Underwater visions #21: “Sinfonia d’autunno”

February 24, 2009 on 6:29 pm | In Underwater visions | 3 Comments

Sinfonia d’autunno
1978, di Ingmar Bergman
con Ingrid Bergman, Liv Ullmann
Nel 1978 Bergman era da poco uscito dallo scandalo finanziario in cui era stato coinvolto (problemi di tasse). La Svezia non era stata per nulla tenera col regista che le aveva dato uno dei più grandi risalti artistici che avesse mai avuto, tanto che fu linciato barbaramente dai media. Bergman si trasferì, così, prima a Parigi e poi a Monaco dove girò “L’uovo del serpente”, non certo una delle sue produzioni migliori. In seguito venne provata l’innocenza del regista che potè, così, tornare in Svezia. Fu proprio in questo periodo estremamente difficile che Bergman scrisse “Madre, Figlia e Madre”, sceneggiatura che sarebbe poi diventata “Sinfonia d’autunno”. E’ necessario fare una piccola nota sul titolo: l’originale è infatti “Höstsonaten”, che significa “Sonata d’autunno”. Tradurre “sonata” con “sinfonia” è quantomeno scorretto in quanto la sinfonia è una composizione per orchestra mentre la sonata è per strumenti. I personaggi del film, infatti, sono sostanzialmente due, due “strumenti” appunto, la madre Charlotte e la figlia Eva. Il film, che come quasi tutti i film di Bergman non ha una “vera” storia ma inquadra una situazione, è un’analisi spietata del rappoorto madre-figlia. Charlotte è una famosa pianista che torna in Svezia per fare visita alla figlia Eva, che intanto si è sposata con un pastore protestante. Tra Eva e il pastore c’è tenerezza ma non c’è amore, o meglio, è chiaro che il pastore ama Eva con intensità ma questa non lo ricambia. Questo è sottolineato anche dal fatto che Eva è molto credente, e il pastore, come da tradizione bergmaniana è dubbioso (”La poca fede che mi è rimasta vive solo nelle sue certezze”). Immediatamente si coglie che tra madre e figlia c’è una tensione strisciante e crescente, sottolineata in quella magnifica scena in cui Charlotte fa suonare a Eva un Preludio di Chopin e subito dopo lo suona lei stessa, criticandola. Il film, poi, esploderà inevitabilmente rivelando tutto l’astio, il rancore accumulato, e le colpe con cui madre e figlia dovranno fare i conti.
“Sinfonia d’autunno” è un film molto asciutto, povero di innovazioni visive in favore di una certa formalità della messa in scena che si rifà direttamente al teatro da camera (Ibsen e Strindberg su tutti). Non è un caso che il film sia ambientato per la maggior parte in interni. Poco amato dallo stesso Bergman, che aveva una tendenza autocritica troppo spietata (”‘Il settimo sigillo’ e ‘Il posto delle fragole’ sono due film ingenui”), è in realtà un immane capolavoro di analisi psicologica dei personaggi, talmente ben descritti che si possono quasi toccare. Le interpretazioni di Ingrid Bergman (qui al suo primo film svedese dopo quasi quarant’anni) e di Liv Ullmann sono quanto di più sublime e perfetto si sia mai visto sul grande schermo. Ingrid Bergman, nel 1978, era già malata di cancro e da lì a poco tempo sarebbe morta, cionostante mantenne un atteggiamento combattivo che le portò non pochi contrasti col regista (”Oh, Ingmar, come sei noioso!”).
“Sinfonia d’autunno” è un film sulle conseguenze dell’egoismo ma anche sull’inevitabilità di certe dinamiche famigliari, anche se, alla fine, c’è sempre un modo per espiare la colpa. O forse no.

The abyss VI: Raw

February 13, 2009 on 12:41 pm | In Stupid things | 5 Comments

[22.21] <stranieventi> un uomo maturo attivo ben dot. per del buon sex ospito…..
[22.21] <cooling85> ma perchè parli come il maestro yoda?

