Serial/Serial
May 19, 2010 on 8:17 pm | In Tv | 4 Comments
Che ci sia qualcosa di profondamente disturbante, in “Dexter”, lo si capisce fin dalla sigla. Vengono mostrate, in sequenza, una serie di scene tipiche della routine mattutina (americana): carne, spremuta, caffè, rasatura, vestizione. Non ci sarebbe nulla di strano se il tutto non venisse mostrato in un’ottica particolareggiata, rallentata, chirurgica. I riferimenti al sangue e allo smembramento di corpi sono più che evidenti. Questo perchè Dexter Morgan, che dà anche il titolo alla serie, è un serial killer. Il suo lavoro principale, o meglio di copertura, è l’ematologo (ossia una branca della polizia scientifica che si occupa di analizzare tracce e schizzi di sangue sulla scena del crimine e in laboratorio). Dexter non uccide indiscriminatamente: usa un codice (insegnatogli da suo padre Harry), che in sostanza consiste nell’eliminare altri assassini, in parole povere i “cattivi”. Ed è qui che il personaggio diventa complesso e interessante proprio per via delle derive morali.
Moralità e ateismo applicato
La pena di morte è tuttora in vigore in molti stati degli USA, e quindi “Dexter”, a livello superficiale, riflette una realtà del mondo contemporaneo statunitense (a differenza delle scialbe serie tv italiane che esprimono aspetti culturali socio/culturali quali il nulla e il niente). In realtà si tratta di un’ottica non completamente giusta e focalizzata, se così fosse “Dexter” sarebbe bieca propaganda repubblicana. Ciò si può capire prendendo in esame uno stato come il Texas, che ha il più alto numero di esecuzioni degli Stati Uniti, nonchè un altrettanto ammontare di contestazioni di pene eseguite ingiustamente. In poche parole: è un sistema che non funziona perchè non garantisce al cento per cento la certezza della colpa, ma solo l’applicazione della pena. In “Dexter” non esiste questo margine di errore, lui rimedia dove la giustizia fallisce, indaga, accerta ed esegue come nel metodo scientifico. Quello che rende ancora più solida questa filosofia, perchè di questo si tratta, è che Dexter Morgan è dichiaratamente ateo (cosa peraltro insolita nella serialità televisiva). L’abolizione della pena di morte è un processo storico iniziato per via di un’identificazione con la figura di Cristo, il martirio, che secondo la tradizione è la vittima più illustre di questo sistema. Rifiutando una concezione religiosa della vita è piuttosto chiaro (per quanto inaccettabile secondo la morale comune) che l’uomo cerchi vie alternative: abolire la pena di morte è rimandare tutto al giudizio del Creatore, altimenti se Dio non c’è è meglio sbrigarsela qui. Questo concetto a-cristiano è ampiamente illustrato in “Dogville” di Lars von Trier, specialmente in questo dialogo tra Grace e il padre:
Grace: E così sono arrogante, sono arrogante perché perdono le persone
Padre: Mio dio. Non vedi quanto, quanto sussiego c’è in te quando dici così. Tu hai questo preconcetto assurdo: che nessuno, ascolta, che nessuno possa assolutamente avere lo stesso alto livello etico che hai tu. Così esoneri tutti. Non riesco a pensare a un’altra cosa più arrogante di questa. Tu, la mia cara figlia, perdoni gli altri con delle scuse che poi mai al mondo permetteresti a te stessa
Grace: Perché non dovrei essere clemente? Perché?
Padre: No, no, no. Dovresti essere clemente quando è il momento di essere clemente. Beh devi mantenerti sul tuo livello. Devi questo alla gente. La pena che tu meriti per le tue trasgressioni loro la meritano per le loro trasgressioni
E’ esattamente questa l’ambiguità morale che viene perfettamente messa in scena in “Dexter”, che non appare forzato se lo spettatore è disposto a mettere in gioco la propria concezione della vita (per un europeo sarà molto molto più difficile).
Derivazioni letterarie e fumetti
Nonostante il livello della serie tv sia molto alto per i motivi già detti, “Dexter” ha anche una matrice letteraria/fumettistica non sottovalutabile nella fruizione dell’opera. In una puntata della prima stagione Dexter usa come pseudonimo Patrick Bateman, che è il serial killer protagonista del bellissimo “American psycho” di Breat Easton Ellis. Questa però è una citazione fine a se stessa, non ci sono reali somiglianze tra lui e Bateman, che è chiaramente un personaggio allegorico contestualizzato nella realtà yuppie degli anni Ottanta. Le varie trame che fungono da filo conduttore per ogni stagione (solitamente la ricerca di un serial killer) somigliano di più a quel fenomeno letterario molto in voga negli anni Novanta che è appunto il genere thriller/horror. Patricia Cornwell, Jeffrey Deaver e Kathy Reichs sono i principali esponenti di quel modo di scrivere, che spesso si concentra su indagini di tipo scientifico, molto sangue, colpi di scena finali eclatanti (in totale opposizione alla compostezza dei gialli classici). Inutile dire che tutto ciò funziona benissimo in tv e un po’ meno come letteratura, che ormai è giustamente quella tipica “da ombrellone”.
