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February 29, 2008 on 8:34 pm | In Unclassified | No Comments

E così, come promesso, il resoconto del viaggio a Parigi. Non so quanto mi freghi di scriverlo o quanto sia fatto per quelli-a-cui-interessa.
Anyway.
Day one Questo primo giorno non è da considerarsi esattamente “primo”. E’ più che altro stato un ‘preludio a’. Sono andato in treno con O. e I. Si cambia a Milano e il viaggio è durato, in totale, una decina di ore. Oltre a una tizia con una sorta di pecora in testa niente di rilevante. Vabè, anche un gruppetto di americani nel vagone ristorante, estremamente fastidiosi e poco fini, talmente auto-stereotipati che sembravano uno di quei telefilm. C’erano pure i due ‘negri buffoni’ a fare da spalla. Durante il viaggio, che non ho sentito per niente, ho guardato l’orologio di O., e ho pensato che cercare di racchiudere il tempo in una macchina fosse una cosa un po’ meschina. Durante il viaggio ho finito “Invisible monsters”, che ho trovato splendido, e ho iniziato “I Buddenbrook” che mi appassiona un sacco sin dall’inizio. Tanto per non smentire l’approccio di-palo-in-frasca. Arrivati in stazione in orario perfetto. Nel posto per i taxi (O. viaggia solo così) c’era un tizio buffo e storpio che caricava le valige. Il taxista ha fatto un po’ fatica a capire dove fosse Rue Sainte Croix de la Bretonnerie, 4e arrondissement. La zona però la conosceva, trattandosi di Marais, uno dei quartieri più ricchi e noti di Parigi. Insomma, è il quartiere finocchio. Pioveva. Appena ho notato la pioggia mi è subito venuto in mente il film “Sabrina”, dove Audrey Hepburn dice ad Humphrey Bogart che la prima volta che si va a Parigi bisogna “procurarsi un po’ di pioggia”. L’ho detto a I. mentre camminavamo per Marais, O. aveva deciso di rimanere in camera a fare non-so-cosa. Il quartiere è tutt’altro che un ghetto: i gay sono sì esteticamente più checche (’pede’ o ‘tante’, in francese) ma anche più liberi. Quello che voglio dire è che non si respira come da noi quell’aria decadente e pesante. Insomma, non mi hanno minimamente infastidito.
Day two Ho dormito pochissimo. Non tanto perchè il letto sia scomodo, quanto per la nuova sistemazione. Siamo andati a prendere un caffè in un bar vicino al nostro appartamento. Il caffè era tremendo. Dopodichè ci siamo fatti tutta Rue de Rivoli a piedi attraversando il Louvre, gli Champs-Elysées e ho visto la torre Eiffel da lontano. O. è entrato in un negozio di profumi e c’è stato un bel po’. Nel mentre io e I. abbiamo continuato a socializzare su una panchina parlando di economia e politica, spesso le due cose assieme. Subito dopo siamo entrati in un posto che aveva delle fibre ottiche nel pavimento e poi alla Fnac. Ho trovato il dvd di “Un chien andalu” a un prezzo proibitivo, ma non ho trovato un cd di Aphex Twin che cercavo. Tornati indietro ci aspettava J., un amico di O. e I., sui trent’anni, rasato, alto più o meno come me (in generale i parigini non mi sembrano molto alti). Non mi ha fatto nessuna impressione e ciò è strano. Siamo entrati in un paio di sexy shop sadomaso, nei quali mi sentivo tremendamente a disagio, infatti uscivo ogni cinque minuti per “fumare”. Dentro c’è un po’ di tutto: maschere di latex, falli di gomma enormi, dvd e così via. O. ha comprato un po’ di cose, ma io non me la sento di storcere il naso. Abbiamo mangiato in un ristorante marocchino e mi è anche piaciuto parecchio. J. si è fermato da noi a dormire.
Day three Dormito ancora meno, ma mi sento riposato, nei limiti del termine stesso. J. si è alzato molto presto e se n’è andato. Abbiamo fatto un giro nei dintorni qui a Marais, perchè O. doveva comprare delle cose per il negozio. Siamo andati in un bar, “Paul”, dove le commesse erano parecchio impedite. Ho preso una sorta di tortra che è un misto di crema e budino, buona. Il nome non lo ricordo. Entrati alla Fnac, su tre piani, ho trovato il dvd de “La règle du jeu” e i cd “f#a#∞” e “Slow riot for new zero Kanada” dei Godspeed you black emperor, il cd “Rock action” dei Mogwai e l’ep di “You are my sister” di Antony And the Johnsons. Nel negozio avevano su il cd di Burial, tanto per dire. Tornando indietro sono quasi