Zeta #04: “Carnosaur”

January 30, 2011 on 3:00 pm | In Zeta | 3 Comments

Carnosaur
1993, di Adam Simon
con Diane Ladd, Raphael Sbarge, Jennifer Runyon

Tutto quello che bisogna sapere su “Carnosaur”, oltre al fatto che è un film di una bruttezza tanto incredibile quanto entusiasmante, è che dietro ha un’idea davvero geniale. Il produttore del film è Roger Corman. Chi è? Un tizio che da metà degli anni Cinquanta si è messo a produrre film horror a basso costo (suo è il cult “La piccola bottega degli orrori”). Durante la sua carriera ha scoperto praticamente una buona metà degli autori della New Hollywood, tra cui: Scorsese, Coppola, Demme e (disgraziatamente) Cameron.
Nel 1993 la pubblicità martellava il pubblico per l’imminente uscita di “Jurassic Park” di Steven Spielberg. Corman ordinò al regista Adam Simon di girare, in una settimana, “Carnosaur” con la precisazione: “Gira quello che vuoi, basta che lo fai in fretta”. In questo modo è riuscito a sfruttare, di riflesso, tutta la campagna pubblicitaria del film di Spielberg, visto l’argomento in qualche modo analogo. “Carnosaur” fu un successone al botteghino, tanto che furono girati due sequel. Al di là di questo, il film si dipana in maniera assolutamente casuale per quasi un’ora e venti, regalando allo Z-spettatore uno dei più alti (?) prodotti di cenciosità e schizofrenia cinematografica.

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Polli. Polli dappertutto. E questi sono i titoli di testa. Una riunione governativa, seduta nel solito tavolo esagonale, discute degli esperimenti genetici della dottoressa Tiptree. Uno di questi beve Coca Cola. Poi, però, si torna ai polli. La dottoressa Tiptree, dal suo laboratorio, controlla preoccupata i polli dai suoi numerosissimi megaschermi. Poi due tizi in macchina si starnutiscono addosso e parlano di materia organica estranea, dicendo: “Io di materia organica estranea conosco solo mia moglie!”. La dottoressa Tiptree vede tutto e tutti, tenendosi però il mignolo in bocca (sarà un tic scientifico, non si sa). Il bello è che le telecamere che le permettono la visione hanno delle inquadrature davvero varie, e anche gli stacchi di montaggio! Insomma, questi due vengono aggrediti in mezzo ai polli, la dottoressa Tiptree dice “Stringere, stringere, stringere” alle telecamere, qualcuno starnuta,  qualcosa scappa dai pollai (non si capisce cosa, dove e perché),  un tizio che trasporta polli viene aggredito da qualcosa che vede tutto verde.

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Il protagonista è un guardiano di ruspe della Eunice (compagnia della dottoressa), allampanato e con gli occhiali da sole. E’ ubriaco, guarda film dell’orrore (“E’ il massimo vedere una lobotomia completamente ubriachi”), poi esce e spara a dei tizi, non li centra ma riesce a fermare una “ragazza, no, una donna!”. Lui si chiama Doc. Un medico legale analizza un cadavere e lo sfiletta come farebbe lo chef Tony coi Miracle Blade, e lo chiama “campione di tessuto” (N.B. è un McChicken).

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Una serie di eventi scollegati fa intuire che la ragazza, che si chiama Trash […] perché “Prima mi chiamavo Anne, ma preferisco Trash!”, è una hippie che protesta contro qualcosa di fondamentalmente univoco, poiché, come già detto, è una hippie di quelle che regalano le collanine da hippie. Un gruppo di adolescenti, quelli ubriachi drogati e sessuomani, vengono sbranati in macchina da un dinosaurino di plastica che poi fa un verso stupido in controluce.

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Dai risultati delle analisi, un tizio e una tizia in un laboratorio kitsch, capiscono dalle sequenze del DNA ricavati sui corpi delle vittime che ”Abbiamo a che fare con dei polli”. Per i prossimi dieci minuti viene ripetuta la parola “pollo” come se fosse un mantra, al fine di risvegliare il pollo che è nello spettatore tramite questa sciamanica esperienza. Doc e Trash trovano un tizio sbranato e semimorto, ma Doc ci mette diversi secondi prima di capirlo, regalando così una delle sue espressioni  facciali migliori. Poi si parla di polli per un altro po’ e un senatore ingurgita mirtilli ricoperti di “fluido embrionale di capra”.