“Dexter” può ricordare anche i vari film del filone “Giustiziere della notte”, anche se non è completamente esatto. Il personaggio ha più cose in comune con i supereroi classici dei fumetti. Più che Superman o Spiderman è più un Batman. Inutile dire che negli ultimi tempi i supereroi sono stati ampiamente ripresi, rivalutati e stravolti, spesso arricchiti di caratteristiche umane e psicanalitiche, noir, morali. Ed è proprio in questo contesto post-superomistico che Dexter Morgan viene creato e sviluppato.
La morte del padre come inizio della Storia
Un’altra cosa molto interessante di “Dexter”, ma che in realtà si può estendere a moltissimi show televisivi americani, è la morte del padre. Il decesso paterno, e la conseguente assenza, è un tema troppo ricorrente per non essere importante. Serie tv come “Six feet under” (anche questa con Michael C. Hall tra i protagonisti, tanto per apprezzarne la versatilità e straordinarietà come attore), “Brothers & Sisters”, “Weeds”, “Mad men”, “I Soprano” hanno tutte questa caratteristica. Anche in ”Dexter” l’assenza del padre che ha fatto le regole e tiene le redini creerà numerosi ripensamenti, sia sulla sua figura come essere umano, sia per la validità degli insegnamenti ricevuti. Il padre, in queste storie, riappare spesso sotto forma di ricordo, di visione, di coscienza spesso critica. E’ quasi sempre una figura guardata con un distaccato affetto, non priva di ambiguità e segreti oscuri. Spesso contestata. Una rappresentazione della Nuova America che abbandona gli ideali dei Padri Fondatori, li assimila ma non li accetta, e va avanti per la propria strada. Non c’è mai una redenzione vera e propria, è solo quel LA che dà inizio a tutta la storia, appunto il Nuovo Corso.
Per tutti questi motivi “Dexter” è una serie tv tra le più importanti in onda in questo periodo, e non perde un solo colpo in nessuna puntata mantenendo la qualità pressochè invariata in tutte le stagioni. Non manca neppure l’intrattenimento che è una cosa che ogni show televisivo dovrebbe dare. E poi è sempre divertente perdersi nel labirintico gioco di una serie tv su un killer seriale che uccide i serial killer.
Smoke gets in your eyes
January 14, 2009 on 4:26 pm | In Tv | 3 Comments
Nel 1958 i Platters (quelli che nel 1955 avevano avuto un enorme successo con “Only you”) uscivano con una canzone intitolata “Smoke gets in your eyes”. Si tratta in realtà di una cover di un brano composto per “Roberta”, successivamente diventato un musical con Irene Dunne (che canta la canzone), Ginger Rogers e Fred Astaire. Negli anni Sessanta il fumo era un vizio più che diffuso, era totale. Uomini e donne fumavano spesso e continuamente. Lo stesso mondo del cinema proponeva modelli di fumatori incalliti a cui ispirarsi: Humphrey Bogart (che esprimeva una virilità piuttosto decisa, anche attraverso gli sbuffi di fumo) e Bette Davis (ottanta sigarette al giorno fino alla sua morte, 6 ottobre 1989). Nemmeno l’Italia era immune al fascino delle volute fumose delle sigarette. Non è un caso che nel 1966 Mina presentò la canzone “Ta-ra-ta-ta”, conosciuta anche come “Fumo blu”, i cui versi sono: “E poi e poi/se un uomo sa di fumo/ma sì ma sì/è veramente un uomo”. Con la tematica del fumo, o meglio del fumare, si apre anche la serie televisiva “Mad men”. Ambientata nel 1960, l’incipit sul fumo non poteva essere più azzeccato all’interno di una contestualizzazione temporale che diventerà, di puntata in puntata, sempre più precisa. Il personaggio principale, Donald Draper (Jon Hamm), è uno dei più bravi pubblicitari di New York. Il personaggio, però, è abbastanza misterioso e affascinante da riuscire perfettamente sia nel suo lavoro che nella vita sentimentale. Come ogni uomo degli anni Sessanta ha moglie e famiglia. E qualche amante. Ciononostante c’è qualcosa che non va. La cosa impressionante di “Mad men”, oltre alla perfetta ricostruzione scenografica e dei costumi per niente artificiosa (al contrario di un qualsiasi film di Fassbinder), è la caratterizzazione dei personaggi. E’ vero, la serie lavora molto sui cliché, ma è interessante notare come ci lavora e come tutti i personaggi siano, volenti o nolenti, incastrati nei loro ruoli. Gli anni Sessanta, specialmente in America, erano caratterizzati da un conformismo dilagante e soffocante, ed erano comunque gli uomini a dominare sulle donne. Non era facile, però, neanche essere uomini. Don è un personaggio sfaccettato, che il pubblico può sicuramente amare con quell’aria à la Gary Cooper, ma è profondamente infelice. In fuga da un passato disastroso, che verrà rivelato di puntata in puntata, risulterà in fin dei conti un uomo profondamente debole. La moglie Betty, che somiglia a Grace Kelly, è incastrata nel suo ruolo di madre e moglie perfetta, che è un po’ quello che tutti si aspettavano da una donna. Nonostante la perfezione, i vestiti e le gonne ampie che la fanno sembrare una principessa, Betty è il personaggio più infelice della serie, piena di manie nervose e di crolli. Buona parte dei dialoghi, a costo di sembrare ripetitivo, sembrano