Yahoo! Suckers III: Dumber

October 30, 2008 on 4:23 pm | In Stupid things | No Comments

PATERNITA’ 

Esiste una ragazza che voglia legarmi a se con un bimbo?
Proposta seria. Per chi è infastidito dalla richiesta può andare oltre. Non pretendo di trovare consensi ma neppure voglio fare del male a nessuno, quindi le (tentate) offese sono gratuite e mi lasciano indifferente

Beh, con le mani dei bambini è difficile fare dei nodi, figurarsi provare a legare qualcosa.

UOMINI

Domandina per uomini?
Come prenderesti una donna?

Allora, è molto semplice. Per prima cosa devi catturarla con un retino. Poi devi metterla in un barattolo (di vetro è meglio). Fai attenzione a mettere in fondo al barattolo un po’ di cotone imbevuto con dell’alcol, del cloroformio o dell’ammoniaca. Quando smette di battere le ali significa che l’hai presa.

BATTERE IL FERRO

Prima pensavo di piacerli e adesso ho l’ impressione che mi trova antipatico?
lei mia piace, io pensavo di piacerli ma adesso che voglio “provarci” mi sembra che mi trova antipatico…mi fratello 4 giorni fa mi ha detto “batti il ferro finché è caldo” spero che non si è raffreddato il ferro…

No, no il ferro è ancora caldo. In compenso i congiuntivi sono tutti scappati via.

PARENTELA

E doveste dormire con vostra cugina di 3o grado?
soli soletti, o meglio in casa dei tuoi genitori ma nella tua stanza chiaramente, ti piace troppo e sembra che anche tu piacia a lei.
che fai????
grazie x le riposte ragazzi

Con la cugina non è granchè, sai? Però posso assicurarti che con la nonna è favoloso. Se poi disponi anche di una bisnonna, beh, lì si sfiora il sublime.

Underwater visions #17: “La fuga”

October 28, 2008 on 12:15 pm | In Underwater visions | No Comments

La fuga
1947, di Delmer Daves
con Humphrey Bogart, Lauren Bacall, Agnes Moorehead
Gli anni Quaranta sono stati indubbiamente il decennio del noir. Il genere noir, che deriva dal poliziesco, dal mystery, ma anche dal melò, è tutt’altro che classificabile in modo preciso. In linea di massima il noir classico riprende alcune tecniche dell’espressionismo tedesco: inquadrature sghembe, fotografia fortemente contrastata, etc etc. In questo decennio si sono prodotti film del calibro di “La signora di Shanghai”, “La fiamma del peccato”, “Il grande sonno”, “Il terzo uomo”, “Notorious”. In questo panorama di film mitici e celebri “La fuga”, il cui titolo originale sarebbe “Dark passage”, rimane un po’ in secondo piano. Non perchè sia un film di valore inferiore, è solo tremendamente insolito. La storia, al contrario, rientra piuttosto bene nel tipico noir. Humphrey Bogart è stato incarcerato ingiustamente per uxoricidio, così comincia una fuga rocambolesca aiutato da Lauren Bacall. Per completare il suo piano di libertà dovrà, però, sottoporsi a un intervento di chirurgia plastica che gli cambierà completamente i connotati.
La singolarità di questo film consiste che è girato per più di metà in soggettiva. Lo spettatore, quindi, assisterà a tutta la fuga dal punto di vista del fuggitivo, in un’immedesimazione quasi totale. Questa trovata ha del genio, anche se era già stata usata per “La donna del lago” con risultati diversi. La regia di Daves quindi non si adegua, ma è iper-creativa e “realistica”. Si può pensare a come, soprattutto nel mondo dei videogiochi, la soggettiva sarebbe diventata un must assoluto da “Doom” a tutti quelli prodotti fino ad oggi. Certi spunti creativi non possono che aver contaminato anche altri supporti. Humphrey Bogart compare, quindi, dopo tre quarti buoni del film. Jack Warner, il famoso produttore, non voleva finanziare questo film proprio per questo motivo: non poteva permettersi di mostrare il volto di una delle sue star di punta solo verso la fine della pellicola. Da notare, a livello stilistico, anche la scena dell’operazione e dell’anestesia, che provoca in Perry, il personaggio di Bogart, un sogno allucinato e parecchio inquietante.
La coppia Bogart-Bacall fa scintille sullo schermo, tanto che i trailer dell’epoca puntavano di più sulla straordinaria chimica che c’era tra i due piuttosto che sulla trama in sè. Stavano insieme anche nella vita reale, fino alla morte di lui avvenuta nel 1957. La Bacall continua tutt’oggi a ricordarlo con una certa nostalgia, noi lo ricordiamo per gli splendidi film a cui ha preso parte, tra cui questo, semi-dimenticato.

