Duel
July 25, 2010 on 7:23 pm | In Unclassified | No CommentsE’ da un po’ di tempo che mi ronza in testa questa idea. Io e Mr. Manuel Peruzzo, un “collega”, abbiamo opinioni quasi sempre contrastanti su più o meno qualsiasi argomento. Da qui l’idea. Chi mi conosce sa che amo molto i duelli, la boxe, gli scacchi o quel che è. Insomma, sono inevitabilemte attratto dal confronto senza esclusione di colpi e almeno qui rompo la “tradizione” di fare il prete all’altare. Quindi vi presento un duello vero e proprio tra lui e me, che con grande e perverso piacere ospite in questo sito. Occorre armarsi di tanta pazienza, ma vi auguro di divertirvi almeno la metà di quanto abbiamo fatto noi. L’oggetto di discussione è il cinema di Giorgio Diritti, nato probabilmente dal mio recente post su “L’uomo che verrà”. C’è qualche anticipazione sui film trattati, ma niente che, a mio avviso, rovini la visione.
Il diverso del (nel) cinema italiano, Giorgio Diritti
«[…] permane la tentazione di dare una risposta dispettosa alle ricorrenti inchieste giornalistiche sui modi per risolvere la crisi del cinema. Bisogna fare film sul mondo contadino, lunghi tre ore e parlati in bergamasco»
Chiariamo subito che queste parole non sono di un ministro padano, bensì la provocazione di Tullio Kezich che, nel 1982, in tempo di crisi dell’industria cinematografica, ironizza su come rilanciare la produzione. Kezich ricordando i 26 milioni di incassi de La terra trema di Visconti (1948) e i quattro miliardi di lire incassati da L’albero degli zoccoli di Olmi (1978) ci informa di qualcosa di sintomatico: agli italiani piace vedere il cinema in contatto con la tradizione da cui provengono, vogliono vedere un modello di vita quasi scomparso: la generazione dei propri padri.
Rossellini diceva dell’autore de L’albero degli zoccoli che il suo era un cinema di scoperta di un mondo. Quella di Olmi è la capacità di setacciare la società con occhio antropologico e un’ etica stilistica coincidente ad una visione morale della vita. I volti per l’autore bergamasco sono la traccia su cui si iscrive la memoria della storia.
Continua a leggere: La parte di Manuel Peruzzo >>>
In difesa di Giorgio Diritti, del coraggio e di chi per lui
Esiste un cinema regionale, e quindi linguistico, ed è un’anomalia che si riscontra un po’ in tutti quei posti in cui è consolidata una tradizione più o meno forte, ma che in un modo o nell’altro ha capacità di emergere. Succede ad esempio in “Heimat” di Edgar Reitz, opera infinita e multiforme che trova uno dei suoi punti di forza, appunto, nell’uso delle inflessioni (spesso contrapposte all’accento più pulito della città). Il doppiaggio italiano è riuscito a rendere questa peculiarità senza snaturare l’opera in qualcosa di fastidiosamente maccheronico (come è accaduto con “Brian di Nazareth” dei Monty Python).
Il contesto italiano è sicuramente “difficile”, essendo più che una nazione unica almeno una ventina di staterelli diversi, per ragioni storiche che ben si conoscono e che non ha senso elencare qui. Kezich può quindi mettersi il cuore in pace: siamo un paese tradizionalista, conservatore e superstizioso. Queste cose si riflettono anche nel cinema, che deve (o dovrebbe) essere lo specchio di una qualche contemporaneità. Senza stare a scomodare Visconti, che ormai l’abbiamo citato abbastanza, penso sia più utile guardare quello che abbiamo ora. Due esempi lampanti sono “Gomorra” di Garrone e “Nuovomondo” di Crialese, film che fanno un ampio uso dei sottotitoli proprio per la lingua parlata, nei casi specifici: napoletano e siciliano. Al di là della nostalghia per i padri, che seppur vero suona vagamente freudiano, è più facile che il cinema usi il linguaggio come definizioni di contesti che non sarebbero esprimibili in altri modi, con una varietà lessicale che definisce toni e appartenenza.
Continua a leggere: La parte di Davide Giorgi >>>
The abyss IX: Frontiers
July 24, 2010 on 6:26 pm | In Stupid things | 2 Comments<HappyHour> hola da?
<cooling85> “hola”? hai appena passato la frontiera con Tijuana con un po’ di mota?
<belporcello26> ciao
<cooling85> ciao
<belporcello26> come va?
<cooling85> bene, a parte l’incresciosa e recente vasectomia
<belporcello26> come mai?
<belporcello26> avuto problemi?
<cooling85> eh così, mia moglie ha deciso per me
<belporcello26> capito
<belporcello26> eh, problemi del matrimonio
<cooling85> ha letto dell’invidia del pene su “Diva & Donna” e ha deciso di metterla in pratica
<io26> salve
<cooling85> salve
<io26> da
<cooling85> eh?
<io26> eh cosa
<cooling85> cosa?
<io26> da dove?
<cooling85> ora sono in Colombia a fare turismo sessuale, tu?
<misspompinia> CIAO SONO M.SOFIA, ITALIANA, 27anni,ROMAGNOLA… M’ESIBISCO IN CAM X POSTEPAY…VI ASPETTO IN TANTI ….MSN:******@hotmail.it no perditemo, ne ante gratis . visita il mio sito internet http://*****.*****.net/ . onesta vera e leale. no perditempo
<cooling85> in effetti non avevo tutta questa voglia di inviarti un’anta gratis.
<hotcamlive> sono una bella porca 23 anni adoro esibirmi e godere in cam, ho pochi limiti solo per maggiorenni e generosi astenersi curiosi e perditemo 25 ROSE 20 MINUTI ANTEPRIMA 1 ROSA msn *******@hotmail.it
<cooling85> e per una corona funebre quanti minuti?