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Un tizio va a piangere dalla dottoressa Tiptree cercando sua figlia (boh). Lei lo guida tramite le sue onnipresenti telecamere in corridoi con luci stroboscopiche. E pronuncia: “Cancellare Y Z, covertigrare B V e C W”. Poi dice altre cose senza senso sulla riproduzione, e all’ordine “Distruggere umano” un tirannosauro di plastica intrappolato dalle luci (?) lo mangia. Dopodichè un dinosauro di gommapiuma fa la prima cosa di senso compiuto del film: sbrana gli hippie che si sono legati ad una ruspa.

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Doc fa finta di aver catturato il dinosauro e riesce ad arrivare dalla dottoressa Tiptree. Uno sceriffo di colore fa una frittata e dentro un uovo c’è un dinosaurino. Le scene si svolgono esattamente così come narrate, non c’è trucco o inganno: è tutto vero. Poco dopo la metà della visione si ha la certezza che questo film dovesse intitolarsi “Le conseguenze del peyote”.  Tutti hanno la febbre, tra cui anche Doc e l’assistente slavata della dottoressa Tiptree. Quest’ultima morirà poco dopo, ma non prima di aver deposto un uovo. La dottoressa Tiptree porta Doc in un posto pieno di gigantesche uova. Lei lo tratta giustamente come un ignorante e lui, mirando alle uova con una pistola, chiede “Queste da dove vengono?” e la dottoressa risponde “Le ho fatte io!”.

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La dottoressa Tiptree spiega a Doc che vuole restituire il pianeta ai dinosauri perché gli uomini distruggono la terra e bla bla.  Altre donne fanno le uova. La Tiptree non poteva di certo farsi mancare, pare per coerenza, di chiedere: “Chi è nato prima, l’uovo o la gallina?”. Poi spiega, cioè dice, cioè pronuncia: “Il mio dio è un acronimo, D.I.O., Diversità In Oscillazione”. Lo sceriffo di colore di prima affronta il dinosauro di plastica, lo uccide, ma riesce comunque a farsi ammazzare in modo cretino facendosi trapassare da un artiglio.

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La dottoressa Tiptree ha le doglie, tenta di fare l’uovo ma il dinosauro le fa cucù dalla pancia e purtroppo muore, è capitato così. Doc libera il tirannosauro ma poi scappa da esso. Ha l’antidoto e riesce a iniettarlo a Trash. Poi affronta il tirannosauro con la ruspa dei playmobil e vince. Torna nella sua roulotte, però arrivano i militari vestiti color canarino e danno fuoco a lui e a Trash e così il film finisce in bellezza.

Per chi volesse avventurarsi nei meandri di questo gigantesco Z-film, può cliccare qui, e visionarlo per intero. Auguri e polli vari.

Zeta #03: “Smile - La morte ha un obiettivo”

June 17, 2010 on 3:58 pm | In Zeta | 4 Comments

Smile - La morte ha un obiettivo
2009, di Francesco Gasperoni
con Robert Capelli Jr., Harriet MacMasters-Green, Antonio Cupo, Manuela Zanier, Mourad Zaoui
“Smile - La morte ha un obiettivo” non è solo un brutto film, ma fa anche schifo. La cosa può sembrare anche superflua, ridondante, però è provato che non tutti i film brutti fanno schifo e che non tutte le cose schifose sono film brutti. Ok, forse è una bugia.
Nei titoli di testa, oltre ad usare lo stratagemma delle polaroid per presentare i protagonisti (come ne “Il Bosco 1“), c’è un’altra cosa che attira maggiormente l’attenzione. Trattasi di: “Film riconosciuto di interesse culturale nazionale dal MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI”. Siccome non è utile cominciare qualsivoglia polemica, questa volta, al posto di chiamarle “scene topiche”, verranno indicate come ”scene di interesse culturale nazionale”. Accomopagnate da immagini cliccabili ”di interesse culturale nazionale”.

