Underwater visions: Best movies of 2009 - part 2
December 31, 2009 on 4:17 pm | In Underwater visions | 4 Comments05. Frost/Nixon - di Ron Howard
Nel maggio del 1977 David Frost, un presentatore di talk show televisivi, riuscì ad intervistare l’ex presidente Richard Nixon, la Volpe. I preparativi e le stesse interviste non furono di certo semplici, ma il risultato finale fu stupefacente. Milioni di telespettatori americani seguirono le varie parti dell’intervista che diventò in poco tempo una vera e propria pagina di storia. Il film di Ron Howard è basato su questo, ricostruendo tutto quello che c’è stato prima, dopo e durante la famosa intervista. Howard sorprende per il ritmo che riesce a dare alla regia e per l’audacia dell’impresa. E’ una cosa piuttosto insolita per il regista americano perchè “Frost/Nixon” sembra uno squarcio nella mediocrità melensa e insulsa (Spielberg docet) a cui ci aveva abituati. Infatti subito dopo questa magnifica pellicola è uscito con ”Angeli & demoni” con tanto di camerlengo volante e così via. C’è da dire che gran parte del merito va attribuito a Peter Morgan, lo sceneggiatore, che in passato aveva scritto un’opera tutt’altro che da sottovalutare come “The Queen”. Bravissimi Martin Sheen nel ruolo di Frost (già Tony Blair in “The Queen”) e Frank Langhella in uno straordinario (e toccante) Richard Nixon. I due personaggi si affrontano a colpi di botta e risposta come se fossero su un ring di una partita di pugliato. Entusiasmante.
04. Bastardi senza gloria - di Quentin Tarantino
“Bastardi senza gloria” è uno dei pochi film di Tarantino che ha diviso l’opinione del pubblico, che di solito lo osanna o sopravvaluta a seconda dei momenti. Ecco, Tarantino ha stoffa, ma quella vera, che hanno solo i grandi, grandissimi registi. “Inglorious basterds” è il film della maturazione di Tarantino. Probabilmente ha deluso per via della poca azione, sacrificata dai lunghissimi e stupendi dialoghi. Il regista dimostra di essere non solo capacissimo come autore postmoderno, cioè nel rielaborare e riscrivere la storia, il cinema, in qualcosa di completamente nuovo, ma di avere anche una certa profondità nella caratterizzazione dei personaggi (in “Kill Bill” sono praticamente fumetti). Le citazioni dai film western si sprecano, specialmente se si tratta di Leone o di Ford, qui rielaborati col solito spirito anarchico e folle. Il film, essendo recitato in quattro lingue (francese, inglese, tedesco e una scena in italiano) è assolutamente da vedere coi sottotitoli. Doppiato in italiano è quasi sicuramente uno scempio.
03. Gran Torino - di Clint Eastwood
Il cinema americano nasce razzista. Griffith, il Padre Eterno del cinema cominciò con “Nascita di una nazione”, in cui i “valorosi” cavalieri del Ku Klux Klan salvavano la gente dai negri cattivi. Per non parlare dei western di Ford con John Wayne (ad esempio “Ombre rosse” e “Sentieri selvaggi”), dove gli indiani sono inesorabilmente cattivi. Eastwood, dal canto suo, è stato protagonista degli arcinoti western-spaghetti di Sergio Leone e dei vari film de L’ispettore Callaghan, un giustiziere della strada. In “Gran Torino” Eastwood ribalta tutto il cinema americano, rielaborando le tematiche della frontiera, spostandola in un quartiere suburbano ormai popolato da Hmong. Il suo personaggio è Kowalski (come Brando in “Un tram che si chiama desiderio”), un vecchio razzista reduce dalla guerra di Corea, ex-operaio della Ford, che si ritrova a dover difendere gli stessi Hmong da bande di delinquenti. Eastwood firma così il suo film più solidamente antirazzista, in cui diviene egli stesso, alla sua ultima interpretazione sullo schermo, l’Agnello sacrificale per il nuovo. Il nuovo corso della storia cinematografica americana.