[17.01] <Adulto36> Cerco ragazzo giovane per sega in cam su msn con viso assieme. Io 36 190 80 19 cm
[17.01] <cooling85> con viso assieme? tipo un quadro di picasso?

[21:05] <sertyuter> ciao sei att
[21:06] <cooling85> no, ma sono assicurato

[21:17] <LINMIRI> qualcuno è andato a vedere i KAP BAMBINO al COVO?
[21:18] <cooling85> ma cosa vuoi che siano andati a vedere
[21:18] <cooling85> già è tanto se sti bifolchi si vedono il pisello quando pisciano

[00:23] <_pensieri_> chi pratica o a chi piace l’animal sex ?
[00:23] <cooling85> oh sì io sodomizzo sempre il mio canarino
[00:24] <_pensieri_> bene in che senso?
[00:24] <cooling85> eh lo metto a pecora, anche se è un canarino
[00:24] <cooling85> il che è, credimi, molto complesso
[00:24] <cooling85> e anche contraddittorio

[22:50] <slaveee>  cerco vero bastardo che mi sputtani ovunque in rete con mie foto…
[22:50] <cooling85> Fabrizio Corona?

[23:13] <boyxboy> ciao
[23:14] <cooling85> ciao
[23:15] <boyxboy> da?
[23:17] <cooling85> vengo dal monte Sinai
[23:20] <cooling85> poi le fiamme mi parlavano, ho deciso di scappare, mi è cresciuto il naso e ora sono inseguito dalle locuste
[23:20] <boyxboy> wow

[18:37] <inCALORE> da
[18:39] <cooling85> complimenti per il nick da Rotary club, eh.

[21:12] <insultcell> ciao io sono frocio e cerco maiale che mi insulti e bestemmi al cell
[21:13] <cooling85> ah sei uno dell’Azione Cattolica, vedo.
[21:14] <insultcell> a me dai l’idea di essere un porcone, sbaglio ?
[21:15] <cooling85> non più di Nilla Pizzi

[21:18] <ER-PINNA> Sei yn bel maskione superdotato? ami vestire da cowboy e non da luridi froci da classic o discoteche alla moda? sei stufo di scoparti quella lurida vacca della tua compagna che sta con te solo x spillarti i soldi del tuo sudato e misero stipendio? vuoi finalmente provare nuove sensazioni? contattami!!!!
[21:19] <cooling85> no ma ditemi che non è vero.

Underwater visions #20: “Due per la strada”

