Top 10 SERIE TV 2015

TVCOVER
Il 2015 è stato un anno di grandissime serie televisive, che come sappiamo sono il corrispettivo contemporaneo del romanzo d’appendice Ottocentesco. Le serie tv portano avanti storie di grande impatto e riescono ad essere più provocatorie ed originali di molti film.
Questa Top 10 non tiene conto di serie come “Il Trono di Spade”, “The Walking Dead”, “Doctor Who” o “House of Cards”, per il semplice motivo che sono di larghissimo consumo (e di enorme qualità) e dò per scontato che chiunque le segua. Fate quindi conto che siano qui in mezzo, tra una posizione e l’altra.
Le parole d’ordine sono: Bruce Campbell, art television e deliri religiosi. Cercherò di spiegarvi, nel dettaglio e senza alcuno spoiler, il perché.

 

10THE MAN IN THE HIGH CASTLE

STAGIONE 1
di Frank Spotnitz
AMAZON VIDEO

manhighTratto da un bellissimo romanzo di Philip K. Dick, in Italia noto come “La svastica sul sole” (ed. Fanucci), “The Man in The High Castle” è una serie prodotta e distribuita da Amazon interamente online (scopiazzando lo stesso principio delle serie originali Netflix). La vera fantascienza può suddividersi in due tipologie: quella distopica e quella ucronica. Solitamente, quella distopica si occupa di un futuro più o meno prossimo, dove la società è cambiata in modo radicale ed è pericolosa. In questo caso l’elemento più frequente è l’instaurazione di una società autoritaria o una dittatura (“1984”, “V per Vendetta”, “Fahreneit 451”, “La fiera degli immortali”). Quella ucronica si basa sul principio del what if, riscrivendo una parte della Storia del passato o del recente passato che cambia totalmente gli eventi (“Watchmen”, “Ritorno al futuro”, “X-Men – L’inizio”, svariati episodi di “Doctor Who” e, anche se non si tratta di fantascienza, “Bastardi senza gloria”). “The Man in The High Castle” fa parte della fantascienza ucronica: si immagina un 1962 dove la Germania nazista e il Giappone hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale. L’effetto è che gli Stati Uniti sono divisi in tre blocchi: gli stati dell’Ovest sono dei Giapponesi, la parte centrale delle Rocky Mountains è neutrale, e gli stati dell’Est sono del Reich. In questo mondo in bilico, dove nessuno batte ciglio se i malati mentali vengono bruciati nei forni crematori, si intersecano le vicende di tre personaggi. Lo scopo di tutti è quello di trovare o trasportare un filmato che mostra cosa sarebbe successo se USA, Francia e Inghilterra avessero vinto la Guerra. Il mood è quello della spy story, senza un ritmo vertiginoso, come ogni serie creata per internet e pensata per essere vista tutta d’un fiato (binge-watching), ma di altissimo profilo per quanto riguarda la scrittura e le ambientazioni spiazzanti (c’è una Times Square tappezzata di svastiche, solo per fare un esempio). L’ideatore è Frank Spotnitz, uno che, come Vince Gilligan (“Breaking Bad”), si è fatto le ossa scrivendo parecchi episodi di “X-Files”.

 