02. Il nastro bianco - di Michael Haneke
Haneke è un autore molto controverso e difficile che in un certo senso ama sconvolgere le platee. Anche quest’anno ci è riuscito prendendosi pure il premio più importante al Festival di Cannes. “Il nastro bianco” tratta di un paesino di inizio Novecento in cui cominciano ad accadere fatti strani e spesso sanguinosi. La voce narrante è didascalica, così come lo sono la maggior parte dei film del regista austriaco, e sia come tematica (la piccola città) sia come funzione esercitata ricorda molto da vicino quella di “Dogville” di vontrieriana memoria. Per lo più Haneke si concentra sulla psicologia dei personaggi, sviluppata con brevi e taglienti dialoghi all’interno di “cornici”, e cioè lunghe e fisse inquadrature che tendono ad escludere l’atto violento (ormai cifra stilistica dell’autore austriaco). Il bianco e nero è di una bellezza sconvolgente: ricorda non poco i lavori fatti da Bergman e Nykvist per “Luci d’inverno” e “Il silenzio”. Glaciale, profondo, realistico e terribile nel rappresentare con precisione i germi di tutto ciò che avverrà negli anni Quaranta del Novecento.
01. Antichrist - di Lars von Trier
Inaccettabile, geniale, profondo, gore, mistico, psicologico. “Antichrist” è tutto questo e anche di più. Regia superlativa: pochi registi viventi sarebbero capaci di produrre qualcosa del genere, forse nessuno. Unico e irripetibile. Se si vuole approfondire, l’anima dolorosa e sanguinolenta di questo film è stata sviscerata (un po’) qui.

Underwater visions: Best movies of 2009 - part 1
December 30, 2009 on 2:54 am | In Underwater visions | 1 CommentCominciamo con le ultime posizioni di questa sofferta classifica dei migliori film dell’anno (la seconda parte domani). L’ho scritta e riscritta parecchie volte cercando di essere il più accurato e sintetico possibile. Quest’anno penso sia doveroso menzionare nella lista anche “Revolutionary road“, “Il curioso caso di Benjamin Button” e “Gli abbracci spezzati”, che sono tre ottimi film ma, per una ragione o per l’altra, non possono stare in una “top 10″. Se ci fossero le posizioni 11, 12 e 13 sarebbero sicuramente occupate da questi.
Si parte.
10. Basta che funzioni - di Woody Allen
Allen rispolvera una sceneggiatura scritta negli anni Settanta, che come è noto è il suo periodo produttivo migliore. Questo fatto rimbomba per tutto il film come uno sparo nel buio: New York è lo sfondo tipico e ideale di un universo più cinico e disincantato che mai. Non è un caso che la religione venga ampiamente sbeffeggiata per tutta la durata del film. Larry David è un perfetto alter-ego dell’Allen cinematografico, Evan Rachel Wood non è Diane Keaton ma ha dei tempi comici superlativi. Senza svelare nulla della (esile) trama si può dire che “Basta che funzioni” fa ridere, e parecchio. Le battute memorabili non si contano su due mani. Trattandosi di una commedia significa che Woody Allen ha fatto un pieno centro.
09. The wrestler - di Darren Aronofsky
Pochi registi hanno saputo raccontare la disfatta del sogno americano come Darren Aronofsky. In questo particolare film la tematica è trattata in modo diverso da come ci ha abituato. “The wrestler” è molto intenso ma lineare, tutto giocato su lunghe riprese fatte da una telecamera a mano scattante, sporca e nervosa. E’ essenzialmente basato sull’interpretazione di Mikey Rourke, ormai in una seconda giovinezza, che grazie al suo viso deturpato dalla chirurgia plastica e dagli stravizi riesce a interpretare dei ruoli piuttosto caratteristici. Poche sono le scene che prendono allo stomaco, anche se qui e la si nota lo stile registico di Aronofsky. Si sente comunque parecchio la mancanza della sua mano nella sceneggiatura, ma ne guadagna in sobrietà della messa in scena.
