Donna, pesce, vento.

May 29, 2013 on 4:19 pm | In Unclassified | No Comments

Sarah Kennedy Trilogy

March 20, 2013 on 5:06 pm | In News, Unclassified | No Comments

Rompo il silenzio, durato anche troppo.
Che cosa ho fatto in questo periodo? Mi sono raggomitolato nel vuoto esistenziale? No. Semplicemente mi sono dedicato ad altro. Questo non significa che io non mi sia sentito minimamente in colpa per aver trascurato il sito. Per essere chiari: non avevo più nulla da dire, o meglio, non sapevo più come non dire nulla. Sull’onda di un rinnovato entusiasmo annuncio nuove pubblicazioni e nuove cose completamente diverse. Vediamo, appunto, con cosa voglio ricominciare.
Ad essere sinceri in questo lungo periodo sono stato anche piuttosto produttivo. Ho aperto un canale su YouTube con lo pseudonimo David Georgeson, nato essenzialmente per mascherare la mia anima più trash. Fatto sta che poi mi son fatto prendere la mano, e quello che io consideravo trash è diventato in qualche modo underground (ammesso che esista veramente una separazione netta). Ispirato dalle due interviste fatte a Sarah Kennedy da Andrea Diprè (qui i link, guardatele: 1 / 2 ) ho deciso a mia volta di approfondire l’originalissima e strampalata storia di questa Signora in tre interviste telefoniche. Ovviamente il mio contributo è nettamente diverso, per stile ed intenti: immodestamente più approfondito, egomaniacamente strabordante. Ecco quindi che potrete sentire, per la prima volta, la mia voce finire all’interno della storia più assurda mai inventata. Qui di seguito le tre interviste. Armatevi di pazienza: durano più di un’ora e venti l’una. Ma ne vale la pena.


Vi lascio anche il link del mio Canale di Youtube. Ovviamente le iscrizioni sono molto gradite. Qui.

What’s wrong in an avatar?

October 6, 2010 on 6:56 pm | In Unclassified | 4 Comments

Ci vuole del tempo per metabolizzare un film come “Avatar”. Per lo meno, ce n’è voluto per comprendere pienamente se la portata degli esorbitanti incassi coincidesse anche con qualcosa di profondamente insito nel pubblico, e quindi di genericamente qualitativo. E’ stato uno sbaglio recensire un film del genere, per quanto sia possibile, dopo poco tempo dalla sua uscita. I facili entusiasmi trascinano gli incauti verso colpe difficilmente smacchiabili, persino con un buon detergente. Che cos’è, quindi, ”Avatar”?

