Pastoral scene

June 25, 2010 on 10:43 pm | In Music | 2 Comments

Questa è la storia di un ebreo comunista, di omicidi, pestaggi, di due negri impiccati a un albero e di una cantante che ce l’ha fatta come ha potuto. Una storia in musica. Gli anni Trenta degli Stati Uniti.

Capitolo I: La fortuna di Lewis Allen
E’ difficile scovare informazioni su Abel Meeropol. Quello che si sa di per certo è l’anno di nascita, il 1903, luogo non definito. Era un ebreo, non uno di quelli col nasone, gli occhialetti tondi e i capelli crespi. Uno qualsiasi, forse, che sfoggiava un paio di baffetti à la Laurence Olivier, alla moda, un piglio fiero e deciso. Insegnò per ventisette anni alla DeWitt Clinton High School, tra la 58esima e la 59esima. Un austero edificio a forma di H, nel Bronx, Hell’s Kitchen. Era vicino al DeWitt Clinton Park, il primo giardino comunitario di New York, creato dagli stessi studenti della DeWitt. E fu proprio lì, in quei luoghi, in quei contesti, che Abel Meeropol, in fin dei conti un americano come tutti gli altri, aggrappato a uno spirito teneramente e disperatamente naïve, scelse la via del comunismo. Il suo attivismo politico si esprimeva principalmente attraverso la scrittura, sul New York Teacher o American Masses. Conobbe il successo, che tirando le somme è un dogma anche per un comunista americano. Firmandosi “Lewis Allen” (pseudonimo composto dall’unione dei nomi dei due figli defunti), nel 1945 scrisse la canzone che dà il titolo al cortometraggio “The house I live in”. Il protagonista è Frank Sinatra, che canta e spiega l’antirazzismo a dei ragazzini. La canzone fu una hit. Nel 1953 furono giustiziati Julius ed Ethel Rosemberg, accusati di spionaggio filosovietico, reato commesso probabilmente solo dal marito. Divennero due icone. Meeropol e la moglie adottarono i due figli della coppia.
La vera fortuna di Lewis Allen, o Abel Meeropol, è antecedente ai fasti con Sinatra. E comincia con qualcos’altro. Una foto.

Capitolo II: Scene pastorali 
Marion (Indiana) è una cittadina di 30.000 abitanti. Nell’agosto del 1930 erano probabilmente di meno. Un numero consistente di abitanti è afroamericano, e all’epoca i più lavoravano nelle fattorie, fulcro dell’economia della regione. Uno scenario campestre, placido, noioso, segretamente teso. Tre giovani di colore, Thomas Shipp, Abram Smith e il sedicenne James Cameron, si trovavano nei sobborghi di Marion. In una macchina, in sosta, c’erano Claude Deeter, ventitrè anni, e la fidanzata Mary Ball, diciannove. I tre afroamericani colsero l’occasione e tentarono una rapina, che però finì male. James Cameron fuggì quando capì quello che stava per succedere. Shipp e Smith, armati, uccisero Deeter e stuprarono la ragazza. Il 6 agosto erano già stati fermati, avevano confessato ed erano stati rinchiusi nella prigione della città in attesa del processo. Ma le voci correvano a Marion, roccaforte del Ku Klux Klan. Il 7 agosto una folla di cittadini, pare un migliaio di persone (il numero aumenta in proporzione all’antirazzismo della fonte), assaltò la prigione. Armati di martelli, trascinarono fuori i tre ragazzi, che vennero selvaggiamente percossi. Li portarono nella piazza e li impiccarono a un albero. Cameron si salvò, a suo dire grazie all’intervento della Vergine Maria, secondo i fatti perchè qualcuno riuscì a far notare per tempo la sua “innocenza”. Aveva comunque la corda intorno al collo. Fu scattata una foto dei due corpi penzolanti e martoriati. James Cameron scontò la sua pena e divenne un noto attivista dei movimenti per i diritti degli afroamericani.   

Capitolo III: Un cafè di passaggio
Nel 1937 la foto capitò sotto gli occhi di Meeropol. Quell’immagine lo turbò profondamente e a lungo. Scrisse una poesia intitolata “Bitter fruit”, pubblicata poi su varie riviste. Probabilmente la forma-poesia era poco incisiva per il messaggio che Meeropol voleva mandare, così doveva diventare una canzone. Cercò di farla musicare da diversi compositori, invano. Si rimboccò le maniche e fece da solo. Cambiò il titolo in “Strange fruit”.


Southern trees bear a strange fruit,
Blood on the leaves and blood at the root,
Black bodies swinging in the southern breeze,
Strange fruit hanging from the poplar trees.

Pastoral scene of the gallant south,
The bulging eyes and the twisted mouth,
Scent of magnolia, sweet and fresh,
Then the sudden smell of burning flesh.

Here is fruit for the crows to pluck,
For the rain to gather, for the wind to suck,
For the sun to rot, for the trees to drop,
Here is a strange and bitter crop.


Gli alberi del sud hanno uno strano frutto,
Sangue sulle foglie e sangue alle radici,
Corpi neri oscillano nella brezza del sud,
Uno strano frutto appeso ai pioppi.

Scena pastorale del prode sud,
Gli occhi sporgenti e le bocche contorte,
Profumo di magnolia, dolce e fresco,
Poi l’improvviso odore di carne che brucia.

Ecco il frutto che i corvi beccano,
Che la pioggia coglie, che il vento succhia,
Che il sole fa marcire, che gli alberi fanno cadere,
Ecco un raccolto strano e amaro.