08. Vincere - di Marco Bellocchio
“Vincere” è destinato a diventare un classico del cinema italiano. Presentato al Festival di Cannes di quest’anno, è stato accolto in patria con freddezza e distacco da un pubblico ormai intossicato da scemenze da quattro soldi di cui non vale neanche la pena parlare. All’estero (specialmente in America), dove l’arte viene quantomeno rispettata, il film sta andando molto bene. La storia è quella del giovane Mussolini e della sua prima (presunta?) moglie Ida Dalser e del tormentato rapporto tra i due. Il film non si preoccupa tanto di essere filologico (anche se gli inserti d’epoca sono rielaborati in modo bellissimo ed estremamente originale), quanto più di sviscerare la natura del fascismo. La novità è che Bellocchio è meno politico del solito, in una certa misura anche meno fastidioso. Giovanna Mezzogiorno è talmente brava che sembra Alida Valli in “Senso” (non è un’esagerazione) mentre Filippo Timi giganteggia in un doppio ruolo. Cruda, amara e a tratti geniale riflessione sulla figura del dittatore, sull’immagine iconica che campeggia minacciosamente in ogni dove.
07. District 9 - di Neill Blomkamp
“District 9″ è il film-evento dell’anno. Spesso paragonato a “Cloverfield”, che non vale neanche un fotogramma di quest’opera, per via della commistione di steadycam e computer grafica. In questo caso si tratta di purissima fantascienza dal sapore un po’ retrò, basato sul ribaltamento dei ruoli: gli alieni sbarcano sulla terra a Johannesburg, in Sud Africa , e velocemente diventano profughi confinati dal razzismo umano nel Distretto 9 (i riferimenti all’apartheid non sono logicamente casuali). Questo approccio ricorda vagamente il celebre racconto “La sentinella” di Frederick Brown. Il film tocca dei picchi emotivi e visivi che non sono neanche descrivibili, strizzando anche l’occhio ai cinefili più esigenti (in alcune parti si sente l’influenza di “Videodrome” di Cronenberg).
06. Il dubbio - di John Patrick Shanley
Tratto da una piece teatrale vincitrice del Pulitzer dello stesso Shanley, “Il dubbio” è un film che non può piacere a tutti. L’aria teatrale è presente nel film, ma non tanto da renderlo difettoso. Non è neanche semplice a livello tematico: negli anni Sessanta, un prete (Philip Seymour Hoffman) è accusato da una suora (Meryl Streep) di aver molestato un bambino della scuola parrocchiale da lui diretta. “Il dubbio” sembrerebbe quindi un jeu au massacre basato sulla scoperta della verità. Molti (incauti) spettatori si sono fatti ingannare da questa “detective story” apparente. Si sono scordati che il film si intitola “Il dubbio”, non “La certezza”. Il dubbio del titolo non è, infatti, la colpevolezza o meno del prete (cosa che sarebbe scontata in un modo o nell’altro), ma una cosa ben più intima e profonda: l’analisi del sentimento stesso e la sua necessità. Il film ha una patina di agnosticismo piuttosto solida. Inutile dire che metà della potenza di questo film è basata sulle straordinarie interpretazioni di due mostri sacri come la Streep e Hoffman.
I don’t know if you know
December 26, 2009 on 9:35 pm | In Stupid things | 3 CommentsNon so in quanti abbiano notato questi cartelloni pubblicitari. Io l’ho trovato per caso dopo mesi che lo cercavo, giusto per farci un post.
Premesso questo, mi chiedo chi sia il genio che ha scelto Valeria Marini per questa foto. In teoria lei dovrebbe amoreggiare col televisore (perchè poi non si sa), il risultato sarebbe comunque piuttosto grottesco. In realtà la prima cosa che mi viene in mente è che lei sia miseramente inciampata schiantandosi sulla malcapitata tv.
