Top 10 FILM 2015

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Un 2015 fatto di film interessanti e che, anche nella loro forma blockbuster, riescono a dire qualcosa in più rispetto al semplice intrattenimento. Questa Top 10 tiene conto dei film usciti quest’anno, quindi se vi chiedete come mai non ci siano titoli come “The Babadook”, è perché il film è uscito nel 2014, da noi solo quest’anno grazie alla nostra distribuzione. E’ infatti presente nella Classifica dell’anno scorso.
Per quanto riguarda il 2015, direi che la parola chiave per descriverlo sia proprio femminismo. State per scoprire il perché, sempre senza alcuno spoiler, oltre alle varie posizioni accuratamente selezionate e dettagliatamente recensite.

 

tenAMERICAN SNIPER                                                   

di Clint Eastwood

sniperMi era capitato sotto gli occhi un articolo su “American Sniper” di Rolling Stones (vabbè), in cui si diceva: “Troppo stupido per darsi la pena di recensirlo”. Ed è stato proprio questo sdegno a crearmi la curiosità di vederlo. “American Sniper” ha subito le vessazioni di qualsiasi critico, colpevole di non essere un film liberal. Come se i precedenti film di Eastwood fossero riduzioni del New Yorker. Eastwood è sempre stato un regista di destra. In “American Sniper”, tratto dalla storia vera di Chris Kyle, Navy SEAL di stanza in Iraq, e uno dei cecchini più letali della Storia, il pedale del patriottismo è solamente spinto con più decisione. Definito “reazionario”, se non addirittura “fascista”, il film di Eastwood è sì un film muscolare, è sì di destra-destra, ma non stiamo parlando di una pellicola di/con Stallone. Chris Kyle, coi suoi motti tipo “Dio, Patria e Famiglia” è probabilmente un personaggio intrinsecamente reazionario, ma il film non lo è per nulla. Oltre al fatto che non tutti gli iracheni sono dipinti come terroristi, oltre al fatto che la sceneggiatura motiva la caratterizzazione del protagonista con una pessima educazione patriarcale, Kyle è anche un texano ingenuo e dall’aspetto bovino, che trascura la famiglia per raggiungere il suo ideale di Libertà. Nella prima scena di “American Sniper”, Kyle spara a un bambino, e non è una scelta di posizionamento narrativo casuale. Allora, forse è giusto dire che “American Sniper” metta in scena la storia di un personaggio controverso, in un contesto (la Guerra in Iraq) ancora più controverso. E in questi frangenti, l’idea americanissima di “fare ciò che è giusto”, prolifera. Le opere cinematografiche, e in generale qualsiasi opera, vanno giudicate in base a quello che sono, evitando di farsi influenzare dalle proprie ideologie. Non è necessario accettare un film per apprezzarlo. E’ necessario, invece, riconoscere la grandiosità registica di Eastwood, nel suo convinto classicismo, specie quando filma scene meravigliose come la battaglia finale, in cui tutti i combattenti sono immersi nella polvere di una tempesta di sabbia.

 

nineIT FOLLOWS                                                   

di David Robert Mitchell

followsNon ancora uscito in Italia, “It Follows” è un’autentica perla del cinema horror contemporaneo. Come avevo già scritto per “The Babadook”, si tratta di un’epoca di rinascita per il cinema dell’ orrore, che finalmente comincia ad abbandonare schemi triti e non soddisfacenti, per addentrarsi in qualcosa di più genuino, ancestrale e retrò. “It Follows” è tutto questo. L’idea è semplice. Degli adolescenti della provincia americana hanno rapporti sessuali, da questi deriva un contagio sovrannaturale che comporta l’inseguimento da parte di svariate entità (una donna anziana, un uomo alto, etc.). Se l’adolescente contagiato non riesce a passare la maledizione, facendo a sua volta sesso con qualcuno, verrà ucciso. Oltre all’ovvia metafora sulle MTS, che comunque non sono il punto del film, “It Follows” rappresenta qualcos’altro. Protagonista, più dei ragazzini alienati che vanno in giro in bici come in “Donnie Darko” o “I Goonies” o “Stand By Me”, è la rete del complesso suburbano. Da qui deriva tutta la mancanza di coscienza, e soprattutto i sensi di colpa, carta su cui il film gioca parecchio. Non è un caso, infatti, che i genitori quasi non si vedano, siano presenze distanti, così come nelle strisce dei “Peanuts”. E’ un mondo chiuso e spaesato, che cerca di essere autosufficiente, ma non può. Questo è accentuato da una meravigliosa colonna sonora, a opera di Disasterpeace, interamente composta di sintetizzatori. Ricorda non poco quelle usate nei vecchi film di Carpenter. Altro valore aggiunto è la fantastica regia, fatta di immagini haunting da stamp e immediata condivisione su Tumblr. “It Follows” è il miglior film horror dell’anno.