svenuto vedendo in una vetrina di un negozietto il dvd di “Eraserhead” di Lynch, che è praticamente introvabile in Europa. Ovviamente l’ho comprato ed è stranamente costato poco. Nel pomeriggio ho avuto una piccola discussione con O. perchè voleva portarmi in sauna. Io ovviamente non ci ho voluto mettere piede. O. ha fatto finta di prendersela, poi lui ed I. sono andati. Io ho fatto un giro da solo per Marais, sono tornato alla Fnac e ho trovato il dvd di “Victor Victoria”. Oggi è proprio la mia giornata. Fuori diluviava e io giravo col mio piccolo ombrellino sgangherato e nero, semidistrutto dal vento. In quel momento ho capito di essere guarito e fuck the pain away. La sera è tornato J. e abbiamo fatto quattro chiacchiere, tra sexy shop e casa. Ha dei gusti cinematografici superlativi. Lo abbiamo aiutato a fare una traduzione dal francese all’italiano di un articolo de “Le Monde” scritto davvero coi piedi. Durante la traduzione a O. sono usciti degli strafalcioni come “zoppare” (”zoppicare”) e “censura” (”recensione), ci abbiamo riso su un po’. Abbiamo mangiato un piatto di pasta fatto nell’appartamento e poi visto “Victor Victoria”. O. e J. sono andati a dormire a metà film, io e I. l’abbiamo visto tutto.
Day four Ci siamo svegliati piuttosto tardi e siamo andati a fare un giro alla Fnac perchè O. doveva comprare dei cd. A casa li abbiamo sentiti, erano piuttosto tremendi, tra cui una canzone metà in francese e metà in italiano che faceva “Bela bela bela bela accant’amme” e io e I. abbiamo riso per almeno un’ora. Dopo O. ha preferito restare in casa a sonnecchiare. Io e I. ci siamo arrangiati con la metro e siamo andati nel quartiere Pigalle (quello del Moulin rouge, per capirci). Il quartiere è una sorta di enorme sexy shop. La cosa buffa è che salendo per una ripida scalinata si arriva alla basilica di Sacré-Cœur. Abbiamo visto tutta Parigi dall’alto, poi siamo entrati nella chiesa. Davanti a noi c’erano due giovani preti cattolici. I. si è fatto il segno della croce e ha acceso un cero. Non pensavo avesse un lato superstizioso, ma non mi ha turbato minimamente. Fuori dalla chiesa alcuni ragazzi ballavano su “Human after all” dei Daft Punk, circondati da una consistente massa di gente che guardava. Dopodichè abbiamo ripreso la metro e siamo scesi a Trocadero, dove c’è la torre Eiffel. Ha una prospettiva talmente particolare che non sembra poi così grande, invece è immensa. Appena tornati ci aspettava J., io ero piuttosto stanco e affamato. Siamo tornati tutti e quattro a Pigalle e siamo entrati in un sexy shop gigantesco perchè O. e I. dovevano comprare dei bustini in pelle per una loro amica. Abbiamo preso una pizza.
Day five Ci siamo un po’ preparati per la partenza. Salutato J. Alle 14.00 abbiamo preso il treno. Io ho letto “I Buddenbrook” per buona parte del viaggio. Abbiamo anche riso parecchio. Oltre ad aver conosciuto meglio due persone splendide e affini, dopo essermi sentito meglio lontano da tutti, ho realizzato alcune cose. Per prima cosa che F. ha fatto bene ad andarsene, e forse solo ora capisco. In secondo luogo, Parigi è una città che non ti fa mai sentire uno straniero, ma è come se fossi a casa. Per me è stata come un’amante appassionata, che però non ti manca quando la lasci o le stai lontano. I parigini (o meglio le varie etnie che da cui sono composti) sono piuttosto carini, si vestono malissimo e sono molto gentili. Il mio francese è meno arrugginito di quel che pensassi e sono molto soddisfatto. Infatti ho disimparato completamente l’italiano e mi è rimasto l’accento parigino. Siamo riusciti a prendere al volo il treno delle 21.30 da Milano. A casa c’era un sacco di gente, tra cui D. che a quanto pare rimane a dormire da noi. E’ una cosa insolita ma mi fa molto piacere.
Post-scriptum Nel post precedente avevo detto che a Parigi mi sarei portato un quadernetto per scrivere un diario day by day. L’ho portato ma non ci ho scritto nulla, ci ho solo scarabocchiato qualche disegno dérangeant. Quindi questo post è stato scritto totalmente “a braccio”, con parecchi omissis, voluti e non. A voi capire dove e se abbia mentito. Se considerarlo un falso d’autore o no. Ah, e niente recensione oggi, potete capire.