presi da un libro di Richard Yates, specialmente nel modo di inquadrare la mentalità da quartiere residenziale e la vita di coppia: asciutti, efficaci e raggelanti. Emblematico è l’episodio con la vicina di casa divorziata, che per l’epoca era per forza di cose un’emarginata, una che coltiva il suo anticonformismo con ingenuità allo stesso modo in cui Betty fa la moglie. La donna divorziata, odiata perchè rappresenta tutto ciò che le donne del quartiere non sono, e cioè libere da quella campana di vetro chiamata “casa”, ricadrà anch’essa nel turbine delle regole sociali prestabilite, quelle che non ammettono comprensione verso tutto ciò che non rappresenta la norma. Nemmeno nell’ufficio dove lavora Don si respira una buona aria: gli uomini o sono dei donnaioli incalliti o sono meschini, come nel caso di Pete. Pete è il classico figlio di benestanti che cerca un’affermazione personale senza appoggi esterni. E’ l’antagonista, ma è anch’esso imprigionato nella sua pochezza, nel suo arrivismo, nella sua vuota gloria. Simile a lui è Peggy, la segretaria di Donald Draper, vittima delle circostanze e di essere una ragazzina bruttina negli anni Sessanta, la cui rivalsa (o sconfitta, è uguale) è perfettamente concepibile ma allo stesso tempo tremendamente triste. In questo turbine di personaggi azzeccatissimi quello che colpisce di più è Joan Holloway, interpretata da Christina Hendicks, che più che interpretare la parte riempe letteralmente lo schermo con la sua presenza. Formosissima come voleva la moda dell’epoca, ha quel “di più”, un turbamento sessuale, una sorta di vibrazione quasi palpabile che ha con la telecamera. La stessa che ha reso Marilyn Monroe un’icona.
“Mad men” è un ritratto poco rassicurante dell’America, in un’epoca in cui, dopo la guerra, si voleva essere rassicurati ad ogni costo. Il mondo della pubblicità, fatto di soddisfazione di falsi bisogni, non faceva altro che questo. Ideato da Matthew Weiner (uno degli sceneggiatori de “I Soprano”), “Mad men” è la serie televisiva che, a livello di scrittura, rasenta l’eccellenza come poche altre.

Subtitles
October 24, 2008 on 1:05 pm | In Tv | No CommentsDi solito i telegiornali usano dei sottotitoli identificativi sotto il nome degli intervistati. Nessuno è maestro del “sottotitolo creativo” come Studio Aperto. L’apice è stato raggiunto con “Madre che si è buttata col figlio”. Nel “servizio” in questione la giornalista domanda alla tizia-che-si-è-buttata con grande delicatezza: “PERCHE’ TI SEI BUTTATA DALLA FINESTRA CON TUO FIGLIO?”. Se non ci credete il video è qui.
(P.S.: Aggiornare wordpress è stato un trauma, ma ci sono)
Desperately wanting more
October 2, 2008 on 12:58 pm | In Tv | No CommentsNon sono mai stato un grande amante delle serie tv. Alcune però non si possono non amare. Si parla, per esempio, di “Twin peaks” che è un vero caposaldo della storia della tv ed è anche entrato nell’immaginario e nel linguaggio comune. Sono quelle cose che fanno diventare un’opera immortale.
Negli ultimi anni non c’è serie televisiva che possa eguagliare “Desperate Housewives” a livello di hype, spesso di ascolti, ma anche di qualità. “Lost” ci stava riuscendo, ma dopo la prima stagione ha perso rapidamente interesse ed è sfociato anche un po’ nel ridicolo involontario. Nessuno show è entrato a far parte del linguaggio corrente come ”Desperate Housewives”, basta pensare a quante volte si è letto sui giornali o sentito in tv il termine “casalinghe disperate”. La stessa Laura Bush si autodefinì in questo modo.
“Desperate Housewives” ha avuto la brillantissima idea di usare come voce narrante quella di un personaggio che si suicida nella primissima puntata. Questa scelta è sicuramente originale in una serie tv, ma è presa pari pari da “American beauty” e soprattutto da “Viale del tramonto” di Billy Wilder. Dal punto di vista della sceneggiatura i punti in comune con Wilder ci sono. Al di là dell’incipit, un certo modo di dissacrare lo stile di vita della suburbia, e più in generale il continuo ribaltamento delle dinamiche tra i personaggi appartengono alle tematiche del regista austriaco da me molto amato. Alcune scene comiche, poi, si rifanno al genere slapstick, le gag fisiche, tipiche di un cinema degli anni Trenta e Quaranta. Non mancano scene piuttosto tese, come gli episodi finali di ogni stagione in cui c’è sempre la risoluzione del mistero. Specialmente nella prima e quarta stagione, un po’ meno nella seconda e nella terza. “Desperate Housewives” raggiunge il suo massimo con gli episodi drammatici, tra cui quelli che si possono definire degli assoluti capolavori. Il primo è l’episodio “Bang” (settimo episodio della terza stagione), in cui vengono tenuti in ostaggio in un supermercato alcuni personaggi. E’ scritto semplicemente in modo perfetto, ed è anche un po’ alla Tarantino. L’altro è “Something’s coming” (nono episodio della quarta stagione), in cui un tornado distrugge praticamente tutto. Si rifà al cinema catastrofico però non scade mai nel banale, ed è anche raro che in una serie tv avvenga una catastrofe del genere.
