Ordinary life
March 31, 2008 on 6:37 pm | In Unclassified | No CommentsPochi minuti fa hanno suonato alla porta.
- “Sono il prete per la benedizione pasquale”. Attraverso lo spioncino sembrava piuttosto giovane, con una barba da gesuita. Tra l’altro se fossi stato credente avrei lodato la sua puntualità. Ma forse voleva anticipare la pasqua 2009, che diligente.
- “No, no grazie” ho risposto. E non sono stato neanche scortese. Per come sono fatto io, e per quello che rappresenta lui deve anche ringraziare. Come non apro la porta a lui non lo faccio neanche coi testimoni di geova e venditori porta a porta. Io non ci vedo tutta questa differenza.
- “Di niente, si figuri eh!” ha replicato lui piccato. Io ho contato fino a dieci, perchè se aprivo la porta lo sbranavo. Anche il mio cane gli abbaiava furiosamente, e di solito non abbaia molto alle persone davanti alla porta. Però gli animali queste cose le sentono. Insomma, per lui dovevo aprirgli, fargli recitare le sue sciocche superstizioni per tutta casa e stare zitto. Per quel che ne sapeva potevo anche essere musulmano o buddista. Oppure ateo, quale sono, ma è anche vero che gli atei per loro hanno delle mancanze, e in sostanza non esistono. L’ho congedato gentilmente, e mi deve ringraziare fino all’ultimo giorno della sua miserabile vita. Non sto narrando un episodio eclatante o particolarmente significativo, è semplicemente ciò che accade spesso e ovunque in questa provincia dell’impero. I preti non possono pretendere di entrare con la forza nelle case degli altri, non tutto gli è dovuto. E’ ora che queste persone imparino ad essere meno arroganti, e a capire qual è il loro posto.
Underwater visions #8: “L’amico di famiglia”
March 28, 2008 on 5:24 pm | In Underwater visions | No Comments
L’amico di famiglia
2006, di Paolo Sorrentino
con Giacomo Rizzo, Fabrizio Bentivoglio, Clara Bindi, Laura Chiatti
Che Paolo Sorrentino fosse un signor regista era già confermato da “Le conseguenze dell’amore”. “L’amico di famiglia”, se possibile, ne colma le lacune, o per lo meno lo completa in maniera speculare. Se il pluripremiato “Le conseguenze dell’amore” era un film fatto di lunghi silenzi, “L’amico di famiglia” è un film estremamente parlato, ma non ridondante. Sorrentino ha avuto la bella idea di non esagerare con una voce fuori campo, che avrebbe reso il tutto molto più blando. In un certo senso questo film è un noir, anche se è una definizione riduttiva. E’ la storia di Geremia de Geremei, un sarto ma soprattutto un usuraio, e dei rapporti con i suoi “clienti”. A Sorrentino non interessa l’aspetto sociologico del prestito a usura, ma più che altro l’insieme dei personaggi e soprattutto la profondita psicologica. Geremia è un personaggio squallido, nauseabondo, triste, tirchio, sgradevole alla vista, anche spietato. Il cinema ci ha sempre abituati al parallelismo tra bruttezza e cattiveria, basti pensare a uno dei massimi archtipi, e cioè il “Nosferatu” di Murnau. In questo caso la sgradevolezza coincide sì con l’oscurità dell’animo, ma i personaggi di contorno, persino (e soprattutto) quelli esteticamente belli, non sono certo da meno. Il regista quindi ci mostra una serie di personaggi, tutti memorabili, che condividono lo squallore di Geremia e sono anch’essi miseri, corrotti, ma meno riconoscibili del protagonista e quindi più pericolosi. Nella loro totalità ricordano parecchio un qualsiasi romanzo di Dostoevskij.
La regia è superba, ricca di scene visionarie degne del miglior David Lynch, e la sceneggiatura non è da meno. Geremia, nella sua miseria morale, pronuncia una serie di battute più che memorabili, tra le quali: “Non confondere mai l’insolito con l’impossibile”. L’unica pecca del film, che non è l’eccessivo virtuosismo tanto contestato dai critici, è l’interpretazione di Laura Chiatti. Non è di certo una pessima interpretazione, semmai “adeguata”, ma sparisce al confronto con Giacomo Rizzo che giganteggia per quasi tutte le scene. “L’amico di famiglia” ha anche un certo gusto per il grottesco, in un certo senso ricorda i fratelli Coen per certe scelte estetiche e per la caratterizzazione di alcuni personaggi, basti ricordare l’improbabile cowboy Gino interpretato da Fabrizio Bentivoglio.
Come d’abitudine nei film di Sorrentino, anche la colonna sonora è degna di nota. Si possono infatti ritrovare due canzoni di Antony and the Johnsons (”My lady story” e la bellissima “Twilight”), una canzone degli Album Leaf (progetto parallelo del cantante dei Sigur Ros), e qualche traccia dei Lali Puna.
Il 2006 è stato un anno d’oro per il cinema italiano. Assieme a “L’amico di famiglia” uscirono altri due ottimi film quali “Nuovomondo” di Crialese e “Il regista di matrimoni” di Bellocchio. Da vedere per capire che c’è sempre una speranza, anche per il cinema nostrano
The abyss
March 23, 2008 on 12:35 am | In Stupid things | No Comments[23:53] <FINIRE26> cerco compagno di morte..solo interessati e carini…..scusa se ti ho distrurbato…ma nn so in ke altro modo cercare:)—–se nnn sei interessato nnn rispondere e fai finta di nulla grazie
[23:55] <cooling85> in che senso “compagno di morte”?
