Underwater visions #36: “Vizio di forma”

VIZGRAND
VIZIO DI FORMA

2015, di Paul Thomas Anderson
con Joaquin Phoenix, Josh Brolin, Joanna Newsom, Katherine Waterson, Eric Roberts, Martin Short, Benicio Del Toro, Jena Malone, Owen Wilson, Reese Witherspoon, Sasha Pieterse

Vizio-di-Forma-Poster-Italia-01Un solo, piccolo esercizio. Chiunque sa riconoscere un buon film, un buon film segue un manuale, che sia lo spielberghiano “Il viaggio dell’eroe” (1992, Christopher Vogler) o un altro manuale di sceneggiatura poco importa. Un buon film è quello che piace a tutti, struttura in tre atti, lineare, crescita graduale e focus sul personaggio principale, limitata creatività registica per non distrarre lo spettatore dal testo. Ma come si riconosce un grande, ottimo film? Il mestiere del critico cinematografico è spesso soggetto alla politica delle opinioni, nell’epoca di Internet ancora di più: chiunque fornito di almeno un arto è in grado di battere parole e sentenze su una tastiera. Ne consegue che questa attività, in realtà nobile e utile per la comprensione delle arti (che non dovrebbero essere destinate solamente a una presunta élite, men che meno di hipster), sia aleatoria e squalificata. «È la tua opinione».
In realtà ogni scrittore/analista dovrebbe avere un metodo preciso. Il metodo che personalmente applico deriva dalla concezione dello spazio teatrale di Bertolt Brecht: la sottrazione. Brecht limitava l’uso delle scenografie proprio per focalizzare l’attenzione sui personaggi e per accentuare il senso di straniamento. Nel contesto cinematografico, questo metodo può essere così riassunto: sottrarre idealmente (o manualmente) una porzione all’opera. Un esempio? Si può togliere l’audio a un film e capire se visivamente funziona lo stesso.
“Vizio di forma” è uno di quei film che, sottraendogli qualsiasi elemento, persino il personaggio principale, funzionerebbe lo stesso. Di quanti film si potrebbe dire la stessa cosa?
Si parte dal testo. “Vizio di forma” è un fedelissimo adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Thomas Pynchon. Thomas Pynchon è probabilmente il più grande scrittore vivente, nonché ideale fondatore del cosiddetto postmodernismo. Caratteristica principale del postmoderno è proprio la frammentazione di storie, trame e sottotrame, una struttura labirintica, che è specchio della società capitalista dagli anni Sessanta in poi (“V.”, 1963) . Il rumore di fondo dei nostri oggetti elettronici che arredano e riempono la casa, sottolineano lo spaesamento e il latente disagio (“Rumore bianco”, 1985, Don DeLillo). Disordine pop. E così via.
In questo universo di trame, stranezze e quindi di personaggi, Paul Thomas Anderson recupera il suo gusto per una coralità perduta almeno da quel mastodontico capolavoro che fu “Magnolia” (1999). L’espediente è quello tipico del grande cinema noir: una ex fidanzata, un detective, un mistero. Se i riferimenti cinematografici sono evidenti, dal classico “Il grande sonno” (1946, Howard Hawks) e ancora di più “Il lungo addio” (1973, Robert Altman), meno lampante è come questi vengono scritti (o meglio tradotti dal testo originale, il romanzo) e organizzati sulla scena.
Il 1970 di Pynchon/Anderson è filtrato attraverso il detective privato Doc Sportello (Joaquin Phoenix sempre in stato di grazia), che però è allo stesso tempo un hippie e un grande consumatore di marijuana. Questo dona al film un senso di galleggiamento tipico delle droghe psicotrope. Il tutto, poi, è accentuato dalla meravigliosa fotografia del fido Robert Elswit, che dipinge letteralmente coi neon le scene e i volti degli attori (è una vera e propria cifra stilistica, cfr. “Boogie nights”, “Magnolia”, “Ubriaco d’amore”, “Il petroliere”, “The Nightcrawler”). Due cose aleggiano, quasi sottilmente, per tutta la durata di “Vizio di forma”. La prima, è la poetica del preterito. Il preterito è lo sconfitto, il perdente, ed è anche quello su cui si basano tutti i romanzi di Thomas Pynchon. Il perdente, in questo caso, non è solo Doc