Veniamo alla quinta stagione, sulla quale si può dire veramente poco visto che la ABC ha trasmesso solo la prima puntata. Come più o meno tutti sapranno, c’è stato un salto temporale di cinque anni tra la fine della quarta stagione e l’inizio della quinta. L’idea poteva anche lasciare perplessi, poteva stravolgere in negativo l’intero show o comunque essere realizzata male. Non è stato così. Il risultato è che la serie tv ha una ventata d’aria fresca notevole. I personaggi sono rimasti più o meno gli stessi, se non con qualche cambiamento particolare. L’approccio che i personaggi hanno verso le loro vite è comunque in pieno spirito di “Desperate Housewives”. Cambiano quindi le situazioni, passano gli anni, i personaggi maturano ma son sempre loro. L’unica cosa che si nota è una patina di malinconia piuttosto spessa. Se nelle precedenti stagioni tutto era più scanzonato, in questa, pur non mancando scene divertenti, si farà più sul serio. Allego un paio di immagini pubblicitarie della quinta stagione che mi piacciono particolarmente perchè si rifanno alle pin-up e all’immaginario erotico degli anni Cinquanta, con parecchia autoironia (cliccare sulle immagini per vederle ingrandite).

Trash moments
April 23, 2008 on 1:18 am | In Stupid things, Tv | No CommentsPremetto che non ho nessunissima voglia di scrivere un post “impegnato”. Quindi accontentatevi, oppure andate a leggervi “Libero” visto che il livello culturale sarà più o meno quello (ma anche no). In ogni caso in questi giorni mi sono capitate una serie di stranezze personali/audiovisive. Come da antica tradizione, credo sia il caso di elencarle.
1) Stavo aspettando la macchina, quando, ad un tratto, vedo arrivare un branco di giovinastri in età poco-più-che-puberale. In quel momento ho sentito tutta la forza della mannaia del Fato che si abbatteva sulla mia testa. In poche parole, questo gruppetto di dodicenni era composto da maschi-finto-trasandati e da femmine-meretrici-di-campagna. Una delle bambine-bratz (sì, le bambole frequentatrici di bagni pubblici) mi si è avvicinata. Mi ha chiesto: “SCUSI, mi sa dire dov’è via M.?”. Io ho risposto, stupito, con la mia solita ben nota faccia: “Scusi…?!”. Ora, capisco di non avere dodici anni e comunque di non dimostrarli, ma da qui a darmi del “lei” ne passa. Insomma, facciamo finta che nel bordello di provincia in cui sono nate gli abbiano insegnato l’educazione. Oltretutto chiedere a me l’ubicazione di una via è come chiedere a Polifemo, dopo l’incontro con Ulisse, “Quante dita sono queste?”. Inutile dire che non sapevo dove fosse la ben nota strada.
2) Mi è capitato di ritrovare, per caso, una scena di “Mammina cara”. Questo film si propone di narrare i lati oscuri della vita della diva degli anni Quaranta Joan Crawford. Ho sempre definito questo film “un trash sublime”. Nella scena in questione, Joan Crawford (interpretata da Faye Dunaway) si propone di insegnare al pubblico come sclerare e picchiare la propria figlia con le grucce di ferro. Per qualche insana ragione la Crawford s’incazza se la bambina tiene i suoi vestiti nelle grucce di ferro, termine che, in questa accuratissima sceneggiatura, viene ripetuto circa un miliardo di volte. Nell’istante in cui la Crawford prende a “grucciate” la figlia, ogni colpo viene ritmato, appunto, da “Con le grucce di ferro!”. Se non fosse abbastanza chiaro stiamo parlando di grucce di ferro. La scena si svolge di notte, e in effetti non capisco perchè Joan Crawford non avesse niente di meglio da fare che picchiare la figlia scema e brutta per dei vestiti. Dopodichè la scena migliora drasticamente, come quando a “Domenica in” la conduzione passa a Giletti. La Crawford continua la sua sclerata in bagno tirando una misteriosa
polvere per i pavimenti un po’ ovunque, in stile narcotrafficante messicano però disperato. Durante il “lancio della polvere per pavimenti”, che pare sarà una disciplina a Pechino 2008, la Crawford urla “Niente è pulitooooooooooo”. Assolutamente cult, di una comicità totale e soprattutto involontaria. Sulla destra potete ammirare una delle meravigliose espressioni di Faye Dunaway in questa apologia del trash (grazie a G. per lo screenshot). Non mi dilungo in un’eventuale recensione per il semplice fatto che c’è già chi l’ha fatto meglio di me. La scena incriminata, invece, potete gustarvela nella sua trashissima interezza cliccando qui.