La canzone cominciò a diventare popolare negli ambienti intellettuali di cui Meeropol, per status o per vocazione, faceva parte. La prima a suonarla fu sua moglie, durante una riunione del sindacato degli insegnanti. Poi arrivò nelle mani di Barney Josephson. Figlio di immigrati lettoni, Josephson era il proprietario del Café Society, una sorta di piccola taverna in Sheridan Square. Il locale era una novità: bianchi e neri potevano entrare senza distinzioni. Fu Josephson a proporre il testo all’interprete che rese immortale questa canzone.

Capitolo IV: Eleanor va a New York
Eleanor Fagan Gough nacque a Baltimora il 7 aprile 1915. Ancora bambina raggiunse la madre ad Harlem, New York. Si guadagnava la vita prostituendosi e lavando le scale. La padrona del bordello, ogni tanto, le concedeva di usare il giradischi, così Eleanor poteva sentire Louis Armstrong. In seguito a un blitz della polizia, fu arrestata e passò diversi mesi in carcere (diverrà una costante fatale, ma ancora non lo sapeva). Quando uscì decise di fare la ballerina nei night club. Non aveva un carattere accomodante: rifiutava di ricevere le mance tra le cosce. Le sue colleghe, per questo, l’avevano soprannominata “Lady”. Fu licenziata quasi subito perchè non sapeva ballare. Quando la sentirono cantare fu riassunta. In quel momento Eleanor diventò Billie Holiday. Il nome d’arte lo ricavò dal cognome del padre e dal nomignolo che sua madre le aveva dato, “Billie” appunto, per via dei suoi comportamenti da maschiaccio. Venne notata da John Hammond, un produttore discografico, che nel 1933 le fece incidere un paio di dischi che nessuno notò. Nonostante l’insuccesso, Hammond continuò a credere in quella voce unica e magica. Due anni dopo, nel 1935, riuscì a imporsi come cantante di successo grazie a canzoni leggere e spensierate, a differenza di quelle che incise negli anni a venire e per cui sarà ricordata. Quando la popolarità era finalmente arrivata, potè persino esibirsi nei locali dei bianchi. Sul palco, tra i capelli, una gardenia bianca. Dietro al palco, l’entrata per soli negri. Era comunque un passo avanti, e Lady Day non era poi così interessata alla politica, contrariamente a quello che si crede. Questo, probabilmente, per “Strange fruit”, canzone da lei fortemente voluta, tanto che arrivò a dire di averla scritta lei, con disappunto di Meeropol. La canzone chiudeva ogni suo concerto, perchè “dopo c’è solo il silenzio”. Non tutti i locali erano contenti: spesso le impedivano di cantarla, o se succedeva, magari in qualche locale del Sud, veniva cacciata.
Nonostante il triste destino a cui era, forse, condannata, Billie Holiday e “Strange fruit” rimangono lì, tra le maglie della Storia, testimone e testimonianza nel caos e nella pura, tragica, bellezza.

Zeta #03: “Smile - La morte ha un obiettivo”

June 17, 2010 on 3:58 pm | In Zeta | 4 Comments

Smile - La morte ha un obiettivo
2009, di Francesco Gasperoni
con Robert Capelli Jr., Harriet MacMasters-Green, Antonio Cupo, Manuela Zanier, Mourad Zaoui
“Smile - La morte ha un obiettivo” non è solo un brutto film, ma fa anche schifo. La cosa può sembrare anche superflua, ridondante, però è provato che non tutti i film brutti fanno schifo e che non tutte le cose schifose sono film brutti. Ok, forse è una bugia.
Nei titoli di testa, oltre ad usare lo stratagemma delle polaroid per presentare i protagonisti (come ne “Il Bosco 1“), c’è un’altra cosa che attira maggiormente l’attenzione. Trattasi di: “Film riconosciuto di interesse culturale nazionale dal MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI”. Siccome non è utile cominciare qualsivoglia polemica, questa volta, al posto di chiamarle “scene topiche”, verranno indicate come ”scene di interesse culturale nazionale”. Accomopagnate da immagini cliccabili ”di interesse culturale nazionale”.

1

C’è questo gruppo di amici che fa un viaggio in Marocco su una jeep, e intanto fumano con un bong. Siccome sono pure ggiovani e svegli e interessanti, fanno anche a gara a chi tira di più. In questa strada dritta in mezzo al deserto rischiano una sorta di incidente con quello che dovrebbe essere un minacciosissimo pulmino (così dovrebbe suggerire il tema musicale). Clarissa, la protagonista col neo posticcio, ma anche fotografa dilettante, esce dal mezzo per fare qualche scatto (perchè poi?). Dal pullman scende una donnetta che scarica in braccio alla Nostra un fagotto con dentro una scimmia morta. E poi, siccome questa tizia è marocchina e velata, le frega pure la macchina fotografica.

2

Dopo un bel po’, Clarissa, che come si vedrà è un faro d’intelligenza, si accorge di non avere più la sua macchina fotografica, così girovaga per il mercato di questa cittadina. Intanto i suoi amici vaneggiano sui boschi marocchini, demoni con le mani fiammeggianti e il dio Atlante. Entra in questo locale semibuio dove il padrone è un tizio loschissimo col sigaro e ha una bambina decorativa. Ovviamente lui è l’assassino, la causa di tutto, è un fantasma e altre cavolate del genere che si capiscono immediatamente. Così almeno non c’è bisogno di ripeterlo, dopo. Questo figuro, praticamente, le regala una rarissima polaroid. Quando Clarissa la prende in mano esclama: “Oh! Mi sono punta!”, con tanto di rivolino di sangue. Forse non si è capito bene: si è punta con la macchina fotografica. La polaroid assassina che uccide la gente dopo che è stata fotografata.