9JESSICA JONES                                                   

STAGIONE 1
di Melissa Rosenberg
NETFLIX

jessicaBasato su un fumetto Marvel di Brian Micheal Bendis e Michael Gaydos, “Jessica Jones” è difficilmente catalogabile nel genere supereroistico. Personalmente non ho mai amato i superereoi, il più delle volte sono personaggi con conflitti noiosi e creati per eccitare i nerd e vendere action figures. Ho sempre amato il reazionario Batman, che non ha nulla di supereroe. “Jessica Jones” è una serie diversa, perché l’omonima protagonista ha sì un paio di superpoteri (è molto forte, salta molto in alto) ma non sono poi così preponderanti ai fini del racconto. Inoltre, è una supereroina riluttante: preferisce fare la detective privata. E ha un’altra serie di caratteristiche che rendono il personaggio irrestistibile, tra cui l’essere sboccata, ubriacona e sessualmente disinibita. Altro punto di grande forza di “Jessica Jones”, e in realtà di qualsiasi prodotto ben scritto, è l’antagonista. Kilgrave è un uomo che riesce a controllare le menti di chiunque, facendogli fare quello che vuole. Questo accade specialmente con le donne. E con Jessica ha un trascorso che le continua a causare dei grossi traumi. Kilgrave è interpretato da David Tennant. Chi conosce le nuove stagioni di “Doctor Who” sa che si tratta di uno dei Dottori più amati in assoluto, ed è appunto scioccante vederlo in un personaggio così cattivo, ma allo stesso tempo tratteggiato nei suoi aspetti più patetici.
Il tema di “Jessica Jones” non è tanto il femminismo. Di solito il tema del femminismo viene sviluppato attraverso un personaggio femminile che si afferma (o si ribella) in un mondo di uomini. Qui si tratta di donne, in un mondo di donne (il personaggio di Carrie-Anne Moss è lampante). E’ tutto già affermato, diciamo un ideale post-elezione di Hillary Clinton. Il tema è più che altro la misoginia, gli effetti di questa, e le reazioni a questa. “Jessica Jones”, oltre che divertentissima da guardare, grazie a una sceneggiatura anche ironica e ai continui colpi di scena, sovverte i tradizionali ruoli di genere. I pochi uomini presenti, sono deboli, affettuosi e un po’ isterici, caratteristiche usualmente affibbiate ai personaggi femminili. La creatrice, Melissa Rosenberg, è colei che, in precedenza, aveva scritto immondizia come tutti i film di “Twilight” e “Step Up”. Incredibile come il talento le si sia sviluppato così tardivamente e prepotentemente, ma è comunque un’ottima cosa.

 

8MR ROBOT                                                   

STAGIONE 1
di Sam Esmail
USA NETWORK

robot“Mr Robot” è una sorpresa di questo 2015. E’ la serie tv che nessuno si aspettava, ma che è uscita nel momento esatto in cui doveva uscire. “Mr Robot” si ciba di tutta una controcultura molto attuale, da Occupy Wall Street, agli hacker di Anonymous fino a un certo socialismo comunistoide di ritorno causato dalla crisi economica. La premessa è quella di un gruppo di hacker, alienati e un po’ drogati, che cercano di distruggere, tramite azioni via web, l’intero sistema bancario, e di riflesso il Capitalismo. Diciamo subito che tutta l’ideologia di cui è impregnato “Mr Robot”, tra l’altro prendendosi molto sul serio, è rivoltante. Personalmente (io sono un liberal nel senso americano del termine), credo che il sistema capitalista funzioni, sebbene sia perfezionabile sotto molti aspetti. Se non funzionasse, voi non stareste leggendo questa Classifica, magari su vostri iPhone, Pc, latpop, tablet o quel che è, io non starei scrivendo su questa tastiera, e “Mr Robot” non potrebbe essere prodotto. In ogni caso, “Mr Robot”, se lo si spoglia di tutta l’ideologia ingenuotta da centro sociale che c’è dietro, è un prodotto di grandissimo valore narrativo. E’ letteralmente impossibile finire una puntata senza avere voglia di iniziarne subito un’altra. Il ritmo è velocissimo, quasi videoclipparo. Christian Slater, ormai resuscitato dopo “Nymphomaniac” (2014, Lars von Trier), qui nei panni di Mr Robot ed evanescente mentore, si dimostra sempre di più un attore di razza. Ma le vere sorprese sono Rami Malek, il protagonista dai lineamenti nordafricani, nonché  una delle scelte di casting più azzeccate per una serie, e il glaciale Martin Wallström, eccelso.
Lo spettatore più “colto” potrà gioire della serie, tuttavia alcuni snodi narrativi sono palesemente derivanti da “Fight Club” (1999, David Fincher) e dal romanzo “American Psycho” (1991, Bret Easton Ellis). Nella colonna sonora, superfighetta, si ritrovano cose notevolissime come Perfume Genius, The Cure e l’immancabile “Where Is My Mind?” dei Pixies (ma di questa ne riparlerò tra poco in un altro contesto). “Mr Robot” è un must see.

