Trash moments

April 23, 2008 on 1:18 am | In Stupid things, Tv | No Comments

Premetto che non ho nessunissima voglia di scrivere un post “impegnato”. Quindi accontentatevi, oppure andate a leggervi “Libero” visto che il livello culturale sarà più o meno quello (ma anche no). In ogni caso in questi giorni mi sono capitate una serie di stranezze personali/audiovisive. Come da antica tradizione, credo sia il caso di elencarle.
1) Stavo aspettando la macchina, quando, ad un tratto, vedo arrivare un branco di giovinastri in età poco-più-che-puberale. In quel momento ho sentito tutta la forza della mannaia del Fato che si abbatteva sulla mia testa. In poche parole, questo gruppetto di dodicenni era composto da maschi-finto-trasandati e da femmine-meretrici-di-campagna. Una delle bambine-bratz (sì, le bambole frequentatrici di bagni pubblici) mi si è avvicinata. Mi ha chiesto: “SCUSI, mi sa dire dov’è via M.?”. Io ho risposto, stupito, con la mia solita ben nota faccia: “Scusi…?!”. Ora, capisco di non avere dodici anni e comunque di non dimostrarli, ma da qui a darmi del “lei” ne passa. Insomma, facciamo finta che nel bordello di provincia in cui sono nate gli abbiano insegnato l’educazione. Oltretutto chiedere a me l’ubicazione di una via è come chiedere a Polifemo, dopo l’incontro con Ulisse, “Quante dita sono queste?”. Inutile dire che non sapevo dove fosse la ben nota strada.
2) Mi è capitato di ritrovare, per caso, una scena di “Mammina cara”. Questo film si propone di narrare i lati oscuri della vita della diva degli anni Quaranta Joan Crawford. Ho sempre definito questo film “un trash sublime”. Nella scena in questione, Joan Crawford (interpretata da Faye Dunaway) si propone di insegnare al pubblico come sclerare e picchiare la propria figlia con le grucce di ferro. Per qualche insana ragione la Crawford s’incazza se la bambina tiene i suoi vestiti nelle grucce di ferro, termine che, in questa accuratissima sceneggiatura, viene ripetuto circa un miliardo di volte. Nell’istante in cui la Crawford prende a “grucciate” la figlia, ogni colpo viene ritmato, appunto, da “Con le grucce di ferro!”. Se non fosse abbastanza chiaro stiamo parlando di grucce di ferro. La scena si svolge di notte, e in effetti non capisco perchè Joan Crawford non avesse niente di meglio da fare che picchiare la figlia scema e brutta per dei vestiti. Dopodichè la scena migliora drasticamente, come quando a “Domenica in” la conduzione passa a Giletti. La Crawford continua la sua sclerata in bagno tirando una misteriosa polvere per i pavimenti un po’ ovunque, in stile narcotrafficante messicano però disperato. Durante il “lancio della polvere per pavimenti”, che pare sarà una disciplina a Pechino 2008, la Crawford urla “Niente è pulitooooooooooo”. Assolutamente cult, di una comicità totale e soprattutto involontaria. Sulla destra potete ammirare una delle meravigliose espressioni di Faye Dunaway in questa apologia del trash (grazie a G. per lo screenshot). Non mi dilungo in un’eventuale recensione per il semplice fatto che c’è già chi l’ha fatto meglio di me. La scena incriminata, invece, potete gustarvela nella sua trashissima interezza cliccando qui.