Underwater visions #6: “Il petroliere (There will be blood)”

February 22, 2008 on 9:43 am | In Underwater visions | No Comments

Il petroliere (There will be blood)
2007, di Paul Thomas Anderson
con Daniel Day-Lewis, Paul Dano
Di questo film si possono dire diverse cose. Forse è meglio cominciare a parlare della distribuzione che ha avuto in Italia. “Il petroliere” è stato distribuito, sì e no, in una sala per ogni (grande) città. Ora, se si trattasse di un film d’essai si potrebbe anche comprendere, ma non è questo il caso. Tanto più che “There will be blood” (questo il titolo originale) è stato candidato ad otto premi Oscar. Non che sia un premio di qualità o prestigio come di solito lo è Cannes, ma serve comunque per attirare le folle. Nonostante tutto, è difficile capire come un film così blasfemo abbia potuto ricevere otto candidature. La convenzionalità non fa parte di questa opera d’arte, tanto che la critica americana ha da subito definito questo film l’erede di “Quarto potere”, probabilmente esagerando. Tra i due film non esiste un legame particolare, se non che in tutte e due le pellicole si parla di un uomo immenso, complicato e per certi versi indecifrabile. I primi venti minuti sono praticamente muti, e riescono a descrivere il personaggio di Daniel Plainview in modo geniale: la sua tenacia, la sua folle persistenza, vengono descritte attraverso gesti e sguardi. In questa vera e propria overture Paul Thomas Anderson dimostra, inoltre, di essere un grande cinefilo: John Ford, Murnau, Welles, sono tutti lì. Riesce a mischiare espressionismo tedesco con l’estetica western. Una cosa abbastanza impensabile, e anche piuttosto difficile da descrivere.
“There will be blood” è una sorta di rovesciamento di “Magnolia”. Se “Magnolia” era un film corale, “Il petroliere” ha sì e no due personaggi principali. Se “Magnolia” ha un finale biblico e in un certo senso epico, “There will be blood” tende a restringere sempre di più gli spazi fino a renderli soffocanti. Il film parla sostanzialmente dello scontro tra capitalismo e religione, e su come uno sia legato indissolubilmente all’altra, soprattutto finanziariamente. E’ anche la rappresentazione di due “Americhe” contrapposte e divise: quella dei grandi imprenditori e quella dei fanatici religiosi, dei predicatori che tuonano improperi dalle televisioni. “Il petroliere” non si limita solo a questo, ma tende a mostrare come un certo tipo di capitalismo sia portato ad abbandonare gli individui più deboli (in questo caso menomati) per non intralciare il guadagno. Inoltre, è anche un film sulla figura del padre: è facile notare come ogni nodo della narrazione sfoci nel contrasto con la figura paterna, assente o semplicemente terribile.
“There will be blood” ha il merito di essere scritto e diretto da Paul Thomas Anderson, regista, tra gli altri, di “Magnolia” e “Boogie nights”. Questo giovane autore (non ha neanche quarant’anni) abbandona la regia virtuosistica in favore di una maggiore fruibilità della storia. Non che manchino scene da “bocca aperta”, comunque vengono evitati i pianosequenza che avevano contraddistinto Anderson in passato, ma non farà rimpiangere nulla. “Il petroliere” ha una sceneggiatura incostante ma perfetta, piena di battute memorabli e di un monologo finale degno dei migliori drammaturghi. Il personaggio principale del film è uno dei più grandi personaggi della storia del grande schermo: Daniel Plainview interpretato da Daniel Day-Lewis. E’ anche giusto spendere due parole su questo attore che ha dato un’interpretazione che va oltre la perfezione, in quello che gli americani chiamano “role of a lifetime”. Un altro elemento importante è la colonna sonora, affidata a Jonny Greenwood dei Radiohead. Da un film del genere ci si aspetterebbe una musica altisonante, epica, perfettamente integrata nelle scene. Invece Greenwood ha fatto tutt’altro: la colonna sonora è dissonante, a tratti elettronica, a tratti noise, con un abbondante uso di archi e motivi che ricordano “How to disappear completely” e “Pyramid song”. Questo a dimostrazione che il genio non risiede solo in Thom Yorke. E Anderson ne fa un uso sopraffino.
In conclusione, non è esagerato affermare che “Il petroliere”, o meglio “There will be blood”, è uno dei film del decennio assieme a “Dogville” e “Inland empire”. E’ molto difficile riuscire a coniugare tanti elementi in un grado di perfezione così assoluto. Anderson ci è riuscito, consegnando al mondo un vero e proprio capolavoro.