3

A questo punto la recensione potrebbe anche terminare, perchè in “Smile” non succede assolutamente nulla di interessante, però questo strazio dura davvero poco (meno di un’ora e venti). Si può aggiungere ancora qualcosa, poichè le vere perle devono ancora arrivare. Il belloccio della compagnia, che si chiama Tommy, riesce a trovare il tempo di farsi la biondona di rito. Non solo: contro un muro, per le strade del Marocco, e completamente vestiti. Si scopre che tutta questa allegra combriccola va all’università, non è tuttavia specificato quanti anni fuoricorso (è ipotizziabile una decina).

4

Finalmente arrivano in questo bosco di conifere (Marocco, Africa), e dopo venti secondi si sono persi. Però il momento per citare l’incipit della Divina Commedia non può mancare. In questo bosco c’è anche la nebbia. Ora davvero non si capisce più se, per colpa di una frattura nello spazio-tempo, degli alieni, del 2012, del chupacabras o di Giacobbo stesso, siano finiti in una pineta a Marina di Ravenna. Girovagando a vuoto trovano un uomo barbuto vestito da Sandokan che sventra un cervo, e che proprio perchè è vestito così e parla male, cerca di accoltellare uno di loro ma poi non lo fa (cfr. punto 1). Mentre cuoce l’animale sul fuoco (la clava sforava col budget), spiega: “E’ cervo russo, chiamato anche cervo africano”. Poi c’è l’altra scena di interesse culturale nazionale. Mentre tutti sono seduti in cerchio che gustano il cervo russo chiamato anche cervo africano, Tommy-il-belloccio afferma ed emette (allo stesso tempo): “Per me basta così. Devo andare a cagare! BUUUUURP”.

5

Dopo che tutti si sono fotografati, per una ragione o per l’altra, e che quindi muoiono in circostanze idiote (fulmini, attizzatoi volanti e così via), il film è quasi terminato. Però Clarissa e il suo amico quarantenne nasone Paul, di cui lei è segretamente innamorata, sono sopravvissuti perchè ancora non si sono immortalati in qualche istantanea. Cosa fa, allora, quella cima di Clarissa? Ohhhh, adesso voglio proprio scaricare la polaroid così non farà più male a nessuno questa cattivona! Proprio in quel momento passa un’auto. Loro compaiono nella foto per via del riflesso sul finestrino. Un secondo di terrore. Poi vengono investiti da un non meglio identificato mezzo di trasporto. Il film è finito. Bello, eh?

Underwater visions #25: “Va’ e uccidi (The manchurian candidate)”

June 14, 2010 on 5:38 pm | In Underwater visions | 4 Comments

Va’ e uccidi (The manchurian candidate)
1962, di John Frankenheimer
con Frank Sinatra, Laurence Harvey, Angela Lansbury, Janet Leigh
A “Va’ e uccidi” è toccata una sorte simile a quella di “La donna che visse due volte”. In comune hanno anche quello di avere, nella traduzione italiana, un titolo orribile. Ma è lo status di cult ad accomunarli realmente, raggiunto molti anni dopo l’uscita nelle sale. Il 1962 non era un buon anno per far uscire “Va’ e uccidi”: il film era uno stranissimo thriller fantapolitico in cui i russi fanno il lavaggio del cervello a soldati americani reduci della guerra di Corea, a scopo non propriamente umanitario. La crisi cubana era alle porte per colpa di un governo (Kennedy) non esattamente preparato. I rapporti coi paesi sovietici e filo-sovietici erano troppo fragili perchè un film così anticomunista diventasse un successo. In “The manchurian candidate”, infatti, i comunisti vengono rappresentati in modo totalmente negativo e quasi fumettistico, il che, tra l’altro, non era neppure lontano dalla realtà. Il film di Frankenheimer fa di certo pesare il suo americanismo, pur distogliendosi dalla propaganda politica. Vi si possono trovare, infatti, numerose critiche alla politica interna degli stessi Stati Uniti, in particolare a quel periodo non propriamente felice denominato “maccartismo” (fine anni Quaranta-1954 circa). Tra gli interpreti principali c’è Frank Sinatra, che era un noto attivista democratico, oltre che tante altre cose meno rimarchevoli (e non si sta parlando del bel canto). Il personaggio da lui interpretato, il maggiore Bennett Marco, scopre, attraverso gli incubi che lo tormentano, che il suo collega Raymond Shaw, figliastro di un invasato senatore, è in realtà uno spietato assassino. Questo si capisce già dall’inizio, in cui vengono mostrati gli esperimenti che i comunisti fanno sui soldati. Il condizionamento avviene in modo del tutto inconsapevole: i soldati credono di essere a un convegno sulle orchidee, a parlare e partecipare sono delle tranquille signore inglesi. Attraverso un geniale montaggio alternato, lo spettatore scopre che quelle signore sono in realtà gerarchi comunisti. Frankenheimer riesce così a creare un’atmosfera allucinata, in costante bilico tra sogno (ipnotico) e realtà. Non disdegna neanche una buona dose di violenza grafica, con tanto di spari in testa e schizzi di sangue. Per l’epoca questa rappresentazione così cruda della violenza era inusuale e rifiutata, condannava automaticamente il film a uno status di B-movie (un esempio: “Piano piano dolce Carlotta“). “Va’ e uccidi” è un film che non ha età anche per le scene d’azione, che sono brevi e incisive, una lezione fortunatamente raccolta da Mann e Nolan, meno da alcuni sottoprodotti di massa come la saga di “Matrix”. In una di queste Frank Sinatra combatte a colpi di kung-fu con un cinese, a quanto pare la prima lotta di questo genere mai mostrata al cinema.
“The mancurian candidate” ha anche il pregio di mostrare il modo in cui si fa certa politica, e cioè lo stravolgimento di termini quali “comunista” a scopo intimidatorio e diffamante. E soprattutto il tam-tam mediatico che ne consegue, e cioè come si manipolano e si divulgano le informazioni. Il perno di tutta la vicenda è Mrs. Iselin, la madre di Raymond, vera antagonista della storia. E’ interpretata da Angela Lansbury, conosciuta ai più per la sua carriera televisiva, e qui in una veste assolutamente inedita. L’attrice ha più volte dichiarato che quello di Mrs. Iselin è stato il suo ruolo preferito e quello per cui vorrebbe essere ricordata. Il personaggio è circondato da un’aura freudiana e assetata di potere, che ricorda da vicino Lady Macbeth sia per le dinamiche che gli intenti. La sua interpretazione è, bisogna dirlo, sublime.
“Va’ e uccidi” si è fatto strada e una posizione nella Storia del cinema, la sua rivalutazione è comincata dopo il 1963 con l’assassino di Kennedy, tanto che gli furono persino attribuite virtù profetiche (se si guarda bene il film si capisce che è così solo in parte). A fine anni Ottanta la sua fama era talmente aumentata che fu ridistribuito nelle sale. Nel 2004 Demme ci ha fatto uno scialbo remake con Denzel Washington e Meryl Streep. L’originale rimarrà in testa per parecchio tempo, ed è l’unico che valga la pena di essere visto.