 

eightEX_MACHINA                                                   

di Alex Garland

machina “Ex_Machina” è un vero film di fantascienza. Di solito si confonde l’ambientazione con la tematica. Esempio: film come “Star Wars” sono film d’azione / avventura / guerra dentro un’ambientazione fantascientifica, mentre “2001: Odissea nello spazio”, “Solaris”, “Blade Runner” o “Her” sono film di fantascienza. La fantascienza mette in scena solo mondi possibili, solitamente con un’idea forte e senza un dispiego eccessivo di mezzi. “Ex_Machina”, tratta, appunto, delle implicazioni morali sulla creazione di intelligenze artificiali. Il robot in questione, di nome Ava, ha l’aspetto della stupenda Alicia Vikander (candidata ai Golden Globes), capace di toccare altissime vette emotive specie nelle scene dei test “dialogati” che servono per verificarne il funzionamento. Il design di Ava è un altro punto di forza del film, tanto da diventare già iconico. “Ex_Machina”, realizzato a basso costo ma sorprendentemente ben fatto,  ruota attorno a tre temi fondamentali e interconnessi. Il primo è il rapporto creatore-creatura che è preso pari pari, come archetipo, dal mito di Prometeo e dal conseguente “Frankenstein” (1818, Mary Shelley). Il secondo è la costruzione del corpo, che non è più modellabile chirurgicamente, ma sostituibile e intercambiabile, adattabile alle esigenze. E’ un corpo post-umano (e se credete che tutto ciò sia troppo futuristico, andatevi a vedere i progressi tecno-scientifici sulle protesi artificiali). Il terzo, a mio avviso più importante ed evidente, è il femminismo. Il creatore, cattivissimo, megalomane, interpretato dal bravissimo Oscar Isaac, è anche un terribile maschilista. Gli altri prototipi di robot creati prima di Ava, tutti di sesso femminile, sono usati come cameriere se non come compagne sessuali. Sono delle bambole gonfiabili perfezionate. E progettate per essere sottomesse e incoscenti. Ma non è detto che lo siano del tutto. Il percorso di affermazione e coscienza di Ava tiene lo spettatore intrappolato e non lo lascia più fino al devastante finale. Semplicemente superbo.

 

sevenBIRDMAN                                                   

di Alejandro González Iñárritu

birdmanIncredibile come un film del genere possa aver vinto ben 4 Premi Oscar, tra cui Miglior Film. Solitamente gli Oscar tendono ad appiattirsi su qualcosa di standard, che può piacere a tutti, infatti non necessariamente sono sintomo di una qualità artistica effettiva. C’è però da dire che Iñárritu non sbaglia un colpo, da “Amores Perros” a “21 grammi” passando per “Babel”, con la costruzione di multitrame che somigliano ai film corali del mai troppo compianto Robert Altman. “Birdman” è un grandissimo film perché ha una regia straordinaria: tutto è composto da una serie di pianisequenza (riprese in continuità senza stacchi di montaggio), uniti fino a farlo sembrare un unico blocco. Questo è anche molto interessante: “Birdman” è quasi totalmente ambientato dentro un teatro, e questa forma di regia rende lo scorrere degli eventi fluido e crea una forte impressione di realtà, oltre al rappresentare bene la vita frenetica del dietro-le-quinte. Il film tratta di un attore di Hollywood, in piena decadenza, che cerca di mettere in scena una piéce teatrale tratta da “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver. Da qui si scatenano tutte le ossessioni per il fallimento, per la riuscita o meno delle varie anteprime per il pubblico, per un’elevazione artistica, e il rapporto conflittuale con la critica teatrale. Michael Keaton è straordinario, ed è una scelta di casting azzeccatissima. Molti se lo ricorderanno nei due “Batman” di Tim Burton, e così come nella vita reale, il suo personaggio è perseguitato dal supereroe Birdman da lui interpretato in passato. “Birdman” è un gigantesco specchio che riflette tutti i miti delle iconografie americane, con un’impronta autoriale molto forte. E, nonostante tutto, è un film con una sceneggiatura divertente e brillante, che non lascia un attimo di tregua. Il finale è ermetico e ha creato non poche discussioni, come ogni opera d’arte dovrebbe fare.