3) Qualche giorno fa ho rivisto in tv un pezzo di “Abissi di paura”. Ammetto, con un certo piacere colpevole, che io i film coi mostri marini li ho visti tutti. E sono tutti pessimi! Ma rimane comunque un piacere colpevole. Insomma, in questo filmaccio c’è un calamaro gigante che mangia le persone. Logica a parte, vorrei soffermarmi sulla scena del cane. Attraverso un montaggio serrato e accattivante, il regista ci mostra questa sorta di Lassie proletaria e cenciosa che, sentendo un’oscura presenza nel mare, decide di buttarsi. In quel momento affiora, magicamente, il gigantesco calamaro che ha una consistenza plasticosa pari quasi a quella di Amanda Lepore. Quando tutti siamo convinti che ormai l’animale sia stato divorato, ecco il colpo di scena! Si è salvato ed è sano, salvo e bagnato sotto una macchina. Ah, che poesia. Tra l’altro, se non ricordo male, nel finale del film il calamaro sale SOPRA una barca divorando e stritolando a destra e a manca. Però il cane è salvo, eh. Nello stesso momento in cui il furbissimo mammifero ha cercato di acchiappare il cefalopode di plastica, i due protagonisti discutevano sul molo. Erano talmente presi che non potevano accorgersi di un calamaro di venti metri che gli passava sotto i piedi. Il protagonista maschile, per tutti i fan in “ascolto”, è quello di CSI. Solo che in questo caso non fa il sordo ma il rimbecillito. Cercava di convincere la sua donna parlandole di non so quale melensaggine. Lei è, ovviamente, la classica tipa californiana che qui chiameremmo “quella bionda della circonvallazione”. A un certo punto lui ha fatto il gesto fatale: accarezzarle una guancia. Lei si è ritratta come se lui le avesse appena assestato un destro. Ah, che recitazione. Assolutamente imperdibile.
4) Avevo in programma di fare un nuovo post della serie “HQ Tv”, ma siccome non guardo la televisione ho deciso di riciclare quel poco che mi ero annotato qui. Passiamo, quindi, a parlare del palinsesto di Mtv. Da anni ci ha abituato a musica scadente a ripetizione, ma già da un po’ di tempo si è pure dedicata ai programmi. Uno dei due imperdibili è “Sweet sixteen”. In questo capolavoro della tv contemporanea le telecamere seguono una sedicenne ricca e viziata alle prese coi preparativi del suo compleanno. Di solito le puntate, tutte uguali, sono organizzate così così: a) la ragazza è eccitata per la festa, b) la ragazza distribusice inviti strampalati a bordo di ridicoli automezzi, c) la ragazza sceglie un vestito ma alla madre non piace quindi lo cambia con uno peggiore, d) durante la festa qualcosa va storto. Le soavi pulzelle hanno anche un tratto fisico in comune. Sono magre come delle frequentatrici del Festival della Birra. Ovviamente, nella fase C di cui ho già parlato, le ragazze scelgono sempre l’abito più stretto, quello che le rende simili a degli insaccati pronti ad esplodere. Che classe.
L’altro programma culturale di Mtv è “Next”. Un ragazzo o una ragazza, di solito stronzi e stupidi o stupidi e stronzi, devono scegliere tra sei o sette concorrenti chi eliminare, fino ad arrivare a un/una prescelto/a. C’è anche un insolito scambio di denaro, in stile mercimonio-da-quattro-soldi o meglio fiera della vacca alla cacciatora. Al di là del/della corteggiato/a (che fatica queste concordanze), bisogna soffermarsi sui concorrenti. Di solito, maschi o femmine che siano, si insultano in un’apoteosi di burinaggine tipo “Non hai le tette” e “Sembri finocchio”. Lungi da smentire queste sagaci osservazioni, sono stato colpito da una ragazza, che veniva presentata in questo modo: “Non le piacciono gli uomini pelati, i sederoni la spaventano, è rimasta incastarata in una giostra a Seaworld”. Capisco che forse non ha preso tutte le pilloline blu la mattina, ma la fobia per i “sederoni” è demenziale. Capisco anche che non tutti possano essere Robinson Crusoe o Nilla Pizzi, ma se la cosa più eccitante che le sia capitata nella vita è rimanere incastrata in una giostra, beh. Potrei consigliarle solo due cose: di cercare di sembrare meno un tacchino e provare col Prozac.