Storia, tecnica e via dicendo
La storia non è importante“, così annunciò il regista James Cameron prima dell’uscita del film. E già era una partenza sbagliata. L’errore è il considerare il cinema solo come immagini in movimento, tralasciando la narrazione. “E David Lynch?” chiederà qualcuno. Lynch sa essere narrativo, cioè sa scrivere un film con storie non-riempitive (”Elephant man”, “Dune”, “Velluto blu”, “Cuore selvaggio”, “Una storia vera”). Talvolta, in un furore di sperimentalismo modernista, decostruisce l’impianto narrativo (”Eraserhead”, “Strade perdute”, “Mulholland drive”, “Inland empire”), che comunque non è assente, ma frammentario, confuso e cervellotico. Sta alla capacità e alla volontà dello spettatore se acettare o meno la sciarada.
James Cameron è considerato un autore perchè scrive le sue sceneggiature. Eppure i tratti distintivi non sono affatto riconoscibili, se non per una roboante baracconaggine (cfr. tamarro [ta-màr-ro] s.m. (f. -ra) region. spreg. Giovane provinciale o di periferia che si sforza di adeguarsi ai modi di vita cittadini, ma in maniera eccessiva, volgare). Essendo pure nato in Canada, questa attitudine all’eccesso, a un kitsch senza significato, non fa che confermare i luoghi comuni che gli americani affibbiano ai canadesi. La storia, come già fatto notare su altri siti e/o recensioni (purtroppo non in maniera dispregiativa ma incensante) è un misero collage di bozzetti di altre opere. La prima parte è “Jurassic park” più “Aliens”, nel cast c’è pure Sigourney Weaver così che si capisca ben bene. Poi diventa “Pochaontas” fino alla fine. Non si tratta comunque di plagio, ma di spunto. Cameron, che viene erroneamente considerato uno sceneggiatore, è in realtà un soggettista di terza categoria, che abbozza qua e là e sviluppa successivamente. Tra l’altro prendere come base ”Pochaontas”, il più lento e meno riuscito film Disney, incide non poco sulla sopportabilità della visione: “Avatar” è un film noioso, e tra l’altro non veicola alcun messaggio. “Ma è una favola!” dirà qualcuno. Inutile ricordare i modelli archetipici delle favole e tutto il Jung che ne consegue, per non parlare delle famose “morali”, in questo film quasi assenti se non addirittura contraddittorie, ma di questo si parlerà in seguito.
Il successo commerciale di “Avatar” è attribuibile solo ed unicamente al fattore 3-D. Se fosse uscito senza questo particolare supporto (e la conseguente mitragliata pubblicitaria) sarebbe rientrato con gli incassi nei costi di produzione o poco più. “Cameron reinventa il cinema come fece Méliès!” ha strillato qualche trombone. Gli effetti speciali sono tutt’altro che scadenti, però cosa dà di speciale questo 3-D al film di Cameron? Nulla, perchè non gioca sulla spettacolarizzazione come si potrebbe pensare. Semplicemente: aggiunge ciò che non dovrebbe essere aggiunto (es. “pollini” e cosette svolazzanti varie), colma il vuoto scenico e di trama. In più, questa tecnica, concepita cameronescamente, tende a valorizzare l’azione in primo piano sfocando ampiamente ciò che succede sul fondo. Questo non è rivoluzionario, mostra limiti cinematografici evidenti, tra l’altro risolti brillantemente da un certo Orson Welles nel 1941 (e non certo col 3-D). Concepito in questo modo il 3-D non è un passo avanti ma un’inutilità accessoria, niente che il cinema “tradizionale” non possa tranquillamente ricreare. Sebbene gli effetti speciali siano di ottima fattura, come già detto, manca “l’effetto-verosimiglianza” che Cameron, invece, aveva promesso. Non c’è nulla di verosimile nei volti dei na’vi, solo levigata CGI, niente che gli ultimi “Final fantasy” non abbiano già fatto (le varie ambientazioni sono tra l’altro analoghe). Peccato che “Avatar” non sia un videogioco ma un film.
Neanche la tecnica 3-D è poi una cosa così nuova. Già negli anni Cinquanta si producevano numerose pellicole in questo formato. E’ un’ossessione che il cinema non riesce a scrollarsi di dosso e che torna in voga ogni circa trent’anni. Anche negli anni Ottanta ci fu un’ondata di questo fenomeno, da ricordare il ridicolissimo “Squalo 3″, in originale appunto “Jaws 3-D”. Dopo questo non c’è motivo di infierire oltre, si può passare ad altro.

