Top 30 ALBUMS 2015

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Un 2015 musicale più che sorprendente, ricchissimo di uscite interessanti se non addirittura importanti. Questa non è una classifica fatta di posizioni definite, così che io mi possa sentir libero, almeno qui, dal Gioco del Podio, e non sminuire nessuno. La classifica è una Top 30, ed è strutturata così: i primi dieci album, che rappresentano l’assoluta eccellenza di quest’anno, hanno una recensione di riferimento che ne motiva la presenza. I restanti venti, non per questo meno meritevoli, sono presenti solo come elenco. Linkato ad ogni album, per i più pigri, il corrispettivo link di Spotify (che è gratis, quindi perché non usarlo per conoscere cose nuove?). Si comincia.

 

vulniBJÖRK

Vulnicura

(Ascolta su Spotify)

Dopo un album poco riuscito come “Biophilia”, che si incentrava più che altro su un concept visivo e naturalistico, e quindi la musica funzionava un po’ da sottofondo, Björk sembrava invischiata in una pesante crisi creativa. Purtroppo la crisi non era solo di quel tipo, ma anche personale: la fine del suo matrimonio con Matthew Barney. L’album “Vulnicura” si basa proprio su questo, su un’analisi impietosa, nuda, dolorosissima, di un rapporto che finisce. Lo stesso booklet del disco scandisce i mesi prima e dopo la rottura. I testi mostrano una vulnerabilità disarmante, specialmente per Björk che è sempre stata un’autrice molto astratta. L’album è infatti ispirato a “Scene da un matrimonio” di Ingmar Bergman, film che ha avuto un impatto sociale considerevole nella cultura nordeuropea. La lunghissima “Black Lake”, non a caso posizionata quasi al centro della tracklist, è un inno alla disperazione: “You fear my limitless emotions/I am bored of your apocalyptic obsessions/Did I love you too much?”. Nella parte finale della canzone, il produttore Arca compie coi beat un piccolo prodigio, che diventano via via più sincopati rispetto agli strings in un crescendo drammaturgico. L’altro miracolo, in un album già miracoloso di per sé, è la rabbiosissima “Notget”, dove Björk e Arca si fondono magicamente in un essere bifronte. Non c’è, però, solo spazio per la disperazione: il titolo del disco, “Vulnicura”, è una parola inventata frutto della crasi di due parole latine, “vulnus” (ferita) e “cura” (cura). Sia per la cantante che per l’ascoltatore, è un’esperienza catartica.

 

carrieSUFJAN STEVENS

Carrie & Lowell

(Ascolta su Spotify)

Se si escludono i vari (originalissimi) album di Natale e il (sottovalutatissimo) progetto Sisyfus, Sufjan Stevens mancava dalle scene dal 2010, col meraviglioso, barocchissimo ed elettronico “The Age of Adz”. “Carrie & Lowell” è, quindi, una sorpresa per moltissimi aspetti. Innanzitutto Sufjan ritorna alle “origini” acustiche di “Seven Swans”, fino ad ora il suo disco più intimista. Poi: come per Björk, “Carrie & Lowell” è sull’elaborazione di un lutto, in questo caso la morte della madre. Ciononostante, l’opera non si concentra in maniera precisa o didascalica su determinati eventi, più che altro li immortala in una serie di impressioni. Ed è tutto di una portata emotiva devastante, basta sentirsi anche solamente “Should have known better”, magari accompagnandosi col testo, per capire. “Carrie & Lowell” è così intenso e così memorabile nel suo modo di esprimere il senso di perdita, che non sfigurerebbe come soundtrack di magnifiche serie tv come “Six feet under” o “The Leftovers”. “Carrie & Lowell” è un disco che in qualche modo ti cambia, non so se rende più consapevoli od empatici, o entrambe le cose. Ma è una di quelle cose che rimagono con te per sempre. “Carrie & Lowell” è un gigantesco capolavoro.