3) Qualche giorno fa ho rivisto in tv un pezzo di “Abissi di paura”. Ammetto, con un certo piacere colpevole, che io i film coi mostri marini li ho visti tutti. E sono tutti pessimi! Ma rimane comunque un piacere colpevole. Insomma, in questo filmaccio c’è un calamaro gigante che mangia le persone. Logica a parte, vorrei soffermarmi sulla scena del cane. Attraverso un montaggio serrato e accattivante, il regista ci mostra questa sorta di Lassie proletaria e cenciosa che, sentendo un’oscura presenza nel mare, decide di buttarsi. In quel momento affiora, magicamente, il gigantesco calamaro che ha una consistenza plasticosa pari quasi a quella di Amanda Lepore. Quando tutti siamo convinti che ormai l’animale sia stato divorato, ecco il colpo di scena! Si è salvato ed è sano, salvo e bagnato sotto una macchina. Ah, che poesia. Tra l’altro, se non ricordo male, nel finale del film il calamaro sale SOPRA una barca divorando e stritolando a destra e a manca. Però il cane è salvo, eh. Nello stesso momento in cui il furbissimo mammifero ha cercato di acchiappare il cefalopode di plastica, i due protagonisti discutevano sul molo. Erano talmente presi che non potevano accorgersi di un calamaro di venti metri che gli passava sotto i piedi. Il protagonista maschile, per tutti i fan in “ascolto”, è quello di CSI. Solo che in questo caso non fa il sordo ma il rimbecillito. Cercava di convincere la sua donna parlandole di non so quale melensaggine. Lei è, ovviamente, la classica tipa californiana che qui chiameremmo “quella bionda della circonvallazione”. A un certo punto lui ha fatto il gesto fatale: accarezzarle una guancia. Lei si è ritratta come se lui le avesse appena assestato un destro. Ah, che recitazione. Assolutamente imperdibile.
4) Avevo in programma di fare un nuovo post della serie “HQ Tv”, ma siccome non guardo la televisione ho deciso di riciclare quel poco che mi ero annotato qui. Passiamo, quindi, a parlare del palinsesto di Mtv. Da anni ci ha abituato a musica scadente a ripetizione, ma già da un po’ di tempo si è pure dedicata ai programmi. Uno dei due imperdibili è “Sweet sixteen”. In questo capolavoro della tv contemporanea le telecamere seguono una sedicenne ricca e viziata alle prese coi preparativi del suo compleanno. Di solito le puntate, tutte uguali, sono organizzate così così: a) la ragazza è eccitata per la festa, b) la ragazza distribusice inviti strampalati a bordo di ridicoli automezzi, c) la ragazza sceglie un vestito ma alla madre non piace quindi lo cambia con uno peggiore, d) durante la festa qualcosa va storto. Le soavi pulzelle hanno anche un tratto fisico in comune. Sono magre come delle frequentatrici del Festival della Birra. Ovviamente, nella fase C di cui ho già parlato, le ragazze scelgono sempre l’abito più stretto, quello che le rende simili a degli insaccati pronti ad esplodere. Che classe.
L’altro programma culturale di Mtv è “Next”. Un ragazzo o una ragazza, di solito stronzi e stupidi o stupidi e stronzi, devono scegliere tra sei o sette concorrenti chi eliminare, fino ad arrivare a un/una prescelto/a. C’è anche un insolito scambio di denaro, in stile mercimonio-da-quattro-soldi o meglio fiera della vacca alla cacciatora. Al di là del/della corteggiato/a (che fatica queste concordanze), bisogna soffermarsi sui concorrenti. Di solito, maschi o femmine che siano, si insultano in un’apoteosi di burinaggine tipo “Non hai le tette” e “Sembri finocchio”. Lungi da smentire queste sagaci osservazioni, sono stato colpito da una ragazza, che veniva presentata in questo modo: “Non le piacciono gli uomini pelati, i sederoni la spaventano, è rimasta incastarata in una giostra a Seaworld”. Capisco che forse non ha preso tutte le pilloline blu la mattina, ma la fobia per i “sederoni” è demenziale. Capisco anche che non tutti possano essere Robinson Crusoe o Nilla Pizzi, ma se la cosa più eccitante che le sia capitata nella vita è rimanere incastrata in una giostra, beh. Potrei consigliarle solo due cose: di cercare di sembrare meno un tacchino e provare col Prozac.
