Pastoral scene

June 25, 2010 on 10:43 pm | In Music | 2 Comments

Questa è la storia di un ebreo comunista, di omicidi, pestaggi, di due negri impiccati a un albero e di una cantante che ce l’ha fatta come ha potuto. Una storia in musica. Gli anni Trenta degli Stati Uniti.

Capitolo I: La fortuna di Lewis Allen
E’ difficile scovare informazioni su Abel Meeropol. Quello che si sa di per certo è l’anno di nascita, il 1903, luogo non definito. Era un ebreo, non uno di quelli col nasone, gli occhialetti tondi e i capelli crespi. Uno qualsiasi, forse, che sfoggiava un paio di baffetti à la Laurence Olivier, alla moda, un piglio fiero e deciso. Insegnò per ventisette anni alla DeWitt Clinton High School, tra la 58esima e la 59esima. Un austero edificio a forma di H, nel Bronx, Hell’s Kitchen. Era vicino al DeWitt Clinton Park, il primo giardino comunitario di New York, creato dagli stessi studenti della DeWitt. E fu proprio lì, in quei luoghi, in quei contesti, che Abel Meeropol, in fin dei conti un americano come tutti gli altri, aggrappato a uno spirito teneramente e disperatamente naïve, scelse la via del comunismo. Il suo attivismo politico si esprimeva principalmente attraverso la scrittura, sul New York Teacher o American Masses. Conobbe il successo, che tirando le somme è un dogma anche per un comunista americano. Firmandosi “Lewis Allen” (pseudonimo composto dall’unione dei nomi dei due figli defunti), nel 1945 scrisse la canzone che dà il titolo al cortometraggio “The house I live in”. Il protagonista è Frank Sinatra, che canta e spiega l’antirazzismo a dei ragazzini. La canzone fu una hit. Nel 1953 furono giustiziati Julius ed Ethel Rosemberg, accusati di spionaggio filosovietico, reato commesso probabilmente solo dal marito. Divennero due icone. Meeropol e la moglie adottarono i due figli della coppia.
La vera fortuna di Lewis Allen, o Abel Meeropol, è antecedente ai fasti con Sinatra. E comincia con qualcos’altro. Una foto.

Capitolo II: Scene pastorali 
Marion (Indiana) è una cittadina di 30.000 abitanti. Nell’agosto del 1930 erano probabilmente di meno. Un numero consistente di abitanti è afroamericano, e all’epoca i più lavoravano nelle fattorie, fulcro dell’economia della regione. Uno scenario campestre, placido, noioso, segretamente teso. Tre giovani di colore, Thomas Shipp, Abram Smith e il sedicenne James Cameron, si trovavano nei sobborghi di Marion. In una macchina, in sosta, c’erano Claude Deeter, ventitrè anni, e la fidanzata Mary Ball, diciannove. I tre afroamericani colsero l’occasione e tentarono una rapina, che però finì male. James Cameron fuggì quando capì quello che stava per succedere. Shipp e Smith, armati, uccisero Deeter e stuprarono la ragazza. Il 6 agosto erano già stati fermati, avevano confessato ed erano stati rinchiusi nella prigione della città in attesa del processo. Ma le voci correvano a Marion, roccaforte del Ku Klux Klan. Il 7 agosto una folla di cittadini, pare un migliaio di persone (il numero aumenta in proporzione all’antirazzismo della fonte), assaltò la prigione. Armati di martelli, trascinarono fuori i tre ragazzi, che vennero selvaggiamente percossi. Li portarono nella piazza e li impiccarono a un albero. Cameron si salvò, a suo dire grazie all’intervento della Vergine Maria, secondo i fatti perchè qualcuno riuscì a far notare per tempo la sua “innocenza”. Aveva comunque la corda intorno al collo. Fu scattata una foto dei due corpi penzolanti e martoriati. James Cameron scontò la sua pena e divenne un noto attivista dei movimenti per i diritti degli afroamericani.   

Capitolo III: Un cafè di passaggio
Nel 1937 la foto capitò sotto gli occhi di Meeropol. Quell’immagine lo turbò profondamente e a lungo. Scrisse una poesia intitolata “Bitter fruit”, pubblicata poi su varie riviste. Probabilmente la forma-poesia era poco incisiva per il messaggio che Meeropol voleva mandare, così doveva diventare una canzone. Cercò di farla musicare da diversi compositori, invano. Si rimboccò le maniche e fece da solo. Cambiò il titolo in “Strange fruit”.