Underwater visions #11: “Nodo alla gola”

April 18, 2008 on 2:10 am | In Underwater visions | No Comments

Nodo alla gola
1948, di Alfred Hitchcock
con John Dall, Farley Granger, James Stewart
Chigago, 1924. Bobby Franks, un ragazzino di quattordici anni scompare misteriosamente. Ore dopo viene comunicato alla famiglia che il figlio è stato rapito, viene richiesto un riscatto. La mattina dopo, però, viene ritrovato il corpo del ragazzino. La famiglia ha una certa solidità economica quindi tutto fa supporre, nella logica di ogni ricatto, che i rapitori assassini siano persone disagiate. Ben presto i colpevoli vengono trovati: si tratta di Nathan Leopold e Richard Loeb. Entrambi diciannovenni, sono figli dell’alta borghesia (i cosiddetti WASPs). Nathan e Richard hanno tutto, soldi e intelligenza. Nella loro psiche contorta, però, si dibatte la noia, vero motore scatenante di un omicidio insensato. I due avevano in mente di compiere un delitto perfetto solo per il gusto di farlo. Sembrerebbe la trama di un film, invece si tratta di un banale, ma molto discusso, fatto di cronaca.
Hollywood, 1948. Alfred Hitchcock decide di trarre un film da “Rope”, una piece teatrale di Patrick Hamilton ispirata all’omicidio Franks. Il film fu estremamente inusuale e un vero e proprio esperimento per il Maestro Hitchcock. Hitchcock era da poco reduce del successo di “Notorious”, uno di quei capisaldi che contribuirà a consolidare la fama del Maestro del brivido. “Nodo alla gola” fu una sfida assolutamente tecnica per il regista. Innanzitutto fu il suo primo film a colori, il che gli procurò non poche noie, tra cui girare da capo le ultime cinque bobine per via di un tramonto arancione. La pellicola è, inoltre, ambientata interamente all’interno di un appartamento. Ma la novità vera e propria fu l’utilizzo del piano sequenza. Il piano sequenza è una tecnica registica che consiste nella ripresa di una scena, o di interi film, in continuità senza l’utilizzo di stacchi di montaggio. Orson Welles ne fece un uso rivoluzionario, e da allora anche molti registi, tra cui De Palma (in “Omicidio in diretta” e “Gli intoccabili”), Sokurov (”Arca russa”, interamente in piano sequenza) e Paul Thomas Anderson (per esempio l’inizio di “Boogie nights”). Il film di Hitchcock appare come un unico piano sequenza di ottanta minuti, ma è errato, il regista è solo riuscito a darne perfettamente l’illusione. All’epoca, infatti, un caricatore di una macchina da presa poteva contenre al massimo una decina di minuti di girato. Ed è qui che Hitchcock ci mostra tutto il suo genio di regista: alla fine di ogni bobina la macchina da presa sfuma su un oggetto scuro (una giacca, la cassa), e la nuova bobina riprende dallo stesso oggetto inquadrato. La parvenza di montaggio è quindi parzialmente un’illusione, ma è anche un primo passo per uno sperimentalismo che porterà il regista a montare in maniera geniale alcune scene terrificanti, tra cui l’arcinota scena della doccia di “Psycho”. Con questa trovata Hitchock è riuscito a dare una parvenza di continuità al narrato, restando così fedele alla sua, seppur discutibile, massima: “La miglior regia è quella che non si vede”.
Rispetto agli eventi di cronaca narrati precedentemente, la trama di “Nodo alla gola” è un po’ diversa. I due protagonisti sono sempre due benestanti, ma lo scopo dell’omicidio (che avviene nella prima scena) è dovuto più che altro alle teorie nietzscheiane sullo sterminio delle persone intellettualmente inferiori. La colpa del malcapitato, in questo caso, era essenzialmente quella di stare per sposare una donna. Il film ha infatti un torbido retroscena omosessuale. Il legame gay, che lega i due protagonisti, è ovviamente accennato perchè il codice di regolamentazione della morale dei prodotti hollywoodiani (Codice Hayes), proibiva riferimenti espliciti alla sessualità. Tuttavia il sottotesto è perfettamente riconoscibile grazie a diversi riferimenti ai caratteri dei protagonisti, tra cui il fatto che convivano nello stesso appartamento. E’ curioso notare come la tematica omosessuale sia ricorrente nei film di Hitchcock, e come i personaggi gay siano, come in questo caso, o assassini o psicopatici (basti ricordare “Rebecca” e “Delitto per delitto - L’altro uomo”).
“Nodo alla gola”, distribuito in Italia anche con l’infelice titolo “Cocktail per un cadavere”, è più una commedia nera che un vero e proprio “giallo”. Come in ogni film di Alfred Hitchcock ci sono diversi sprazzi di humor nero, nel film in questione, per esempio, il cadavere viene riposto in una cassapanca sulla quale verrà servito l’aperitivo agli ospiti.
Per gli attori, tutti bravissimi, è stata una grandissima sfida per il semplice fatto che ogni “scena” durava, come già detto, dieci minuti e quindi dovevano fare un’estrema attenzione sia a non sbagliare battute sia a non inciampare nei numerosi fili che attraversavano l’intero set.
Alfred Hitchcock non amava moltissimo questo film, probabilmente perchè non fu un grandissimo successo di botteghino, ma per fortuna Truffaut nel libro-intervista “Il cinema secondo Hitchcock” affermò: “… lei è severo quando parla di ‘Nodo alla gola’ come di un’esperienza stupida; credo che un film come questo rappresenti qualcosa di molto importante in una carriera; è la realizzazione di un sogno che ogni regista deve accarezzare in un certo periodo della sua vita, il sogno di poter legare le cose in modo da ottenere un solo movimento”. E aveva perfettamente ragione. Nonostante sia sempre stato considerato un film “minore” del Maestro, “Nodo alla gola” rimane insuperato per la sua genialità tecnica e per la storia tesa, claustrofobica, morbosa ma divertentissima che terrà lo spettatore inchiodato alla sedia. Una grandissima lezione su come fare un thriller evitando odiosi cliché.