HQ Tv III: Trash strikes back
December 29, 2007 on 12:39 am | In Tv | No CommentsInizierò questa “rubrica”, che ormai terrò mensilmente finchè ne avrò voglia, parlando di Mike Bongiorno. Occorre fare una piccola premessa, e, purtroppo per voi, questa volta mi tocca di essere pesante. In fondo lo sapete che mi piace. Poco fa ho guardato una decina di minuti dell’imperdibile puntata di “Matrix” dedicata a Mike Bongiorno. Ovviamente se non c’è un assassinio efferato o un extracomunitario da lapidare è quasi d’obbligo dedicare una puntata intera a un personaggio qualsiasi della nostra amata tv. Mi è tornato alla mente che Umberto Eco scrisse un famoso saggio, intitolato “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, poi pubblicato nel suo acclamato “Diario minimo”. Non avevo nessuna voglia di mettermi a copiare l’estratto direttamente dal libro, così ho optato per utilizzare il sito www.filosofico.net. Non c’è che dire, internet è la risoluzione per noi accidiosi. Comunque la parte che mi interessava è la seguente:
“Il caso più vistoso di riduzione del superman all’everyman lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna. […] quest’uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta. […] Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. […] In compenso Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa. […] professa una stima e una fiducia illimitata verso l’esperto. […] Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a rendere invisibile la dimensione sintassi. Evita i pronomi, ripetendo sempre per esteso il soggetto, impiega un numero stragrande di punti fermi. […] Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo. Qualsiasi spettatore avverte che, all’occasione, egli potrebbe essere più fecondo di lui. […] Mike Bongiorno è privo del senso dell’umorismo. Ride perché è contento della realtà, non perché sia capace di deformare la realtà. Gli sfugge la natura del paradosso […] Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti”.
Cosa aggiungere oltre al fatto che “Matrix” ha deciso di trasmettere per la milionesima volta la lite di Mike con Sgarbi avvenuta nel Mesozoico? Non che io provi particolare simpatia per il rissoso critico d’arte, ma quando urla a Mike “L’ignoranza è una colpa!”, beh, non posso che dargli ragione. Gli ospiti in studio, ossia noti opinionisti sconosciuti, lasciavano bava come lumache di campagna al cospetto del presentatore. Oltretutto mi son sempre chiesto perchè sia lui che la Mondaini si ostinino a diventare marroni di lampade. Ma arriviamo al post vero e proprio.
1) Qualche tempo fa ho avuto la malaugurata idea di guardare “Ciao Darwin”, la puntata in questione si basava sulla sfida tra donne bianche e donne di colore. E già stendiamo un velo pietoso sul razzismo intrinseco che questa divisione comporta. Al momento del viaggio indietro nel tempo, per scoprire gli abissi dell’ignoranza italiana, vengono sorteggiate due tizie. Mi soffermo su quella di colore. Era un tipetto basso, tarchiato, molto fine nella sua maglia di paillettes rossa che arrivava ad altezza ginocchio. Era anche abbastanza in carne da farmi supporre che avesse un’orbita gravitazionale tutta sua. Insomma, il viaggio nella “memoria storica” si basava sulla presa di Porta Pia. Al momento di sfondare la porta, una torcia sfiora il tipo vestito da papa facendogli quasi prender fuoco, con mia somma ilarità. Almeno il programma sarebbe stato cancellato per antivaticanismo, prendendo così due piccioni con una fava. La tizia di colore, successivamente, viene invitata a suonare una tromba, non riuscendoci ha esclamato “Non tromba!”, ingegnoso doppiosenso che ha fatto ridere fragorosamente i palati più fini tra il selezionatissimo pubblico di “Ciao Darwin”. Finito questo scempio, Bonolis faceva mimare a Laurenti uno pseudo-documentario sugli Inca. E anche qua si è arrivati al momento del doppiosenso con la parola “pampaculo”. Gli autori mi sorprendono sempre di più con la loro sofisticatezza. Ma la ciliegina sulla torta sono state le donne di colore che ballavano praticamente nude su un ritmo caraibico e gli allupati del pubblico che le osservavano con dei binocoli, come guardoni di quart’ordine. Tutto ciò mi fa giungere alla conclusione che le donne di colore son passate dal raccogliere il cotone mentre venivano frustate dai loro padroni bianchi a mostrare il culo in tv. Questa sì che è emancipazione!
2) Non posso non dedicare due righe a quel meraviglioso contenitore di spazzatura nauseabonda che è “Buona domenica”. E’ un po’ come un thriller raffinato: ti porta ad arrivare a certe conclusioni, ma alla fine è molto molto peggio. In quella puntata c’era una medium che doveva indovinare il cantante di una canzone secondo un regolamento perverso e ai più sconosciuto, anche se, consultando gli archivi segreti del Vaticano, ne si può trovare traccia nella parte omessa del Terzo Segreto di Fatima. Anche lei un tipettino fine: sembrava una Dolly Parton esplosa, con un’ampia cotonatura bionda, vestito rosso della Standa e collana blu di autentica plastica del Bangladesh. A un certo punto si mette ad ansimare, tipo orgasmo, su “Je t’aime moi non plus”, gridando come una forsennata “Bob Marley! Bob Marley!”. Paola Perego, dall’alto della sua somma sapienza, ha voluto congratularsi: “E’ incredibile! Brava! E’ un classico di Bob Marley!”. Peccato che la canzone sia in francese e l’autore nonchè cantante del pezzo sia un certo Serge Gainsbourg.