Southern trees bear a strange fruit,
Blood on the leaves and blood at the root,
Black bodies swinging in the southern breeze,
Strange fruit hanging from the poplar trees.

Pastoral scene of the gallant south,
The bulging eyes and the twisted mouth,
Scent of magnolia, sweet and fresh,
Then the sudden smell of burning flesh.

Here is fruit for the crows to pluck,
For the rain to gather, for the wind to suck,
For the sun to rot, for the trees to drop,
Here is a strange and bitter crop.


Gli alberi del sud hanno uno strano frutto,
Sangue sulle foglie e sangue alle radici,
Corpi neri oscillano nella brezza del sud,
Uno strano frutto appeso ai pioppi.

Scena pastorale del prode sud,
Gli occhi sporgenti e le bocche contorte,
Profumo di magnolia, dolce e fresco,
Poi l’improvviso odore di carne che brucia.

Ecco il frutto che i corvi beccano,
Che la pioggia coglie, che il vento succhia,
Che il sole fa marcire, che gli alberi fanno cadere,
Ecco un raccolto strano e amaro.

La canzone cominciò a diventare popolare negli ambienti intellettuali di cui Meeropol, per status o per vocazione, faceva parte. La prima a suonarla fu sua moglie, durante una riunione del sindacato degli insegnanti. Poi arrivò nelle mani di Barney Josephson. Figlio di immigrati lettoni, Josephson era il proprietario del Café Society, una sorta di piccola taverna in Sheridan Square. Il locale era una novità: bianchi e neri potevano entrare senza distinzioni. Fu Josephson a proporre il testo all’interprete che rese immortale questa canzone.

Capitolo IV: Eleanor va a New York
Eleanor Fagan Gough nacque a Baltimora il 7 aprile 1915. Ancora bambina raggiunse la madre ad Harlem, New York. Si guadagnava la vita prostituendosi e lavando le scale. La padrona del bordello, ogni tanto, le concedeva di usare il giradischi, così Eleanor poteva sentire Louis Armstrong. In seguito a un blitz della polizia, fu arrestata e passò diversi mesi in carcere (diverrà una costante fatale, ma ancora non lo sapeva). Quando uscì decise di fare la ballerina nei night club. Non aveva un carattere accomodante: rifiutava di ricevere le mance tra le cosce. Le sue colleghe, per questo, l’avevano soprannominata “Lady”. Fu licenziata quasi subito perchè non sapeva ballare. Quando la sentirono cantare fu riassunta. In quel momento Eleanor diventò Billie Holiday. Il nome d’arte lo ricavò dal cognome del padre e dal nomignolo che sua madre le aveva dato, “Billie” appunto, per via dei suoi comportamenti da maschiaccio. Venne notata da John Hammond, un produttore discografico, che nel 1933 le fece incidere un paio di dischi che nessuno notò. Nonostante l’insuccesso, Hammond continuò a credere in quella voce unica e magica. Due anni dopo, nel 1935, riuscì a imporsi come cantante di successo grazie a canzoni leggere e spensierate, a differenza di quelle che incise negli anni a venire e per cui sarà ricordata. Quando la popolarità era finalmente arrivata, potè persino esibirsi nei locali dei bianchi. Sul palco, tra i capelli, una gardenia bianca. Dietro al palco, l’entrata per soli negri. Era comunque un passo avanti, e Lady Day non era poi così interessata alla politica, contrariamente a quello che si crede. Questo, probabilmente, per “Strange fruit”, canzone da lei fortemente voluta, tanto che arrivò a dire di averla scritta lei, con disappunto di Meeropol. La canzone chiudeva ogni suo concerto, perchè “dopo c’è solo il silenzio”. Non tutti i locali erano contenti: spesso le impedivano di cantarla, o se succedeva, magari in qualche locale del Sud, veniva cacciata.
Nonostante il triste destino a cui era, forse, condannata, Billie Holiday e “Strange fruit” rimangono lì, tra le maglie della Storia, testimone e testimonianza nel caos e nella pura, tragica, bellezza.

