Top 20 FILM 2014

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Un anno incredibilmente ricco, questo 2014. Molte le uscite cinematografiche memorabili, e questo non può che essere un bene. Nuovi e vecchi autori si affacciano o si confermano nella scena internazionale. Persino alcuni italiani. Aluni dicono che il cinema è morto. Si sbagliano. Al solito, la classifica è basata sulle pellicole uscite in Italia nel corso dell’anno. Tutti i film presenti in questa ideale top 20 sono degni di una visione e hanno un loro valore. E c’è una mini-recensione per ognuna di queste piccole o grandi perle.

 

20HUNGER GAMES
MOCKINGJAY Pt. 1                                                   

di Francis Lawrence

cantorivoltaTerzo capitolo di una fortunatissima e incredibilmente riuscita saga per young adults, “Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte 1” è un capitolo di transizione e volutamente sotto tono. Questo non è necessariamente un difetto, perché si tratta di un lungo film dove i personaggi evolvono (character development) in maniera più evidente e matura rispetto ai due ottimi film precedenti. Ovviamente, ne va dell’azione. Oltre alle chiare esigenze commerciali di dividere il film in due parti, il film funziona molto bene proprio come racconto di un post-trauma da guerra e dei suoi effetti. Cosa rara al cinema, questo “Hunger Games” mostra quello che la guerra e le ideologie totalitarie fanno ai corpi delle persone. In questo senso il film assesta un colpo parecchio duro sul finale. Jennifer Lawrence al solito bravissima, qui affiancata da un’inquietante ed inevitabilmente camp Julianne Moore con tanto di capelli grigi.

 

19NOAH                                                   

di Darren Aronofsky

noahIl cinema soffre di alcune antipatie più o meno temporanee create da hipster che di cinema non sanno ovviamente nulla. E’ capitato a von Trier, sta capitando a Nolan, capiterà, temo, a David Lynch con l’inevitabile successone dell’attesissima terza stagione di “Twin Peaks” (i segnali ci sono tutti, guardatevi intorno). Aronofsky, dopo il trionfo di “Black Swan” è, chissà perché, nel mirino degli hipster barbuti e ignoranti. Bisogna aggiungere che fare un film biblico, di questi tempi, è piuttosto démodé. “Noah”, sia chiaro, non è il miglior film di Aronofsky, ma è comunque una grandissima prova. E’ talmente bello visivamente che potrebbe funzionare tranquillamente anche come film muto. Più vicino al suo “The Fountain” (2006), che alle altre sue produzioni, “Noah” ha i suoi goal nei momenti di massimo delirio religioso: la sequenza della creazione è assolutamente breathtaking. Il Noè di Russell Crowe, inventato di sana pianta come del resto tantissime alte cose, è riuscitissimo e dolente, riassume in sé vari patriarchi e dilemmi biblici (la vicenda di Abramo e Isacco su tutte). Nonostante qualche concessione a un kitsch estremo (la colomba col ramo d’ulivo!), al quale il regista non è estraneo, “Noah” è un film che sarebbe dovuto essere visto con una mente più lucida, ed è uno di quelli che sicuramente non si scorda.

 

18GODZILLA                                                   

di Gareth Edwards

godzillaSecondo film dopo l’interessante “Monsters”, Gareth Edwards crea un reboot aderente al “Godzilla” originale (1954,  Ishirō Honda) ma arricchito di una spettacolarità imponente, con scene magniloquenti di rara poesia. Perché se le apparizioni  di Godzilla vengono centellinate, con un meccanismo di suspence caro ad Hitchcock e allo Spielberg de “Lo squalo” (1975), è il contesto realistico e legato all’attualità a funzionare molto bene. “Godzilla” è il miglior film sull’Undici Settembre mai realizzato, ma scavalca ogni facile retorica nazionalista per un messaggio più ampio, per quanto basico. Al pubblico non è piaciuto perché ancora sull’onda di un altro film di kaijū (mostri giganti), quel “Pacific Rim” (2013) di Guillermo del Toro, film simpatico ma sostanzialmente fascistoide. “Godzilla” di Gareth Edwards, sia a livello emotivo che di contenuti, è un altro pianeta.