3) Come non segnalare la presenza di Moira Orfei a “Domenica In”? Evidentemente vuole sembrare sempre la più grottesca, e in questa apparizione sembrava gonfiata ad elio. Il trucco poi era praticamente spalmato sulla “faccia” tipo Philadelfia sui crostini. Ma la cosa ancora più inquietante è che subito dopo la Orfei è apparsa Anna Tatangelo per promuovere la sua nuova canzone piatta e inutile. Ho fatto un po’ fatica a riconoscerla, era truccata esattamente come Moira Orfei. Evidentemente il truccatore tra una dark room e un margarita di troppo è rimasto un po’ frastornato.
4) Concludiamo in bellezza con il nuovo documentario di punta di La7. Ossia “Prehistoric park”. Dovrebbe essere una sorta di finto documentario dove un tizio che sembra un pescatore di Aci Trezza va a recuperare dinosauri nella preistoria per salvarli dall’esinzione portandoli nel nostro presente. Idea nuovissima tra l’altro, complimenti. Questo tipo parla a vanvera per minuti e minuti rivolgendosi a un punto qualsiasi fuori dallo schermo, un po’ come quei matti che parlano da soli sugli autobus (ma senza la stessa dignità). A un certo punto saltano fuori dei dinosauri simili a degli struzzi e lui ha la folgorante idea di catturarne uno con l’ausilio di un calzino. Un genio insomma. Poi arrivano i tirannosauri e cercano di mangiarlo, cosa che non mi sarebbe dispiaciuta. La cosa più terrificante è la computer grafica che hanno utilizzato per fare i dinosauri: è degna del Nintendo del 1983.
Fortuna che stasera, a sollevarmi il morale, ci son state le visioni de “Il processo” di Orson Welles e “Testimone d’accusa” di Billy Wilder. Sono un’alternativa sempre piacevole alla tv e fanno sembrare, messi così per ultimi, un po’ meno inutile questo lunghissimo sermone
HQ Tv II: Returns
November 5, 2007 on 1:46 am | In Tv | No CommentsQuasi sembro un teledipendente. Eppure non lo sono per niente. Però nella giornata di ieri mi è capitato di vedere per ben tre volte la televisione e di rimanere esterrefatto per tutte le tre volte consecutive. Lo so, trovo sempre una giustificazione per pararmi il proverbiale sedere, ma noi ipocriti siamo fatti così.
Ma cominciamo dal principio. Con mio grande rammarico mia zia, una donna di profonda e ammirata cultura, stava cucinando qualcosa col suo fedele Harmony sottobraccio, quasi fossero un essere bicefalo (anche se continuo a domandarmi in quale delle due “teste” risieda il cervello). A un certo punto ha pronunciato l’inevitabile formula magica, dagli oscuri significati esoterici (forse cabalistici, boh, non so): “Accenderesti la tv che c’è ‘Forum’?”.
1) Ho acceso il temuto apparecchio e mi si è presentato davanti uno spettacolo a dir poco unico. La causa, presieduta da un
simil-Santi Licheri giovanile e napoletano (un’ottantina d’anni, più o meno), trattava la problematica utilissima, scottante e socialmente utile dei cannoli siciliani. Una donna aveva portato in causa un pasticcere perchè sosteneva che gli aveva venduto dei cannelloni siciliani che non erano troppo siciliani nella composizione degli ingredienti. Partendo dal presupposto che la causa in questione sia vera (e quindi dovremmo tutti credere nel mostro di Lochness, nell’infallibilità papale, nelle tette non rifatte di Sofia Loren) io credo sia giusto soffermarsi un attimo sulla psicologia del personaggio della signora. Innanzitutto pare che questa signora, per sua stessa ammissione, si sia messa ad attacar briga anche all’estero per un dolce farcito alla nutella che nutella non era. Sbandierava come un’ossessa l’importanza dei prodotti nazionali, neanche fosse la Prosperini dei dolciumi. Già me la immagino, nella sua vita tremendamente affacendata, seduta davanti alla televisione a ingozzarsi e sbrodolarsi davanti a “Porta a porta” o, perchè no, “Forum”, cercando di diventare il più simile possibile a una vacca da fiera. Concludo questa prima parte dicendo che sia i due disputanti che i vari intellettuali presenti alla trasmissione, rappresentati dalle argute argomentazioni dell’infallibile Rita Dalla Chiesa, hanno ripetuto almeno ducento volte l’espressione “cannoli siciliani”, come se l’italiano fosse una lingua senza sinonimi o abbreviazioni simili alla suddetta espressione.