I was born free

June 9, 2010 on 5:28 pm | In Music | 4 Comments

M.I.A.: ovvero “Missing in action”, dispersi in azione, in battaglia. Esistono anche K.I.A. (Killed in Action), W.I.A. (Wounded in Action). Lo stesso termine O.K. deriva da un contesto guerresco (0 + K = Zero Killed), ma è un’altra storia. M.I.A. è anche lo pseudonimo della cantante anglo-srilankese Mathangi (”Maya”) Arulpragasam. Ha pubblicato due album (il terzo in uscita a luglio), intitolati “Arular” (2005) e “Kala” (2007), che hanno spopolato ai vertici delle classifiche (più qualitative che di vendita). E’ adorata da dj e dagli amanti della scena “alternative” di tutto il mondo, in Italia rimane comunque semi-sconosciuta non esistendo una vera e propria cultura musicale al di là della canzonetta. Bisogna stare attenti a dare un vero e proprio riconoscimento al termine “alternativo”, perchè in fondo non significa nulla, dal momento che il fine della musica (vinile, cd, o supporto multimediale) è quello di vendere, e vale per tutti coloro che hanno un mercato. Il discorso è, quindi, prettamente qualitativo. Così si può definire la musica di M.I.A., in termini musicalmente altissimi. Ascoltando uno dei suoi LP si sente appunto la confusione della dispersione nella battaglia, ma anche la rabbia, in perfetta coerenza col brand  proposto. Perchè in fin dei conti ogni nome (d’arte o non) è la sintesi di un prodotto, variabile, ma ben indirizzato. E’ lo stesso concetto dei marchi di moda o del cibo in scatola. Ecco, M.I.A. propone un mix di hip hop, elettronica, disco-dance e world music difficilmente ignorabile e catalogabile, se non appunto col suo stesso nome. Il suo stile di scrittura è fortemente aggressivo e graffiante, tanto che i titoli dei due album sono rispettivamente i nomi di battaglia del padre e la madre, combattenti tamil. L’originalità di M.I.A. sta nel riuscire a sintetizzare delle melodie orecchiabili (per nulla banali, tuttavia) con dei testi estremamente polemici. L’esempio più eclatante è la hit “Jimmy“, che mascherata da canzone discomusic in stile anni Settanta, comincia con: “When you go Rwanda, Congo/Take me on your genocyde tour/Take me on a truck to Darfur/Take me where you would go“. Per non parlare di “Sunshowers” o di “Paper planes“, forse la sua canzone più famosa (anche perchè all’interno della colonna sonora del discutibile “The Millionaire”). Nella sua visione musicale sono frequenti i campionamenti di altre canzoni, tanto da oltrepassare il concetto di cover song. Sarebbe scorretto indicare alcuni suoi pezzi in questo modo. Per capire meglio quello di cui si sta parlando si può ascoltare “20 dollar“, in cui M.I.A. “rappa” (si tratta sempre di un rap molto morbido e digeribile) su una distortissima base di “Where is my mind?” dei Pixies, riprendendone in parte il ritornello.
Un’altra particolarità di M.I.A. è come propone il suo marchio, e cioè lo stile dei videoclip: spesso coloratissimi, è presente un certo kitsch etnico, con fondali disegnati. Un po’ come i primi anni Novanta, perchè diciamocelo, M.I.A. è tamarra ma va benissimo così. Il suo stile (più a livello di immagine) è diventato talmente cool che, di recente, persino qualche signorina da circonvallazione come Rihanna ne ha usufruito (pare sotto consiglio di attenti produttori). Il risultato rimane comunque da toilette de la gare, confrontare col video di M.I.A., “Boyz“, per comprendere la pietosa somiglianza tentata.
Con l’uscita imminente del nuovo album, intitolato “/\/\/\Y/\” (nda. “MAYA”), oltre a polemizzare con tutto e tutti come suo solito (è un ottimo lancio), la cantante mantiene la tradizione del titolo come nome di battaglia (questa volta il suo), ma cambia direzione in fatto di videoclip. Nel video che anticipa l’LP, “Born free”, M.I.A. non appare, non ci sono costumi indiani, non c’è Africa, non ci sono colori sgargianti. “Born free” si presenta come un vero e proprio cortometraggio di nove minuti, ed è diretto da Romain Gavras, figlio del regista greco Costantin Costa-Gavras (regista di “Z”, “Amen” e “Il cacciatore di teste” per citarne alcuni). Romain ha, in effetti, ereditato in parte lo stile caustico del padre, da ricordare il bellissimo videoclip di ”Stress“ che fece per i francesi Justice. Come nel precedente videoclip, Gavras mantiene uno stile nervoso e quasi documentaristico, accentuando le scene iperviolente e disturbanti. “Born free” è uno dei migliori videoclip degli ultimi tempi, solamente l’idea è degna del miglior Kubrick: un gruppo di soldati americani fa irruzione in una cittadina sporca e abbandonata a se stessa, dove le persone sono schiacciate da varie forme di degrado. In un crescendo di violenza, i soldati prelevano con violenza le persone coi capelli rossi. Altri ragazzi coi capelli rossi protestano lanciando oggetti contro le camionette. La persecuzione del diverso è resa, così, in modo magistrale proprio perchè comprensibile in un’ottica occidentale (in fondo è quello che fa M.I.A. nelle sue canzoni, melodie catchy/testi impegnati). Così è ancora più agghiacciante. Tutto ciò fa ritornare alla mente, per lo meno agli italiani, “Rosso Malpelo”, anche se sarebbe azzardato ipotizzare una conoscenza di Gavras (o di M.I.A.) della novella di Verga. A livello basilare le analogie ci sono. Il videoclip è ormai diventato famoso per via della censura. Youtube ha censurato il video a causa delle numerose scene di violenza. Gavras non risparmia nulla allo spettatore, colpisce dritto allo stomaco: calci, manganellate, bambini che vengono freddati alla tempia, corpi smembrati dalle mine. Questa censura ha fatto, logicamente, triplicare le visite al video che è stato prontamente caricato su siti meno benpensanti, conferendogli lo status di cult. Sebbene il video sia stato fatto per far discutere, come già spiegato le provocazioni non sono fini a se stesse. La cosa che più stupisce è l’ipocrisia di Youtube che censura un videoclip musicale mentre permette la pubblicazione di migliaia di video in cui le persone muoiono o si fanno male (questa non è fiction). Per non parlare degli altrettanti video in cui ragazzi sperimentano il loro sadismo da serial-killer-wannabe filmando torture a piccoli animali o dandoli direttamente in pasto a qualche occasionale predatore. “Il conformista” diceva Moravia “è colui che si scandalizza”. Ecco, a quanto pare Youtube si scandalizza solo quando non serve, ma è comprensibile che essendo un mezzo ormai di massa necessiti di uno sciocco conformismo parziale da un lato, e di un cinismo indifferente dall’altro.
Questo bellissimo video, corredato da una canzone per quanto possibile ”post-punk” (altro segno dello sperimentalismo spregiudicato di M.I.A.), è visionabile per intero qui sotto. Da maneggiare con attenzione. I was born free.