 

7ORANGE IS THE NEW BLACK                                                   

STAGIONE 3
di Jenji Kohan
NETFLIX

orangeGiunta alla Terza Stagione, “Orange Is The New Black” è, assieme a “House of Cards”, la serie punta di diamante della piattaforma produttiva Netflix. E’ tuttavia meno nota, anche a causa dell’argomento scabroso (e un po’ exploitation): un carcere femminile. Ora, “Orange Is The New Black” è fondamentalmente una dramedy (drama+comedy), dove il lato comedy prevale, ma l’umorismo presentato è molto forte e spesso poco rassicurante. La storia è comunque quella di donne detenute alle prese con le proprie colpe e la propria disperazione. Questa terza stagione comincia con un episodio intitolato “Mother’s Day”, e in particolare c’è una scena che riguarda il tema dell’aborto, qui trattato senza alcuna retorica, anzi, con l’anti-retorica del cinismo, che presuppone l’utilità di non avere figli per non creare i delinquenti del futuro. Rispetto alla passata stagione, questa si mantiene su toni più lievi e meno violenti (anche se certe esplosioni non mancano), con Piper alle prese con una nuova attività di vendita e riciclaggio di intimo femminile usato. Da segnalare, al solito, la fantastica Kate Mulgrew nel ruolo della russa Red (da vedere rigorosamente in lingua originale per capire le perfette sfumature dell’accento). Il finale di stagione è stupendo e liberatorio, così gioioso che non mancheranno le lacrime.
Jenji Koahan, la creatrice, dopo aver scritto alcuni episodi di “Will & Grace” e creato quella perla che fu “Weeds”, continua a produrre una tv personalissima, innovativa e memorabile.

 

6THE AMERICANS                                                   

STAGIONE 3
di Joe Weisberg
FX

americansSpy story ai massimi livelli desiderabili, “The Americans” continua la sua storyline di intrighi dal punto di vista di due agenti del KGB infiltrati negli Stati Uniti durante gli anni Ottanta. Oltre al tumultuoso contesto storico, tra l’altro ricreato in modo incredibilmente realistico, la cosa interessante di “The Americans” è la dualità. L’essere fedeli alla Russia Comunista e compiere atti orribili in suo nome, ma allo stesso tempo vivere in un paese in cui “poi non si sta così male”. L’essere genitori di due figli ignari, e pianificare le svariate azioni all’interno dello stesso nido famigliare. E questa dualità è riflessa anche nelle reazioni dello spettatore. Da un lato si familiarizza coi due protagonisti, si spera per loro, dall’altro ci si distanzia dal loro modo di pensare e di agire. E questa è una grandissima qualità della scrittura televisiva: c’è più tempo per scavare nell’umanità dei personaggi, anche quelli più detestabili. In questo caso il compito era anche più difficile, essendo una serie ambientata trent’anni fa, con gli esiti storici noti a tutti (il Comunismo ha fallito).
In questa Terza Stagione c’è una notevole new entry, ossia Frank Langella, noto per la sua voce baritonale e per interpretare sempre dei ruoli larger-than-life con un piglio shakespeariano. Il suo Richard Nixon in “Frost/Nixon” (2008, Ron Howard), rimane indimenticabile.
“The Americans” è una creatura di Joe Weisberg, che prima aveva scritto solo qualche episodio della bellissima serie “Damages”. La cosa importante, però, non è questa: Weisberg non nasce come scrittore, ma ha lavorato svariati anni nella CIA. Oltre ad essere grande intrattenimento, “The Americans” sa di cosa parla. E non è poco.