The abyss VIII: Deeper

June 11, 2010 on 3:57 pm | In Stupid things | 5 Comments

<Dain3> Ti piace legare???
<cooling85> certo io lego spesso la gente  
<Dain3> Ti piace davvero?
<cooling85> Sì sì per il collo poi mi piace particolarmente 
<Dain3> Cioe????
<cooling85> Poi mi piace anche divorare i prepuzi dopo i berit milah

<luciano48> ciao
<cooling85> ciao
<luciano48> da?
<cooling85> bologna
<luciano48> sei carino?
<cooling85> sì, a parte la gamba di legno

<CERC> milano, il biondo, 20anni, occhi verdi del 5 piano di via ****** 4 è gay. studia, lavora .. abita nei pressi dell’ ascensore accanto ad un ragazzo messicano, il piu carino come passivo è il biondo con l home cinema….il biondo dai bellissimi occhi verdi…a quanto dicono pare che sia anche molto intelligente, c’ è un altro gay al 5 piano, occhi neri, capelli neri, il 43enne alessandro *******(detto horror, l horrendo)….il 43enne alessandro..
<cooling85> speriamo non facciano mai sondaggi da quelle parti.

<maschio53> ciao
<cooling85> ciao
<maschio53> di dove sei
<cooling85> di bologna
<maschio53> bs
<cooling85> siamo già alle targhe?
<maschio53> brescia
<cooling85> eh no, pensavo bisanzio
<maschio53> ok

<iolias-> ciao da
<cooling85> bologna
<iolias-> pure ke cerki
<cooling85> tu?
<iolias-> inkontro
<cooling85> io cerco “incontro” con la “c” mi spiace :(

<xaM> ciao
<cooling85> ciao
<xaM>  io sono Massimo 50enne bsx di rm
<xaM> ti aspetto :-)  :-)  :-)
<cooling85> speri anche?
<xaM> tu da?
<cooling85> io sono della mesopotamia
<cooling85> ma spesso batto il mio cammello affinchè possa trasportarmi ovunque
<xaM> da dove dgt?
<cooling85> stupidi animali pulciosi

<rob20> ciao
<cooling85> ciao
<rob20> segaiolo
<cooling85> è una domanda?
<rob20> si
<cooling85> oh sì
<cooling85> io mi sego sempre nei gineprai
<rob20> mmmmm
<rob20> dove
<cooling85> in giro
<cooling85> quelli che trovo
<cooling85> mi ci butto e voilà mi sego
<rob20> mmmmmm
<rob20> hai cam
<cooling85> sì ma dal ginepro non prende benissimo :(

<Massino> sei f?
<cooling85> no ma posso esserlo
<Massino> cioeee?
<cooling85> ma sì dai
<cooling85> sono come quelle rane che quando son tutte maschi una cambia sesso
<cooling85> che viziosi questi batraci