The art of videoclip

October 26, 2008 on 5:25 pm | In Music | No Comments

Il videoclip è un’arte assoluta. Ed è un’arte per grandi registi, perchè condensare in pochi minuti un intero immaginario non è una cosa da tutti. La riuscita del videoclip, però, dipende anche dalla canzone, e cioè come è incorporata nel contesto delle immagini.
Qui di seguito la classifica dei cinque migliori videoclip della storia (logicamente per me). La maggior parte di questi ha avuto sporadiche trasmissioni sui canali musicali, tutte a notte inoltrata.

5. Daft Punk - “Around the world” di Michel Gondry
Michel Gondry è un regista geniale. Autore di videoclip di culto di Bjork, Kylie Minogue, Radiohead e chi più ne ha più ne metta, è anche il regista di quelle perle di film che sono “Se mi lasci ti cancello (Eternal sunshine of the spotless mind)” e “L’arte del sogno”. Ha un immaginario molto fai-da-te e questo videoclip si rifà un po’ ai musical hollywoodiani d’annata, specialmente per quel che riguarda la composizione della pedana circolare, il tipo di balletto e la coordinazione simultanea tra musica ed esibizioni.

4. Tori Amos - “Spark” di James Brown
Questo video ha più a che fare con Tori Amos stessa che col regista. Il video mostra una Tori Amos bendata e legata che sfugge ai suoi rapitori in una foresta. Il senso del video è strettamente legato alla sopravvivenza. Nonostante il finale aperto, la donna è più che mai decisa a vivere. “Spark” è un video meravigliosamente angosciante e molto difficile da dimenticare, anche per via della splendida canzone, che però parla di aborto “She’s convinced she could hold back a glacier/But she couldn’t keep Baby alive/Doubting if there’s a woman in there somewhere/Here“.