Antirazzismo della fonte (oppure Il pulpito e la predica)
Addentrandosi un po’ nei meandri del successo di “Avatar”, si nota il sottotesto antirazzista del film, anche questo decantato fino a convulsi spasmi degli stomaci degli elogianti (le atropine sono particolarmente indicate in questi casi). Allora, ci sono questi umani (americani) che vogliono depredare questo pianeta per via di giacimenti minerari. Peccato che il luogo sia abitato da superstiziosissimi e fricchetonissimi indiani blu, i Na’vi, che logicamente non ci stanno e che reagiscono come possono. I riferimenti alle recenti guerre sono così spiattellati in modo bambinesco e superficialotto. E ci si potrebbe anche passare sopra, finchè il generale umano non sentenzia: “C’è una sola soluzione: guerra preventiva!“. Il personaggio tocca spesso queste corde del ridicolo, in una sovrarecitazione che non solo non giova alla “trama”, ma la rincretinisce per quanto possibile.
Tutto quello sopraelencato sarebbe tollerabile se preso con le pinze, così, come viene. E lo sarebbe ancora di più se non fosse un film di James Cameron. I problemi con Cameron sono le prove che il suo reale pensiero viaggia in opposte direzioni. Questo fa di “Avatar” un film ipocrita, paraculissimo e quindi totalmente inaccettabile. Nel 1994 James Cameron diresse “True lies“, altro film con incassi record (per l’epoca), e che come quasi tutti i film del regista in questione fu velocemente dimenticato. In “True lies”, una action-comedy, Schwarzenegger (sic!) è una spia che uccide senza pietà, e fino all’ultimo, dei cattivissimi terroristi islamici. Non se ne salva uno, sono proprio tutti cattivi questi medio-orientali. Sedici anni dopo ci sono i Na’vi che si difendono, però sono buoni e cari e pace e amore. Cos’è cambiato? Forse che, col Presidente Nero, non sia più tanto di moda razzisteggiare beceramente? La concezione di Cameron verso le altre etnie non è mai stata tenera: “Aliens” (il suo unico film davvero bello) è infarcito di luoghi comuni sui sudamericani e sui neri, per non parlare di “Titanic” in cui gli italiani, nella versione non doppiata, si esprimono quasi unicamente a “vafangulo” e “cazo“. Sia ben chiaro, non c’è nulla di male nell’essere razzisti, è una questione culturale o morale che dir si voglia, che ha poco a che vedere col cinema. John Ford, per esempio, ha fatto diversi capolavori in cui l’elemento razzista la fa da padrone. Si può prendere come esempio “Sentieri selvaggi”, in cui l’odio di John Wayne verso gli indiani è cieco e totale. In ogni caso i film di Ford, e in questo sta la loro potenza, riflettono sempre qualcos’altro e in più livelli, tanto che godono di un’attualità sconcertante anche dopo decenni. Acquisiscono sempre significati nuovi. Ford era probabilmente razzista, ma lo era in modo fiero e convinto, yankee e virile, non certo prono a logiche di mercato favorevoli. James Cameron non è John Ford.

Breve psicanalisi del fallo cameronesco e significati
In pochi, forse, hanno notato una cosa piuttosto inquietante presente in dosi massicce in ”Avatar”. La presenza di simboli fallici, che loro malgrado, fanno capolino da ogni inquadratura. Piante, fiori, astronavi, armi, fauna tutti hanno irrimediabilmente una forma riconoscibile (a parte il colore, ma non è da escludersi una segreta perversione per i Puffi). Non si tratta di semplice malizia. L’esempio più lampante di questo teorema è quello che fa il protagonista nella battaglia decisiva: riesce ad avere prestigio solo domando e presentandosi in groppa al volatile più grande di tutti (le battute da osteria in questo caso si sprecano). Un’altra cosa che fa pensare è la paralisi del protagonista, disabile dalla vita in giù. La cosa ha una certa rilevanza nella storia, e, se associata al discorso appena fatto, fa venire in mente che in psicanalisi (specialmente nell’interpetazione dei sogni) le gambe e i piedi rappresentano proprio quello. Ora, due gambe non funzionanti, un certo gigantismo della messa in scena e ampio utilizzo delle armi portano a una conclusione: il Viagra subirà un’impennata nelle vendite a nome di tale J. Cameron.
Riallacciandosi al discorso della disabilità del protagonista, e perchè no, del razzismo nel paragrafo precedente, c’è un’altra nota che stride, una questione parecchio amorale se non addirittura offensiva. Il protagonista può superare il suo handicap solo attraverso il corpo del suo avatar. Nel finale preferisce diventare un Na’vi, e quindi un atletico e prestante superuomo, piuttosto che accettare (o far accettare) la sua condizione attraverso l’esperienza vissuta.
“Ombre rosse” di John Ford, cowboys contro indiani, è la storia delle peripezie di una diligenza, in cui i personaggi, nel dipanarsi della storia, si rivelano per quello che sono (i tutori dell’ordine sono in fondo pavidi e corrotti, banditi e prostitute sono volenterosi, altruisti e di buon cuore). In “Avatar” tutto il pensiero è piegato a logiche di vendita massificate, purtroppo di scarsa qualità, un’identificazione videoludica in cui gli handicap vengono curati solo attraverso la trasformazione completa del corpo. Qual è il vero nazismo?