I was born free

June 9, 2010 on 5:28 pm | In Music | 4 Comments

M.I.A.: ovvero “Missing in action”, dispersi in azione, in battaglia. Esistono anche K.I.A. (Killed in Action), W.I.A. (Wounded in Action). Lo stesso termine O.K. deriva da un contesto guerresco (0 + K = Zero Killed), ma è un’altra storia. M.I.A. è anche lo pseudonimo della cantante anglo-srilankese Mathangi (”Maya”) Arulpragasam. Ha pubblicato due album (il terzo in uscita a luglio), intitolati “Arular” (2005) e “Kala” (2007), che hanno spopolato ai vertici delle classifiche (più qualitative che di vendita). E’ adorata da dj e dagli amanti della scena “alternative” di tutto il mondo, in Italia rimane comunque semi-sconosciuta non esistendo una vera e propria cultura musicale al di là della canzonetta. Bisogna stare attenti a dare un vero e proprio riconoscimento al termine “alternativo”, perchè in fondo non significa nulla, dal momento che il fine della musica (vinile, cd, o supporto multimediale) è quello di vendere, e vale per tutti coloro che hanno un mercato. Il discorso è, quindi, prettamente qualitativo. Così si può definire la musica di M.I.A., in termini musicalmente altissimi. Ascoltando uno dei suoi LP si sente appunto la confusione della dispersione nella battaglia, ma anche la rabbia, in perfetta coerenza col brand  proposto. Perchè in fin dei conti ogni nome (d’arte o non) è la sintesi di un prodotto, variabile, ma ben indirizzato. E’ lo stesso concetto dei marchi di moda o del cibo in scatola. Ecco, M.I.A. propone un mix di hip hop, elettronica, disco-dance e world music difficilmente ignorabile e catalogabile, se non appunto col suo stesso nome. Il suo stile di scrittura è fortemente aggressivo e graffiante, tanto che i titoli dei due album sono rispettivamente i nomi di battaglia del padre e la madre, combattenti tamil. L’originalità di M.I.A. sta nel riuscire a sintetizzare delle melodie orecchiabili (per nulla banali, tuttavia) con dei testi estremamente polemici. L’esempio più eclatante è la hit “Jimmy“, che mascherata da canzone discomusic in stile anni Settanta, comincia con: “When you go Rwanda, Congo/Take me on your genocyde tour/Take me on a truck to Darfur/Take me where you would go“. Per non parlare di “Sunshowers” o di “Paper planes“, forse la sua canzone più famosa (anche perchè all’interno della colonna sonora del discutibile “The Millionaire”). Nella sua visione musicale sono frequenti i campionamenti di altre canzoni, tanto da oltrepassare il concetto di cover song. Sarebbe scorretto indicare alcuni suoi pezzi in questo modo. Per capire meglio quello di cui si sta parlando si può ascoltare “20 dollar“, in cui M.I.A. “rappa” (si tratta sempre di un rap molto morbido e digeribile) su una distortissima base di “Where is my mind?” dei Pixies, riprendendone in parte il ritornello.
Un’altra particolarità di M.I.A. è come propone il suo marchio, e cioè lo stile dei videoclip: spesso coloratissimi, è presente un certo kitsch etnico, con fondali disegnati. Un po’ come i primi anni Novanta, perchè diciamocelo, M.I.A. è tamarra ma va benissimo così. Il suo stile (più a livello di immagine) è diventato talmente cool che, di recente, persino qualche signorina da circonvallazione come Rihanna ne ha usufruito (pare sotto consiglio di attenti produttori). Il risultato rimane comunque da toilette de la gare, confrontare col video di M.I.A., “Boyz“, per comprendere la pietosa somiglianza tentata.
Con l’uscita imminente del nuovo album, intitolato “/\/\/\Y/\” (nda. “MAYA”), oltre a polemizzare con tutto e tutti come suo solito (è un ottimo lancio), la cantante mantiene la tradizione del titolo come nome di battaglia (questa volta il suo), ma cambia direzione in fatto di videoclip. Nel video che anticipa l’LP, “Born free”, M.I.A. non appare, non ci sono costumi indiani, non c’è Africa, non ci sono colori sgargianti. “Born free” si presenta come un vero e proprio cortometraggio di nove minuti, ed è diretto da Romain Gavras, figlio del regista greco Costantin Costa-Gavras (regista di “Z”, “Amen” e “Il cacciatore di teste” per citarne alcuni). Romain ha, in effetti, ereditato in parte lo stile caustico del padre, da ricordare il bellissimo videoclip di ”Stress“ che fece per i francesi Justice. Come nel precedente videoclip, Gavras mantiene uno stile nervoso e quasi documentaristico, accentuando le scene iperviolente e disturbanti. “Born free” è uno dei migliori videoclip degli ultimi tempi, solamente l’idea è degna del miglior Kubrick: un gruppo di soldati americani fa irruzione in una cittadina sporca e abbandonata a se stessa, dove le persone sono schiacciate da varie forme di degrado. In un crescendo di violenza, i soldati prelevano con violenza le persone coi capelli rossi. Altri ragazzi coi capelli rossi protestano lanciando oggetti contro le camionette. La persecuzione del diverso è resa, così, in modo magistrale proprio perchè comprensibile in un’ottica occidentale (in fondo è quello che fa M.I.A. nelle sue canzoni, melodie catchy/testi impegnati). Così è ancora più agghiacciante. Tutto ciò fa ritornare alla mente, per lo meno agli italiani, “Rosso Malpelo”, anche se sarebbe azzardato ipotizzare una conoscenza di Gavras (o di M.I.A.) della novella di Verga. A livello basilare le analogie ci sono. Il videoclip è ormai diventato famoso per via della censura. Youtube ha censurato il video a causa delle numerose scene di violenza. Gavras non risparmia nulla allo spettatore, colpisce dritto allo stomaco: calci, manganellate, bambini che vengono freddati alla tempia, corpi smembrati dalle mine. Questa censura ha fatto, logicamente, triplicare le visite al video che è stato prontamente caricato su siti meno benpensanti, conferendogli lo status di cult. Sebbene il video sia stato fatto per far discutere, come già spiegato le provocazioni non sono fini a se stesse. La cosa che più stupisce è l’ipocrisia di Youtube che censura un videoclip musicale mentre permette la pubblicazione di migliaia di video in cui le persone muoiono o si fanno male (questa non è fiction). Per non parlare degli altrettanti video in cui ragazzi sperimentano il loro sadismo da serial-killer-wannabe filmando torture a piccoli animali o dandoli direttamente in pasto a qualche occasionale predatore. “Il conformista” diceva Moravia “è colui che si scandalizza”. Ecco, a quanto pare Youtube si scandalizza solo quando non serve, ma è comprensibile che essendo un mezzo ormai di massa necessiti di uno sciocco conformismo parziale da un lato, e di un cinismo indifferente dall’altro.
Questo bellissimo video, corredato da una canzone per quanto possibile ”post-punk” (altro segno dello sperimentalismo spregiudicato di M.I.A.), è visionabile per intero qui sotto. Da maneggiare con attenzione. I was born free.