 

ARmutantCA

Mutant

(Ascolta su Spotify)

Meno accessibile del debutto “Xen”, uscito solamente l’anno scorso, e sicuramente più alla ricerca di continue digressioni piuttosto che linee melodiche, “Mutant” è l’album che conferma Alejandro Ghersi (25 anni), in arte Arca, come il produttore/musicista più interessante degli ultimi anni. Non che ce ne fosse un gran bisogno, tra le altre cose ha prodotto alcune tracce di “Yeezus” di Kanye West e gran parte di “Vulnicura” di Bjork, lanciato FKA twigs e fatto conoscere Kelela al mondo. “Mutant”, come al solito completamente strumentale, si perde nei suoi tappeti elettronici ed è un distacco sia dall’(evidente) amore per la musica classica, sia da quel tipo di musica elettronica che fa parte dell’hip hop strumentale (ad es. Flying Lotus). Siamo più nel territorio del post-Aphex Twin, infatti si può dire che “Mutant” sia il “Richard D. James Album” di Arca (tracce come “Front Load” sembrano quasi delle citazioni). Il 2015 è sicuramente l’anno di Arca, come si nota da varie parti di questa classifica.

 

artangelsGRIMES

Art Angels

(Ascolta su Spotify)

Quando un album ha una gestazione e produzione tumultuosa o difficoltosa, di solito non è un bel segnale per la sua riuscita. Lo stesso vale per i film. Tuttavia, Grimes, passata dall’essere l’icona degli hipster alla più detestata (non che sia una cosa così infrequente), è riuscita nell’impresa. L’accusa è terrificante: Grimes è diventata troppo pop. E dire che Grimes è sempre stata molto pop: “Visions” è un album pop in tutte le sue sfumature (alternative). Che dire allora di “Art Angels”? E’ un album incredibilmente gioioso, saltellante, orecchiabilissimo. Ma per nulla scontato: “Kill V. Maim” è sì catchy, ma ha un ritmo da rave party, “REALiTi” recupera delle meravigliose sonorità truzzette (ma in modo arty) tipiche degli anni Novanta, “SCREAM” è un delirio urlato in taiwanese e “Venus Fly” è una potenziale hit featuring Janelle Monáe. “Art Angels” è il miglior album pop del 2015.

 

honeymoonLANA DEL REY

Honeymoon

(Ascolta su Spotify)

Proprio quando ci si aspetta che Lana Del Rey sforni un disco così, tanto per fare valangate di soldi e per scalare tutte le classifiche immaginabili senza tanto sforzo, lei fa l’esatto contrario. E questo è il sintomo di un’artista con un’integrità rarissima. In “Honeymoon” Lana Del Rey ha curato tutto alla perfezione, compresi i testi che sono stati spesso considerati il suo punto debole (non capendo che in realtà erano dei frullati di cultura ed estetica pop, sì, come David Lynch). Il mio amico Alfonso, parlando dell’album, ha detto: “Al confronto, ‘Born to die’ sembra un disco di Ke$ha”. L’ennesimo salto di qualità si sente eccome: le tracce sono spesso digressive, cambiano melodia a metà o nell’ultimo terzo, cosa molto insolita per una qualsiasi forma-canzone che non provenga dagli anni Settanta. Uno dei picchi dell’album è proprio “Terrence Loves You”, che sintetizza tutto il mood dell’album. A discapito del titolo, infatti, “Honeymoon” è un album cupissimo, “noir”. Ed è tutto cantato in quella tonalità bassa e strascicata, con un’evidente influenza jazz, che a Lana Del Rey riesce così bene (non a caso anche qui c’è una cover di Nina Simone, la bellissima “Don’t let me be misunderstood”). Torch songs d’autore, dove non mancano le citazioni da “Space Oddity” di David Bowie o “Pink flamingos” di John Waters. Un gioiello.

 

melissaFKA TWIGS

M3LL155X

(Ascolta su Spotify)

“M3LL155X” è l’EP con cui FKA twigs, una delle più originali artiste del nostro tempo, si guadagna una totale indipendenza creativa, autoproducendosi tutte le canzoni e dirigendo lei stessa il meraviglioso video omonimo di sedici minuti. Questa scelta, visti i risultati sia artistici che il riscontro di critica e pubblico, ha sicuramente pagato. FKA twigs è difficile da classificare perché ha uno stile personalissimo e rientra in quella ristrettissima cerchia di artisti che va oltre i generi musicali (new soul? elettronica? pop?). Tuttavia, mi pare ci sia una palese tendenza alla struttura della canzone pop, nonostante l’EP sia estremamente coeso nel suo rielaborare continuamente le stesse melodie in varianti di volta in volta diverse (cosa pochissimo pop, ma più comune nelle suite di musica classica o di post-rock). Una canzone come “In Time”, è una prova di questo. Oppure “Glass & Patron”, che con gli urletti alla Michael Jackson e il verso “Now hold that pose for me” fa chiaramente il verso alla Madonna di “Vogue”. FKA twigs, in un mondo giusto e normale, sarebbe un’artista da classifica. Ma, siccome questo è il pop del futuro, lo sarà tra qualche decina o centinaio di anni.