The art of videoclip

October 26, 2008 on 5:25 pm | In Music | No Comments

Il videoclip è un’arte assoluta. Ed è un’arte per grandi registi, perchè condensare in pochi minuti un intero immaginario non è una cosa da tutti. La riuscita del videoclip, però, dipende anche dalla canzone, e cioè come è incorporata nel contesto delle immagini.
Qui di seguito la classifica dei cinque migliori videoclip della storia (logicamente per me). La maggior parte di questi ha avuto sporadiche trasmissioni sui canali musicali, tutte a notte inoltrata.

5. Daft Punk - “Around the world” di Michel Gondry
Michel Gondry è un regista geniale. Autore di videoclip di culto di Bjork, Kylie Minogue, Radiohead e chi più ne ha più ne metta, è anche il regista di quelle perle di film che sono “Se mi lasci ti cancello (Eternal sunshine of the spotless mind)” e “L’arte del sogno”. Ha un immaginario molto fai-da-te e questo videoclip si rifà un po’ ai musical hollywoodiani d’annata, specialmente per quel che riguarda la composizione della pedana circolare, il tipo di balletto e la coordinazione simultanea tra musica ed esibizioni.

4. Tori Amos - “Spark” di James Brown
Questo video ha più a che fare con Tori Amos stessa che col regista. Il video mostra una Tori Amos bendata e legata che sfugge ai suoi rapitori in una foresta. Il senso del video è strettamente legato alla sopravvivenza. Nonostante il finale aperto, la donna è più che mai decisa a vivere. “Spark” è un video meravigliosamente angosciante e molto difficile da dimenticare, anche per via della splendida canzone, che però parla di aborto “She’s convinced she could hold back a glacier/But she couldn’t keep Baby alive/Doubting if there’s a woman in there somewhere/Here“.

3. Sigur Rós - ”Vidrar Vel Til Loftarasa” di Stefan Arnie, Siggi Kinski e Sigur Ros
Uno dei pochissimi video a tematica omosessuale. Ma sarebbe riduttivo incasellarlo in questa dubbia categoria. E’ una poesia delicata ma allo stesso tempo dura. Un video che lascia poca speranza con una canzone splendida. Storia di un amore semplice e di frustrazione subita. Girato interamente in ralenti con un effetto che ricorda un po’ i vecchi Super8.

2. Sigur Rós - “Untitled” di Floria Sigismondi
I Sigur Ros si giocano anche il secondo posto, con quello che potrebbe essere tranquillamente il miglior videoclip mai realizzato. Pluripremiato più o meno ovunque, è diretto da Floria Sigismondi. La Sigismondi è italiana (ma ha vissuto quasi sempre in Canada), ed è una regista con un mood un po’ dark che ha prodotto splendidi videoclip per Christina Aguilera, Marilyn Manson e i Muse. Anche in questo video il tema trattato è quello dell’infanzia, in un atmosfera da fine del mondo dove la cenere cade come neve. Di una bellezza indescrivibile.

1. Bjork - “All is full of love” di Chris Cunningham
Videoclip-culto, copiato e citato spesso e volentieri, tra cui in una pubblicità di gelati di dubbio gusto, “All is full of love” è diretto da quel geniaccio di Chris Cunningham. Cunninhgham è il miglior regista di videoclip che sia mai esistito. Collaboratore di videoinstallazioni e cortometraggi con Aphex Twin (tra cui il magnifico “Rubber Johnny“) è autore di celeberrimi videoclip tipo “Come to daddy” e “Windowlicker“, sempre di Aphex Twin, “Only you” dei Portishead e “Frozen” di Madonna. Cunningham ha uno stile molto “livido”, infatti tutti i videoclip sono virati in un grigio/azzurro piuttosto freddo, e “malato”. Non è raro che nelle sue opere i visi si deformino o spuntino dei mostri. E’, insomma, un regista disturbante un po’ alla Lynch. “All is full of love” è un po’ diverso: è un video semplice a livello di struttura della storia e della regia, tuttavia curatissimo dal punto di vista della scenografia. La miglior rappresentazione e sintesi di una canzone attraverso le immagini.