Duel

July 25, 2010 on 7:23 pm | In Unclassified | No Comments

E’ da un po’ di tempo che mi ronza in testa questa idea. Io e Mr. Manuel Peruzzo, un “collega”, abbiamo opinioni quasi sempre contrastanti su più o meno qualsiasi argomento. Da qui l’idea. Chi mi conosce sa che amo molto i duelli, la boxe, gli scacchi o quel che è. Insomma, sono inevitabilemte attratto dal confronto senza esclusione di colpi e almeno qui rompo la “tradizione” di fare il prete all’altare. Quindi vi presento un duello vero e proprio tra lui e me, che con grande e perverso piacere ospite in questo sito. Occorre armarsi di tanta pazienza, ma vi auguro di divertirvi almeno la metà di quanto abbiamo fatto noi. L’oggetto di discussione è il cinema di Giorgio Diritti, nato probabilmente dal mio recente post su “L’uomo che verrà”. C’è qualche anticipazione sui film trattati, ma niente che, a mio avviso, rovini la visione.

Il diverso del (nel) cinema italiano, Giorgio Diritti
«[…] permane la tentazione di dare una risposta dispettosa alle ricorrenti inchieste giornalistiche sui modi per risolvere la crisi del cinema. Bisogna fare film sul mondo contadino, lunghi tre ore e parlati in bergamasco»
Chiariamo subito che queste parole non sono di un ministro padano, bensì la provocazione di Tullio Kezich che, nel 1982, in tempo di crisi dell’industria cinematografica, ironizza su come rilanciare la produzione. Kezich ricordando i 26 milioni di incassi de La terra trema di Visconti (1948) e i quattro miliardi di lire incassati da L’albero degli zoccoli di Olmi (1978) ci informa di qualcosa di sintomatico: agli italiani piace vedere il cinema in contatto con la tradizione da cui provengono, vogliono vedere un modello di vita quasi scomparso: la generazione dei propri padri.
Rossellini diceva dell’autore de L’albero degli zoccoli che il suo era un cinema di scoperta di un mondo. Quella di Olmi è la capacità di setacciare la società con occhio antropologico e un’ etica stilistica coincidente ad una visione morale della vita. I volti per l’autore bergamasco sono la traccia su cui si iscrive la memoria della storia.
Continua a leggere: La parte di Manuel Peruzzo >>>

In difesa di Giorgio Diritti, del coraggio e di chi per lui
Esiste un cinema regionale, e quindi linguistico, ed è un’anomalia che si riscontra un po’ in tutti quei posti in cui è consolidata una tradizione più o meno forte, ma che in un modo o nell’altro ha capacità di emergere. Succede ad esempio in “Heimat” di Edgar Reitz, opera infinita e multiforme che trova uno dei suoi punti di forza, appunto, nell’uso delle inflessioni (spesso contrapposte all’accento più pulito della città). Il doppiaggio italiano è riuscito a rendere questa peculiarità senza snaturare l’opera in qualcosa di fastidiosamente maccheronico (come è accaduto con “Brian di Nazareth” dei Monty Python).
Il contesto italiano è sicuramente “difficile”, essendo più che una nazione unica almeno una ventina di staterelli diversi, per ragioni storiche che ben si conoscono e che non ha senso elencare qui. Kezich può quindi mettersi il cuore in pace: siamo un paese tradizionalista, conservatore e superstizioso. Queste cose si riflettono anche nel cinema, che deve (o dovrebbe) essere lo specchio di una qualche contemporaneità. Senza stare a scomodare Visconti, che ormai l’abbiamo citato abbastanza, penso sia più utile guardare quello che abbiamo ora. Due esempi lampanti sono “Gomorra” di Garrone e “Nuovomondo” di Crialese, film che fanno un ampio uso dei sottotitoli proprio per la lingua parlata, nei casi specifici: napoletano e siciliano. Al di là della nostalghia per i padri, che seppur vero suona vagamente freudiano, è più facile che il cinema usi il linguaggio come definizioni di contesti che non sarebbero esprimibili in altri modi, con una varietà lessicale che definisce toni e appartenenza.
Continua a leggere: La parte di Davide Giorgi >>>