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C’è questo gruppo di amici che fa un viaggio in Marocco su una jeep, e intanto fumano con un bong. Siccome sono pure ggiovani e svegli e interessanti, fanno anche a gara a chi tira di più. In questa strada dritta in mezzo al deserto rischiano una sorta di incidente con quello che dovrebbe essere un minacciosissimo pulmino (così dovrebbe suggerire il tema musicale). Clarissa, la protagonista col neo posticcio, ma anche fotografa dilettante, esce dal mezzo per fare qualche scatto (perchè poi?). Dal pullman scende una donnetta che scarica in braccio alla Nostra un fagotto con dentro una scimmia morta. E poi, siccome questa tizia è marocchina e velata, le frega pure la macchina fotografica.

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Dopo un bel po’, Clarissa, che come si vedrà è un faro d’intelligenza, si accorge di non avere più la sua macchina fotografica, così girovaga per il mercato di questa cittadina. Intanto i suoi amici vaneggiano sui boschi marocchini, demoni con le mani fiammeggianti e il dio Atlante. Entra in questo locale semibuio dove il padrone è un tizio loschissimo col sigaro e ha una bambina decorativa. Ovviamente lui è l’assassino, la causa di tutto, è un fantasma e altre cavolate del genere che si capiscono immediatamente. Così almeno non c’è bisogno di ripeterlo, dopo. Questo figuro, praticamente, le regala una rarissima polaroid. Quando Clarissa la prende in mano esclama: “Oh! Mi sono punta!”, con tanto di rivolino di sangue. Forse non si è capito bene: si è punta con la macchina fotografica. La polaroid assassina che uccide la gente dopo che è stata fotografata.

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A questo punto la recensione potrebbe anche terminare, perchè in “Smile” non succede assolutamente nulla di interessante, però questo strazio dura davvero poco (meno di un’ora e venti). Si può aggiungere ancora qualcosa, poichè le vere perle devono ancora arrivare. Il belloccio della compagnia, che si chiama Tommy, riesce a trovare il tempo di farsi la biondona di rito. Non solo: contro un muro, per le strade del Marocco, e completamente vestiti. Si scopre che tutta questa allegra combriccola va all’università, non è tuttavia specificato quanti anni fuoricorso (è ipotizziabile una decina).

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Finalmente arrivano in questo bosco di conifere (Marocco, Africa), e dopo venti secondi si sono persi. Però il momento per citare l’incipit della Divina Commedia non può mancare. In questo bosco c’è anche la nebbia. Ora davvero non si capisce più se, per colpa di una frattura nello spazio-tempo, degli alieni, del 2012, del chupacabras o di Giacobbo stesso, siano finiti in una pineta a Marina di Ravenna. Girovagando a vuoto trovano un uomo barbuto vestito da Sandokan che sventra un cervo, e che proprio perchè è vestito così e parla male, cerca di accoltellare uno di loro ma poi non lo fa (cfr. punto 1). Mentre cuoce l’animale sul fuoco (la clava sforava col budget), spiega: “E’ cervo russo, chiamato anche cervo africano”. Poi c’è l’altra scena di interesse culturale nazionale. Mentre tutti sono seduti in cerchio che gustano il cervo russo chiamato anche cervo africano, Tommy-il-belloccio afferma ed emette (allo stesso tempo): “Per me basta così. Devo andare a cagare! BUUUUURP”.

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Dopo che tutti si sono fotografati, per una ragione o per l’altra, e che quindi muoiono in circostanze idiote (fulmini, attizzatoi volanti e così via), il film è quasi terminato. Però Clarissa e il suo amico quarantenne nasone Paul, di cui lei è segretamente innamorata, sono sopravvissuti perchè ancora non si sono immortalati in qualche istantanea. Cosa fa, allora, quella cima di Clarissa? Ohhhh, adesso voglio proprio scaricare la polaroid così non farà più male a nessuno questa cattivona! Proprio in quel momento passa un’auto. Loro compaiono nella foto per via del riflesso sul finestrino. Un secondo di terrore. Poi vengono investiti da un non meglio identificato mezzo di trasporto. Il film è finito. Bello, eh?