Subtitles

October 24, 2008 on 1:05 pm | In Tv | No Comments

Di solito i telegiornali usano dei sottotitoli identificativi sotto il nome degli intervistati. Nessuno è maestro del “sottotitolo creativo” come Studio Aperto. L’apice è stato raggiunto con “Madre che si è buttata col figlio”. Nel “servizio” in questione la giornalista domanda alla tizia-che-si-è-buttata con grande delicatezza: “PERCHE’ TI SEI BUTTATA DALLA FINESTRA CON TUO FIGLIO?”. Se non ci credete il video è qui.
(P.S.: Aggiornare wordpress è stato un trauma, ma ci sono)

Underwater visions #16: “Il labirinto del fauno”

October 21, 2008 on 12:27 pm | In Underwater visions | No Comments

Il labirinto del fauno
2006, di Guillermo Del Toro
con Ivana Baquero, Sergi Lopez, Maribel Verdù
“Il labirinto del fauno” è un film molto interessante sotto vari aspetti. Vediamo quindi di elencarne alcuni.
1) E’ un film di produzione Messicana/Spagnola. Contrariamente a quello che si pensa non sono solo gli Stati Uniti ad essere in grado di mettere in piedi delle grandi produzioni. Bisogna anche dire che il cinema messicano ha avuto, negli ultimi anni, un notevole salto di qualità. Basta pensare a Iñárritu che col terzetto “Amores perros”, “21 grammi” e “Babel” ha fatto il pieno di lodi e premi. Del Toro non è da meno, è un regista sull’onda di Peter Jackson (non a caso dirigerà “Lo Hobbit”), e viene comunque dal cinema fantastico con risultati altalenanti.
2) “Il labirinto del fauno” non è un film fantastico. Ormai non ci si può neanche più fidare dei trailer. Si può ricordare, ad esempio, il trattamento ricevuto da “The village”, pubblicizzato come un horror e che, grazie a dio, horror non è. E’ più corretto definire questo film come un film con elementi fantastici. La storia è ambientata in Spagna dopo la guerra civile, che terminò con la vittoria del franchismo e con la successiva dittatura di stampo fascista. La protagonista, una bambina di nome Ofelia, è un’amante delle favole, ma la madre sposerà Vidal, un sadico e spietato capitano franchista. In quasi due ore di pellicola ci saranno sì e no una quindicina di minuti scarsi di scene fantastiche, ottimamente realizzate. Per il resto è un film di guerra, incentrato sulla resistenza e sulle relative rappresaglie. Non è un film per tutti: abbondano scene “gore” come torture, visi devastati a colpi di bottiglie di vetro, amputazioni e così via. Tutto questo però non è per niente eccessivo ma rientra nell’ottica della guerriglia e della ricostruzione storica.
3) I personaggi sono tutti ottimamente interpretati e riescono comunque a far rivivere allo spettatore un certo grado di angoscia. L’unica pecca, se così si può chiamare, è la caratterizzazione un po’ cartoonistica del capitano Vidal. Vidal è un cattivo-cattivissimo, un personaggio terrificante, però non ha spessore psicologico. E’ molto molto lontano dal vescovo Vergerus di “Fanny & Alexander” di Bergman, che è probabilmente il villain meglio caratterizzato di sempre.
4) “Il labirinto del fauno” si presta anche ad un’interpretazione un po’ più approfondita. Non è un caso che la protagonista si chiami Ofelia, come il personaggio della tragedia di Shakespeare “Amleto”. L’Ofelia di Shakespeare è figlia di Polonio, ciambellano di corte, che viene ucciso per sbaglio da Amleto mentre origlia dietro una tenda. Questo la porterà ad impazzire e poi a suicidarsi. L’Ofelia del film è senza padre, la madre sposa il capitano Vidal principalmente per una questione di comodo, il che ricorda da vicino la trama principale dell’Amleto. In realtà “Il labirinto del fauno” ci dice che realtà e fantasia convivono tutte e due sullo stesso piano, anche se quest’ultima è un prodotto della mente. Ofelia, infatti, agisce in base a ciò che inventa la sua mente, in un meccanismo auto-protettivo comune nelle persone che si ritrovano in situazioni restrittive. Il finale, però, è più il gesto di una schizofrenica che non distingue l’inesistenza di ciò che ha creato: è appunto la tipica “sognatrice romantica” da teatro shakespeariano.
“Il labirinto del fauno” merita almeno una visione. Se non ci si fa ingannare dalle pubblicità si può rimanere piacevolmente sorpresi, anche da quello che non si stava cercando.