 

17UNDER THE SKIN                                                   

di Jonathan Glazer

underskinJonathan Glazer, con “Under the skin” ha compiuto un piccolo miracolo. Tratto dall’omonimo romanzo di Michel Faber, che si potrebbe definire un roman de la gare, in poche parole un libraccio brutto e trascurabile, in questo caso inutilmente verboso e morboso. Glazer ne prende l’idea, l’ossatura, e traduce, stravolge e scompone il tutto in maniera visiva. Questo è importante perché “Under the skin” è un film poco dialogato e quasi esclusivamente visivo, visionario e a tratti psichedelico. Anche se non è per tutti i palati, “Under the skin” è molto complesso nella sua visione del corpo “umano” e dello spaesamento. Grazie a una coraggiosissima interpretazione di Scarlett Johansson, il nostro mondo diventa un paesaggio alieno.

 

16IL CAPITALE UMANO                                                   

di Paolo Virzì

capitaleumanoLiberamente tratto da un romanzo dell’americano Stephen Amidon, Virzì stravolge e riadatta una storia per lui insolitamente cupa, e la ambienta in una Brianza da incubo. Un po’ thriller e un po’ commedia nera, “Il capitale umano” ha una struttura molto interessante basata sui punti di vista (chiarissimo il richiamo a “Rashōmon”, 1950, di Akira Kurosawa), un mood vicino ad “American Beauty” (1999, Sam Mendes) e lo spirito di “Un borghese piccolo piccolo” (1977, Mario Monicelli). Fabrizio Bentivoglio è un personaggio così grottesco e squallido che è difficile da dimenticare, ed in generale il film colpisce allo stomaco come solo il Grande Cinema sa fare. Tutto il cast è all’altezza, ma Virzì è sempre stato un grande direttore di attori (e in Italia non è una cosa così scontata). Bravissima l’esordiente Matilde Gioli.

 

15NEBRASKA                                                   

di Alexander Payne

nebraskaAutore dotato di un umorismo sui generis, sofisticato, il cui marchio è proprio la narrazione di personaggi al margine, Alexander Payne aggiunge un ulteriore tassello alla sua memorabile filmografia. In questa storia tenera e patetica che si snoda tra il Montana e il Nebraska del titolo, Bruce Dern, anziano cocciuto e ingenuo, è il pilastro portante. June Squibb, attrice caratterista già vista in “Alice” (1990, Woody Allen) e in “A proposito di Schmidt” (2002, sempre di Payne) e  è la spalla comica perfetta. Toccante ma anche incredibilmente ricco di battute esilaranti, in bilico tra commedia e tragedia nel solito stile del regista di Omaha.  Il paesaggio del Nebraska è un personaggio importante quasi quanto quelli di carne ed ossa: da sempre, è uno Stato considerato “di mezzo” se non addirittura “di passaggio”. Infatti il viaggio, più interiore che effettivo, è un tema piuttosto importante ai fini della narrazione.
La stupenda fotografia, un bianco e nero luminosissimo ed elegantissimo è di Phedon Papamichael.

 

14SNOWPIERCER                                                   

di Bong Joon-ho

snowpiercerBong Joon-ho è un regista sudcoreano creatore di alcuni dei film più memorabili ed originali degli ultimi anni: “Memories of murder”, “The Host”, “Madre”. “Snowpiercer”, tratto da una serie a fumetti francese (“Le Transperceneige”) di Benjamin Legrand e Jacques Lob e disegnata da Jean-Marc Rochette, è un ottimo film di fantascienza figlio del suo tempo. Il treno suddiviso in classi, in cui i poveri sono confinati in scompartimenti fatiscenti e i ricchi nell’agio, è una chiara metafora di dove il film voglia andare a parare. Così come il germe dell’inevitabile rivoluzione. “Snowpiercer”, pur non distaccandosene, non è un film con un marxismo così ingenuo, infatti i colpi di scena ad effetto sono dietro le porte di ogni vagone. Il design di ogni carrozza è superlativo. Attuale, provocatorio e appassionante. Un film che rimane.