Larger than life

February 19, 2008 on 10:06 am | In Unclassified | No Comments

E’ da premettere che sto stordendo la mia povera vicina con Joanna Newsom da giorni e giorni. Una volta l’ho incontrata in autobus e mi chiese cosa fosse quella musica che fa “Vuuuum vuuum”. Vabè, ho cercato di spiegarle cosa fosse la musica elettronica, ma invano.
In ogni caso, questo post sembra apparentemente pointless. In realtà quello che volevo dire, almeno cinque minuti fa, è che quando voglio una cosa, poi voglio esattamente il suo opposto. E non perchè io sia insicuro, tutt’altro. Riallacciandomi a prima: se ascolto musica elettronica poi sento, di conseguenza, esigenza di folk. Non so se questo dualismo sia una manifestazione del fatto che “è vero che vivi in un altro pianeta, non sei umano, ma non lo sei nel modo peggiore”. Stringendo il nodo alla cravatta, quello che ne ricava chi mi legge è che io sia un perfetto personaggio da romanzo. La cosa buffa è che vi beviate davvero tutte le stronzate che dico. Questo blog, che poi è un sito, è più un pulpito che altro. Io non ce la faccio ad essere un guru, non lo sono e non lo voglio essere. Cristo, mi date così tanta importanza fino a cercare di snaturarmi. Di chiedermi di essere meno blasfemo perchè “nel tuo blog serpeggia un cinismo piuttosto gratuito, e la gente che ci crede può rimanere offesa”. Ma vaffanculo.
Da piccolo mi interessavano molto gli insetti. Li studiavo. Poi sono passato agli esseri umani. Ora, riprendendo una battuta del film che recensirò venerdì, “io guardo le persone e non ci trovo niente di attraente”. Quindi, cosa sono, il villain per eccellenza? Un personaggio shakespeariano? E dove sta l’autore? Mi perdo in un’infinità di persone, di copie, di cose, come i personaggi dei libri di Paul Auster.
Il frutto della mia “guarigione” credo sia dovuto alle recenti ed estremamente gratificanti soddisfazioni personali. Che non ho cercato ma aspettavo da tempo. Dopo l’orrendo 2007 è ora che le cose e le persone tornino al loro posto, il Leviatano si sta muovendo. Quindi questa è solo una finta, uno scherzo.
Imparate a prendermi meno sul serio. Se fossi Gesù sarebbe bellissimo perchè avrei il dono della non-esistenza, che è il massimo cui posso aspirare. Ma non lo sono. E credetemi, voi non siete i dodici apostoli. Dormite tranquilli, se potete.
Parigi mi aspetta, e io spero di attraversare la frontiera e di trovare solo un po’ di volti nuovi. E la certezza di non essere nessuno in un posto che non conosco e che quindi non esiste.
“…c’è un’idea di Patrick Bateman, una sorta di astrazione, ma non esiste un vero e proprio “me”… Puoi pure sentire la mia carne a contatto con la tua, e credere che i nostri stili di vita siano comparabili, ma io semplicemente non ci sono. Per me, è difficile avere un senso, a qualsiasi livello. Io sono un’invenzione, un’aberrazione. Sono un essere umano incoerente. La mia personalità è appena abbozzata, informe; solo la mia crudeltà è persistente e alligna nel profondo…”