To do the devil in four

October 16, 2008 on 11:37 am | In Unclassified | No Comments

Non ho mai ben capito che lavoro facciano esattamente i traduttori italiani. Tradurre un’opera, in questo caso parlerò dei titoli di film, dovrebbe essere più legato a mantenerne un’integrità coerente col contenuto. Ci sono poi dei casi dove i titoli sono completamente intraducibili, e lì sta al traduttore rendere con le parole un titolo simile, bello ed anche coerente. Da noi invece si fa tutto l’opposto. Dovrebbero aggiungere una didascalia, nei titoli di testa o di coda, che recita “Adattato stupidamente da…”. Passo ad elencare, quindi, alcune traduzioni di titoli con i rispettivi originali.
L’indiscreto fascino del peccato. E’ un film di Almodovar del1983 che parla di una giovane cantante che si rifugia in un convento di suore tossicodipendenti, spacciatrici e lesbiche. Sapendo che Almodovar è agnostico, quindi non certo un dogmatico, cosa può c’entrare il “peccato” del titolo? Assolutamente nulla. Il titolo originale è “Entre tinieblas” che sta per “Nelle tenebre”. Oltretutto il titolo italiano si rifà a “Il fascino discreto della borghesia”, che è un famosissimo film di Bunuel. Ma questo film di “bunuelliano” ha poco e niente! Almodovar è più un figlio bastardo (e spagnolo) di Billy Wilder.
I quattrocento colpi. Capolavoro indiscusso della nouvelle vague francese, è un film di Truffaut del 1959 che parla, in poche parole, della ribellione di un ragazzino e in sostanza della libertà dell’infanzia. Cosa c’entrano quindi i “quattrocento colpi”? Il titolo originale è “Le Quatre cents coups” e il traduttore italiano ha avuto la bellissima idea di tradurre letteralmente. Peccato che “faire le quatre cents coups” corrisponda all’italiano “fare il diavolo a quattro”. Qui, insomma, siamo sulla soglia dell’ignoranza. E’ come se gli inglesi avessero tradotto “To do the devil in four”. Ridicolo.
Tutti insieme appassionatamente. E’ un musical arcinoto con Julie Andrews ed è inutile soffermarsi sulla trama. Basta sapere che da “The sound of music” è diventato misteriosamente “Tutti insieme appassionatamente”.
L’albero della vita. Splendido film metafisico del 2006 di Darren Aronofsky, è stato trasformato da “The fountain” a “L’albero della vita”. Un piccolo suggerimento: “La fontana/fonte della vita” era troppo difficile, vero?
Se mi lasci ti cancello. Capolavoro del 2004 di Michel Gondry sulla necessità dei ricordi e anche del dolore. Ed è un strampalatissimo film sci-fi. Peccato che il titolo italiano si rifaccia a commediole di dubbio gusto (e valore) quali “Se mi lasci ti sposo”. Che anche in quel caso sarebbe “Runaway bride”, qundi “La sposa che scappa”, bel tentativo amici. Ritornando al film in questione, il titolo originale è “Eternal sunshine of the spotless mind” che significa “L’eterno splendore della mente candida”. Il titolo è tratto da una poesia di Alexander Pope, “Eloisa e Abelardo”, che fa più o meno così: “Senza macchia felice sorte è quella/di colei che si ritira al Sé!/Dimentica del mondo, dal mondo è dimenticata./Eterno splendore della mente candida!”. E’ inutile dire che, oltre ad aver massacrato con un solo colpo un poeta come Pope, il traduttore italiano ha anche ingannato gli spettatori. Vergognoso.
Questi sono solo alcuni casi, ma si possono anche citare “Il petroliere” (che sarebbe “There will be blood”) e “Un bacio romantico” (l’originale è “My blueberry nights”, scandaloso). Poi esistono anche i traduttori svogliati, e cioè quelli che non ci provano neanche. E’ il caso di “The hours”, per esempio. “Le ore” non andava bene? Probabilmente il traduttore ha associato la possibile, e corretta, traduzione a un giornale pornografico omonimo in voga fino a diversi anni fa. Poi c’è ”Inside man”. Che cavolo vuol dire in italiano? Niente di niente. Questo potevano tradurlo tranquillamente col suo significato originale, e cioè “L’infiltrato”.
Mi viene seriamente il dubbio che alcune traduzioni le facciano con un aggeggio che sceglie le parole casualmente. In stile ”Ruota della fortuna”.