Underwater visions #10: “Apri gli occhi”

April 11, 2008 on 10:02 am | In Underwater visions | No Comments

Apri gli occhi
1997, di Alejandro Amenabar
con Eduardo Noriega, Penelope Cruz, Fele Martinez
Da qualche anno il cinema in lingua spagnola ha avuto una grossa rinascita e ha attratto il pubblico più sofisticato. Tanto che persino il Messico ha due registi-autori di punta: Del Toro (”Il labrinto del fauno”) e soprattutto Iñárritu (”Amores perros”, “21 grammi”, “Babel”). L’ampio interesse per il cinema messicano non può che essere una conseguenza del successo della madre Spagna. Buona parte di questo successo, è da riconoscere, è da imputarsi ad Almodovar che ha avuto un’enorme esposizione grazie all’apprezzamento del pubblico. In Spagna, però, non c’è solo Almodovar. Nel 1996 usciva un horror piuttosto insolito, crudo, ma di rara intelligenza: “Tesis”. Il regista era un tale Alejandro Amenabar. Il film riscosse subito un grandissimo apprezzamento di pubblico. Un anno dopo, a soli venticinque anni, Amenabar dirigerà “Apri gli occhi” che lo consacrerà in patria, tanto che in Spagna superò “Titanic” al botteghino. Questo film lo lanciò come “autore”, anche se la sua fama si consoliderà successivamente con l’ottimo “The others” e col meno riuscito (ma strapremiato) “Mare dentro”. “Apri gli occhi” è legato a filo doppio con “The others”, soprattutto per quanto riguarda la rappresentazione e la sceneggiatura. Gli ambienti sono chiusi e soffocanti, l’angoscia è il vero motore del film. Lo spettatore ha la sensazione di non percepire a pieno il significato della storia anche dopo lo sconvolgente finale. Di questo film fu fatto uno scialbo remake americano “Vanilla sky”. La storia è più o meno la stessa, Penelope Cruz ha lo stesso ruolo, ma gli effettoni speciali la fanno da padrone e volgarizzano là dove il film originale era un thriller estremamente sofisticato e “semplice”. In questo particolare caso, i diritti furono comprati da Tom Cruise che amò moltissimo la pellicola spagnola. Questo comportamento rientra perfettamente in un tipico modo di pensare americano: “dobbiamo possedere tutto ciò che ci piace e rifarlo da capo perchè da soli non abbiamo idee”. Un remake americano di questo film non può che danneggiare la pellicola originale: svela interamente il plot attraverso un’esposizione mediatica che un piccolo film spagnolo può solo immaginarsi.