2) Verso le ore 18.00 F. mi ha avvisato che stava per iniziare il telegiornale preferito di ogni pornomane cinofilo col vizio della lacrima facile, “Studio aperto”. Il porno-drammagiornale è cominciato con cinque servizi distinti di cronaca più o meno nera, tutti si concludevano con dichiarazioni del tipo “Fermati degli stranieri”, “Extracomunitari implicati nel caso”, “Pare che gli aggressori avessero un accento dell’Est” e “Non se ne può più, gli extracomunitari usano il retro delle cabine telefoniche come latrine”. Studio Aperto (a.k.a. “Il rotocalco di ‘Spongebob squarepants’”) sposta quasi mensilmente l’attenzione del suo tele-occhio su cinesi, coreani, musulmani, rom e così via. Da fonti semi-ufficiali mi è giunta la notizia che il nome di ogni etnia è stato affisso ad una grossa ruota colorata e che la redazione inciti il giornalista che deve fare il servizio al grido di “Gira la ruota, girala-a-a”. Ma la parte più interessante deve ancora arrivare, e cioè dopo le tragedie il meritato tette-time. Questa volta però, con mio sommo stupore, non hanno mostrato seni abbondanti e bagnati o seni intravisti nell’ultima esaltante edizione di Miss Maglietta Bagnata. Bensì un lunghissimo servizio sui culi femminili. La regia ha avuto un tocco e una delicatezza sorprendente pescando immagini di repertorio da backstage di calendari, foto e internet, e indugiando sulla parte del corpo che ho già nominato prima. La “giornalista”, che essendo la fautrice di sesso femminile del servizio è sicuramente un’esponente del famoso movimento “Trent’anni di femminismo buttati nel cesso”, ha voluto concludere il servizio con una sagace e quanto mai arguta battuta: “In questo gioco non si può certo dire di essere una s-chiappa!”. Qui “Studio”, a voi il verdetto.
3) Giunta sera io e F. eravamo troppo stanchi per fare alcunchè di ipegnativo, così abbiamo deciso di accendere la tv e ci è comparsa l’idilliaca e soave immagine di Maria De Filippi. Vestita come se dovesse andare a raccogliere le fragole con Nilla Pizzi e Orietta Berti, ha fatto entrare nello studio del suo dramma-fai-da-te (C’è posta per te) una coppia di poco più di sessant’anni. L’attenzione che io avevo per la storia dei due coniugi era pari a quella che porto per i Linex Seta Ultra, quindi ammetto la mia mancanza di preparazione a riguardo. Quello che posso riportare con esattezza è che la loro figlia Pasqualina non gli parlava più da diversi anni. Con un nome del genere non si può certo biasimarla. Al momento del filmato della consegna della famigerata busta alla sfortunata figliola uno spettacolo raccapricciante è comparso davanti ai miei occhi. Pasqualina aveva tutta l’aria di aver traversato l’Oceano Pacifico a nuoto, andata e ritorno. Con due bande di capelli bianchi ai lati da far invidia a una Crudelia Demon proletaria e una fitta rete di rughe in stile Cher senza chirurgo plastico domiciliare. Insomma, sembrava molto più vecchia di sua madre. La madre, appena terminata la visione del filmato è scoppiata in pianto senza fine, e quasi temevo che lo studio si allagasse e spuntasse Alice urlando “Capitan Libeccio! Capitan Libeccio!”. Tra singhiozzi esasperati e senza pace alla donna sono arrivati telepaticamente tutti i pensieri degli incauti telespettatori e ha commentato: “Sembra ‘na vecchia!”.
Così si è conclusa la mia giornata, che ha sicuramente aggiunto un tassello importante nella mia malaugurata esistenza. Come se non fosse bastato che il cane mi abbia fatto dormire quattro ore. E sì, lo so, il post è un po’ lungo.
HQ Tv
October 6, 2007 on 1:05 am | In Tv | No CommentsNon mi capita molto spesso di accendere la tv. Un po’ perchè come mezzo mi soddisfa poco un po’ perchè lo stato attuale dei programmi è di livello estremamente basso. Gli spettatori di tale televisione si possono classificare citando ‘Il settimo sigillo’: “Mi fanno venire in mente quelle scimmie tanto simili all’uomo da essere stupide come lui”.
Ora, arriviamo alla mia giustificazione. Io sono un amante del grottesco. Non credo che esista nulla di più grottesco di Studio Aperto. Talvolta raggiunge livelli sublimi, tipo la serie di servizi (uno rigorosamente dopo l’altro) sulla falsariga di:
- Strage in un supermercato
- Gente che piange per la povera cassiera Giuseppina crivellata di colpi mentre stava giusto giusto per andare a messa
- Le tette di Nina Moric
- Collegamento col meteo: oggi piove
- Piove governo ladro & comunista
- Natura: pesci fluorescenti partoriscono teneri agnellini
- Il nuovo calendario di Orietta Berti
- Collegamento col meteo: nei prossimi giorni un uragano si abbatterà sulla penisola causa instabilità nella coalizione al potere
- Musica: il nuovo duetto di Nilla Pizzi e Rihanna
- Non perdetevi la nuova puntata di “Lucignolo”: stasera un servizio esclusivo sui trans che frequentano locali per scambisti sadomaso sconvolti dall’ultimo scandalo degli alani e di Babbo Natale
- Fine
Ora, al di là che ho offerto spunti alla redazione del suddetto “telegiornale” per almeno sei edizioni diverse, ci tengo a riportare un serivzio su gli orsi del parco nazionale d’Abruzzo che vengono sistematicamente sterimanti da un ignoto serial killer (ben presto si verrà a sapere che è stata la temutissima Annabella di Pavia). In questo servizio veniva intervistata una passante in lutto per gli orsi uccisi, che, con grande sconforto e sconvolta dal dolore ha voluto a tutti i costi dichiarare:
“Era come se ABBIAMO perso un famigliare”
C’è altro da aggiungere?