3. Sigur Rós - ”Vidrar Vel Til Loftarasa” di Stefan Arnie, Siggi Kinski e Sigur Ros
Uno dei pochissimi video a tematica omosessuale. Ma sarebbe riduttivo incasellarlo in questa dubbia categoria. E’ una poesia delicata ma allo stesso tempo dura. Un video che lascia poca speranza con una canzone splendida. Storia di un amore semplice e di frustrazione subita. Girato interamente in ralenti con un effetto che ricorda un po’ i vecchi Super8.

2. Sigur Rós - “Untitled” di Floria Sigismondi
I Sigur Ros si giocano anche il secondo posto, con quello che potrebbe essere tranquillamente il miglior videoclip mai realizzato. Pluripremiato più o meno ovunque, è diretto da Floria Sigismondi. La Sigismondi è italiana (ma ha vissuto quasi sempre in Canada), ed è una regista con un mood un po’ dark che ha prodotto splendidi videoclip per Christina Aguilera, Marilyn Manson e i Muse. Anche in questo video il tema trattato è quello dell’infanzia, in un atmosfera da fine del mondo dove la cenere cade come neve. Di una bellezza indescrivibile.

1. Bjork - “All is full of love” di Chris Cunningham
Videoclip-culto, copiato e citato spesso e volentieri, tra cui in una pubblicità di gelati di dubbio gusto, “All is full of love” è diretto da quel geniaccio di Chris Cunningham. Cunninhgham è il miglior regista di videoclip che sia mai esistito. Collaboratore di videoinstallazioni e cortometraggi con Aphex Twin (tra cui il magnifico “Rubber Johnny“) è autore di celeberrimi videoclip tipo “Come to daddy” e “Windowlicker“, sempre di Aphex Twin, “Only you” dei Portishead e “Frozen” di Madonna. Cunningham ha uno stile molto “livido”, infatti tutti i videoclip sono virati in un grigio/azzurro piuttosto freddo, e “malato”. Non è raro che nelle sue opere i visi si deformino o spuntino dei mostri. E’, insomma, un regista disturbante un po’ alla Lynch. “All is full of love” è un po’ diverso: è un video semplice a livello di struttura della storia e della regia, tuttavia curatissimo dal punto di vista della scenografia. La miglior rappresentazione e sintesi di una canzone attraverso le immagini.

A place where I can go

October 8, 2008 on 12:45 pm | In Music | No Comments

E’ uscito oggi l’ep di Antony & the Johnsons, “Another world”. Per chi non lo sapesse un EP, che sta per Extended Play, è un mini album. C’era concretamente il rischio che Antony ripetesse, musicalmente parlando, il successo del precedente album “I am a bird now”. “I am a bird now” è un grandissimo album, ormai diventato un classico, però di certo non brilla a livello di arrangiamenti. Sebbene sia un capolavoro è più teso verso l’intimistico e su dei suoni semplicissimi. Antony & the Johnsons li vidi live nel luglio del 2007 in piazza Santo Stefano. Fu un concerto magnifico, pieno di anima e non c’era una sola persona che non fosse commossa. Antony è senza dubbio una delle più grandi voci di sempre. Quest’anno Antony è uscito anche con uno stranissimo progetto disco-music, uno dei migliori album dell’anno, con gli Hercules and love affair, dove canta in cinque canzoni su dieci, tra cui nella hit “Blind”. Bene, anche l’ep “Another world” può tranquillamente essere in lista tra le dieci grandi uscite del 2008. Qua non si sta parlando di un piccolo capolavoro, ma di un grande, grandissimo risultato in cinque sole canzoni. Persino la rivista musicale che io considero come la più autorevole, Pitchfork, gli da 8.0, cosa più unica che rara per un ep (e in effetti anche per un album). Spenderò due parole sulle singole canzoni. “Another world” apre l’ep e sarà presente anche nell’album “The crying light” che uscirà a fine gennaio 2009. L’arrangiamento è sofisticatissimo e l’attacco ricorda un po’ una qualsiasi canzone di “( )” dei Sigur Ros. “Crackagen” è già un po’ più distesa e sembra una canzone anni Trenta o comunque una colonna sonora di un film dove ci sia qualcuno che canta a un pianobar. “Shake that devil” è una stralunatissima canzone divisa in due parti distinte: la prima, lenta e lamentosa in un sottofondo semi-elettronico, la seconda, furiosa, veloce e a suo modo allegra. “Sing for me” è l’unica che ricordi un po’ il sound di “I am a bird now”, però gli arrangiamenti sono estremamente curati con un tocco di elettronica davvero elegante. “Hope mountain” chiude l’ep, ed è sicuramente una delle tracce che colpisce di più. Insolitamente lunga per gli standard di Antony (in realtà tutte le canzoni dell’ep sono più lunghe di come ci ha abituati), è una struggentissima ballad con i falsetti che si rincorrono uno sull’altro. Questo è un cd da avere assolutamente.
Qui sotto metto un live di Antony in cui canta una canzone di Leonard Cohen “If it be your will”. Sappiatemi dire se siete riusciti a trattenere le lacrime.

