Underwater visions #35: “The Babadook”

BABAGR
THE BABADOOK

2014, di Jennifer Kent
con Essie Davis, Noah Wiseman

BabadookPosterIl genere horror è morto. A sancirne l’indiscutibile trapasso non sono soltanto i soggetti triti e ritriti, poco interessanti, prevedibili, e soprattutto non spaventosi. E’ anche come li si gira. Gli anni Duemila e Duemiladieci verranno ricordati, per un’eventuale enciclopedia horrorifica del futuro, come l’epoca dei trascurabili mockumentaries. Il mockumentary nasce, in realtà, come un sottogenere cinematografico piuttosto nobile e stilisticamente interessante. Significa “falso documentario“, ed è composto da falsi found footage, ossia di filmati ritrovati (o di repertorio) che vengono successivamente montati. E’ una tecnica comunissima e familiare a qualsiasi documentario di fattura televisiva, specialmente quelli sui personaggi famosi o sulla guerra (cfr. History Channel). Nel caso del falso documentario, questa nozione acquisita dalla Tv serve a creare un’impressione di realtà e quindi una maggiore immedesimazione. Anche questo escamotage narrativo non nasce dal nulla, ha vari antenati letterari molto noti: come il ritrovamento del diario della protagonista in “Giro di vite” (1898, Henry James), che dà, appunto, inizio alla storia. Tra i più celebri e celebrati mockumentaries si possono citare l’interessante “Non aprite quella porta” (1974, Tobe Hooper), lo sciocchino e un po’ razzista “Cannibal holocaust” (1980, Ruggero Deodato) e il geniale “Zelig” (1983, Woody Allen). Facendo un salto piuttosto lungo, si può arrivare alla second wave dei mockumentaries, inaugurata da “The Blair Witch Project” (1999, Daniel Myrick e Eduardo Sanchez) al quale seguiranno i vari “[Rec]” (2007, Jaume Balagueró e Paco Plaza), “Paranormal Activity” (2007, Oren Peli) e innumerevoli emuli.  Sebbene sia giusto lodare quella che è una scelta di marketing vincente al botteghino (anche per la sua intrinseca natura low budget), è altrettanto utile fare a brandelli questo sottogenere proprio per quello che mostra e dimostra. Il mockumentary, così concepito, ha pochissimo a che fare con l’horror e molto a che fare con il porno. E per “porno”, qui, non si vogliono fare stupidi e bigotti moralismi, ma si intende proprio ciò che è osceno etimologicamente parlando. Una delle presunte etimologie di “osceno”, citata spesso da Carmelo Bene, è appunto la greca os-skené che significa “fuori dalla scena“, ciò che non deve essere rappresentato. Noi sappiamo che l’horror è basato su alcuni aspetti fondamentali. Innanzitutto, una costruzione della scena, dell’ambiente, che deve essere particolareggiata e possibilmente sovrabbondante (gli esempi sono innumerevoli, dall’Espressionismo Tedesco di “Nosferatu” all’Overlook Hotel di “Shining“). Successivamente, come ogni film che si rispetti, una scrittura di una storia con dei personaggi ben caratterizzati, soprattutto psicologicamente. E’ nel dialogo di significati tra ambienti e psicologia del personaggio principale che si crea l’orrore, quel meccanismo del perturbante che gli anglofoni chiamano haunting (inquietante, ossessionate, turbante). Cosa sarebbe “Shining” (1980, Stanley Kubrick) senza i corridoi dell’albergo, le stanze, il labirinto, associati alla progressiva follia di Jack Nicholson? Il mockumentary degli anni Duemila e oltre distrugge tutto ciò, ma lo fa nel modo più sbagliato, perché non solo non ha un’idea di rappresentazione ma la dissolve, e il Cinema è fatto di questo. Di cosa si dovrebbe esattamente avere paura? Dei movimenti casuali della telecamera? Ma non sono i movimenti di macchina a spaventare lo spettatore, come avveniva invece in “Psycho” (1960, Alfred Hitchcock). Della storia? Solitamente sono trame appena abbozzate, non appassionanti, non perturbanti. Per questo sostengo che tutto ciò sia pornografico: così come nel porno le cose accadono perché devono accadere (approcci, corpi, penetrazioni, orgasmi), nell’horror contemporaneo si susseguono le morti, sempre più inutilmente e ingiustificabilmente brutali (con l’unica eccezione del magnifico “Martyrs“, 2008, Pascal Laugier). Dove sarebbe la rappresentazione scenica? Salotti, camere da letto, boschi. Non sono universi interiori che si riflettono verso l’esterno, non sono l’espansione/espressione di alcunché: sono quello che sembrano, così come gli ambienti dei film pornografici. Infine, il pubblico non è mai realmente soddisfatto, o lo è momentaneamente, così come il fruitore del prodotto pornografico (che però, almeno, ha ottenuto un appagamento fisico e molto concreto).