Zeta #02: “Il Bosco 1″

June 1, 2010 on 9:19 pm | In Zeta | 7 Comments

Il Bosco 1
1988, di Andrea Marfori
con Coralina Cataldi Tassoni, Diego Ribon, Luciano Crovato, Elena Cantarone
Ci sono film brutti, e poi c’è “Il Bosco 1″. Già il fatto che non esista “Il Bosco 2″ penso possa essere un indizio di ciò che abbiamo tra le mani. Svelerò immediatamente l’arcano: “Il Bosco 1″ è, senza ombra di dubbio, in un’ideale top 3 dei film più brutti mai realizzati. Il film è stato distribuito con vari titoli, tra cui quello internazionale, ”Evil clutch”, con un’evidente riferimento al film “La casa (Evil dead)”. Diciamo che il risultato finale è leggermente diverso. Il regista, Marfori, si dedicherà (grazie al cielo) ad altro, e per altro intendo alcune stagioni di “Un posto al sole”. Ho un vago timore che la puntata in cui la Morte è interpetata da Amanda Lear sia opera sua, tanto per dare un’idea del trash sublime. Gli stessi attori de “Il Bosco 1″ hanno più volte rinnegato la pellicola, non accreditandola nella propria filmografia oppure dichiarando, cito testualmente: “Il mio più grande sogno è quello di bruciare tutte le copie di quel film”. Tra questi Coralina Cataldi Tassoni, che oltre a farmi venire in mente “La Contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare “, ha anche il merito di aver recitato in film-sfaceli come “Demoni 2″, “Opera”, “Il fantasma dell’opera”, “La terza madre”, tutti con lo zampino di un Dario Argento sotto metadone, e “Ghost son” di Lamberto Bava. Insomma: una che i film se li sa scegliere.
Diventato in poco tempo un veneratissimo trash-cult, ecco qui le parti migliori. Ogni immagine è, come al solito, cliccabile ed ammirabile in un formato più grande.

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Il film comincia con tre minuti di inutilissimi titoli di testa in cui ci vengono mostrate delle polaroid raffiguranti i due protagonisti, Tony e Cindy, in viaggio per l’Italia. Lei ha un’improbabile fascia rosa. Nel mentre si sentono le loro voci parlare di cose stupide e lei ha un ridicolo accento inglese. Stacco. C’è un tipo  con una tuta da meccanico (…) che cammina in un bosco (eh), poi entra in una casetta. Dentro c’è una donna vestita e nasona (accreditata come “Arva” nei titoli di coda, mai nel film) che a gambe larghe gli dice: “Ora starai sempre in mio potere, per sempre nei secoli”. Lui le bacia le maglia. A lei esce un piccolo braccio peloso a tre dita da in mezzo le gambe e lo evira. Lui chissà poi perchè muore sputando sangue dalla bocca. Arva ridacchia stridula e non trova niente di meglio da fare che tocciare la mano in un secchio pieno di melma e vermi.

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Tony e Cindy sono in viaggio in jeep e cantano la canzone dei Sette Nani. Arva è in cima a una collina, ringhia, l’immagine cambia colore e la telecamera plana giù verso la strada. Cioè, in teoria è Arva che dovrebbe planare, visto che riuscirà a fermare i due beoti dicendo di essere stata aggredita. Loro le danno retta, controllano e non succede nulla per una decina di minuti, tra inquadrature svolazzanti in cimiteri che dovrebbero suggerire qualcosa di msiterioso e invece no. Arrivano in un piccolo centro abitato e la scaricano come se nulla fosse.

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Arriva IL personaggio. Colui che rende questa pellicola indimenticabile. Si tratta di un tizio di nome Algernoon, è a bordo di una moto, ha un impermeabile bianco e un casco con degli occhiali da aviatore. Parla con una macchinetta che tiene vicino alla gola. Dice di essere uno scrittore horror, ed è lì per stare “lontano dalla pietà”. Parla di un popolo maledetto che viveva in quei luoghi (i Cimbri?) che facevano “strani riti”. Cindy e Tony sono dubbiosi, così lo strambo tipo, un po’ alterato dice: “Voi, schiavi della vostra assurda realtà, siete così sicuri di essere così lontani dall’orrore!?”. Cindy giustamente replica: “E’ scemou?”. Algernoon poi racconta una storia dell’orrore avulsa dal contesto con protagonisti Tony e Cindy, scena che probabilmente Marfori aveva girato in precedenza e che non gli andava di risparmiarci. Questa roba si conclude sulla battuta di Algernoon: “E non sarai capace di evitare LA MORTE MALIGNA”. I due, seccati, se ne vanno.