 

sixYOUTH                                                   

di Paolo Sorrentino

youthSecondo film in lingua inglese di Paolo Sorrentino dopo il sottovalutato “This Must Be The Place”, “Youth” è anche la prova del nove dopo l’enorme successo (e l’Oscar) de “La Grande Bellezza”. Al solito, non particolarmente apprezzato in Italia (se c’è una cosa che questo paese non ti perdona è il successo), ma amatissimo all’estero, “Youth” è l’ennesimo esempio dell’estrema bravura di Sorrentino. La premessa è simile a quella de “La montagna sacra” di Thomas Mann, qui due anziani artisti, un musicista (Michael Caine) e un regista (Harvey Keitel), si ritrovano in un hotel in Svizzera al riparo dai propri conflitti e crisi. Ciononostante, tutta la loro vita è lì con loro, sotto forma di visioni, flashback, desideri. Troveremo quindi un Maradona vistosamente ingrassato, che palleggia con una pallina da tennis e che ha un tatuaggio di Marx sulla schiena, idee per film che prendono vita, mogli distanti e figlie infelici, un concerto per sole mucche, Adolf Hitler al ristorante. Un’altra apparizione è quella di Madalina Ghenea, formosissima, il più delle volte svestita, osservata spesso dai due vecchietti. D’altronde, se la peculiarità della giovinezza è quella di fare, quella della vecchiaia è di guardare. Così come ne “La Grande Bellezza” di bellezza effettiva ce n’era poca, così avvitato su se stesso nel circolo grottesco della vacuità delle feste, in “Youth” c’è poca giovinezza, è più una proiezione, desiderio di ciò che non è più, nostalgia di eventi non vissuti. Paolo Sorrentino è una grande gloria italiana, e bisognerebbe imparare ad apprezzarlo come merita.

 

fiveLEVIATHAN                                                   

di Andrej Zvjagincev

leviathan“Leviathan” è una parabola biblica da Antico Testamento, ma completamente laica, basata sul Libro di Giobbe e traslata nella Russia contemporanea. Nel Nord della Russia, Kolia, un uomo violento, tenta di salvare la sua casa e la sua terra dall’esproprio voluto dal sindaco corrotto. Partendo da questo, Zvjagincev imbastisce una ferocissima satira politica sulla Russia di Putin. Innanzitutto, i personaggi sono sempre ubriachi, si calca su quel rapporto morboso con l’alcol che è quasi uno stereotipo. Poi, la più che memorabile scena in cui i protagonisti sparano alle immagini dei vari Leader dell’Unione Sovietica e del post-URSS. La dose è rincarata dalla rappresentazione scenica del sindaco corrotto, che nel suo ufficio non ha nient’altro che una foto di Putin. Non solo: ad essere corrotti non sono anche i rappresentati della Chiesa Ortodossa, che vogliono elevarsi a potere assoluto. Tutto ciò è costato al film numerose censure in Russia, quindi gioiamo ancora una volta di poter godere della nostra libertà, uno dei vantaggi della democrazia è quello di poter vedere i film nella loro forma completa.
“Leviathan” è un film senza alcuna speranza, ma la regia restituisce tutta la bellezza perduta in forma lirica, con  lunghe inquadrature del Mare di Barents, di relitti abbandonati e, soprattutto, dello scheletro di una balena. Perché il film va anche oltre, e segue le orme del potere temporale e quello ecclesiastico, teorizzati nel “Leviatano” di Hobbes. Vincitore del Golden Globe come Miglior Film Straniero e a Cannes come Miglior Sceneggiatura, “Leviathan” non è solo un film straordinario, ma sorprende, provoca, è antico come la Bibbia e nuovo come la Realtà. E ha un cattivissimo colpo di scena finale.

 