Underwater visions #5: “Simon del deserto”

February 15, 2008 on 1:37 pm | In Underwater visions | No Comments

Simon del deserto
1965, di Luis Buñuel
con Claudio Brook, Silvia Pinal
“Simon del deserto” è un film che, se paragonato ad altri film di Buñuel come “Il fascino discreto della borghesia” o “Viridiana”, risulta misconosciuto. In parte è dovuto al fatto che non è un film completo, ma un mediometraggio di quarantacinque minuti, in parte per il modo in cui è stata trattata la tematica. Il film infatti non fu completato perchè il produttore Gustavo Alatriste non ne ebbe il coraggio, poi se ne perntì e chiese a diversi registi di completarlo (tra cui Bellocchio e Kubrick), ma tutti rifiutarono. E fu un’immensa fortuna, perchè sarebbe stato snaturare un piccolo capolavoro del regista e maestro spagnolo.
Il film narra la storia di Simon, un asceta che ha deciso di consacrarsi a Dio vivendo su una colonna e praticando il digiuno. Talvolta predica da questa colonna e compie dei miracoli. Durante una delle sue orazioni un uomo senza mani gli chiede un miracolo. Questo confessa che le mani gli furono tagliate percheè era un ladro, ma ora si è pentito. Le mani improvvisamente ricompaiono, ma la reazione dell’ ex-ladrone è tutt’altro che positiva: per prima cosa parla con svogliatezza di dover trovare un lavoro (essendo stato un ladro e poi un monco non era costretto alla fatica del lavoro) e successivamente schiaffeggia la figlia. Da un ateo come Buñuel, quindi, il miracolo non sussiste come rivelazione religiosa, ma è solo funzionale alla scena e alla trattazione. In quella precisa scena il regista vuole far capire, con un certo igengo, che i miracoli non servono a nulla. “Simon del deserto” però non si ferma qui. Il personaggio di Simon è visto da un lato con ammirazione per il suo persistente idealismo, ma prevale comunque una pesante critica all’ascetismo e quindi a quella che viene considerata dai più “santità”. Simon, infatti, si troverà a benedire un grillo e anche un pezzo di cibo masticato ritrovato fra i suoi denti. Nella spiazzante e geniale conclusione, che è sempre meglio non anticipare, Simon si renderà conto che il suo idealismo e il suo sacrificio, a posteriori, non sono serviti assolutamente a nulla. Come ogni santo o presunto tale, l’asceta verrà sottoposto dalle tentazioni del diavolo, interpretato dalla fantastica Silvia Pinal. E’ in questo particolare frangente che si scatena tutto il surrealismo di Buñuel: il demonio apparirà come una bambina viziosa e poi una vecchia disgustosa, poi travestito da gesù cristo, e infine come una bara che sfreccia nel deserto contenente una donna seminuda. Funzionali alla trattazione del regista sono anche i personaggi di contorno, tra cui un pastore nano e storpio con tendenze zoofile e gli inevitabili preti. Questi ultimi dimostrano di non essere sempre convinti della santità di Simon, tanto che uno di loro si rivelerà essere indemoniato. Anche in questo caso, non è il concetto religioso a interessare il regista ma ciò a cui portano determinate situazioni. L’indemoniato infatti urlerà una serie di improperi e di terminologie, tra cui “Abbasso l’apocatastasi!”. Alcuni preti si guarderanno dubbiosi, dimostrando di non conoscere a pieno il significato delle parole che, in teoria, dovrebbero competergli.
Parente stretto di “Brian di Nazareth” dei Monty Python, ma assolutamente più mordace nella sua brevità, “Simon del deserto” è una gigantesca satira religiosa e sociale, precisa e perfidamente accurata. Il film sfoggia delle trattazioni anti-religiose estremamente solide e difficilmente sgretolabili. “Simon del deserto” è anche un film molto forte a livello di linguaggio, rasenta (e forse supera) la bestemmia più e più volte. Il modo in cui lo fa, e cioè attraverso il grottesco, lo rende però un film unico, inimitabile, immortale e soprattutto divertentissimo nella sua genialità. Da vedere se non si è ciechi di fronte agli argomenti religiosi, da evitare se si è “pecorelle”.