 

5MAD MEN                                                   

STAGIONE 7B
di Matthew Weiner
AMC

mmenIl sottotitolo “Stagione 7b” non è un typo, bensì sta a indicare che la Settima e Ultima Stagione di “Mad Men” è stata divisa in due parti da sette episodi ciascuna, nel 2014 la prima e la seconda in questo 2015. Scelta interessante, perché la prima volta che fu fatta un’operazione del genere fu per l’ultima Stagione de “I Soprano”, serie tra le più importanti della Storia della Tv, in cui Matthew Weiner, creatore di “Mad Men” e autore di tutti gli episodi, ha partecipato attivamente come sceneggiatore. “Mad Men”, ambientata tra l’inizio del 1960 e la fine del 1970, è la serie che ha ridefinito le regole dell’autorialità televisiva, quindi a creare un “genere” che gli americani hanno definito art television. La cosa importantissima di “Mad Men” è come vengono sviluppati i personaggi, in particolare Peggy, che è uno dei personaggi femminili con una costante evoluzione di stagione in stagione, così come accade a Carol in “The Walking Dead”. Sullo sfondo, il lavoro delle agenzie pubblicitarie di Madison Avenue, che fanno di riflesso all’impianto narrativo, che gioca molto sull’essere/apparire: la pubblicità, ricordiamocelo, vende sogni, speranze e felicità illusorie. “Mad Men” è profondamente autoriale, e vi mentirei se vi dicessi che si può guardare stirando. Chiede concentrazione, ma ripaga di tutto. E’ il corrispettivo televisivo di un film di Bergman. Questa Ultima Stagione si chiude nella maniera migliore possibile, e anche inaspettata. Tutti i personaggi trovano la loro conclusione, e non risparmia neanche un fortissimo pugno nello stomaco nella penultima puntata. Il finale è geniale e cattivo, di una cattiveria rara e intelligentissima. Mi viene un po’ di nostalgia pensare che nel 2009 recensii una delle prime stagioni proprio su questo sito.

 

4ASH VS EVIL DEAD                                                   

STAGIONE 1
di Sam Raimi
STARZ

ashveStupido. Stupidissimo. Stupidissimo oltre ogni immaginazione. E quindi pazzesco, totale, genio puro. Bisogna però sapere che “Ash vs Evil Dead” è un sequel diretto dei tre film della serie “La Casa”, sempre diretti da Raimi: “La Casa” (1981), “La Casa 2” (1987), “L’armata delle tenebre” (1992). Quindi, per godersi a pieno questa serie, è consigliabile vedersi o rivedersi i tre film sopracitati. Il mood della serie televisiva è quello de “La Casa 2” e “L’armata delle tenebre”, e quindi più comica che horror. Qui, un Ash visibilmente invecchiato risveglia nel modo più cretino concepibile le forze demoniache che da sempre lo tormentano. Bruce Campbell, riprendendo il ruolo che lo ha reso celebre, non ha perso neanche un’unghia della verve comica che lo contraddistingue. E qui bisogna dirlo: Campbell è uno dei migliori attori comici viventi. Riguardatevi la scena dei piatti ne “La Casa 2”. E guardatevi “Ash vs Evil Dead”, perché è sì un intrattenimento scemo, ma magari tutte le cose sceme e light fossero così. Lasciando stare lo splatter, che è abbondante ma non significativo o pauroso, quello che è rilevante qui, è che tutto è come in un film muto di “Laurel & Hardy”. Comicità slapstick, che fa ridere perché fa ridere, e basta. E non erano forse stupidotti anche quei film? Di certo non facevano leva su chissà quali qualità intellettive. Eppure in “Ash vs Evil Dead” è tutto così ben calibrato, tutto così divertente, proprio da risate convulse, che è assolutamente imperdibile.

 