Underwater visions #15: “La morte corre sul fiume”

October 14, 2008 on 9:26 am | In Underwater visions | No Comments

La morte corre sul fiume
1955, di Charles Laughton
con Robert Mitchum, Shelley Winters, Lillian Gish
“La morte corre sul fiume” è un film che piacerà molto agli amanti di Tim Burton. Se Burton riprende ossessivamente le tematiche della favola gotica (”Edward mani di forbice”), del cinema trash (”Ed Wood” e “Mars Attacks!”) o della favola tout-court (”Big fish”), Laughton gli si avvicina parecchio per via delle tematiche e soprattutto di alcune trovate nella composizione della scena. Tuttavia il paragone con Burton sminuirebbe il valore di questo film: Burton è un buon regista tremendamente sopravvalutato, Laughton, come regista, è pressocchè sconosciuto. In realtà l’occupazione principale di Charles Laughton era l’attore. Può essere ricordato nel ruolo dell’avvocato in quel capolavoro di thriller che è “Testimone d’accusa” di Billy Wilder, ma anche in “Spartacus” di Kubrick e ne “Il caso Paradine” di Hitchcock. “La morte corre sul fiume” è il suo primo e unico film da regista, poichè la pellicola ebbe talmente poco successo che non gli fu permesso di produrre altro. Ed è un vero peccato perchè questo film è a dir poco sublime. La storia è quella di due bambini che vivono con la madre, il padre ha rubato 10.000 dollari ed è stato arrestato e successivamente giustiziato. I soldi, però, sono stati consegnati ai bambini che li hanno nascosti. Poco dopo, un pastore protestante, che è in realtà un folle serial killer e un cacciatore di dote, sposerà la madre dei bambini cercando in ogni modo di trovare quei soldi.
Non stupisce che negli anni Cinquanta questo film non abbia avuto neanche un po’ di successo. E’ un film tremendamente insolito e soprattutto inclassificabile. Inoltre ha delle tematiche molto forti. Quella più evidente è la colpa, quella del padre che ricade inesorabilmente sui figli e che dissolve la loro innocenza, e il conseguente meccanismo psicologico perverso che si instaura tra i bambini e il patrigno. Poi c’è lo sfondo: la provincia americana. Laughton ne trae un ritratto impietoso, le persone che la popolano sono tutte grette, cieche, bigotte, pronte a non credere che un pastore possa anche essere uno spietato assassino. La tematica più nascosta, ma anche quella più importante, è quella dello scambio. All’inizio del film il padre “scambia” il bottino con i figli in nome di una promessa, ma è una promessa insana e che rende i bambini partecipi di una corruzione di cui non hanno colpa. Il finale, più conciliante, è infatti ambientato durante la sera di Natale, e c’è appunto lo”scambio” dei doni. Viene così cancellata la colpa paterna con un rito assolutamente laico che riporta le cose in una dimensione naturale.
“La morte corre sul fiume” è un film speciale anche per via della regia. Tutto il film è un tripudio di luci ed ombre che si rifà direttamente all’espressionismo, e quindi in un certo senso al noir. Le scene in barca dove vengono inquadrate delle rane e delle ragnatele hanno un sapore southern gothic, ma Laughton attinge anche dal picaresco e da Mark Twain. Altra cosa, poi, sono i personaggi. Quello che colpisce di più è Robert Mitchum, il pastore pazzo che ha tatuato sulle nocche le parole “Love” ed “Hate”, che da vita a un cattivo che è quasi un orco delle favole, solo più terrorizzante. Poi c’è Lillian Gish, mostro sacro del cinema muto statunitense, che qui interpreta la vecchia salvatrice del Sud, Rachel, impavida e con tanto di fucile. I profani conosceranno Lillian Gish per via dell’album d’esordio degli Smashing Pumpkins, che si intitola appunto “Gish” in suo onore, ma l’attrice andrebbe anche ricordata per le cose che ha fatto, tra cui quel magnifico piccolo film che è “Balene d’agosto” accanto a Bette Davis.
“The night of the hunter”, questo il titolo originale, è un film che, similmente a “Vertigo” di Hitchcock, è stato fortunatamente rivalutato nel corso degli anni. E’ stato anche citato apertamente da Spike Lee in “Fà la cosa giusta” e da Neil Jordan in “In compagnia dei lupi”, per non parlare dei cineasti che ha sicuramente influenzato, tra i quali il già citato Tim Burton e Terry Gilliam.
Un film magico, unico perchè indefinibile e perchè è uno dei pochi casi in cui la poesia si fa cinema.