 

13THE BABADOOK                                                   

di Jennifer Kent

babd“The Babadook” è il miglior film horror dell’anno, e probabilmente anche oltre. Se il panorama di genere è appiattito su insulse pellicole mockumentaries, il film di Jennifer Kent, qui al suo esordio alla regia, ritorna alle origini del cinema dell’orrore, anche con varie citazioni esplicite, tra “Shining”, l’Espressionismo Tedesco e rielaborazioni di film di Georges Méliès. Il film gioca molto sulle atmosfere e sulle paure più ancestrali, per questo “The Babadook” mantiene un’originalità genuina e quasi classica. Una ventata di aria fresca per un film importante, poiché segna un’ideale rinascita per un genere morente.
[qui la recensione]

 

12SI ALZA IL VENTO                                                   

di Hayao Miyazaki

alzaventoUltimo film prima del ritiro annunciato del grande regista giapponese. Qualcuno lo ha definito l'”8 e mezzo” dei film di animazione. E non a torto. “Si alza il vento” è infatti il film più intimo, personale e realista di Miyazaki, dove il protagonista Jirō Horikoshi, progettista di velivoli tra le due Guerre, ne è un evidente alter-ego. I passaggi di sogno con spalla l’eccentrico Caproni, ad occhi aperti e non, sono tra i più efficaci di tutta la pellicola. Tutto il resto è in bilico tra una delicatezza poetica tutta giapponese (la storia d’amore con Nahoko) e un’idea di animazione visionaria, complessa e stratificata, persino memorabile (l’incipit, il terremoto e l’incendio). Non poteva esserci un addio al Cinema migliore, da parte di un grande Maestro.

 

11BOYHOOD                                                   

di Richard Linklater

bohoodLinklater è uno dei più grandi registi americani contemporanei (“La vita è un sogno”, “Waking life” “Prima dell’alba”, “Before sunset”, “Before midnight”). E “Boyhood” è sicuramente un grande film degno del nome del suo autore. Tuttavia non è il miracolo cinematografico di cui si parla e che lo porterà a vincere svariati premi di peso (gli Oscar sono quasi certi). Sicuramente è lodevole che “Boyhood” sia stato girato nell’arco di dodici anni in modo da mostrare la crescita del protagonista, da bambino a giovane adulto, e l’invecchiamento dei genitori (Patricia Arquette e Ethan Hawke). La novità di questa idea è, tuttavia, assolutamente presunta e illusoria: la crescita di un personaggio, in varie fasi della vita, e interpretato da uno stesso attore, è già stata sfruttata da François Truffaut dal 1959 al 1978 nel suo ciclo di film dedicato ad Antoine Doinel, sempre interpetato da Jean-Pierre Léaud (“I quattrocento colpi”, “L’amore a vent’anni”, “Baci rubati”, “Non drammatizziamo… è solo questione di corna”, “L’amore fugge”). Qui viene esaltata la sintesi e lo scorrimento del tempo, suggellato da Patricia Arquette con una battuta nel finale, in un film di tre ore. Anche questa idea è già stata ampiamente sfruttata in qualsiasi serie tv con una lunga serialità e personaggi inizialmente bambini (cfr. “Mad men”, ma anche “Settimo cielo”). Senza volerlo sminuire, “Boyhood” colpisce, più che altro, per la delicatezza della messa in scena e per il realismo nella descrizione dei rapporti umani.

 

tenMAPS TO THE STARS                                                   

di David Cronenberg

mapstots“Maps to the stars” è uno dei film più sottovalutati e più denigrati dell’anno. Per questo merita di essere in qualsiasi top 10. Intendiamoci: il film non è per tutti e non ambisce ad esserlo. Tuttavia, nella sua mole di cattiveria, eccessi, e ripugnanza l’opera di Cronenberg va analizzata e capita, prima ancora di piacere. E’ un cocktail che mischia l’Ibsen di “Spettri”, in cui abbondano i fantasmi della mente negli scorci delle abitazioni, malattie veneree, incesti, un senso dell’umorismo acidissimo à la Bret Easton Ellis e il Cronenberg-touch, regia gelida, i fantasmi come virus, iperviolenza. Ha anche una delle più brutte scene di incendio in computer grafica che si ricordino, ma, voluta o meno, funziona perfettamente in ciò che giace a livello subliminale. Nonché una delle migliori performance della fuoriclasse Julianne Moore, premiata a Cannes come Miglior Attrice Protagonista. Inserito alla prima posizione nella classifica dei migliori film dell’anno del regista John Waters, e non è poco.

 

nineHER                                                   

di Spike Jonze

herleiMeritatissimo premio Oscar 2014 alla Miglior Sceneggiatura originale, questo “Her” di Spike Jonze rimane sugli altissimi standard della produzione del regista. Un uso dei colori e delle inquadrature che richiama l’intimismo di Yasujirō Ozu. Probabilmente ha poco senso il doppiaggio italiano (che non è così disastroso come si dice), poiché uno dei due personaggi principali è proprio la voce di Scarlett Johansson, che dà vita al personaggio incorporeo più significativo, tenero e spiazzante mai creato. Ed è proprio nel dialogo corporeo/incorporeo che Jonze imbastisce un discorso efficacissimo su una modernità che verrà, evitando ogni facile retorica della condanna. Di questo magnifico e imprescindibile film, c’è sempre la mia recensione, più completa e dettagliata.