fourSTAR WARS: EPISODIO VII
IL RISVEGLIO DELLA FORZA                                                   

di J. J. Abrams

risveglioIl problema di saghe come quella di “Star Wars” sono i nerd. I nerd sono persone, poco attraenti e poco pulite, che passano la vita a cavillare su stronzate come: aggeggi, spade laser, genealogie. No, la saga di “Star Wars”, per lo meno la trilogia originale (1977, 1980, 1983), è interamente basata sulla scrittura. E’ una trama classica, a tappe, il cosiddetto “Viaggio dell’Eroe”, c’è la Chiamata all’Avventura, il Rifiuto della Chiamata, c’è il Mentore, c’è il Varco della Prima Soglia e così via. Tutto il resto è superfluo, al massimo serve a vendere qualche action figure. Non è un tipo di trama che ha inventato George Lucas, ma gente come Omero, e teorizzata da gente come Aristotele. E’ una narrazione che funziona perché predisposta per creare piacere. Non penso che ci sia nulla di male in questo: d’altronde anche i film d’autore sono fatti con lo stesso scopo, solo che il target a cui si rivolgono è tendenzialmente un pubblico più colto. “Il Risveglio della Forza” segue lo stesso principio, ma lo aggiorna ai gusti di un pubblico contemporaneo. E’ per questo che il film è tutto incentrato su Rey (la bravissima Daisy Ridley), eroina femminile completamente inedita per la saga in questione. Nella trilogia originale c’era sì Leia, però il suo ruolo era più che altro il centro di un triangolo amoroso con Han Solo e Luke Skywalker. Era lo stesso meccanismo della commedia sofisticata degli anni Trenta. Qui si parla del Personaggio Centrale che fa muovere tutta la Storia. In questo genere consolidato è una piccola rivoluzione copernicana, probabilmente figlia di altri film come “Hunger Games”, che a sua volta pescava da “Star Wars”. Un ottimo film ha anche un ottimo cattivo, e qui c’è Kylo Ren. Il personaggio di Adam Driver, che è una delle cose che ha convinto di meno, perché “poco pauroso” se confrontato a Darth Vader, è in realtà perfetto. Diciamocelo: oggi un Darth Vader, spogliato della sua aura mitica, sarebbe un tantino ridicolo. Qui invece ci è restituito un cattivo “umano”, afflitto, dilaniato, e proprio per questo pericolosissimo. Confrontatelo coi deliri nazistoidi del Generale Hux, interpretato da quel Domhnall Gleeson che in “Harry Potter” faceva uno dei fratelli Weasley. La sua funzione è quella di creare un contesto, non sarebbe un cattivo abbastanza forte. “Il Risveglio della Forza” unisce la nostalgia del passato a diverse innovazioni sulla trama. Il passaggio di testimone nella bellissima scena finale tra Leia e Rey è un nuovo inizio da una prospettiva femminile. La regia è, per ora, la migliore di tutti i film della saga.

 

threeVIZIO DI FORMA                                                   

di Paul Thomas Anderson

vizdifmTratto dal più accessibile romanzo di Thomas Pynchon, uno dei più grandi scrittori viventi, Paul Thomas Anderson firma il suo ennesimo film-Pietra Miliare della sua carriera. Sì, perché Anderson è uno dei più grandi registi viventi: suoi sono “Boogie Nights”, “Magnolia”, “Il petroliere”, “The Master”, solo per citarne alcuni. Qui, una trama ingarbugliatissima che riprende capisaldi del noir come “Il grande sonno” (1946, Howard Hawks), si dipana e allo stesso tempo si complica. Una serie sconfinata di indizi, di oggetti da riconoscere più che da ritrovare, che, come da tradizione postmoderna, cambiano via via di significato, forma ed esistenza. L’eccelsa fotografia è del fido Robert Elswit, con tutte le varie rifrazioni dei neon, che ben si confà alla storia di un detective privato strafatto nei primi anni Settanta. Oltre al protagonista, il sempre fuoriclasse Joaquin Phoenix, e a Josh Brolin che diventa una spalla comica (perché reazionario, machista, brutale), è da segnalare la presenza della cantante Joanna Newsom, bravissima, qui al suo debutto cinematografico in veste sia di attrice che di narratrice. La colonna sonora originale, che è un personaggio tanto quanto quelli di carne, è di Jonny Greenwood, mentre i pezzi di repertorio sono selezionati tra strampalate canzoni Seventies come i Can o Neil Young. “Vizio di forma” è una delle vette più alte del cinema del 2015. Per approfondire, c’è sempre la mia recensione.