Underwater visions #4: “Party monster”

February 8, 2008 on 1:15 pm | In Underwater visions | No Comments

Party Monster
2003, di Fenton Bailey, Randy Barbato
con Macaulay Culkin, Seth Green, Chloe Sevigny, Marilyn Manson
“Party Monster” è uno dei pochissimi film che prende lo spettatore subito dai primi minuti. L’estrema assurdità del tema trattato e soprattutto dei dialoghi farebbe supporre una storia di finzione. Basta informarsi un po’ e si capisce che non solo il film è tratto da una storia vera, come sottolineato ironicamente nei titoli di testa, ma che è estremamente fedele al fatto di cronaca di cui si parla. Nel 1996, Michael Alig, organizzatore di feste underground, viene arrestato per aver ucciso e fatto a pezzi il suo spacciatore. Nel film viene messo in chiaro sin dall’inizio, anche se, non trattandosi di un’opera banale, non manca una sorta di colpo di scena finale. In poche parole, di cosa parla questo film? Di tutto e niente, si può rispondere. E non certo per mancanza di spunti dei due registi indipendenti Bailey e Barbato, che sembrano avere una fissazione per il tema in questione dal momento che ne hanno realizzato anche un documentario. In “Party Monster” viene inquadrata molto bene la “club culture” e tutto ciò che ne deriva: le discoteche, la droga, l’eccesso, la vuotezza intrinseca. Nonostante il film sia fatto sui personaggi e non a scopo moralistico, i registi non possono comunque non prendere posizione, e danno comunque un giudizio piuttosto impietoso sull’ambiente delle discoteche. Chiunque sia mai stato in un locale può confermare, anche attraverso la visione di questo film, che tutto è basato sull’apparire piuttosto che sull’essere, sull’eccedere di notte rispetto alla schiacciante e soffocante normalità del giorno. Una tendenza di ribellione piuttosto “borghese” e insana. Il protagonista, infatti, proviene dalla provincia americana, non-luoghi noti per non essere di certo stimolanti. “Party Monster” è tantissime cose assieme. L’ascesa e caduta di un ragazzo vuoto di provincia schiacciato dalla metropoli e da se stesso (”La dolce vita”), il travestimento come arte della non convenzionalità a tutti i costi (”Rocky Horror Picture Show”), nichilismo e consumo sfrenato di droghe (”Arancia meccanica” e “Trainspotting”), la ricerca dell’eccesso e dell’esistere come forma d’arte (Oscar Wilde). Un mix di generi perfettamente riuscito e trattato sotto forma di dark comedy, riesce persino a strappare qualche risata. La regia di Bailey e Barbato è nervosa, pop, frenetica e ricca di trovate piuttosto ingegnose. Ad esempio il tizio col costume da topo, un deus ex machina che, come funzione esercitata, ricorda molto il coniglio Frank di “Donnie Darko”.
Una nota di merito va alla rentree di Macaulay Culkin, assente dalle scene da una decina di anni, e in un ruolo assolutamente inconsueto per lui se si pensa ai filmacci per famiglie che faceva quando era bambino. Seth Green è una spalla formidabile e con dei tempi comici notevoli. Da notare anche la partecipazione di Marilyn Manson nel ruolo della drag queen Christina, esilarante e divertentissimo.
“Party Monster” è anche aiutato da una bella colonna sonora di cui fan parte Ladytron, Vitalic e Felix da Housecat. Un piccolo gioiello, insomma, sconosciuto ai più ma che rompe molti schemi, primo fra tutti quello di non autocategorizzarsi come “film gay”. Va oltre il cinema di genere in un vortice di decadenza dalle tonalità mai definite, comunque mai dimenticabili.