A cercare di risollevare un genere morente ci aveva provato “Scream” (1996, Wes Craven), con la sua derisione e allo stesso tempo autoaffermazione del genere, un lodevole turbine postmoderno di decostruzione. Come si è visto, la sfida, tutta intellettuale, non è stata colta a dovere e spesso sottovalutata. Poi, nel 2012 è uscito “Quella casa nel bosco” (Drew Goddard), gigantesco capolavoro scritto, non a caso, da uno degli sceneggiatori più geniali di tutti i tempi, ossia Joss Whedon (“Buffy”, “Angel”, “Firefly”, “The Avengers”). Il film non solo irride ferocemente tutti i banalissimi stereotipi a cui siamo stati abituati, ma va molto oltre. Sotterraneamente, “Quella casa nel bosco”, nella sua rappresentazione che richiama i reality show, è una polemica contro tutti quelli che in questi anni hanno prodotto e distribuito al pubblico scemenze e porcherie di ogni genere, inscatolando e banalizzando persino i mostri. Che infatti, qui, vengono letteralmente liberati. Nella sua furia anarcoide e sanamente distruttiva, “Quella casa nel bosco” ha lo stesso effetto di una bomba atomica. Certo, dopo sono stati prodotti altri film horror, e sempre pessimi. Ma, come dopo un’esplosione nucleare, si cibano di fatiscenza e miseria, esseri deformi destinati a soccombere nell’oblio.
Questo “The Babadook“, film australiano scritto e diretto dall’esordiente Jennifer Kent, rappresenta un ideale nuovo inizio per l’horror. Lo è nel suo piccolo, perché di certo non è un film molto costoso. Ma è estremamente immaginativo sul piano della cura per gli ambienti, che sono sinistri e famigliari, con ombre scure che tagliano nettamente volti e oggetti così come nel già citato Espressionismo Tedesco. Un cinema ancestrale spesso esplicitamente rievocato, sia con i (pochi) effetti speciali realizzati anche in stop motion, sia con l’inserimento di alcuni frammenti di film di Georges Méliès originalmente rielaborati. E’ quasi un ritorno all’horror classico, cioè alla sua funzione primaria di genere di atmosfera. Questa rappresentazione dell’arcaico ha una sua coerenza interna, perché l’intreccio stesso è un insieme di archetipi: il disturbato rapporto tra una madre e un figlio piccolo e l’orrore scatenato dal classico uomo nero (il Babadook del titolo). Se la storia è semplice e lineare, la regia è un tripudio di idee e un recupero di sensibilità tra le più alte (Polanski e Kubrick saltano all’occhio). L’altro aspetto innovativo è che la Kent è una donna. Lungi dal fare beceri sessismi e pietismi, è evidente che nel panorama cinematografico mondiale dominato da registi uomini, le registe donne talentuose si contino meno che su una mano (Kathryn Bigelow, Jane Campion, Julie TaymorAlice Rohrwacher). Insisto sulla femminilità di Jennifer Kent perché è “The Babadook” stesso ad avere una prospettiva molto femminile, sia nella risoluzione (tra le più originali e psicologicamente esatte che si ricordino). Il fatto che la Kent abbia fatto un film horror da una prospettiva differente, è sia qualcosa di inedito, sia un valore aggiunto. Inoltre, “The Babadook”, come ogni film degno di questo nome, pone interrogativi, colpisce dove deve colpire e soprattutto disturba e lascia il segno nella sua esplicita provocazione sul ruolo materno. Il cinema horror rinasce da qui.
(“The Babadook”, grazie alla solita miopia e ignoranza dei distributori italiani, non ha ancora una data di uscita nel nostro paese, sebbene sia già uscito e ampiamente apprezzato in tutto il mondo. Lo si può vedere sottotitolato cliccando qui)

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Davide Giorgi
L'Autore
Mi chiamo Davide Giorgi. Classe 1985. Sono uno scrittore e giornalista freelance. Qualcosa di simile. La mia prima occupazione è il cinema. Scrivere di cinema, fare cinema. E di arte in generale. Sono anche appassionato di musica, antropologia ed entomologia. Tutto ciò è fuso qui dentro.

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