 

hallucinogenKELELA

Hallucinogen

(Ascolta su Spotify)

Dopo un paio d’anni dal meraviglioso, e passato inosservatissimo, “Cut 4 Me”, Kelela torna con un EP di grandissimo impatto e di rarissima ri-ascoltabilità. Perché “Hallucinogen”, oltre ad essere un disco di musica “alta”, ha anche il grande merito di essere fruibile (in realtà tutto è fruibile se si sa ascoltare, ma è un altro discorso). L’EP conferma Kelela come una delle regine incontrastate del PBR&B, assieme a Autre Ne Veut, Janelle Monáe, Frank Ocean, James Blake e Solange (sì, la sorella di Beyoncé). Il PBR&B è un “nuovo” genere musicale che mischia il classico R&B coi sintetizzatori, e quindi con facili digressioni nel dream pop. “Hallucinogen” si apre con la splendida “A Message”, prodotta da Arca, che infatti fa un ampio uso di sintetizzatori e di voci distorte. Continua con “Gomenasai”, che potrebbe sembrare una classica traccia R&B, se non fosse per l’uso delle percussioni. Ma la vera perla dell’album è “All the way down”, fatta di riverberi, trap e con un ritornello irresistibile: “Build it up, we tear down/Cared before but baby/Now I don’t give a fuck”. Ballabilissima. O meglio, potenzialmente ballabilissima, se non si fosse intossicati da tutte le scemenze dubstep. Kelela è un altro volto della musica del futuro, ed è destinata a fare proseliti. Anche per questo sarebbe meglio conoscerla il prima possibile.

 

platformHOLLY HERNDON

Platform

(Ascolta su Spotify)

Non si può scindere il contenuto, il concept, di “Platform” rispetto alla musica proposta, perché sono una cosa unica. Elettronica sperimentale, io dico avanguardia. La “piattaforma” del titolo, è appunto uno spazio virtuale in cui avviene un dialogo tra persone, tra uomo e macchina, ma è anche il luogo della libera espressione personale. L’approccio, quindi, non è pessimista rispetto alla tecnologia, è, anzi, molto positivo (e forse utopico e un po’ naïve). Il linguaggio della Piattaforma deve essere universale: infatti le parole del cantato della Herndon spesso perdono di senso e di comprensibilità in favore del suono, finiscono per ricordare i sound effects delle varie applicazioni telematiche. Un esempio è, appunto, l’orecchiabilissima “Chorus”. Ricordo che il suono può essere anche un linguaggio vero e proprio: questo esiste anche in Natura, ogni famiglia di orche sviluppa la sua modulazione specifica, oltre al linguaggio sonoro-base. Il dialogo è quindi anche un attaccamento emotivo al proprio computer, veicolo (media), ma anche relazione personale. Esperienza che ognuno ha sperimentato in qualche modo. Il collante sono i numerosi glitch che rendono “Platforms” l’album che esalta tutte le caratteristiche del post-Umanesimo, e sicuramente il più innovativo di questo 2015 (e con ogni probabilità anche oltre).

 

pimpbutterflyKENDRICK LAMAR

To Pimp A Butterfly

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Innanzitutto: la copertina. “To Pimp a Butterfly” si presenta con una foto di grande impatto. Un gruppo di uomini di colore, di varie età, sventolano esaltati delle banconote. Ai loro piedi, un giudice bianco, morto. Sullo sfondo, la Casa Bianca. Il titolo: “To Pimp A Butterfly” (proteggere/risistemare una farfalla), ricorda per assonanza “To kill a mockingbird” (uccidere un passerotto), romanzo-capolavoro di Harper Lee sul tema del razzismo, uscito nel 1960 (in Italia conosciuto come “Il buio oltre la siepe”). “To Pimp A Butterfly” è un vero e proprio romanzo musicale, e non ci sarebbe da sorprendersi se prima o poi venisse studiato in qualche università. I temi dell’album sono quindi molteplici ma molto coesi. C’è la schiavitù moderna, c’è il senso di disgregazione, disagio, l’appartenenza/non appartenenza a sottoculture losangeline, e c’è soprattutto il fare i conti con certe icone black e l’autorappresentazione negativa dei falsi miti black (e qui si ritorna alla copertina). L’approccio è incredibilmente provocatorio. Non a caso, nella posizione dedicata a Lamar della mia classifica dei Migliori Videoclip dell’Anno, parlavo del film “Fa’ la cosa giusta” (1989, Spike Lee). E potrei citare anche “Manderlay” (2005, Lars von Trier). Non si tratta di un discorso conciliante, anzi, è un sasso nello stagno. Bisogna ascoltarsi una traccia come “u”, dove Kendrick Lamar rappa furioso e con la voce rotta dal pianto (ed è qualcosa che io non ho mai sentito da nessuna parte). Musicalmente non è meno originale: è un tripudio cinematografico. Si parla di una preponderanza di funk (“i”), di jazz di altissimo livello (sia per quanto riguarda un uso sistematico, e bellissimo, delle trombe, sia per parte del cantato). In “Hood Politics” c’è un sample da “All For Myself” dal sopracitato “The Age of Adz” di Sufjan Stevens. Non mancano neanche porzioni “parlate”, non usate in maniera necessariamente introduttiva. “To Pimp A Butterfly” è l’“Ok Computer” della musica hip hop.