Love me love me love me say you do

November 12, 2008 on 11:32 pm | In Unclassified | No Comments

L’ultima volta che ho parlato di libri, ho “recensito” un buon romanzo e un romanzo davvero mediocre ma modaiolo. In questa occasione voglio parlare di un romanzo che, per me, è un capolavoro.
Non sarò oggettivo con “Revolutionary road”, perchè questo è, senza ombra di dubbio, uno dei romanzi più belli che abbia mai letto. Sicuramente ai primi quattro posti (se la gioca con “Gita al faro”, “Glamorama” e “American psycho”). Il libro è degli anni Sessanta, ma da noi è stato pubblicato nel 2003 dalla sempre ottima Minimum fax. Yates è dio, e questo è il suo romanzo d’esordio. Persino il suo punto di vista è divino, nel senso che si ha la sensazione di vedere il disfacimento di Frank e April Wheeler dall’alto. Non solo, Yates descrive tutto con una precisione entomologica senza essere prolisso. D’altra parte Yates è stato lo scrittore che ha ispirato Carver (maestro del minimalismo da me molto amato). Frank e April sono una giovane coppia americana degli anni Cinquanta. Vivono in un quartiere residenziale che detestano, soffocati dal dilagante conformismo ma anche dalla voglia di autoaffermarsi. La loro infelicità e il loro sentirsi anticonformisti li porta a progettare una vita in Europa, ma non tutto andrà come previsto e le conseguenze saranno devastanti. Cosa c’è, quindi, di unico? Yates descrive ogni singolo gesto dei due protagonisti, a volte con uno stile cinematografico piuttosto sorprendente, come se a muoversi e a inquadrare fosse una telecamera, a volte con dialoghi asciutti, secchi, variando spesso i punti di vista. Riesce a far sentire perfettamente la sensazione di mediocrità, di piccolezza, di soffocamento. E’ un romanzo che tratta di bovarismi ma in modo lucido, per nulla romantico, anzi cruento e atroce dal punto di vista psicologico. Tennessee Williams diceva di “Revolutionary road”: “Se nella letteratura americana moderna ci vuole qualcos’altro per fare un capolavoro, non saprei dire cosa”. Detto da lui, mi spiace, ma mi sa che bisogna fidarsi. A gennaio uscirà il film diretto da Sam Mendes, regista di “American beauty”, con Leonardo Di Caprio e Kate Winslet. Il fatto che sia diretto da Mendes è quasi una granzia e il trailer fa ben sperare, alcune scene sono immediatamente riconducibili al libro, e il sottofondo di ”Wild is the wind” cantata da Nina Simone fa la differenza. Da leggere prima di vedere il film, ma soprattutto da leggere e basta, perchè è un’opera più unica che rara.