What’s so amazing about really deep thoughts?

September 27, 2008 on 12:35 pm | In Music | No Comments

Chiunque mi conosca almeno un po’ sa quanto io sia fissato con Tori Amos. Quelli che non mi conoscono l’hanno sicuramente immaginato. L’ho scoperta intorno al 2001 quando lei era nella fase tra “Strange little girl” e “Scarlet’s walk” e io ero in pieno periodo-Bjork. L’avevo sentita dire proprio perchè era una cantautrice alternativa ed assieme a PJ Harvey veniva spesso associata alla suddetta islandese. Credo comunque che comprai per primo “From the choirgirl hotel” essenzialmente perchè mi piaceva la copertina. Il risultato è che ancora oggi “choirgirl” è uno dei miei album preferiti, seguo sempre Tori Amos e Bjork mi ha abbondantemente stancato (continuo a considerare “Volta” veramente pessimo).
Nel luglio del 2005 ho avuto la fortuna di incontrarla in e di poterci parlare qualche minuto in una Feltrinelli di Milano. Al di là di quanto possa essere cretino e adolescenziale descrivere quanto sia “stato bello parlarci e bla bla”, lei ha davvero una marcia in più, anche per come si pone. Chi l’ha vista lo sa. E nel 2005 diciamo che non era nel suo periodo migliore, infatti era uscita con l’album “The beekeeper”.
Nel 2007 sono andato sia al concerto di Firenze che a quello di Milano, un giorno dietro l’altro. Sono stati due concerti bellissimi nonostante le solite polemiche dei fan-di-Tori-Amos che sono estremamente “reazionari” e la apprezzano, al massimo, solo fino al 1996.
Insomma, tutta questa premessa per dire che in questi giorni è uscito un suo cd, un doppio live del 1991-1992 che è da brividi. Se si conosce Tori Amos è meglio procurarselo, in caso contrario si può tranquillamente cominciare da questo. Anche per capire che mostro è dal vivo. Una delle migliori uscite del 2008, senza ombra di dubbio.
Tori Amos è stata, per me, anche un mezzo per conoscere altri artisti che nel corso degli anni ho amato molto. Io mi fisso spesso con alcuni cantanti, però ho imparato col tempo a scoprire sempre cose nuove e a soffermarmi di meno. Per esempio tramite lei ho conosciuto Rufus Wainwright, da lui Antony & the Johnsons, da quest’ultimo Joan as Police Woman. Poche volte mi sono innamorato così, ci tengo a dirlo.

