Rooney Mara, in odore di Oscar, lavora sui silenzi e sul personaggio che ha più sviluppo a livello narrativo. La trasformazione non è solo interiore ma anche esteriore: confrontate come viene introdotto il personaggio e com’è totalmente diversa nei minuti finali. Altra nota di merito è la Abby di Sarah Paulson, presentata come ambigua in un perfetto stile hitchcockiano, esempio-cardine di personaggio che contraddice la caratterizzazione (N.B.: è una delle regole basilari di una qualsiasi sceneggiatura ben scritta).
Se durante tutta la visione di “Carol” siete stati sopraffatti dalla tachicardia, esploderete negli ultimi minuti. Si tratta di uno dei migliori finali mai visti al Cinema: il compimento di un gigantesco Capolavoro.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Tumblr
Davide Giorgi
L'Autore
Mi chiamo Davide Giorgi. Classe 1985. Sono uno scrittore e giornalista freelance. Qualcosa di simile. La mia prima occupazione è il cinema. Scrivere di cinema, fare cinema. E di arte in generale. Sono anche appassionato di musica, antropologia ed entomologia. Tutto ciò è fuso qui dentro.

Articoli simili

Lascia un Commento

Powered by themekiller.com