Sportello, figura ritratta con una certa tenerezza ed empatia, ma anche tutta la controcultura hippie fotografata proprio all’apice del suo declino. Non mancano, quindi, episodi grotteschi di giovani madri senza denti che intossicano i figli di eroina attraverso il latte materno. La seconda, è Charles Manson. Il primo serial-killer rockstar della storia ritorna sia esplicitamente come paura collettiva, sia attraverso la miriade di personaggi santoni-fattoni con velleità artistiche. Manson è una figura centrale nella Storia americana. Con il massacro di Cielo Drive (6 agosto 1969) e gli altrettanto inquietanti riferimenti alla pop music (“Helter Skelter” scritto col sangue su un muro, titolo di una canzone dei Beatles), rappresenta non solo il primo serial-killer ad essere perversamente diventato a tutti gli effetti una celebrità mediatica (il tema del tanto vituperato “Pink Flamingos”, 1972, di John Waters è proprio quello), ma sancisce anche la fine dell’innocenza del movimento hippie, e quindi la sua morte.
Un altro elemento fondamentale del film/libro è la ricerca della verità, anche questo tipico del cinema noir. Ma essendo noi nel campo del postmodernismo, le cose non sono così semplici. Come già detto, la frammentazione. Doc Sportello si troverà di fronte alla Golden Fang, che durante lo svolgimento della trama cambierà continuamente di significato, forma e contenuto: una setta, dei canini d’oro, un’organizzazione di dentisti cocainomani, un’antica e mitica barca, un istituto di riabilitazione e via delirando. In questo mondo, il nostro mondo, i nomi e simboli a essi associati non hanno più un significato preciso, è un universo densamente semiologico. Un puzzle al quale manca sempre un pezzo. Per questo Sportello si imbatte in un’infinità di false piste, di scatole cinesi, rimandi, molte cose che combaciano tra di loro in maniera imperfetta. Il nostro non è più il tempo dell’innocenza e della linearità: è un mondo misterioso e inconoscibile.
Nonostante “Vizio di forma”, come spiegato, non sia un’opera da fast food, non bisogna farsi spaventare: il tono è quello della commedia e del buddy movie. Il film tocca apici di rara ilarità specialmente in quei momenti in cui Joaquin Phoenix e Josh Brolin condividono la scena. Essendo personaggi opposti e speculari, hippie e poliziotto, si è investiti da un turbine di assurdità e insulti reciproci divertentissimi. Per non parlare della scena più allucinata del film, che ha come protagonista Sasha Pieterse (per gli amanti delle serie tv, è la protagonista di quel godibilissimo trashone che è “Pretty Little Liars”), un’auto e chili di cocaina. Altra sorpresa è Joanna Newsom, conosciuta ai più per essere una delle più grandi cantautrici degli ultimi dieci anni, qui bravissima sia come narratrice che come co-protagonista, alla quale vengono dedicate lunghe e bellissime inquadrature del suo struccato splendore.
Altro elemento che innalza “Vizio di forma” ai vertici tra i migliori film dell’anno è la colonna sonora, le cui parti originali e più che mai efficaci per definirne la psicosfera, sono affidate sempre a Jonny Greenwood. La selezione dei brani ha dello strabiliante: da “Vitamin C” dei Can che apre il film (per ricordarci quanto suoni ancora incredibilmente attuale un disco-landmark come “Ege Bamyası“) a Neil Young, fino a Kyū Sakamoto.
“Vizio di forma” non è solo l’ennesima Pietra Miliare firmata Paul Thomas Anderson, ha davanti un luminoso futuro: quello di diventare un supercult come se non più de “Il grande Lebowski (1998, Joel Coen), col quale condivide qualcosa. Qui lo streaming.
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Davide Giorgi
L'Autore
Mi chiamo Davide Giorgi. Classe 1985. Sono uno scrittore e giornalista freelance. Qualcosa di simile. La mia prima occupazione è il cinema. Scrivere di cinema, fare cinema. E di arte in generale. Sono anche appassionato di musica, antropologia ed entomologia. Tutto ciò è fuso qui dentro.

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