Frogs

October 12, 2008 on 12:29 pm | In Stupid things | 2 Comments

Siccome ho passato, credo, il sabato sera più inutile della storia dei sabato sera, credo mi sia concesso di fare un altro post cretino & inutile. Poi per qualche giorno basta, prometto.
Comunque. Mi sono imbattuto in un forum di myspace. L’argomento di questo forum è “Thailandia, bagni per transgender a scuola”. Ammesso e concesso che gli utenti di myspace sappiano dove sia la Thailandia, è anche legittimo chiedersi che cosa gli freghi dei bagni per i trans. Detto ciò, questo genere di topic attira quel genere di personaggi che io amo tanto. Un utente infatti ha monopolizzato l’intero forum con l’esaltante messaggio che segue.

IO FROGI SECONDO ME SCIUPANO LA RAZZA..
E SONO INDECENTI..
DIO HA CREATO L UOMO E LA DONNA..
NON IL FROGIO!
SE DOVESSE SCOPPIARE UNA GUERRA CHE SI FA?SI MANDA I FROGI IN GUERRA??

Notare la delicatezza grammaticale della prima frase: “Io frogi secondo me sciupano la razza”. E’ un nuovissimo metodo di scrittura, altrochè! E’ finalizzato a farci conoscere il meraviglioso termine “frogi”, che al singolare diventa “frogio”. Si dice persino che lo Zanichelli, dopo questa acuta segnalazione, adotterà il termine. Poi continua con argomenti più delicati, tra cui la religione. Infatti non ha tutti i torti, a dio non è mai venuto in mente di creare il “frogio”, ha sempre preferito terminologie più delicate quali: finocchio, frocio (che per alcuni studiosi è il ceppo originario di “frogio”, ma alcune mie fonti vicine a Rita Dalla Chiesa mi assicurano che non è così), culattone, ricchione etc. etc. Poi, giustamente, i “frogi” non possono fare la guerra per una serie di implicazioni socio-politiche che ci ha così abilmente spiegato. Non è però finita qui. L’utente si da alla poesia e a riflessioni più filosofico-sociali.

IO VIVO ORA NON NELL ANTICA ROMA…
PERCIO NON MI INTERESSA QUELLO CHE FACEVANO PRIMA.
MI INTERESSA IL PRESENTE..

Anche qui occorre un’analisi dettagliata. L’inizio è una declamazione degna di Dante, o meglio, di Virgilio: “Io vivo ora non nell antica Roma…”. Bisogna notare la nostalgia con cui viene declamato questo verso, si percepisce il rimpianto di non vivere nell’antica Roma. Questo fa sospettare che l’utente abbia probabilmente fondato il neo-neo-classicismo. Poi però dichiara di interessarsi al presente, quindi è un autore neo-neo-classico ma con delle spinte notevolmente progressiste. Il testo-poema contiene anche quella che, secondo me, è la frase più bella frase della storia della letteratura italiana degli ultimi cinquant’anni:

TEMPO FA VOLEVANO DARE L ADOTTAMENTO DEI BAMBINI AI FROGI..
TI SEMBRA NORMALE??

Tutto ciò è sublime e mi fa sciogliere in un tripudio di piacere estatico-letterario. Grazie, grazie myspace!

Yahoo! Suckers II: or how I learned to be stupid

October 10, 2008 on 11:14 am | In Stupid things | No Comments

SLEALTA’

Sono stato sleale? ragazze cosa ne pensate?
Una settimana fa chiesi ad una ragazza di uscire, lei rifiuò dicendo che era fidanzata e che si dispiaceva. Fino ad ieri solo io so come mi sono sentito un schifo, ieri infatti la vidi e le dissi che l’amo, che ogni volta che la pensavo piangevo perchè sapevo di non poterla avere con me poi quando stava per salutarmi con i soliti baci sulle guance io strinsi le sue splalle tra le mie mani e la baciai (una cosa molto ma molto soft) e piangendo le dissi addio amore mio, sii sempre felice.