Decline and fall of Western Civilization

June 3, 2010 on 6:44 pm | In Stupid things | 12 Comments

Da quando ho scritto il post su “Bambola” ho triplicato le visite. Ok, non è vero, ma quasi. Quello che mi diverte di più sono i termini di ricerca che gli utenti del web usano per arrivare qui. Ultimamente, infatti, sono quasi tutti riferiti a Valeria Marini e la mortadella, Bambola e Furio e così via. Insomma roba di cui andare fieri e che penso scriverò in un eventuale CV. Poi c’è quello che regolarmente cerca “sex underwater”, così ora l’ho scritto e la sua missione ha un senso (non voglio tradire le aspettative). Il mio preferito degli ultimi giorni rimane: “mi eccito quando mi sputano in faccia e in bocca”.
Preamboli a parte, mi sono improvvisato anche io come un tipico utente di google che fa ricerche strampalate. Sono arrivato a dei risultati. Questo:

Cm facciamo a sapere ke i TOKIO HOTEL sn frogi??
Ciao a tt raga cn i TOKIO HOTEL e raga ANTI TOKIO HOTEL xò parlo sopratt x qll ke li odiano cm me !!!!!!!!!!!!!!!!! xò tt si domandano so frogi oppure no?? Ma sicuramente si xkè loro fin da pikkoli da quello ke so letto se trukkavano naturalmente sl le donne se trukkano ma loro vojono essere donne allora se trukkano quindi i TOKIO HOTEL sn TRUNKS SESSUALI ki è cn me commenti e lotteremo x espellere questi GRANDIXXIMI……. dal mondo dello spettacolo!!!!!!!!!!!!!!!!!! commentate pleeze!!!!!!!!!!!!!

Allora. Non riporto il blog per semplice pudore. Però esiste davvero. E’ scritto in un geniale giallo su giallo, il che ha attirato subito la mia attenzione al di là del contenuto. Poi ho letto. Quello che ha provato Paolo di Tarso sulla via di Damasco può rendere parzialmente l’idea del mio stato d’animo. Ora: io pretendo, che il termine “TRUNKS SESSUALI”, in un rigoroso maiuscolo giallo di modo da non deflorare questa opera d’arte, venga inserito nello Zanichelli.
Il punto è che la questione non si è arrestata qui. Si è moltiplicata (sotto forma di commenti) che neanche i Borg in Star Trek.

Guarda che quelo che dici nn e’ vero te 6 sl invidiosa dei tokio hotel xche’ i tokiohotel sn i mejo e sn la ban + votata del web !!!!!!!!!!!!!!!!!!E sopprattutto Bill e’ stato fidanzato con tante ragazze e anke gli altri se questao nn lo sapevi!!!!!!!!!!!!WWWWWWWWWWWWWWWWWWWWW TOKIO HOTE!!!!Bill ti amo t.t.t.t.ttttttt

Beh, io che sono un noto benpensante non dubiterei mai della “ban + votata del web”. Poi si sa che più ragazze uno ha avuto meno è “frogio“. E’ una semplice equazione. L’ha brevettata Rock Hudson.

grande yuriiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!!!!
è la prima cosa senzata ke scrivi…….
i tokio hotel fanno schifo…ma do và???!!….
abbaxo i tokio hotel!!!!!!
li meglio è AVRIL,i green day e i linkink park!!!!
so tutti frogi i FROGIO HOTEL!!!!
almeno ce stai tu ke capisci CERTE COSE!!
vabbè addè dv andà ciao ciao!!

Notare la sublime evoluzione della metrica, che si fa via via più simile alla forma-poesia. Il termine “frogio” (plur. “frogi”), acquista un diverso significato in ogni singola ripetizione, con un chiaro riferimento alla manualità e meccanicità dei timbri postali. Questa è arte del commento. Poi certo, ci sono le licenze poetiche. “Li meglio” apre il verso migliore dell’intera opera, per concludersi, con deflagrante potenza, con “linkink park”. Notare l’assonanza di “senzata” con “forze” e “borza”, chiaro simbolo di orgoglio regionale, e quindi federale.