 

blackmessiahD’ANGELO AND THE VANGUARD

Black Messiah

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Uscito ufficialmente con una release a sorpresa su iTunes a metà dicembre 2014, ma disponibile nei negozi solo da gennaio 2015. La pubblicazione, programmata per il 2015, è stata decisa in reazione ai fatti di Ferguson (Missouri), dove l’afroamericano Michael Brown, disarmato, è stato ucciso dalla polizia poiché scambiato per un rapinatore. Questo ha causato il riaprirsi di vecchie ferite americane, rivolte e repressioni. La copertina, un tripudio di pugni chiusi, è quindi una di quelle coincidenze “felici” che ben descrivono il momento mentre questo accade. Il “Messia Nero” del titolo è il tipico frutto di una sottocultura, figura salvifica non così inusuale, perché ognuno ha la sua (Rufus Waiwright cantava di un “Gay Messiah”). Il ritorno di D’Angelo era atteso da quindici anni esatti, dall’uscita del monumentale “Voodoo”. D’Angelo non è uno qualsiasi: semplicemente, assieme a Erykah Badu, è il padre della musica new soul. Genere a cui gente come Justin Timberlake o Beyoncé devono parecchio. Il booklet insiste sul fatto che “Black Messiah” sia stato registrato in analogico, e cioè su nastro. I fruscii sono solamente un valore aggiunto per un album che è un enorme pastiche di old school. Dentro c’è tutto il black possibile, miscelato con rara maestria: funk, soul, R&B e persino del rock. “1000 Deaths” è fantastica con le sue chitarre garage, e “Sugah Daddy” è un pezzo funk movimentatissimo, con trombe e clap che rimangono subito appesi alle orecchie. “Really Love” è uno degli episodi più “classici” alla D’Angelo, ma l’insolito arrangiamento con un chitarra spagnoleggiante è fantastico. “Black Messiah” è il disco-summa di un intero genere.

phoneERYKAH BADU
But You Caint Use My Phone

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depressionBEACH HOUSE
Depression Cherry

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vegaNEON INDIAN
VEGA INTL. Night School

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fadingDEERHUNTER
Fading Frontier

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everyopenCHVRCHES
Every open eye

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bliveKURT VILE
b’live I’m going down…

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frootMARINA AND THE DIAMONDS
FROOT

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hairlessRÓISÍN MURPHY
Hairless Toys

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wolfeCHELSEA WOLFE
Abyss

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currentsTAME IMPALA
Currents

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incolourJAMIE XX
In Colour

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asapA$AP ROCKY
At. Long. Last. ASAP

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ratchetSHAMIR
Ratchet

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diversJOANNA NEWSOM
Divers

(…)

 

escapeLOWER DENS
Escape From Evil

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glissDAN DEACON
Gliss Riffer

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vietVIET CONG
Viet Cong

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honeybearFATHER JOHN MISTY
I Love You Honeybear

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ccontrolledAPHEX TWIN
Computer Controlled Acoustic Instruments Pt.2

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grimreaperPANDA BEAR
Panda Bear Meets The Grim Reaper

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Davide Giorgi
L'Autore
Mi chiamo Davide Giorgi. Classe 1985. Sono uno scrittore e giornalista freelance. Qualcosa di simile. La mia prima occupazione è il cinema. Scrivere di cinema, fare cinema. E di arte in generale. Sono anche appassionato di musica, antropologia ed entomologia. Tutto ciò è fuso qui dentro.

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