February 10, 2009 on 3:57 pm | In Underwater visions | No Comments

Due per la strada
1967, di Stanley Donen
con Albert Finney, Audrey Hepburn
Nella seconda metà degli anni Sessanta Hollywood cominciò ad infrangere molti tabù. Prima, i vari codici di autoregolamentazione e autocensura (come il codice Hays) impedivano al regista e agli sceneggiatori di parlare di determinati argomenti (il sesso su tutti). Il risultato era che i film apparivano tutti monchi e con un linguaggio un po’ aulico. C’è chi, però, riuscì ad aggirare questi diktat riuscendo ugualmente a dire le stesse cose: i casi più evidenti sono Billy Wilder ed Alfred Hitchcock. Nel 1966, poi, uscì un film che segnò un’epoca e che diede il via a un modo più esplicito di fare film, e cioè “Chi ha paura di Virginia Woolf?”. Diretto da Mike Nichols (poi regista di altri film notevoli come “Il laureato”, “Angels in America” e “Closer”) e interpretato da Elizabeth Taylor e Richard Burton, è uno dei primi film hollywodiani dove viene analizzato il rapporto di coppia con uno stile allucinato, isterico ma anche autoriale. La vera novità è, appunto, nel linguaggio: nella pellicola vengono pronunciate espressioni come “fottere” e “coglione”, tuttavia nel doppiaggio italiano, come spesso capita, alcuni epiteti sono stati ampiamente ripuliti. Il film scioccò parecchio il pubblico.
Nel 1967 uscì “Due per la strada”, che, sebbene sia un film di produzione inglese, si inserisce bene nel contesto del passaggio tra cinema “classico” e cinema “contemporaneo”. Anche in questo film viene analizzato il rapporto di coppia, ma i toni son ben diversi. Spesso è stato incasellato nel genere “commedia romantica”, definizione limitante e non del tutto corretta. Questo film, come già detto, non è per nulla classico. Mark (Albert Finney) e Joanna (Audrey Hepburn), sono una coppia sposata da dieci anni e già ampiamente in crisi. Il ricordo dei tempi felici e dei viaggi fatti assieme nel passato è molto presente e si mescola inevitabilmente con la loro situazione attuale.
Il film, che è ambientato nel sud della Francia dove i protagonisti passano (e hanno passato) tutte le loro vacanze, è caratterizzato da un montaggio singolare. “Due per la strada” si serve abilmente di flashback e flashforward che non interrompono la continuità della storia, ma che anzi le danno un tocco originale e molto veloce. Il tono intero della vicenda è più simile a “Jules & Jim” piuttosto che a un qualsiasi film romantico di Hollywood. La pellicola attinge, però, anche dalla commedia sofisticata che è tipica del cinema americano, dopotutto il regista Stanley Donen ha diretto film come “Sette spose per sette fratelli”, “Cantando sotto la pioggia”, “Indiscreto” e “Sciarada”. In particolare prende spunto, o meglio rielabora, lo slapstick, le gag fisiche, presenti in dosi massicce nei film di Howard Hawks, strappando così parecchie risate. Al di là della struttura frammentaria, anche in questo film c’è un uso del linguaggio molto esplicito. Fa un certo effetto vedere Albert Finney chiedere a Audrey Hepburn “Sei vergine?”, e vedere quest’ultima parlare di sesso in maniera disinvolta e anche gioiosa. La differenza col film di Nichols sta ovviamente nei toni, in “Due per la strada” sono indubbiamente più eleganti, mentre in “Chi ha paura di Virginia Woolf?” estremamente rudi.
Si può anche notare come i personaggi di “Due per la strada”, che è ambientato presumibilmente tra il 1957 e il 1967 e quindi in pieno boom economico, più sono ricchi e meno sono felici. Questa progressione-equazione di infelicità=tenore di vita è simboleggiata dal tipo di auto possedute: inizialmente una MG, poi una Triumph Herald e infine una lussuosissima Mercedes.
Proprio per l’uso sapiente dei registri di commedia “romantica”, dramma e comicità il film rimane senza tempo e quindi attualissimo anche oggi. Il senso di malinconia che lo pervade e il realismo con cui viene trattata una normale storia d’amore non lascia un gusto rassicurante, ma fa riflettere lo spettatore in maniera acuta.

Yahoo! Suckers IV: Signs

February 7, 2009 on 5:09 pm | In Stupid things | 3 Comments

SEGNI

Cosa significa sognare di perdere i denti e avere la bocca piena di sangue?non mi facevano male i denti! Non ho carie…
Mia nonna dice che è un segno nefausto…

Eh, brutta roba i segni nefausti.

SENTIMENTI

Vi siete mai sentiti come mi sento io?
Sono un amante del cinema e degli attori,ma odio la mia vita,mi sento inutile,invidio i bellocci attori con cui sogno notti amorose(non scherzo)vorrei diventare famoso,sono gay e ho 27 anni……..
Ma il mio ragazzo mi ha lasciato,mi sento uno schifo anche a sapere che non è più in Terra ma in un mondo parallelo Heath Ledger con cui ammetto di voler averci avuto una storia sessuale.
Che brutto,e non è una provocazione,mi sento una schifezza.

E’ molto più brutto confondere l’essere con il sentire!