Underwater visions #3: “La sera della prima”

February 4, 2008 on 12:12 am | In Underwater visions | No Comments

La sera della prima
1977, di John Cassavetes
con Gena Rowlands, John Cassavetes, Ben Gazzarra
“La sera della prima” è un film che si può definire “crocevia”, tra un certo cinema del passato e un certo cinema del futuro. E’ un ponte, insomma. La pellicola è, in maniera piuttosto evidente ma non pedante, una figlioccia di “Eva contro Eva” (1951, di Joseph Mankievicz), e allo stesso tempo una delle madri di “Tutto su mia madre” (1999, di Pedro Almodòvar). Appare subito chiaro durante la visione. Ne “La sera della prima” Gena Rowlands è un’attrice di teatro che entra in crisi perchè le viene proposto un ruolo di donna matura, mentre essa è di mezza età. Questa cosa, a suo dire, le attaccherebbe addosso un ruolo difficile da sfilare agli occhi del pubblico, quello dell”anziana’. La stessa crisi, seppur in maniera diversa, la attraversa Bette Davis in “Eva contro Eva”. Le similitudini tra i due film non finiscono qui: entrambe le attrici hanno un carattere piuttosto esplosivo e una vita sentimentale controversa. “La sera della prima”, poi, inizia con una ragazza che vuole a tutti i costi conoscere l’attrice Myrtle Gordon (Gena Rowlands), le chiede un autografo, bussa al vetro della sua auto in una giornata di pioggia e finisce investita da un’auto. La stessa scena è ricopiata pari pari da Almodòvar in “Tutto su mia madre”. Almòdovar tende comunque ad esagerare i toni, e quindi a rendere il tutto melodrammatico, mentre la scena del film di Cassavetes rimane coi piedi in terra e mantiene un certo realismo. L’intera regia del film è molto “teatrale”, non solo perchè buona parte del film è ambientata in un teatro, ma anche perchè a Cassavetes interessa soprattutto la realtà. Nonostante ciò siamo, per fortuna, lontani dal cinema “realista”. Anche nelle scene più “oniriche”, come le apparizioni vampiresche della ragazza morta, simbolo di una gioventù perduta, Cassavetes ci fa palesemente intuire che non è possibile che sia uno spirito, ma è tremendamente reale nella testa di Myrtle. Il regista non si distacca per neanche un secondo dalla realtà, dai volti, dai dialoghi estenuanti ed intensi. “La sera della prima” si presenta quindi come una parabola sull’attore, sulle sue stranezze ma anche sul suo genio interpretativo e di improvvisazione. Tutto il film è un’escalation di tensione verso la serata d’apertura dello spettacolo a New York. In questa tensione, che funziona quasi come un thriller dal momento che tiene lo spettatore aggrappato alla sedia, ciò che sta in scena e ciò che ne sta fuori si confondono molto spesso. Da un momento all’altro lo spettatore può ritrovarsi nei camerini, o nei bui corridoi e improvvisamente apparire sul palcoscenico, davanti a centinaia di occhi in attesa. “La sera della prima” non è solo un omaggio e una critica al mondo degli attori, ma è soprattutto la catarsi generata dal teatro rispetto alla follia della vita urbana. E’ un rompere gli schemi con il mondo, soprattutto con gli artefici della produzione artistica, in questo caso la sceneggiatrice e il regista. Ed è proprio la capacità di sceneggiatore di Cassavetes a non rendere per nulla scontato il finale. L’improvvisazione, sembra dirci, rende autonomi, migliori, forse liberi. Il cinema di Cassavetes era, per l’epoca, davvero coraggioso, anche perchè a Hollywood stava ritornando di moda il cinema commerciale, quello con effetti speciali esagerati alla “Star Wars”. E’ sempre bene ricordarsi che c’era la possibilità di piegarsi alle regole del botteghino, ma se non è stato fatto forse era anche una questione di qualità. “La sera della prima” è un film straordinario non solo per la profondità e l’originalità della rielaborazione di certi contenuti, ma anche per l’interpretazione di Gena Rowlands che crea una vera e propria empatia, quasi palpabile, con lo spettatore. Troneggia come una vera fuoriclasse. E’ divertente ricordarla in una battuta del telefilm Will & Grace: “Ci vediamo un film con Gena Rowlands pazza e ubriaca, o uno con Gena Rowlands ubriaca e pazza?”. A guardarla, ammaliati, le si augura di essere pazza e ubriaca per tutta la vita.