 

eightLE MERAVIGLIE                                                   

di Alice Rohrwacher

lemeraviglDopo il bellissimo esordio di “Corpo celeste”, Alice Rohrwacher, quasi misconosciuta nell’italica patria e apprezzatissima all’estero, firma un film grandioso, personale e delicato. La fine delle utopie è rappresentata attraverso un’Italia rurale intrisa di un coloratissimo paganesimo arcaico. Tra il realismo rosselliniano e il realismo magico felliniano (le ombre, il cammello), con un finale che ricorda “L’Eclisse” (1962) di Antonioni. Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes, che, al cinema italiano, non capita così spesso. Stramba e riuscitissima l’idea di inserire nella colonna sonora quella “T’appartengo” di Ambra, vero e proprio inno trash. Il grande cinema italiano è vivo.

 

sevenTHE NIGHTCRAWLER                                                   

di  Dan Gilroy

nisgsciacEnnesimo debutto folgorante alla regia per questo 2014. Dan Gilroy nasce come sceneggiatore discontinuo, sue sono le sceneggiature del bellissimo “The Fall” (2006) di Tarsem Singh e del cretino “The Bourne Legacy” (2012) di Tony Gilroy. Il suo asso nella manica è appunto “The Nightcrawler”, neo-noir sulla morbosità del medium televisivo. Attraverso il personaggio gelido, inquietante e allucinato del sempre ottimo Jake Gyllenhaal, Gilroy mette in scena una critica allo yuppismo, ed è il lato dark di “The wolf of Wall Street”. La bellissima e inconfondibile fotografia è curata da Robert Elswit, fedelissimo di Paul Thomas Anderson (“Sydney”, “Boogie Nights”, “Magnolia”, “Ubriaco d’amore”, “Il petroliere” e l’attesissimo “Vizio di forma”). In Italia è uscito col titolo, pertinente ma non troppo corretto, “Lo sciacallo”.

 

sixGRAND BUDAPEST HOTEL                                                   

di Wes Anderson

gbhotelIl film più maturo e ambizioso di Wes Anderson, nonché quello con il cast più spettacolare (Ralph Fiennes, Saoirse Ronan, Bill Murray, Edward Norton, Harvey Keitel, Jude Law, Tilda Swinton, Willem Dafoe, Léa Seydoux, Owen Wilson, Adrien Brody, Jeff Goldblum). In parte abitualmente naif come nello stile consolidato del regista, in parte melanconico e “autoriale” nel senso vero del termine, cioè europeo. Buffo e amaro, colorato e sperimentale. Evidenti sono i rimandi ai grandi registi classici, ma quelli sottilmente rivoluzionari: Lubitsch, Wilder, Chaplin. Il messaggio pacifista e liberal, al solito, non è per nulla malcelato. Magnifico.

 

cinqueNYMPHOMANIAC
VOL. I e VOL II                                                   

di Lars von Trier

nymphoControverso negli intenti, e preceduto da una campagna pubblicitaria di rara efficacia, Lars von Trier mette a segno un altro colpo da Maestro. Accusato di misoginia dalle solite Natalia Aspesi & co., che capiscono poco di cinema e probabilmente anche di femminismo, “Nymphomaniac” è il film in cui la donna (superba Charlotte Gainsbourg) è meno in preda del Fato è più padrona di se stessa, delle sue scelte e del suo corpo (e in un film che parla di ninfomania non è poco). Almeno cinque le scene da antologia: l’incipit coi Rammstein, la porzione di Mrs. H (Uma Thurman), la polifonia di Bach con gli split screen, il sadismo di Jamie Bell, la ricerca del proprio albero. La versione Director’s Cut, ora disponibile in  DVD, è molto più cruda ed incisiva. Sarebbe tra i primi tre posti di questa classifica.