VISIONI

Mi ha visto liscia e adesso?
Sono uscita per la prima volta cn lui e avevo i capelli stirati..era palese che gli piacevo..secondo voi la prox volta che lo vedo me li devo stirare ancora per essere uguale a cm gli sn piaciuta o lascio i miei capelli “naturali”(mossi/ricci lunghi biondi)??….n.b.piove, massima umidità!

Non è che gli piacevi perchè li avevi stirati tutti davanti alla faccia tipo cugino It?

TERMINOLOGIE

Ci sono metodi per Eiaculazione meglio ???? e se si , quali?
grz e ricordate : stellinaaaaaaaaaaaa

“Eiaculazione meglio”? Cos’è, un nuovo programma con Wilma De Angelis?

Underwater visions #19: “Revolutionary road”

February 3, 2009 on 3:44 pm | In Underwater visions | 3 Comments

Revolutionary road
2008, di Sam Mendes
con Leonardo DiCaprio, Kate Winslet, Kathy Bates, Michael Shannon
Bisogna premettere che “Revolutionary road” è un film di Sam Mendes, regista teatrale inglese che ha avuto la fortuna/sfortuna di debuttare nel cinema con “American beauty”. Da allora tutti i suoi film (il buon “Era mio padre” e il discreto “Jarhead”) non hanno mai passato la prova del paragone. Questo è abbastanza normale: Mendes non è di certo un genio e non è neppure un autore, nel senso che le sceneggiature sono sempre state scritte da altri. “American beauty” fu scritto, infatti, da quel genio assoluto che si chiama Alan Ball, autore anche di “Six feet under” che è una serie televisiva qualitativamente inarrivabile. A livello tematico, però, “American beauty” e “Revolutionary road” hanno qualche punto in comune: entrambi parlano della vita nei quartieri residenziali e delle piccole e grandi ipocrisie che questi luoghi implicano. La differenza fondamentale, però, sta tutta nello stile. “American beauty” è un film che prende lo spettatore dal primo minuto, è sostenuto da un ritmo incalzante e da un’ironia pungente, ed è visivamente molto ricco e colorato. “Revolutionary road” è un film lento, incentrato essenzialmente su due personaggi e sui dialoghi, le ambientazioni sono scarne ed è privo di ironia. Anche la storia è molto lineare. Frank e April Wheeler sono una giovane coppia sposata degli anni Cinquanta, vivono in un quartiere ordinato e pulito e hanno due figli. Entrambi si sentono diversi dagli altri, lontani dal conformismo in cui sono immersi e schiacciati dai ruoli sociali che li rendono, in effetti, non indipendenti. Lui è un impiegato che detesta il suo lavoro e lei costretta al ruolo di madre. Decidono così di partire per Parigi, pensando che l’Europa possa stravolgere le loro vite: sarebbe April a lavorare come segretaria e a mantenere Frank, che nel mentre si dovrebbe dedicare alla scoperta di un suo eventuale talento. Il progetto, però, naufraga ancora prima di cominciare.
Una delle tante cose che sorprendono di “Revolutionary road” è la brutale onestà in cui il film viene presentato, al contrario di “American beauty” che, sebbene sia un capolavoro, è un film molto più furbo di quanto si pensi. In questo caso si ha la sensazione che Mendes sappia esattamente quello che vuole dire, elimina tutti i fronzoli e sforna un film fatto di dialoghi secchi, duri e memorabili. Sebbene il film sia ambientato negli anni Cinquanta, le ambientazioni, il trucco e i costumi sono, pur mantenendo un’impronta d’epoca, appena percettibili. Questa è una scelta estremamente intelligente perchè contribuisce a rendere l’intera storia senza tempo, e quindi attuale. Mendes fa anche un ottimo uso delle ellissi, che, cinematograficamente parlando, consistono nell’eliminazione di piccole (o grandi) porzioni della storia in favore di una maggiore fluidità del racconto. Tutto questo non rende la storia meno comprensibile, basti pensare all’uso dei “tempi morti” che Ernst Lubitsch faceva nei suoi film, su tutti “Vogliamo vivere!” (”To be or not to be”, 1942).