Molto amato dagli studenti di filosofia, “Apri gli occhi” sembra rifarsi direttamente a Platone (le associazioni di idee, la conoscenza come ricordo) e a Kierkegaard (l’angoscia come sentimento esplorativo). Oltre alla magnifica sceneggiatura, in cui vengono spesso ripetute alcune battute (come ad esempio “Credi in dio?”) in momenti emblematici, il film è anche piuttosto “pirandelliano”. Senza anticipare nulla della trama, “Apri gli occhi” è, consciamente o inconsiamente, influenzato da “Sei personaggi in cerca d’autore”. Le interpretazioni sono di ottimo livello, la Cruz in primis, Noriega è adeguato e Martinez, seppur bravissimo, qui fa ancora da spalla. La colonna sonora è particolarmente bella, persino i brani originali composti dallo stesso Amenabar, che in questo caso non si fa prendere la mano come in “Tesis”. Ottima la scelta di utilizzare, nella scena del club, “Risingson” dei Massive Attack.
Si tratta, dunque, di un film complicato, estremamente stratificato, che ha l’unico limite di avere un fratellastro americano deforme, malconcio e anche un po’ corrotto. Sarebbe quindi più indicato vedere “Apri gli occhi” prima di “Vanilla sky” e poi tirare le somme. In caso contrario vederlo lo stesso, ma recitando il mea culpa.

The abyss II: Neverending

April 10, 2008 on 6:46 pm | In Stupid things | No Comments

[13:48] <SingleMO39> Beh, mi piacerebbe accasarmi prima di compiere 40 anni (a giugno)… se magari qualcuno mi volesse darmi una mano… anche, che so, presentarmi un amico che sia serio e simpatico e magari intelligente e sportivo… cose così…
[13:48] <SingleMO39> (ops, ho scritto due volte “mi”.. portate pazienza)
[13:50] <cooling85> credimi, il problema non sono i due “mi” di troppo.

[14:58] <FrocioDiMerda88> Cerco padrone bastardo e stronzo per storia di sexchat spinta e sporca (leccate ovunque, merda, piscio, sputi, muco…) che si finga sportivo famoso _(alonso, borriello, cassano, gerrard, magnini, phelps, melandri, raikkonen o tanti altri….).. se avete msn vi mando anche foto del vip che fate e mi posso fingere f o giovanissimo…
[15:11] <cooling85> beh mi sembra un approccio sano alla vita

[16:34] <MM0123456789> ciao ti va una pompa? ti piace anche farti leccare i piedi?
[16:35] <cooling85> solo dopo aver camminato sui vetri

[21:57] <parma26> cerco maturo POCO amante della pulizia, di parma
[21:58] <cooling85> poco amante della pulizia? tipo quei barboni che dormono sopra ai piccioni?

[22:00] <spaider_50xboy> ciaoooooooooooo cerco un ragazzo max 28 enne per incontro, amicizia, sex e…. io 50 anni romagnolo ( ma un po viaggio) ho foto e cam
[22:01] <cooling85> un po’ viaggi? nel senso che il reparto geriatrico ti fa uscire ogni lunedì?

[23:52] <CazzoneAttivo> chi vuole 20cm?
[23:52] <cooling85> in lungo o in largo?
[23:53] <CazzoneAttivo> in lungo ma anche bello grosso
[23:53] <cooling85> capisco, dovevo giusto giusto sostituire una mensola della cucina
[23:53] <CazzoneAttivo> bene

[18:52] * Serio40×50pRela è entrato in #gayemiliaromagna
[18:54] <cooling85> 40×50? cosa sei, un rettangolo?