 

twoMAD MAX
FURY ROAD                                                   

di George Miller

mmaxReboot o semi sequel che sia della cultissima trilogia (1979, 1981, 1985), sempre ad opera di Miller, “Mad Max – Fury Road” è un film che non può non lasciare a bocca aperta. Questa è un’opera che funzionerebbe anche se fosse senza sonoro, e ragionare di sottrazione rende bene l’idea della grandiosità di questo film. Perché “Mad Max – Fury Road” ha una sceneggiatura, per lo meno la parte dialogata, che potrebbe tranquillamente stare su un fazzoletto da naso. Eppure è roboante, tamarrissimo, eccessivo, due ore di scene d’azione realizzate con una maestria mai vista. Miller fa pochissimo uso, vivaddio, della computer grafica, e uno vastissimo di stunt ed effetti dal vero. Questo rende “Mad Max – Fury Road” ancora più sorprendente, è un turbinio di idee geniali una dietro l’altra: dai costumi all’ambientazione post-atomica, dagli inseguimenti realizzati con picchetti, immense tempeste di sabbia, un tipo con una chitarra che suona dal vivo e contemporaneamente spara fuoco, razzi che creano nuvole di fumo dei più vari colori. Ma è soprattutto il film di Charlize Theron, che più del Max di Tom Hardy, è l’indiscussa protagonista. Anche qui si tratta di un film super-femminista. Tutta la “trama” è la liberazione e il successivo sfuggire delle mogli-riproduttrici del dittatore Immortan Joe, che le possiede come oggetti. La questione non è trattata in modo sottile come in “Ex_Machina”, ma buttata in faccia allo spettatore nel pieno spirito del film. Le citazioni da “Ombre rosse” (1939, John Ford), si sprecano: c’è una sorta di diligenza da difendere e ci sono inseguimenti continui e costanti, con qualcosa che ribolle sullo sfondo. Si può dire che un film come “Mad Max – Fury Road” sia l’erede del western classico, rielaborato con grande modernità.
La Furiosa di Charlize Theron credo sia uno dei personaggi femminili dei film d’azione più memorabili dalla Ripley dei vari “Alien”. E’ un altro perfetto esempio di come i ruoli di genere, per lo meno al cinema, ma anche in tv (cfr. “Jessica Jones”), continuino a ribaltarsi verso una prospettiva più orientata al femminile, sicuramente meno classica ma più cool. Superlativo.

 

oneTHE LOBSTER                                                   

di Yorgos Lanthimos

lobsterGeniale. E’ la prima parola che viene in mente. E anche: complesso. In un non lontano futuro distopico, i single sono deportati in un hotel e costretti a trovare un compagno o una compagna entro quarantacinque giorni, pena l’essere trasformati in un animale a loro scelta. Il protagonista, Colin Farrell, sceglie l’aragosta. I deportati possono anche allungare la loro permanenza, catturando in vere e proprie battute di caccia, coloro che sono fuggiti dall’hotel e che si rifugiano nei boschi. Lanthimos, regista greco qui al suo primo film in inglese, sceglie come genere la commedia. Si tratta di una commedia grottesca, non di qualcosa da spanciarsi dal ridere. Il mondo creato è così folle, così spiazzante, che inevitabilmente crea delle risate. Tuttavia, sotto la superficie, affiora una realtà che è a noi molto contemporanea. Innanzitutto, nel mondo di “The Lobster” non esistono le zone grigie, uno può scegliere se essere etero o omosessuale, bisessuale non è contemplato. L’ideale di felicità è uno solo, ed è standard. Persino quando a metà film Colin Farrel si unirà ai fuggiti dall’hotel che vivono nel bosco, scoprirà che la regola è quella di non avere rapporti intimi con gli altri compagni. Insomma, Lanthimos, così come già nel precedente e splendido “Kynodonthas” (2009) se la prende coi Sistemi di Potere. “Kynodonthas” era una palese metafora della dittatura in Grecia, traslata in un contesto chiuso e famigliare, persino incestuoso, dove i due genitori pervertivano il senso delle parole (ad es.:“fiori” = “zombie”). “The Lobster” è più un’apologia sui nostri tempi, e più che altro, aggiungo io, sulla nostra condizione di umani da social network. Così come nei social network, che sembrano presentare una grande quantità di opzioni per autodefinirsi, in realtà il numero di caselle da spuntare è predeterminato e limitato (da qualcun altro, dai nostri schemi rassicuranti). “The Lobster” è sicuramente un film che gioisce della sua stranezza, genialità e cattiveria, coi suoi inserti musicali tra il Bernard Herrmann di “Psycho” e le citazioni da “Where the wild roses grow” di Nick Cave & Kylie Minogue. E’ un grande Capolavoro.

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Davide Giorgi
L'Autore
Mi chiamo Davide Giorgi. Classe 1985. Sono uno scrittore e giornalista freelance. Qualcosa di simile. La mia prima occupazione è il cinema. Scrivere di cinema, fare cinema. E di arte in generale. Sono anche appassionato di musica, antropologia ed entomologia. Tutto ciò è fuso qui dentro.

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