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Tony e Cindy si fermano con la macchina in un piccolo spiazzo in mezzo al Bosco 1 (immagino). Algernoon però li ha seguiti, ed è qui il miglior dialogo di tutto il film:
Algernoon: “Vedi, ci sono cose che appaiono diverse da quello che sono. Le trote per esempio: mentre, tranquille, nuotano nella corrente, vedono questo piccolo amo e, pensando che sia un delizioso, minuscolo pesce, una di loro si avvicina per mangiarlo. Ma, naturalmente, c’è chi è pronto a pescarla!
Tony: “E’ forse una storia sulla pesca?”
Cindy: “Un altro tipo di storia… Ti stai dimenticando gli zombie!”
Algernoon: “Io non volevo raccontarvi una nuova storia, ma dirvi che le cose possono essere diverse e più pericolose di quello che sembrano.”
Tony: “Vuoi dire che qui c’è il divieto di pesca?”
Algernoon si congeda e i due cominciano ad attraversare il bosco.

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Da in mezzo al nulla spunta Arva, che blatera di una fonte di acqua pura e li invita a dormire a casa sua. Tutto questo inframezzato a scene di una lunghezza estrema in cui loro CAMMINANO nel bosco. Mentre Cindy non c’è (è a passeggio nel Bosco 1), Arva giustamente offre a Tony qualche tiro di coca, solo che lui la versa accidentalmente in un secchio con della melma nera, che comincia a schizzare. Tony raggiunge Cindy e si appostano su un masso che sanguina e che loro si mettono a bruciare con una fiamma ossidrica (che fatica andare avanti).

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Tony, dopo essere stato schizzato dal liquido nero, sta male e Arva lo assiste. Cindy urla contro Arva: “Adesso bastau! Bastau con le tue stuonzate! Non vedui che sta male sul seriou?! Tiuta colpa tua sei tiu che gli hai datou quella robua verou?”. Arva replica “Non fare l’isterica” e Cindy sbotta: “Sei tu il geniou che mi fa giuare le palle!”. Altro che i catfight di “Dynasty”!. L’accento “anglofono” della Cataldi Tassoni continua a mietere vittime a ritmo frenetico, più di quante se ne siano viste per tutto “Il Bosco 1″ fino ad ora. E siamo poco oltre la metà (il film ha l’unico pregio di durare poco): lo strazio vero e proprio comincia adesso.

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Tony continua ad essere moribondo e Cindy lo porta fuori. Spunta uno zombie che li aggredisce e loro lo legano alla ruota di un carro. Scappano dentro al bosco ed entrambi hanno una crisi isterica. Tony è molto affranto: “Dove vuoi andare? Finire in un altro bosco, magari in mezzo a mostri peggiori di questi?!”. Sì ok, bravo Marfori, continua a scrivere così. Poi Tony cerca di stuprarla, evidentemente attizzato dalla bellissima fascia rosa di Cindy. Lei urla: “Ma che schifo hai dentuo adessoooo!” e scappa via.

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Merntre Tony vomita brodino Knorr, arriva Arva e cerca di farselo. Poi lo butta in mezzo a una pianta coi tentacoli, ma lui scappa. Compare Algernoon dal nulla con un’ascia, amputa il braccio vaginale di Arva (tutto ciò è così egodistonico che persino Freud farebbe fatica a raccapezzarcisi). Lei, muovendosi con l’agilità di Pinocchio, riesce a ucciderlo facendgli esplodere la testa contro un sasso, con tanto di bollicine gorgoglianti blub blub. Arva si trasforma in Ignazio La Russa con il cerone verde, ed urla: “Non è tutto finito, non finirà mai! E verrà il giorno in cui tutto questo sarà distrutt-oh! DISTRUTTO!”. Ed esce di scena ringhiando. Non la rivedremo più.