3TRUE DETECTIVE                                                   

STAGIONE 2
di Nic Pizzolatto
HBO

truedetecMassacrata da critica e pubblico (già da prima della messa in onda), la Seconda Stagione di “True Detective” non è stata tra le più fortunate dell’anno. La Prima Stagione era una rivelazione e aveva creato personaggi iconici a cui il pubblico si era affezionato. E questo è parte del problema. “True Detective” è una serie antologica, il che significa che ogni stagione ha una storia, ambientazione e personaggi a sé. Il pubblico non è stato capace di andare avanti. Ma la causa principale sono gli hipster: quando qualcosa di nicchia, o presunto tale, diventa di largo consumo, allora bisogna necessariamente disprezzarla. Lasciando stare questi ragionamenti da neurolesi (e tra le altre cose sono pure brutti, ignoranti e démodé), parliamo di numeri. La Seconda Stagione è stata vista, in maniera costante, da un totale di due milioni e seicentounomila telespettatori. Circa trecentomila in più rispetto alla prima stagione. Allora, qui si parla di Televisione e non di Cinema. Se una persona va al cinema, al massimo può uscire prima del termine della proiezione, però è più probabile che si senta costretta a finire il film, anche controvoglia. In Tv è tutto diverso. Nel 1950 la Zenith Radio Corporation ha inventato uno strumento chiamato telecomando. Questo strumento permette di cambiare canale. Perché la Seconda Stagione di “True Detective” è stata vista da un totale di più persone, rispetto alla prima? Perché uno dovrebbe guardare qualcosa che non piace, se può liberamente non farlo? La verità è che bisogna accettare anche quando una cosa piace, e piace perché è ottima. La Seconda Stagione è un manualino di sceneggiatura. Ci sono tutte le tappe che si leggono nei manuali, compilate in modo narratologicamente corretto. Online si leggono cose come “è scritto male”, senza aver studiato un qualsiasi manuale di sceneggiatura o di scrittura creativa (io mi rifaccio a “Story” di Robert McKee, che consiglio a chiunque, almeno prima di dar fiato alla bocca o estensione ai tendini). Quelle non sono recensioni (vogliono esserlo), ma banali opinioni. La Prima Stagione era una storia di redenzione, e come genere si rifaceva al southern gothic. La Seconda Stagione è una storia di perdizione (l’esatto contrario), è un noir hard boiled. E per la sua complicatissima trama, posso capire che non sia per tutti. C’è di tutto: Pynchon, Ellroy. E registicamente, questa volta, siamo più nel territorio di Michael Mann/David Lynch. Nic Pizzolatto è uno dei più grandi sceneggiatori televisivi di oggi, ed è una cosa che non si può discutere se si è intellettualmente onesti.
Colin Farrell, nel ruolo di Ray Velcoro, è indimenticabile. La psicosfera californiana è resa in modo magistrale, e l’episodio finale, di novanta minuti, è quanto di più ardito mai fatto in tv. Vi dico solo che c’è un esplicita citazione da “Greed” (1924, Erich von Stroheim), che è solo uno dei più grandi film della Storia.

 

2FARGO                                                   

STAGIONE 2
di Noah Hawley
FX

frgoSe la Prima, fantastica stagione di “Fargo” era una sorta di estensione dell’omonimo film del 1996 dei Fratelli Coen, la Seconda riesce persino a superarsi, proprio perché trova una sua individualità e originalità distintiva. Questa Stagione è un western a tutti gli effetti. Ci sono i cowboy (i poliziotti), ci sono i fuorilegge, e ci sono vari assalti al Forte (caserme, hotel). “Fargo” è una serie antologica, o direi, per ora, semiantologica, poiché la Seconda Stagione è in un certo senso un prequel della Prima. E’ ambientata nel 1979. La data è importante. Nel 1981 Reagan avrebbe cominciato il suo mandato come Presidente degli Stati Uniti, durato fino al 1989. Già nella prima puntata, ci viene mostrato il backstage di un vecchio film con Ronald Reagan, mentre fa aspettare la troupe. Si materializzerà, nel pieno della campagna elettorale, poche puntate più avanti in una breve apparizione. E col volto di Bruce Campbell. Campbell, in un’interpretazione molto diversa da quella camp di “Ash vs Evil Dead”, è un Reagan praticamente perfetto. La sua è una presenza fantasmatica che aleggia per tutta la Stagione. E il tema di questa seconda volta di “Fargo” è il Sogno Americano, e il passaggio da un modello economico famigliare degli anni Settanta, al liberismo selvaggio degli anni Ottanta (chiamiamolo yuppismo). Tema trattato, anche se con accenti diversi, anche nel bellissimo “Boogie Nights” (1997, Paul Thomas Anderson). Una stagione che è come una frontiera. Questi anni Ottanta che, nella storyline, stanno per arrivare, sono dipinti col massimo del cinismo: vedrete cosa succederà, nell’episodio finale, a uno dei “cattivi” più amati di questa stagione, Mike Milligan (interpretato dal bravissimo Bokeem Woodbine). La sceneggiatura è superlativa: i primi due o tre episodi sono slow-burn, ma poi la storia decolla e diventa folle, violentissima. I dialoghi sono così belli che si potrebbe quasi tatuarseli, i personaggi fanno un ampio sfoggio di aneddoti narrativi nella narrazione. La regia è molto inventiva, un tripudio di split screen. Sembra di trovarsi in “Jackie Brown” (1997, Quentin Tarantino). Tutto il resto è un meccanismo perfetto e strampalato, tra ufo, malavita, casualità, la pericolosità dell’uomo comune, e Kirsten Dunst causa, motore e traino degli eventi e della serie. In odore di Golden Globe.

