Afraid to dance

January 27, 2008 on 7:30 pm | In News | No Comments

Ebbene. Non so quanta gente legga il mio sito, in ogni caso ho scritto un nuovo racconto. Dopo “Niente” che trovo la cosa più scadente che abbia mai scritto, pessimo. In questo ci ho messo molto più impegno. Diciamo che come al solito è una cosa un po’ bizzarra. Però, quei pochi che mi leggono, sono abituati a dei racconti più o meno brevi. Ecco, quest’ultimo è di una lunghezza estenuante. Mi spiace. Non so quanti arriveranno in fondo. Insomma, apprezzate la fatica. Si intitola “Boredom” e, con poca modestia, ammetto di esserne entusiasta. Non sono un campione in fatto di modestia. Potrebbe anche essere una stronzata. Ma tant’è. Ora, se mi permettete, ho poca voglia di scrivere. Il racconto lo potete trovare qui oppure andando nella sezione “Writings”. Enjoy

Underwater visions #2: “Uno, due, tre!”

January 25, 2008 on 10:30 am | In Underwater visions | No Comments

Uno, due, tre!
1961, di Billy Wilder
con James Cagney, Horst Buchholtz, Pamela Tiffin
Capolavoro della commedia e della satira politica, “Uno, due, tre!” è uno dei film meno noti della filmografia di Wilder. In Italia poi viene passato raramente in televisione e ad orari proibitivi. Inoltre, per ora, non esiste una versione Dvd in commercio, anche se è tranquillamente reperibile con mezzi che è inutile specificare qui.
“Feroce” è il primo aggettivo che viene in mente subito dopo la visione di questa commedia. La trama, di per sè, lascia ben intuire quello di cui si sta parlando. Un dirigente americano della filiale della Coca Cola di Berlino Ovest, spietato carrierista, si trova invischiato nella storia d’amore tra la figlia del suo capo americano, che vorrebbe promuoverlo, e un attivista del partito comunista della Berlino Est. “Uno, due, tre!” è probabilmente la commedia più ritmata che sia mai stata girata, tanto da sfinire lo spettatore e lasciarlo senza fiato (dal ridere). Billy Wilder, autore di capolavori immortali come “A qualcuno piace caldo”, “Viale del tramonto” e “La fiamma del peccato” inscena quindi un teatrino perfetto sulla Guerra Fredda, e soprattutto sulla divisione piuttosto stupida tra ideologie. Vi si ritrovano quindi le opposizioni esterne alle nazioni quali capitalismo/comunismo, ma anche interne, in questo caso agli Stati Uniti, come nordisti/sudisti. Si potrebbe azzardare quindi di classificarlo come “anarchico”. Il film, prendendo di mira non solo le ideologie ma anche gli oggetti, i simboli che servono a rafforzarle, ha anche una grossa componente iconoclasta. La pellicola si apre appunto con la voce fuori campo di James Cagney che illustra le qualità democratiche della Berlino Ovest, per arrivare all’inquadratura di un manifesto della Coca Cola, eterno simbolo del capitalismo statunitense. Altro esempio è appunto l’orologio a cucù, che scandisce il tempo con lo sventolamento della bandiera americana, e che verrà usato per scopi tutt’altro che ortodossi. Quindi, oltre alla critica ideologica, il tema principale è appunto lo stravolgimento di valori così comune nel cinema di Wilder, messo in atto attraverso il travestimento di alcuni personaggi e soprattutto dall’inevitabile colpo di scena finale. Il regista scriverva commedie con personaggi che si aggiungevano progressivamente allo svolgimento della trama, caratteristica copiata in modo esaltante da Almodovar, basti confrontare con “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”. L’analisi dei personaggi è piuttosto importante in un film di critica ideologica come questo. Giganteggia su tutti uno strepitoso James Cagney, che recita con una velocità disumana. E’ interessante la scelta di Cagney per una commedia per il semplice fatto che aveva quasi sempre interpretato film gangster. Ed è piuttosto divertente notare che i metodi che adotta il suo personaggio, il capitalista MacNamara, sono a dir poco da gangster. Quindi sorge il sospetto che Billy Wilder si sia divertito moltissimo nel suggerire, anche attraverso l’utilizzo di un mezzo così sottile come la scelta di un attore, un’ulteriore critica nella critica. Altro personaggio importante è quello di Schlemmer, assistente di MacNamara col vizio di battere militarmente i tacchi. Adattatosi al sistema capitalista ha un oscuro e malcelato passato nelle SS. Il suo è quindi personaggio-simbolo di una Germania che fatica a cambiare.
Inutile dire, infine, che girare questo film in piena Guerra Fredda era quanto di più coraggioso ci si potesse aspettare da un regista hollywoodiano. E infatti all’epoca fu un fiasco al botteghino. “Uno, due, tre!” è parente stretto del più noto “Il dottor Stranamore” di Kubrick, anche se la critica messa a punto da Wilder risulta indubbiamente più efficace, divertente, ritmata e soprattutto spumeggiante. Senza nulla togliere a Kubrick.

Underwater visions #1: Breve introduzione e “Io non sono qui”

January 18, 2008 on 3:11 pm | In Underwater visions | 1 Comment

Ho deciso di inaugurare una nuova “rubrica”, e cioè recensire un film che mi è piaciuto ogni venerdì. In realtà non è una cosa proprio nuovissima perchè la facevo anche nel vecchio blog. Comunque io sono un dio nell’autoriciclaggio e nell’autocitazione (basti vedere il titolo del post). Perchè recensire per forza solo film che mi sono piaciuti? Perchè credo che, oltre a essere una sfida per me, può anche essere utile a chiunque sia interessato al cinema. E’ anche da premettere che non recensirò mai e poi mai film commercialissimi, non tanto per snobismo ma perchè credo che il cinema sia anche altro. Quindi passiamo oltre e cominciamo.