Ciao yuri sn yuri ******* me conosci? io pure so anti TH quisti ca commentato è grandi ABBASSO TOKIO HOTEL 4EVER!!!!!!!!!!!!cmq bill kautliz cià da divve una cosa parla bill: lo sapete o nn lo sapete ke sn frogio h x quelli ke nn lo sanno io nn avrò mai la fidanzata xkè sn frogio e lo ammetto ve lo dv dikiarare sn frogioooooooooooooooooooooooooooooooo!!!!!!!!!!!!!!! basta tom T.A.T.T.T.T.T.T.D.B.D.M.X.S.S.S.S.S.T.T.T.T.T.T. cn tt l’anima quindi ti kiedo TOM VUOI ESSERE IL MIO LEGITTIMO SPOSO?? SIKOME PURE TOM è FROGIO VA A FINì KE JE DICE DE SI Xò SIKKOME NN CI STA ANKORA LA LEGGE DE LI MATRIMONI GAY allora il presidente della germania la fikkati dentro e verranno dpitati a morte e finalmente i TOKIO HOTEL nn esisteranno mai + ki è cn me dica KILL BILL THE GAY (tradotto in italiano sarebbe UCCIDIAMO QUEL FROGIO DI BILL!!!!!!!!!!!!!!!!! BY YURI

Si riscontra un progressivo procedere verso un linguaggio sempre meno verbale, il che è una chiara e lucida rappresentazione di una necessità: un ritorno alle origini. E’ anche una citazione della variabilità di suoni nell’accoppiamento degli ornitorinchi. Non solo: vi si trova una chiara e lucida idea del futuro, un futuro in cui, democraticamente, verremo tutti dpitati a morte, poichè “a vita” sembrava troppo brutto.

Zeta #02: “Il Bosco 1″

June 1, 2010 on 9:19 pm | In Zeta | 7 Comments

Il Bosco 1
1988, di Andrea Marfori
con Coralina Cataldi Tassoni, Diego Ribon, Luciano Crovato, Elena Cantarone
Ci sono film brutti, e poi c’è “Il Bosco 1″. Già il fatto che non esista “Il Bosco 2″ penso possa essere un indizio di ciò che abbiamo tra le mani. Svelerò immediatamente l’arcano: “Il Bosco 1″ è, senza ombra di dubbio, in un’ideale top 3 dei film più brutti mai realizzati. Il film è stato distribuito con vari titoli, tra cui quello internazionale, ”Evil clutch”, con un’evidente riferimento al film “La casa (Evil dead)”. Diciamo che il risultato finale è leggermente diverso. Il regista, Marfori, si dedicherà (grazie al cielo) ad altro, e per altro intendo alcune stagioni di “Un posto al sole”. Ho un vago timore che la puntata in cui la Morte è interpetata da Amanda Lear sia opera sua, tanto per dare un’idea del trash sublime. Gli stessi attori de “Il Bosco 1″ hanno più volte rinnegato la pellicola, non accreditandola nella propria filmografia oppure dichiarando, cito testualmente: “Il mio più grande sogno è quello di bruciare tutte le copie di quel film”. Tra questi Coralina Cataldi Tassoni, che oltre a farmi venire in mente “La Contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare “, ha anche il merito di aver recitato in film-sfaceli come “Demoni 2″, “Opera”, “Il fantasma dell’opera”, “La terza madre”, tutti con lo zampino di un Dario Argento sotto metadone, e “Ghost son” di Lamberto Bava. Insomma: una che i film se li sa scegliere.
Diventato in poco tempo un veneratissimo trash-cult, ecco qui le parti migliori. Ogni immagine è, come al solito, cliccabile ed ammirabile in un formato più grande.

1

Il film comincia con tre minuti di inutilissimi titoli di testa in cui ci vengono mostrate delle polaroid raffiguranti i due protagonisti, Tony e Cindy, in viaggio per l’Italia. Lei ha un’improbabile fascia rosa. Nel mentre si sentono le loro voci parlare di cose stupide e lei ha un ridicolo accento inglese. Stacco. C’è un tipo  con una tuta da meccanico (…) che cammina in un bosco (eh), poi entra in una casetta. Dentro c’è una donna vestita e nasona (accreditata come “Arva” nei titoli di coda, mai nel film) che a gambe larghe gli dice: “Ora starai sempre in mio potere, per sempre nei secoli”. Lui le bacia le maglia. A lei esce un piccolo braccio peloso a tre dita da in mezzo le gambe e lo evira. Lui chissà poi perchè muore sputando sangue dalla bocca. Arva ridacchia stridula e non trova niente di meglio da fare che tocciare la mano in un secchio pieno di melma e vermi.

2

Tony e Cindy sono in viaggio in jeep e cantano la canzone dei Sette Nani. Arva è in cima a una collina, ringhia, l’immagine cambia colore e la telecamera plana giù verso la strada. Cioè, in teoria è Arva che dovrebbe planare, visto che riuscirà a fermare i due beoti dicendo di essere stata aggredita. Loro le danno retta, controllano e non succede nulla per una decina di minuti, tra inquadrature svolazzanti in cimiteri che dovrebbero suggerire qualcosa di msiterioso e invece no. Arrivano in un piccolo centro abitato e la scaricano come se nulla fosse.

3

Arriva IL personaggio. Colui che rende questa pellicola indimenticabile. Si tratta di un tizio di nome Algernoon, è a bordo di una moto, ha un impermeabile bianco e un casco con degli occhiali da aviatore. Parla con una macchinetta che tiene vicino alla gola. Dice di essere uno scrittore horror, ed è lì per stare “lontano dalla pietà”. Parla di un popolo maledetto che viveva in quei luoghi (i Cimbri?) che facevano “strani riti”. Cindy e Tony sono dubbiosi, così lo strambo tipo, un po’ alterato dice: “Voi, schiavi della vostra assurda realtà, siete così sicuri di essere così lontani dall’orrore!?”. Cindy giustamente replica: “E’ scemou?”. Algernoon poi racconta una storia dell’orrore avulsa dal contesto con protagonisti Tony e Cindy, scena che probabilmente Marfori aveva girato in precedenza e che non gli andava di risparmiarci. Questa roba si conclude sulla battuta di Algernoon: “E non sarai capace di evitare LA MORTE MALIGNA”. I due, seccati, se ne vanno.