 

1THE LEFTOVERS                                                   

STAGIONE 2
di Damon Lindelof & Tom Perrotta
HBO

leftoversLa Prima Stagione di “The Leftovers” non aveva convinto quasi nessuno, almeno all’inizio. Su Rotten Tomatoes (aggregatore che fa la media dei voti della critica) aveva uno striminzito 69%. Poi qualcosa è successo, e i voti per ogni singolo episodio sono stati cambiati con voti dal 90% in su. In un commento su Imdb, avevo letto una bella definizione: “British Drama on american television”. Per sintetizzare: europeo, arty. Per specificare: personaggi non piatti, trama impegnativa, ritmo lento. La causa di tutto ciò è quello che io chiamo “Il problema del binge-watching”, argomento sul quale farò un post dedicato. In sostanza, alcune serie necessitano di essere viste con attenzione e bisogna dargli il tempo di fermentare prima di giudicare, magari vedendo l’intera stagione. “The Leftovers” è una di quelle serie. La Prima Stagione ci introduce in un mondo post-Rapimento della Chiesa, ossia, negli eventi descritti nell’Apocalisse, Dio porterà in Paradiso le persone buone, lasciando sulla terra i malvagi. In “The Leftovers” non è proprio così, tra il 2% della popolazione mondiale improvvisamente scomparsa, non ci sono solo persone “buone”. Questo evento traumatico causerà, oltre al dolore per un lutto di massa (come l’11 Settembre), un senso di spaesamento, e l’origine di nuovi culti (come i Guilty Remnants). Le vicende si svolgono dal punto di vista della famiglia Garvey, capitanata dal superlativo Justin Theroux. La Seconda Stagione ha gli stessi protagonisti, più alcuni nuovi e interessantissimi, e un’ambientazione diversa: il Texas. Qui il meccanismo narrativo cambia, si tratta di un puzzle. Ogni puntata è un tassello, a volte un punto di vista di un singolo personaggio, che porta avanti la storia ma nel modo più inaspettato possibile (è impossibile che indoviniate come andrà a finire). Come nella precedente, anche questa Stagione ha un impatto emotivo devastante, e per apprezzarla bisogna mantenere la mente aperta (specialmente per quanto riguarda la spiritualità, non necessariamente la religione). L’episodio 2×08, “International Assassin”, è stato accolto dalla critica come uno dei grandi capolavori della Storia della Televisione. Io mi unisco al coro. E’ un’ora di televisione originale, coraggiosissima, provocatoria, artisticamente altissima, scritta genialmente. Lo stesso si può dire di queste due Stagioni, che si avviano alla loro Terza e Conclusiva in onda nel 2016. Colonna sonora splendida, a parte il tema originale elegiaco di Max Richter, comprende Regina Spektor, Sturgill Simpson, Verdi, “Where Is My Mind?” dei Pixies in varie forme, mai usata così bene, e Olivia Newton-John (!).
Con “The Leftovers” si fa la Storia della Tv. Magistrale Capolavoro.

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Davide Giorgi
L'Autore
Mi chiamo Davide Giorgi. Classe 1985. Sono uno scrittore e giornalista freelance. Qualcosa di simile. La mia prima occupazione è il cinema. Scrivere di cinema, fare cinema. E di arte in generale. Sono anche appassionato di musica, antropologia ed entomologia. Tutto ciò è fuso qui dentro.

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