Drabs

September 22, 2008 on 4:34 pm | In Music | No Comments

“Vitrum/Murder” è essenzialmente un album noise-glitch di Uhemu. Che cos’ha, quindi, di meritevole? Innanzitutto è composto benissimo e ha delle sonorità tutt’altro che scontate. C’è anche da dire che il genere noise non è poi così noto e apprezzato (tutti conoscono Aphex Twin per sentito dire, Fennesz invece no). Di conseguenza il seguito è abbastanza limitato e rimane un fenomeno piuttosto underground. Lo stesso Uhemu, tra l’altro mio amico, compone per se stesso e fa scaricare i suoi pezzi via internet, quindi non rompe nessun tipo di tradizione alternativa. Il titolo stesso dell’album è un oscuro doppio concept legato al vetro e all’omicidio, due cose che finiscono per essere idealmente una in funzione dell’altra. Ogni canzone ha un personalissimo e lunghissimo sottotitolo che la definisce e la completa con riferimenti a omicidi o alla cultura pop dell’assassino (ad esempio Hannibal Lecter). Passiamo quindi alle singole tracce. ”Green glass” apre l’album ed è indubbiamente una delle più belle, ciononostante si sentono parecchio le influenze dei Boards of Canada e specialmente di Aphex Twin di “Selected ambient works vol.2″ e “I care because you do”. “Orange glass” ha una struttura più complicata e circolare, è leggermente più facile da ascoltare della prima nonostante i suoni siano curatissimi, infatti sarebbe meglio sentire “Vitrum/Murder”con le cuffie. Con “Crystal” le cose si fanno più serie e iniziano i primi segni di una sonorità più aggressiva che, anche se non è per forza un tratto distintivo, è indubbiamente ricorrente. ”Black glass”, come dice il sottotitolo stesso, è la twisted sister delle altre canzoni, ma soprattutto di “Crystal” con la quale condivide un loop. Inoltre le sonorità sono molto più dure rispetto a prima, quasi ”industrial”. “Murano” è vaga, descrittiva, e leggermente disturbante, tanto che anche se non ci fosse il sottotitolo si capirebbe lo stesso che si sta “parlando” di una scena del crimine o comunque di una trama noir di un film (con un montaggio à la Godard, però). “Ekag” è la più divertente dell’album ed è anche un tributo sfacciato ai Crystal Castles, i campionamenti sembrano presi da un gioco per il NES, non è un caso che lo sfondo del myspace di Uhemu sia uno still di “Bubble Bobble”. “Teeth” è il gioiello dell’album. Brilla di un’originalità tutta sua, divertente e inquietante allo stesso tempo, trasmette una leggera sensazione di ubriachezza. E’ interessante, e insolito, notare come Uhemu abbia inserito le tracce di raccordo, cioè quelle più brevie d’atmosfera, verso la fine della playlist. Se l’idea sembra parecchio ardita non si può certo rimproverargli una qualsiasi mancanza di originalità. Le canzoni in questione sono “Window”, una giornata di pioggia con un arrangiamento ambient un po’ dark, “Shards: dans les yeux”, che potrebbe tranquillamente essere usata come intro in un corto di Chris Cunningham, e l’ultima “Thru u”, un rincorrersi di fruscii più o meno assordanti. L’ultima canzone vera e propria è “Voir encore”, che diventa orecchiabile dopo qualche ascolto, dove Uhemu gioca più che altro coi campionamenti di voci distorte in modo assurdo.
Alcune curiosità sull’album, che si notano solo ad un ascolto più attento, sono i campionamenti delle voci. Alla fine di “Shards: dans les yeux” si sente chiaramente una risata presa da “Wannabe” delle Spice Girls, che più che un tributo è sintomo dell’anima kitsch di Uhemu che talvolta emerge inevitabilmente. Ho scoperto a mia insaputa che persino io faccio parte dell’album: all’interno di “Voir encore” c’è un frammento di una registrazione della mia voce abilmente distorto e irriconoscibile, quindi sono una sorta di guest star inconsapevole.
“Vitrum/Murder” merita indubbiamente un ascolto perchè è confezionato benissimo, tuttavia, nel bene e nel male, non è un prodotto per tutti e non è per niente un’ elettronica easy listening. Per me, al di là della partigianeria che comunque non mi appartiene, è un prodotto più che ottimo. Uhemu, tra l’altro, non ha neanche diciotto anni. Ascoltare per credere.
Per scaricare l’album cliccare qui.

For today I am a boy

July 13, 2007 on 12:12 pm | In Music | No Comments

Ieri sera concerto di Antony & the Johnsons. Fantastico, a dir poco. Anche se han fatto parecchie canzoni nuove. Dei vecchi album hanno suonato: Twilight, Cripple and the Starfish, Deeper than love, You are my sister, Fistfull of love (meravigliosa) e l’immancabile Hope there’s someone. Le canzoni nuove erano una più bella dell’altra.
Nessuna traccia di Christian Bale. E’ scomparso.

Gente che si volatilizza, travestiti, atmosfere surreali e giudizi non richiesti. In un giorno ci sono ventiquattro ore, divisi in tre scaglioni da otto ore ciascuno (8). E non c’è tempo. Falene.
Hanno detto che mi hanno visto ai Giardini, ma non ero io. Cioè proprio no. Almeno credo.
Sono senza sigarette.