<Bono85x> qualcuno ha scopato donne che all’inizio sembravano donne invece erano le cugine della sorella di sua madre?
<cooling85> ah beh sì, dopo diventano paguri
Underwater visions #26: “L’uomo che verrà”
July 23, 2010 on 9:48 am | In Underwater visions | 4 Comments
L’uomo che verrà
2010, di Giorgio Diritti
con Greta Zuccheri Montanari, Alba Rohrwacher, Maya Sansa, Claudio Casadio, Stefano Bicocchi
“Il mio intimo, profondo, arcaico cattolicesimo” fa dire Pasolini, nel 1963, al personaggio-regista Orson Welles ne “La ricotta“. Lo stesso vale per “L’uomo che verrà” di Giorgio Diritti. Quello che vuole dire allo spettatore è esplicito sin dalle prime inquadrature, in cui il personaggio di Maya Sansa si reca a un santuario della Madonna in cima a una collina. Il parallelismo della Maya (incinta) e della Madonna (col pancione) è ben sottolineato, intenso, intimo per l’appunto. Diritti non fa che continuare quello che aveva cominciato col suo debutto cinematografico del 2005, ossia “Il vento fa il suo giro”, film che si è fatto strada lentamente nelle sale fino a diventare un vero e proprio caso. In “Il vento fa il suo giro” Diritti raccontava una storia di ordinaria emarginazione, una comunità montana racchiusa in se stessa, nelle sue tradizioni, abitudini, nella stessa lingua (l’occitano, ossia l’antica lingua d’oc). Paradigma, forse, di un’intera nazione (l’Italia) che non vuole e non sa andare oltre i suoi limiti regionali, escludendo così lo straniero che, per forza di cose, è diverso, pericoloso, da guardare con sospetto. In egual misura, tutto questo, anche se con toni differenti, è ne ”L’uomo che verrà”. Qui non c’è l’ateo e hippie Philippe, ma Martina, una muta e malinconica bambina. E’ interessante come la diversità, per Giorgio Diritti, coincida con un’idea religiosamente molto profonda. Colui che non rientra negli schemi (per vocazione, necessità, status) ha caratteristiche cristologiche, sante, distanti anni luce dal cattolicesimo tradizionale, ormai imprigionato da logiche elitarie e di esclusione. Siamo nell’inverno 1943-1944 sull’appennino emiliano, precisamente a Marzabotto, dove una famiglia di contadini convive pacificamente con le altre, in un’isolamento quasi indifferente rispetto al conflitto mondiale che sta mettendo in ginocchio la Penisola. Lo sguardo dello spettatore è filtrato attraverso gli occhi innocenti di Martina, la bambina più piccola, che si rifiuta di parlare da quando è morto il fratello. L’apparente pace della comunità, inconsapevolmente situata in un luogo guerrescamente strategico, verrà turbata dall’arrivo dei tedeschi che compieranno il famoso eccidio: 1800 vittime civili trucidate barbaramente. In tutto questo materiale molto “potente”, Diritti riesce a ricreare (ricostruire, non inventare) un microcosmo infinitamente dettagliato e particolareggiato, fatto di abitudini, suoni e cadenze del dialetto bolognese di inizio Novecento. A questo si somma la grande bravura e versatilità che hanno dimostrato gli attori professionisti, in particolar modo la Rohrwacher (il cui personaggio è analogo al protagonista de “Il vento fa il suo giro”) e la Sansa, nel riuscire a imparare il dialetto in modo sorprendente. Bravissimi anche Casadio e Stefano Bicocchi, in arte “Vito”, qui in una parte insolita per il suo pubblico, ma ben calibrata, segno che una formazione teatrale (e televisiva) può ancora sfornare talenti drammatici o per lo meno cinematografici. Il cinema di Diritti è quindi in bilico tra l’antropologico e il classico, con qualche derivazione documentaristica da cui lui comunque proviene. Non è esattamente niente di nuovo sotto il sole, basti ricordare “La terra trema” di Visconti, che è forse il film più rappresentativo ed efficace nell’uso dialettale dei dialoghi. Il regista emiliano, sebbene peschi a piene mani da illustri predecessori, aggiorna e fa suo un cinema che non è più. La rappresentazione della violenza, e cioè tutta la seconda parte del film, è accennata e quasi mai mostrata, non si sa quanto questo sia pudore o stile. Di certo c’è che la scelta è discutibile quanto rispettabile nella visione personale di un autore. Pur ricordando, in alcuni punti, scelte registiche di Haneke (dei veri e propri quadretti-bozzetti in cui le inquadrature escludono l’azione), la funzione esercitata è più quella di nascondere, piuttosto che di creare pathos nel non mostrare. I personaggi del film, poi, come accadeva nel film d’esordio, sono fortemente polarizzati, quindi poco sfumati, e in questo il cinema di Diritti ricorda da vicino quello di Rossellini. Nel caso de “L’uomo che verrà”, per esempio, i nazisti sono cattivi in modo anche didascalico (”Tutti noi siamo quello che ci hanno insegnato ad essere”), così come sono buoni i partigiani, i contadini, e soprattutto i pretini (di campagna), tanto deboli quanto coraggiosi nel perseguire la ”missione” pastorale, che portano avanti fino a rimetterci la vita. In questo caso la comunanza con “Roma città aperta” risalta in modo chiaro e netto.
Accompagnato da una colonna sonora originale e azzeccatissima, “L’uomo che verrà” è una perla rara nel panorama cinematografico italiano, capace ancora, forse rantolando, di far discutere, attirare grosse fette di pubblico e di terminare la visione sapendo di aver visto finalmente qualcosa di speciale e di qualitativamente molto elevato.