Io non sono qui
2007, di Todd Haynes
con Cate Blanchett, Ben Wishaw, Christian Bale, Richard Gere, Charlotte Gainsbourg, Heath Ledger, Julianne Moore
Come si può cominciare a recensire un film così ampio, variegato e complesso? Quello che ci troviamo di fronte è, a prima vista, un film sulla vita di Bob Dylan. Ma non è un biopic qualsiasi, è molto molto di più. Todd Haynes, regista di “Velvet goldmine” e “Lontano dal paradiso”, non ci ha mai abituato con la banalità, anzi. In questo caso specifico firma il suo capolavoro. Il film può essere tranquillamente visto anche se non si è dei conoscitori dell’arte del cantautore statunitense. Come già accennato “Io non sono qui” è tanto altro ancora. Innanzitutto è un film con sei attori che interpretano sei corrispettivi personaggi maschili, e nessuno di loro si chiama “Bob Dylan”, scelta che garantisce una durevole sopravvivenza e fruibilità. Sono più che altro dei personaggi a sè stante, dei frammenti. Il film avrebbe potuto tranquillamente sottotitolarsi “Sei personaggi in cerca d’autore”. L’influenza di Pirandello, in “Io non sono qui”, non è così campata in aria come si potrebbe pensare. In realtà Pirandello ha avuto un’influenza enorme nel cinema contemporaneo, per fare due esempi “Eternal sunshine of the spotless mind” e “Inland empire”. In tutti questi film, che rappresentano quasi una tipologia a parte, vi è la frammentazione tipica e il modo di narrare dell’autore italiano. Ogni singolo personaggio è, in realtà, un non-personaggio che acquista senso solo all’interno del nucleo compatto formato dal montaggio finale. Un montaggio che può sembrare assolutamente casuale, e in parte lo è, ma che invece contiene in esso stesso una profonda radice letteraria. Lo stesso Dylan ha trovato la fama negli anni Sessanta, epoca di sperimentazione creativa, sia a livello di composizione dei testi musicali sia a livello di letteratura. Portavoce di questa estrema sperimentazione era la beat generation, tutt’ora poco conosciuta dal pubblico italiano. I massimi esponenti erano William Burroughs (”Pasto nudo”) e Jack Kerouac (”Sulla strada”). E’ bene quindi soffermarsi su questo ultimo autore, tra l’altro importantissimo nella storia della letteratura degli Stati Uniti. Anche questo libro e “Io non sono qui” hanno un sacco di cose in comune: primo fra tutti il tema del viaggio, che apre e conclude il film, ma che si ritrova comunque sparso per tutta la pellicola. Il film si apre appunto con un bambino idealista di colore che intraprende un viaggio in una treno merci preso al volo, con i paesaggi tipici di un’America rurale ed estiva che sfrecciano sullo sfondo. E soprattutto la compagnia degli “spostati”, i barboni, eterni compagni di viaggio e fonti di scambio delle rispettive esperienze.
La regia di Todd Haynes è quanto di più visionario e creativo possa offrire il cinema di oggi. Mescola sapientemente una regia classica a un bianco e nero sgranato e allucinato, spesso composto da immagini altamente oniriche. Le citazioni cinematografiche, poi, si sprecano. Chiunque conosca l’opera di Fellini non farà fatica a riconoscere le numerose citazioni che Todd Haynes fa da “8 e 1/2″.
Le interpretazioni degli attori sono tutte sullo stesso livello, e cioè ben amalgamate. Richard Gere spicca particolarmente, in un ruolo insolito e lontano dalle solite commediole rosa da lui interpretate, dimostrando così di essere un attore “di razza”. Un palmo sopra a tutti, però, c’è Cate Blanchett. Gigantesca nel ruolo di Jude, un ruolo maschile. Questo forse è il personaggio che più si presta a un’analisi approfondita. Il personaggio che racchiude tutti e sei i ruoli, e cioè Bob Dylan (anche se non è così fondamentale il chi), nel film viene rappresentato come estremamente complesso e indefinibile. Talmente vasto da essere tutto: predicatore, rockstar decadente, poeta, attore e padre, cowboy, vagabondo. Todd Haynes ha avuto la geniale idea di far interpretare a una donna uno dei sei personaggi maschili, implicando quindi una sorta di “transessualità” del personaggio. Una “transessualità” comunque implicita, metacinematografica, che, grazie alla magnifica interpretazione della Blanchett, viene accettata perfettamente dallo spettatore senza risultare ridicola. L’idea di utilizzare sei attori per interpretare (in un certo senso) lo stesso personaggio è originale ma non esattamente nuovissima. Nel 1977 un certo Luis Buñuel fece interpretare a Carole Bouquet e ad Angela Molina lo stesso ruolo femminile nel suo “Quell’oscuro oggetto del desiderio”.
Anche la colonna sonora, sempre molto presente all’interno della pellicola, quasi un settimo personaggio, è degna di nota. Figurano infatti tra i più grandi nomi della scena musicale contemporanea, tra cui Sufjan Stevens e Antony.
Il film, insomma, non si presenta come una semplice visione da sabato sera, ma come un complicato flusso in cui, se ci si lascia trasportare, è bellissimo perdersi. Alcuni pezzi, durante la visione, andranno al loro posto, oppure torneranno ad allacciarsi e a disgiungersi in un eterno ipertesto cinematografico, disorientando e allo stesso tempo compiacendo. “Io non sono qui” è una rivelazione, ricorda molto “Magnolia” nella sua potenza espressiva e coralità. Film del genere ne esce uno ogni dieci anni.