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Tony è da solo nel Bosco 1, e urla “Cindyyyy!” per vari minuti. Dopodichè appoggia le mani su un sasso, arriva uno zombie e gliele amputa SCHIACCIANDOLE CON UN MASSO. Probabilmente Marfori le aveva trovate nell’uovo di Pasqua e non poteva proprio non usarle. Segue colluttazione zombie-Tony di rara idiozia. Cindy ritrova Tony, ma questo viene decapitato dallo zombie con la ruota del carro di prima (yawn). Algernoon intanto è diventato anch’esso uno zombie e ora tutti inseguono allegramente Cindy.

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Cindy, da cima quale è, e tanto per non ricalcare gli stereotipi del cinema horror, si rifugia nella casetta, così che gli zombie possano raggiungerla e PESCARLA con una canna da pesca. Tuttavia Cindy riesce a trovare una motosega e li uccide tutti. Il film si conclude con un pianosequenza INSOSTENIBILMENTE LUNGO in cui Cindy urla come Sandra Milo. Finisce in un praticello, c’è il sole e Cindy esclama: “Gruazie dio della luce!”. Di fronte c’è un altro bosco. Forse il Bosco 2. Non lo sapremo mai.

Zeta #01: “Bambola”

May 10, 2010 on 6:10 pm | In Zeta | 7 Comments

Ho sempre recensito, credo, film di qualità piuttosto elevata. Poi mi sono sentito un po’ razzista. Perchè essere così esclusivi? Esiste anche tanta bruttezza da condividere con il mondo. Allora inauguro una nuova rubrica intitolata “Zeta”: film profondamente, ineluttabilmente brutti. Comincio subito. 

Bambola
1996, di Bigas Luna
con Valeria Marini, Stefano Dionisi, Jorge Perugorrìa, Anita Ekberg
Contrariamente a quello che si crede, “Bambola” è un film di Bigas Luna, e non di Tinto Brass, che di difetti ne ha tanti ma non gli manca un certo estro e una vera e propria estetica (per quanto discutibile). Luna, invece, pesca il peggio del cinema erotico/alimentare, ci piazza come protagonista Valeria Marini ed ecco che magicamente è creata questa apologia del trash involontario. (Cliccare sulle immagini per vederle ingrandite).
Momeni topici:

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Il film comincia con Valeria Marini in bici, nel traino ha una capra. La sua voce narrante pigola che in realtà si chiama Mina ma che tutti la chiamano Bambola. E già qui. In una serie di battute tutte sconnesse tra loro Bambola spiega che la capretta si chiama Amalia, che sua madre non è riuscita a macellarla, poi che “loro” hanno una trattoria per camionisti, e che “Andare con Amalia a comprare le anguille era una delle cose che mi piacevano di più”.

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Sono passati cinque minuti (e diciannove secondi, per la precisione) e la capretta Amalia è MORTA. Valeria Marini la seppellisce assieme al fratello Stefano Dionisi (coi capelli gialli) sotto dell’erba. Lui ha dovuto persino zappare per questo. Valeria dice “Era la mia unica amica. A lei avevo confidato tutti i miei segreti, tutti i miei sogni”. Alla capra. Poi piange.

3

Anita Ekberg (quella de “La dolce vita” qui “lievemente” invecchiata), oltre ad essere la madre di Valeria Marini nel film, è un’ubriacona e spara “a qualsiasi cosa con il suo fucile”. Il fratello ossigenato urla di smetterla, lei spara a una cascina che, in un rapporto di causa-effetto sensatissimo, esplode. Dopo sei minuti e ventuno la madre è MORTA di cirrosi, e così è stata “una liberazione per tutti”. Valeria al funerale ha un fazzoletto trasparente in testa e la solita espressione bovina che in questo caso dovrebbe sembrare triste.