Era difficile fare un brutto film da un libro come “Revolutionary road” di Richard Yates, considerato il suo status di capolavoro nella letteratura americana. Il rischio di un certo didascalismo e di una certa letterarietà, però, c’era. Lo sceneggiatore Justin Haythe, praticamente un esordiente, ha fatto un lavoro superbo. Il libro, che è pieno di particolari psicologici e di lunghe descrizioni, è stato egregiamente compensato in due ore mantenendo intatta l’integrità della storia e lo sviluppo degli eventi. Persino i dialoghi sono esattamente gli stessi. Haythe, che è sicuramente una persona intelligente, ha capito due cose fondamentali: la prima è che non tutte le cose che funzionano per la letteratura devono per forza funzionare anche nel cinema, e che quindi alcuni passaggi possono essere espressi con sguardi o silenzi, la seconda è che, fondamentalmente, il cinema è sintesi, l’esagerazione e la pedanteria non sono utili per nessuno. “Revolutionary road” non sembra per niente un film tratto da un libro, ma vive di vita propria senza rovinare il romanzo. Questo è un altro grandissimo merito da attribuire allo sceneggiatore.
Un’altra cosa che rende il film “insolito” per essere una pellicola americana è l’assoluta mancanza di retorica, di cui “American beauty” fa abbondantemente uso. ”Revolutionary road” si avvicina, in sostanza, più a opere in stile europeo come “Lontano dal paradiso” e soprattutto “Chi ha paura di Virginia Woolf?”. Con quest’ultimo ha parecchi punti in comune per via della crudeltà della storia e dei dialoghi intensi ed astiosi.
La coppia DiCaprio-Winslet funziona alla perfezione. Non solo perchè, per via di “Titanic” sono la coppia più famosa del cinema dopo Vivien Leigh e Clark Gable (e quindi sicuro successo di botteghino), ma anche per il fatto che sono due attori mostruosi. DiCaprio è inspiegabilmente sottovalutato, forse per via dei suoi tratti giovanili, ma sia in questo film che in “The departed” ha dimostrato di essere un attore di raro talento. Per quanto riguarda la Winslet è quesi inutile sprecare elogi, in “Revolutionary road” ha delle sfumature espressive degne della miglior Liv Ullmann, e non è esagerato dire che tra una ventina d’anni sarà celebrata tanto quanto Meryl Streep. Nel film c’è anche una piccolissima presa in giro a “Titanic”, che è sicuramente voluta. Nella scena in cui Kate Winslet tradisce il marito in macchina c’è anche la famosa “manata sul vetro”. Non è per niente una forzatura, nel libro c’è la stessa identica scena, ma si può immaginare come il regista e gli attori si siano divertiti e non abbiano resistito a rifarla in un’ottica completamente diversa.
Le uniche note dolenti del film sono due. Innanzitutto la colonna sonora: non è troppo invasiva da essere brutta ma non è neanche abbastanza originale per essere ricordata. Fluttua nella funzionalità, e siccome è composta da Thomas Newman è lecito aspettarsi di più. Poi c’è il doppiaggio italiano del personaggio di John Givings (interpretato benissimo da Michael Shannon) fatto da Pierfrancesco Favino. La voce non ha nessuna sintonia col personaggio ed esagera quando non deve esagerare. E’ meglio che Favino si dedichi a qualcosa a lui più congeniale, come la raccolta delle pere per esempio.
“Revolutionary road” è un film raggelante, gelido nonostante la splendida fotografia giallina di quel talento di Roger Deakins (”Non è un paese per vecchi”, “The village”, “Il grande Lebowski”, “L’uomo che non c’era”, “Fargo”, “Le ali della libertà”), emotivamente coinvolgente e, per una volta, psicologicamente strutturato e veritiero. Un film come quelli che si facevano una volta. Non a caso è stato definito più volte un “instant classic”.