 

quattroTHE WOLF OF WALL STREET                                                   

di Martin Scorsese

wolfwsTre ore di assoluto caos anarcoide, che passano in un soffio, in questa commedia satirica sul mondo degli yuppies e della finanza a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Non c’è un attimo di respiro tra sesso, violenza, scene comiche da applausi a cielo aperto (il telefono!), battute più che memorabili (“Non voglio morire sobrio!”). Eccessivo e roboante sotto tutti i punti di vista, e scorrettissimo all’ennesima potenza
Il montaggio è serratissimo e incredibile, ad opera della fida Thelma Schoonmaker. Tra i migliori di Martin Scorsese, con un’interpetazione magistrale di Leonardo Di Caprio.
Qui potete leggere una recensione più ed esaustiva, che ne analizza gli aspetti meno evidenti di un film che, di primo impatto, stordisce ed inebria.

 

threeGONE GIRL                                                   

di David Fincher

gonegiC’è tutto il grande thriller che ha fatto la Storia, in questo gigantesco film di David Fincher: le atmosfere perturbanti di “Vertigo” (1958) di Alfred Hitchcok, l’intreccio “a puzzle” di un qualsiasi film di Polanski e un pizzico di sano “trash” à la “Basic instinct” e “Attrazione fatale”. Non solo, è così entomologico, lucido, spietato, genuinamente cattivo da ricordare non poco “Scene da un matrimonio” (1973, Ingmar Bergman) film che, nella sua efficacia, pare invogliò un’ondata di divorzi. Assolutamente diabolica e degna di tutte le lodi possibili la sceneggiatura di Gillian Flynn, anche autrice dell’omonimo libro. Centrale e chiave dell’intera storia, la critica ai media, alla loro fruizione e manipolazione. “Gone Girl” è un film divertentissimo, inquietante e superfemminista, che continua il discorso sulla dissoluzione del genere già cominciato nell’ottimo “Millennium – Uomini che odiano le donne” (2011, David Fincher).  Rosamund Pike, con la sua Amy Dunne, regala uno dei personaggi più memorabili della Storia del Cinema. Da noi è uscito con l’orrido titolo “L’amore bugiardo”.

 

dueMOMMY

di Xavier Dolan

mommCostellato di moments of blessings, capaci di elevare lo spettatore al di sopra del suo status di osservatore apatico, “Mommy” è il capolavoro di Xavier Dolan. Aiutato da una serie di invenzioni registiche azzeccate come il formato quadrato (più stretto di un 4:3), che si allarga magicamente in widescreen in alcuni momenti topici, Dolan colpisce nel segno e sa colpire duro. Perfetto esempio di melò contemporaneo, con un uso della colonna sonora quanto mai ardito (Dido, Celine Dion, Oasis, Andrea Bocelli, Counting Crows, Ludovico Einaudi, Eiffel 65, Beck, Lana Del Rey). Assolutamente fantastico il personaggio di Anne Dorval. Si spera, agli Oscar 2015, in un premio come Miglior Film Straniero (ha già vinto Miglior Regia al Festival di Cannes). E nella distribuzione italiana (la RaroVideo avrebbe un dovere morale) dei quattro precedenti e bellissimi film del giovane e geniale Xavier Dolan.

 

oneINTERSTELLAR                                                   

di Christopher Nolan

interstAnticipato e ovviamente seguito da polemiche preventive e pregiudizievoli basate sul niente, “Interstellar” è il miglior lavoro di Christopher Nolan, un’enorme opera di fantascienza destinata a diventare un landmark e miglior film del 2014. Più affine a “Solaris” (1972, Andrej Tarkovskij), col quale condivide più di un’ambizione intellettuale (fisica-metafisica) e qualche ossessione (l’elemento acqua-fluido), che a “2001: Odissea nello spazio” (1968, Stanley Kubrick). Scritto originariamente per Steven Spielberg, che lo avrebbe trasformato nel solito polpettone-lacrima-facile pieno di buoni sentimenti, Nolan si riappropria della sua creatura e lo fa con un’empatia per i personaggi per lui rara e inedita. Un’esaltazione del progresso e dell’essere umano con almeno due performance straordinarie di Matthew McConaughey e Jessica Chastain. Chi ha visto questo film “con il compasso”, non ha capito nulla di come si vede, di cosa è fatto e che cos’è il Cinema.

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Davide Giorgi
L'Autore
Mi chiamo Davide Giorgi. Classe 1985. Sono uno scrittore e giornalista freelance. Qualcosa di simile. La mia prima occupazione è il cinema. Scrivere di cinema, fare cinema. E di arte in generale. Sono anche appassionato di musica, antropologia ed entomologia. Tutto ciò è fuso qui dentro.

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