To do the devil in four

October 16, 2008 on 11:37 am | In Unclassified | No Comments

Non ho mai ben capito che lavoro facciano esattamente i traduttori italiani. Tradurre un’opera, in questo caso parlerò dei titoli di film, dovrebbe essere più legato a mantenerne un’integrità coerente col contenuto. Ci sono poi dei casi dove i titoli sono completamente intraducibili, e lì sta al traduttore rendere con le parole un titolo simile, bello ed anche coerente. Da noi invece si fa tutto l’opposto. Dovrebbero aggiungere una didascalia, nei titoli di testa o di coda, che recita “Adattato stupidamente da…”. Passo ad elencare, quindi, alcune traduzioni di titoli con i rispettivi originali.
L’indiscreto fascino del peccato. E’ un film di Almodovar del1983 che parla di una giovane cantante che si rifugia in un convento di suore tossicodipendenti, spacciatrici e lesbiche. Sapendo che Almodovar è agnostico, quindi non certo un dogmatico, cosa può c’entrare il “peccato” del titolo? Assolutamente nulla. Il titolo originale è “Entre tinieblas” che sta per “Nelle tenebre”. Oltretutto il titolo italiano si rifà a “Il fascino discreto della borghesia”, che è un famosissimo film di Bunuel. Ma questo film di “bunuelliano” ha poco e niente! Almodovar è più un figlio bastardo (e spagnolo) di Billy Wilder.
I quattrocento colpi. Capolavoro indiscusso della nouvelle vague francese, è un film di Truffaut del 1959 che parla, in poche parole, della ribellione di un ragazzino e in sostanza della libertà dell’infanzia. Cosa c’entrano quindi i “quattrocento colpi”? Il titolo originale è “Le Quatre cents coups” e il traduttore italiano ha avuto la bellissima idea di tradurre letteralmente. Peccato che “faire le quatre cents coups” corrisponda all’italiano “fare il diavolo a quattro”. Qui, insomma, siamo sulla soglia dell’ignoranza. E’ come se gli inglesi avessero tradotto “To do the devil in four”. Ridicolo.
Tutti insieme appassionatamente. E’ un musical arcinoto con Julie Andrews ed è inutile soffermarsi sulla trama. Basta sapere che da “The sound of music” è diventato misteriosamente “Tutti insieme appassionatamente”.
L’albero della vita. Splendido film metafisico del 2006 di Darren Aronofsky, è stato trasformato da “The fountain” a “L’albero della vita”. Un piccolo suggerimento: “La fontana/fonte della vita” era troppo difficile, vero?
Se mi lasci ti cancello. Capolavoro del 2004 di Michel Gondry sulla necessità dei ricordi e anche del dolore. Ed è un strampalatissimo film sci-fi. Peccato che il titolo italiano si rifaccia a commediole di dubbio gusto (e valore) quali “Se mi lasci ti sposo”. Che anche in quel caso sarebbe “Runaway bride”, qundi “La sposa che scappa”, bel tentativo amici. Ritornando al film in questione, il titolo originale è “Eternal sunshine of the spotless mind” che significa “L’eterno splendore della mente candida”. Il titolo è tratto da una poesia di Alexander Pope, “Eloisa e Abelardo”, che fa più o meno così: “Senza macchia felice sorte è quella/di colei che si ritira al Sé!/Dimentica del mondo, dal mondo è dimenticata./Eterno splendore della mente candida!”. E’ inutile dire che, oltre ad aver massacrato con un solo colpo un poeta come Pope, il traduttore italiano ha anche ingannato gli spettatori. Vergognoso.
Questi sono solo alcuni casi, ma si possono anche citare “Il petroliere” (che sarebbe “There will be blood”) e “Un bacio romantico” (l’originale è “My blueberry nights”, scandaloso). Poi esistono anche i traduttori svogliati, e cioè quelli che non ci provano neanche. E’ il caso di “The hours”, per esempio. “Le ore” non andava bene? Probabilmente il traduttore ha associato la possibile, e corretta, traduzione a un giornale pornografico omonimo in voga fino a diversi anni fa. Poi c’è ”Inside man”. Che cavolo vuol dire in italiano? Niente di niente. Questo potevano tradurlo tranquillamente col suo significato originale, e cioè “L’infiltrato”.
Mi viene seriamente il dubbio che alcune traduzioni le facciano con un aggeggio che sceglie le parole casualmente. In stile ”Ruota della fortuna”.