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Entra in scena Ugo, un ciccione peloso e calvo, che li aiuta a finanziare la trattoria. Logicamente si innamora di Bambola e ne è geloso dopo che lei si è sbrodolata con l’olio e ha ciabattato sul pontile. Vanno all’acquaparco, per farlo capire per bene Luna inquadra il culone di Valeria Marini che arranca sopra le scale. Dopodichè lei, il fratello e il ciccione fanno gli scivoli ad acqua e Valeria RIMBALZA (non sto scherzando) ad ogni dunetta, rischiando di finire in orbita. Questa scena si ripete per più o meno cinque minuti. Arriva un Tamarro col costume rosso e abbranca Bambola. Ciononostante il fratello, che oltre ad essere ossigenato è pure finocchio, pensa che sia “troppo bello per andare con le donne”. Ballano (all’acquapark!), e il Tamarro e Bambola si strusciano. Lei alza le braccia al cielo mostrando delle sofisticatissime ascelle boschive. Stefano Dionisi allora desiste e se ne va coi suoi occhiali da sole trovati nel Dash. Sulla cima dello scivolo il Ciccione e il Tamarro si contendono Bambola in una tragicomica rissa finchè il Ciccione non batte la testa e cade giù dallo scivolo in un tripudio di sangue che è un misto tra Dario Argento e una tecnica di macellazione dei suini.

5

il Tamarro è in galera. Bambola gli va a fare una visita in carcere e il Tamarro, che per aggravare la sua situazione si chiama pure SETTIMIO, le chiede una sua foto. Nel mentre vengono interrotti da un altro carcerato rasato con un accappatoio blu che si chiama FURIO. Settimio e Furio si picchiano, poi nel cortile del carcere Furio spiega a Settimio che ora Bambola se la deve scordare perché è sua. In questo delirio nonsense Furio pronuncia la battuta definitiva: “Alle femmine gli devi dare minchia, minchia, minchia e botte!”. Poteva essere tranquillamente il titolo del film.

6

Per non farsi mancare nulla, Valeria Marini si fa fare delle foto a cavalcioni SU UNA MORTADELLA. Poi le porta in carcere. Furio fa sodomizzare Settimio da due energumeni (uno si chiama ARSENIO e ha delle magliette a rete o rosse o nere) mentre gli urlano la ricetta degli spaghetti al pomodoro. In cambio di tutto ciò Furio chiederà le mutande a Bambola.

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Furio le manda un pacco a casa e dentro ci sono le sue mutande luride, Valeria è sorpresa e dice: “Questo è quel pazzo di Furio, mi aveva chiesto le mie!”. Il fratello ha una vestaglia blu da antologia. A questo punto, non può che andare in carcere da Furio, è ovvio! In qualche modo che rimane ignoto allo spettatore, lei ottiene una visita a tu per tu col rude carcerato in un sudicissimo posto, poi si accoppiano per una decina di minuti. Tornata a casa spiega l’accaduto al fratello, che nel mentre si è messo una camicia orrenda, e pronuncia la battuta migliore del film in un rigurgito di sarde origini: “Sono confusa… perché mi è piaciuTTo”.

8

Nella seconda metà del film Bambola viene trombata, prima in carcere (“Volevo solo un baCCio!”), poi Furio esce (“Mi hanno rilasciato per buona condotta!” …) e se la ingroppa pure fuori. Tra una cosa e l’altra la picchia pure. Prima però tortura la sua nuova insopportabile capretta che fa dei versi indescrivibili per tutto il film, rendendo così la colonna sonora vagamente più interessante. Flavio, il fratello, si dichiara a Settimio, che, essendo stato violentato in carcere, è diventato per forza di cose gay.

9

La scena dell’anguilla che ha reso questo film (tristemente) noto. Furio sbatte Bambola sul lavello pieno di pezzi di anguille e ortaggi vari, la lecca e la maltratta un po’ e poi, prende un’anguilla e gliela infila lì. Momenti da “Oggi Pesca”. Dopo l’accaduto Valeria giace distesa circondata da anguille e pomodori.

10

Il momento più comico del film, ovvero l’inseguimento finale. Bambola riesce a scappare da Furio. Su un Ape-car. Lui la insegue correndo in accappatoio e sparandole. Ovviamente la povera Ape-car non reggerà più di tanto e rotolerà nel fiume. Bambola si fa foca monaca e naviga per un po’ e poi il film finisce in modo stupido.
Davanti a tutto ciò occorre inchinarsi. Anguilla o meno.