[23:55] <FINIRE26> cerco un ragazzo con il quale programmare il nostro suicidio
[00:26] <INGOIOOXBOY> CONOSCI BOY CHE SI FANNO SPOMPINARE ??
[00:27] <INGOIOOXBOY> PER 100 EURO BONI…
[00:27] <cooling85> beh circa tutta #gayemiliaromagna, direi, bot esclusi (credo)
[00:27] <INGOIOOXBOY> TE COME SEI INTERESSATO??
[00:28] <cooling85> il mio pene purtroppo è stato vittima di un attacco kamikaze
[00:28] <INGOIOOXBOY> O GRAZI EPR LA PRES APE RIL CULO
[00:29] <cooling85> figurati, è stato un piacere
[00:29] <INGOIOOXBOY> CIAO AMORE
A parte le risate che mi son fatto, io mi chiedo: ma si può?
Underwater visions #7: “Senso”
March 7, 2008 on 12:39 pm | In Underwater visions | No Comments
Senso
1954, di Luchino Visconti
con Alida Valli, Farley Granger
“Senso” fu un film che fece un grandissimo scandalo al Festival di Venezia del 1954. Ed è proprio sull’importanza storica di questo film che è bene soffermarsi piuttosto che su un’analisi approfondita dei personaggi. Tratto da una novella di Camillo Boito, giudicata dallo stesso autore piuttosto scadente, “Senso” fu scelto da Visconti e da Suso Cecchi D’amico come loro prima collaborazione in una sceneggiatura. Insieme poi scriveranno i grandi capolavori del cinema italiano come “Rocco e i suoi fratelli” e “Il gattopardo”. Perchè, quindi, scandaloso? Innanzitutto la storia parla di una contessa italiana, Livia Serpieri, che, durante la Terza Guerra di Indipendenza, tradisce il marito (e la patria intera) con un ufficiale austriaco. Il tutto sullo sfondo della rovinosa (per l’Italia) battaglia di Custoza. Il film, infatti doveva intitolarsi così, ma Visconti, un po’ per via di pressioni esterne un po’ per scelta, decise di cambiare il titolo. L’esito della battaglia non era stato, evidentemente, ancora assimilato. Ma lo scandalo più grosso fu proprio a livello tecnico-cinematografico. Visconti era stato uno dei padri fondatori del neorealismo, se non addirittura il padre fondatore con il film “Ossessione”. Con “Senso”, Visconti rompe gli schemi e si ribella a un movimento cinematografico ormai diventato stantio e ripetitivo. Se il neorealismo era un cinema povero, basato sia sulla povertà della messa in scena che delle tematiche (gente di strada, quartieri popolari, poveri) “Senso” è tutto l’opposto. Il regista milanese passò, quindi, dal neorealismo al realismo storico, raccontando la storia di gente tutt’altro che povera, e mettendo a punto quel tipico gusto per l’estetica cinematografica che lo contraddistingue e che farà scuola negli anni a venire. E’ normale quindi che questo film abbia fatto storcere il naso a molti. “Senso” ha quindi la sua importanza sia come film di rottura, sia nell’intera filmografia di Visconti, sia nella messa in scena di un film storico. Il prmo aggettivo che viene in mente per questo film è “sontuoso”. Abientato a Venezia, come il successivo e celeberrimo “Morte a Venezia”, Visconti inscena un melodramma assolutamente perfetto, sia nella sceneggiatura che nelle ambientazioni fatte di colori particolarissimi: basti ricordare la scena della passeggiata nei canali di Venezia coi riflessi di luce nell’acqua che illuminano fiocamente le case. Il tutto con un gusto impeccabile. “Senso” si distacca dal neorealismo anche come tipo di recitazione. Se nei film neorealisti, come ad esempio poteva essere “Bellissima”, in cui le interpretazioni attingono a piene mani dai vari dialetti e inflessioni italiane, risultando “vere” ed estremamente crude, in “Senso” la recitazione è falsa, ridondante, esagerata. Non è un caso che la prima scena del film sia ambientata in un teatro durante la rappresentazione del “Trovatore”. Tutto ricorda molto il teatro: i gesti, le intonazioni, le ambientazioni. Non si sta comunque parlando di un tipico melodramma hollywoodiano, ma probabilmente del Melodramma per eccellenza, che dosa gusto estetico, tematiche scandalose, crudeltà e recitazione in maniera sopraffina. Degna di nota è l’interpretazione di Alida Valli, bellissima e bravissima tutta infiocchettata negli spendidi costumi di Piero Tosi, e di Farley Granger, noto al pubblico americano per “Nodo alla gola” e “Delitto per delitto - L’altro uomo” di Alfred Hitchcock. Granger fu comunque la seconda scelta: il ruolo fu inizialmente pensato per Marlon Brando.
“Senso” è un film da rispolverare per tutti gli amanti del cinema, non solo perchè è un capolavoro quasi sconosciuto della cinematografia italiana, ma anche per la sua importanza storica. Da vedere per ricordarsi di quando il cinema italiano era davvero grande.