[20:49] <FUEGO30> attenti caligola è malato
[20:50] <cooling85> malato di che?
[20:51] <FUEGO30> malattia brutta raga lo so ha messo neiocasinimiei amici
[20:52] <cooling85> beh se scrivono tutti come te ha fatto bene

[17:08] <gil__> hai bei piedi?
[17:09] <cooling85> no, li ho persi in Vietnam
[17:09] <gil__> erano belli?
[17:09] <cooling85> dannati musi gialli.

[19:02] <CuriosoBO81> ho voglia di sentirmi un maschio addosso….zona mazzini savena nessuno?
[19:02] <cooling85> anche se ti casca addosso dal quinto piano?

Underwater visions #9: “L’anniversario”

April 4, 2008 on 11:23 am | In Underwater visions | No Comments

L’anniversario
1968, di Roy Ward Baker
con Bette Davis, Sheila Hancock, James Cossins
Prima di parlare di questo film è bene introdurre il termine “camp”. Il genere camp, del quale la vecchia Hollywood dimostrò di essere una specialista, si riferisce ad un uso volontario (di solito da parte del regista) del kitsch. Nel cinema il kitsch si palesa attraverso gli abiti, i gesti, le ambientazioni, ma anche nella mimica di gerti attori. All’interno della storia del cinema il capostipite fu il regista Douglas Sirk che ne fece un vero e proprio marchio “autoriale”, elogiato e ripreso successivamente da grandi autori quali Fassbinder, Almodovar e Haynes. Divenuto dagli anni Cinquanta in poi un genere praticamente a se, il camp fu (ed è ancora) molto amato dal pubblico omosessuale, sia per il gusto “baraccone” sia per la presenza di donne più o meno significative. Chi può essere, quindi, più camp di Bette Davis? Il pubblico è sempre stato abituato a vederla nei panni di “bitchy characters”, e su questa immagine l’attrice ci costruì una carriera. Non basterebbe una pagina intera per elencare tutti i film memorabili a cui la Davis partecipò, se non addirittura dei capolavori quali “Eva contro Eva” e “Che fine ha fatto Baby Jane?”. In tutti i film Bette Davis strepita, s’infuria e, soprattutto, tratta male gli altri personaggi di una qualsiasi storia. “L’anniversario” è esattamente costruito su questo fulcro: la cattiveria di Bette Davis. Se non fosse tratto da una piece teatrale si potrebbe dire che fu scritto appositamente per lei. Anche l’ambientazione è di stampo prettamente teatrale, e la stessa composizione della casa con la grande scalinata suggerisce che in questo film c’è una diva. Il cinema hollywoodiano ha sempre mostrato grandi scaloni da cui scendevano le dive, dall’alto al basso, dal cielo alla terra: la divinità che scende dall’Olimpo e si mostra ai suoi adepti. Questa particolarità dell’uso scenico della scala è stata ripresa magnificamente da Ozon in “Otto donne e un mistero”.
La storia è un’esilarante commedia nera in cui la Davis è la sadica madre-padrona di una famiglia altamente disfunzionale. I suoi tre figli maschi sentono un disperato bisogno di emancipazione che la terribile Mrs Taggart non appagherà mai. La disfunzionalità famigliare non aspira ai livelli della critica sociale, ma si sofferma sul puro divertissment, specialmente del pubblico, che parteggia per il personaggio di Bette Davis e per le sue innumerevoli cattiverie. La regia, senza picchi, è funzionale alla storia che come già detto rimane di stampo teatrale.
Una commedia cinica ma divertentissima, rimasta per trent’anni sconosciuta ai più, ma che ora, grazie alla recente pubblicazione in dvd, può godere di una nuova fama e di un meritato recupero da parte di ogni tipo di pubblico.