La prossima volta puoi tentare di trascinarla per i capelli e usare una clava. Di solito funziona.

L’UOMO POLITICO

Voi che ne dite devo cedere alle avances dell’amico di mio zio un uomo politico della mia citta che si?
e preso una cotta per me , mi ha gia fatto dei regali ,tra cui un orologio di 1500 euro, che faccio?

Forse ti sbagli, vuole solo iniziarti alla vita da Ministro della Repubblica. O da curato.

DOMANDE LEGITTIME

Come si diventa amanti latini?

Vendendo gelati per strada e parlando in modo strano.

POSTI TRANQUILLI

Conoscete posti tranquilli per fare sesso?
a Napoli
no alberghi

Beh, a Napoli c’è un buco dentro una montagna dove non ti vedrebbe nessuno. Si chiama Vesuvio.

LA PAURA

Ho paura, e voi c’ la avete ?
paura!!
ho paura del futuro, nn so perché?
quando penso il futuro, penso anche questo mondo con i suoi problimi,mi viene a vometare!!
anche a crolare!!
il mondo che cos’é?

Il mondo è un posto pieno di problimi dove si vometa e si crola.

LA GENTE ATEA

Ma la gente atea??????????
la settimana x i cristiani è di 7 giorni perchè dio ha creato la terra in 7 giorni….giusto?? lo stesso vale x ebrei e protestanti ecc…ma gli atei nn credendo in Dio perchè hanno la settimana in 7 gg? x comodità??

Ti sbagli. Io so con certezza e per esperienza che gli atei adottano la settimana Klingon.

A place where I can go

October 8, 2008 on 12:45 pm | In Music | No Comments

E’ uscito oggi l’ep di Antony & the Johnsons, “Another world”. Per chi non lo sapesse un EP, che sta per Extended Play, è un mini album. C’era concretamente il rischio che Antony ripetesse, musicalmente parlando, il successo del precedente album “I am a bird now”. “I am a bird now” è un grandissimo album, ormai diventato un classico, però di certo non brilla a livello di arrangiamenti. Sebbene sia un capolavoro è più teso verso l’intimistico e su dei suoni semplicissimi. Antony & the Johnsons li vidi live nel luglio del 2007 in piazza Santo Stefano. Fu un concerto magnifico, pieno di anima e non c’era una sola persona che non fosse commossa. Antony è senza dubbio una delle più grandi voci di sempre. Quest’anno Antony è uscito anche con uno stranissimo progetto disco-music, uno dei migliori album dell’anno, con gli Hercules and love affair, dove canta in cinque canzoni su dieci, tra cui nella hit “Blind”. Bene, anche l’ep “Another world” può tranquillamente essere in lista tra le dieci grandi uscite del 2008. Qua non si sta parlando di un piccolo capolavoro, ma di un grande, grandissimo risultato in cinque sole canzoni. Persino la rivista musicale che io considero come la più autorevole, Pitchfork, gli da 8.0, cosa più unica che rara per un ep (e in effetti anche per un album). Spenderò due parole sulle singole canzoni. “Another world” apre l’ep e sarà presente anche nell’album “The crying light” che uscirà a fine gennaio 2009. L’arrangiamento è sofisticatissimo e l’attacco ricorda un po’ una qualsiasi canzone di “( )” dei Sigur Ros. “Crackagen” è già un po’ più distesa e sembra una canzone anni Trenta o comunque una colonna sonora di un film dove ci sia qualcuno che canta a un pianobar. “Shake that devil” è una stralunatissima canzone divisa in due parti distinte: la prima, lenta e lamentosa in un sottofondo semi-elettronico, la seconda, furiosa, veloce e a suo modo allegra. “Sing for me” è l’unica che ricordi un po’ il sound di “I am a bird now”, però gli arrangiamenti sono estremamente curati con un tocco di elettronica davvero elegante. “Hope mountain” chiude l’ep, ed è sicuramente una delle tracce che colpisce di più. Insolitamente lunga per gli standard di Antony (in realtà tutte le canzoni dell’ep sono più lunghe di come ci ha abituati), è una struggentissima ballad con i falsetti che si rincorrono uno sull’altro. Questo è un cd da avere assolutamente.
Qui sotto metto un live di Antony in cui canta una canzone di Leonard Cohen “If it be your will”. Sappiatemi dire se siete riusciti a trattenere le lacrime.

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