4

Tony e Cindy si fermano con la macchina in un piccolo spiazzo in mezzo al Bosco 1 (immagino). Algernoon però li ha seguiti, ed è qui il miglior dialogo di tutto il film:
Algernoon: “Vedi, ci sono cose che appaiono diverse da quello che sono. Le trote per esempio: mentre, tranquille, nuotano nella corrente, vedono questo piccolo amo e, pensando che sia un delizioso, minuscolo pesce, una di loro si avvicina per mangiarlo. Ma, naturalmente, c’è chi è pronto a pescarla!
Tony: “E’ forse una storia sulla pesca?”
Cindy: “Un altro tipo di storia… Ti stai dimenticando gli zombie!”
Algernoon: “Io non volevo raccontarvi una nuova storia, ma dirvi che le cose possono essere diverse e più pericolose di quello che sembrano.”
Tony: “Vuoi dire che qui c’è il divieto di pesca?”
Algernoon si congeda e i due cominciano ad attraversare il bosco.

5

Da in mezzo al nulla spunta Arva, che blatera di una fonte di acqua pura e li invita a dormire a casa sua. Tutto questo inframezzato a scene di una lunghezza estrema in cui loro CAMMINANO nel bosco. Mentre Cindy non c’è (è a passeggio nel Bosco 1), Arva giustamente offre a Tony qualche tiro di coca, solo che lui la versa accidentalmente in un secchio con della melma nera, che comincia a schizzare. Tony raggiunge Cindy e si appostano su un masso che sanguina e che loro si mettono a bruciare con una fiamma ossidrica (che fatica andare avanti).

6

Tony, dopo essere stato schizzato dal liquido nero, sta male e Arva lo assiste. Cindy urla contro Arva: “Adesso bastau! Bastau con le tue stuonzate! Non vedui che sta male sul seriou?! Tiuta colpa tua sei tiu che gli hai datou quella robua verou?”. Arva replica “Non fare l’isterica” e Cindy sbotta: “Sei tu il geniou che mi fa giuare le palle!”. Altro che i catfight di “Dynasty”!. L’accento “anglofono” della Cataldi Tassoni continua a mietere vittime a ritmo frenetico, più di quante se ne siano viste per tutto “Il Bosco 1″ fino ad ora. E siamo poco oltre la metà (il film ha l’unico pregio di durare poco): lo strazio vero e proprio comincia adesso.

7

Tony continua ad essere moribondo e Cindy lo porta fuori. Spunta uno zombie che li aggredisce e loro lo legano alla ruota di un carro. Scappano dentro al bosco ed entrambi hanno una crisi isterica. Tony è molto affranto: “Dove vuoi andare? Finire in un altro bosco, magari in mezzo a mostri peggiori di questi?!”. Sì ok, bravo Marfori, continua a scrivere così. Poi Tony cerca di stuprarla, evidentemente attizzato dalla bellissima fascia rosa di Cindy. Lei urla: “Ma che schifo hai dentuo adessoooo!” e scappa via.

8

Merntre Tony vomita brodino Knorr, arriva Arva e cerca di farselo. Poi lo butta in mezzo a una pianta coi tentacoli, ma lui scappa. Compare Algernoon dal nulla con un’ascia, amputa il braccio vaginale di Arva (tutto ciò è così egodistonico che persino Freud farebbe fatica a raccapezzarcisi). Lei, muovendosi con l’agilità di Pinocchio, riesce a ucciderlo facendgli esplodere la testa contro un sasso, con tanto di bollicine gorgoglianti blub blub. Arva si trasforma in Ignazio La Russa con il cerone verde, ed urla: “Non è tutto finito, non finirà mai! E verrà il giorno in cui tutto questo sarà distrutt-oh! DISTRUTTO!”. Ed esce di scena ringhiando. Non la rivedremo più.

9

Tony è da solo nel Bosco 1, e urla “Cindyyyy!” per vari minuti. Dopodichè appoggia le mani su un sasso, arriva uno zombie e gliele amputa SCHIACCIANDOLE CON UN MASSO. Probabilmente Marfori le aveva trovate nell’uovo di Pasqua e non poteva proprio non usarle. Segue colluttazione zombie-Tony di rara idiozia. Cindy ritrova Tony, ma questo viene decapitato dallo zombie con la ruota del carro di prima (yawn). Algernoon intanto è diventato anch’esso uno zombie e ora tutti inseguono allegramente Cindy.

10

Cindy, da cima quale è, e tanto per non ricalcare gli stereotipi del cinema horror, si rifugia nella casetta, così che gli zombie possano raggiungerla e PESCARLA con una canna da pesca. Tuttavia Cindy riesce a trovare una motosega e li uccide tutti. Il film si conclude con un pianosequenza INSOSTENIBILMENTE LUNGO in cui Cindy urla come Sandra Milo. Finisce in un praticello, c’è il sole e Cindy esclama: “Gruazie dio della luce!”. Di fronte c’è un altro bosco. Forse il Bosco 2. Non lo sapremo mai.