Advices

September 25, 2008 on 2:52 pm | In Unclassified | No Comments

In questo periodo, in cui mi sono anche trasferito con conseguente isteria, ho letto parecchio. Penso sia abbastanza chiaro a quelli che visitano questo sito che a me piace parecchio leggere ed è una costante prima di dormire. Vengo al punto. Come stavo dicendo prima di scrivere due frasi puramente riempitive, comincerò col parlare di “Ritratto di signora” di Henry James. E’ da premettere che mi è piaciuto tantissimo e ha una capacità di scavare nella psicologia dei personaggi che è di una profondità disarmante. Detto questo ho fatto più fatica a leggere “Ritratto di signora” che Proust, anche perchè è prolisso all’inverosimile. Comunque era una fatica che andava fatta. Inoltre, io mi lascio molto influenzare dalle letture che faccio, quindi può anche darsi che uno dei miei prossimi racconti c’entri qualcosa con quello che ho appena detto. Passiamo al post vero-e-proprio.
Attirato dal “caso editoriale” dell’anno, ho deciso di leggere “La solitudine dei numeri primi”. Per chi non lo sapesse è il romanzo d’esordio di un autore venticinquenne, tale Paolo Giordano. Ha anche vinto il “Premio Strega”. Il libro comincia molto bene, soprattutto i primi due capitoli che sono davvero ben scritti, tesi ed interessanti. Dopodichè il racconto incespica sempre di più. Il lettore si trascina fino alla fine non certo per un reale interesse ma piuttosto per la voglia di finire. Una volta finito ci si rende conto che è completamente pointless. Non solo, io stesso fatico a ricordarmi buona parte dell’intreccio, ed è un pessimo segnale perchè significa che, oltre a non avermi colpito, è anche dimenticabile. Giordano è uno scrittore senza stile, d’altra parte nessuno pretende che sia un Philip Roth o un Bret Easton Ellis, però scrive bene. In poche parole: “La solitudine dei numeri primi” è un libro scritto bene con una trama mediocre, l’autore poteva dire le stesse cose in dieci pagine anzichè in trecento e la storia ne avrebbe guadagnato parecchio.
L’altro libro di cui voglio parlare l’ho comprato perchè nel retrocopertina si parla di una ricca famiglia svedese con dei risvolti oscuri. Se in una qualsiasi opera si parla di “famiglie decadenti” ”dissoluzione psichica” e quant’altro è sicuro che ci do un’occhiata. Il libro in questione è “Uomini che odiano le donne” di Stieg Larsson. Il libro, che è in realtà un volumone di quasi settecento pagine, è un thriller sofisticatissimo. Larsson ha uno stile molto asciutto, infatti nonostante la mole è scorrevolissimo e soprattutto cresce dentro il lettore man mano che procede. Le prime cento pagine sono effettivamente un po’ pedanti, però servono all’autore a prendersi tutto il tempo necessario per introdurre la storia e annodare alcuni fili, tra l’altro in modo ingegnoso. I personaggi hanno un buon approfondimento psicologico, cosa parecchio insolita per un thriller, e sono anche unici nel loro genere. Nonostante il titolo, Larsson non è fastidiosamente pro-femminista, anzi ha uno sguardo critico un po’ su tutto e fa dei sintetici ma interessantissimi approfondimenti storici sulla Svezia post Seconda Guerra Mondiale (prima di diventare uno scrittore era un esperto di movimenti di estrema destra). Mi ha un po’ ricordato la migliore Agatha Christie, soprattutto per la definizione dei contesti e dei luoghi. Consigliatissimo.

Portraits #1: Russki things

June 6, 2008 on 3:16 pm | In Unclassified | No Comments

Quando sono tornato a casa la porta ha faticato ad aprisi sbattendo lievemente contro qualcosa. Era un aspirapolvere abbandonato, così, in mezzo al corridoio. Immediatamente ho realizzato di cosa si trattasse. Varcata la soglia dell’ingresso mi sono affacciato sulla cucina, che si trova sulla destra. E’ dipinta di giallo, in stile anni Cinquanta. E’ una cucina adatta per cucinare, ma ne io ne mia madre siamo capaci. In realtà ogni stanza della mia casa ha uno stile diverso. La mia domestica, L., viene solitamente il martedì e il venerdì, ed era in piedi senza pantaloni. Si stava cambiando. Ha esclamato un “Oh!” imbarazzato. Io non ci ho fatto caso, ho proseguito per la mia stanza un po’ divertito e mi sono cambiato. Subito dopo sono rientrato in cucina, i pantaloni però ce li aveva.
L.: “Hai una sigaretta? Io no comprare, dimenticata”
DG: “Certo”. Le porgo una delle mie, che sono Davidoff bianche. Il colore del filtro è uniforme al resto della sigaretta, sono un po’ leziose ma mi piacciono molto. L. di solito fuma una marca di sigarette sempre bianche, ma che hanno un gusto tremendo. Sinceramente non so come faccia, e infatti quando me ne offre una rifiuto sempre cortesemente. A meno che non sia senza da parecchio tempo.
L.: “Io e V. andati al mare scorsa settimana”
DG: “Davvero? Non pioveva?”
V. è il suo fidanzato, un uomo su cinquantacinque anni piuttosto attraente. Fa la guardia giurata e ha un viso che ispira fiducia. E’ un po’ silenzioso, non magrissimo ma in forma, i capelli castani e folti. Lo vidi una volta assieme a L. venuta in casa mia per portarmi l’aspirapolvere che, come s’è visto, era sdraiata in mezzo al corridoio. L. è una bella donna sui cinquantacinque anni, sul metro e settantacinque, bionda. Nonostante lei si veda grassa ha un bel fisico, tenuto, e un seno abbondante. Gli occhi sono piccoli, un po’ distanti, azzurri e intelligenti. La bocca è larga e quando sorride rivela una cuspide. Difetto che avevo anche io, in misura molto minore, ma che ho fatto correggere per semplice vezzo. Ai lati della bocca ha due lunghe e profonde rughe di espressione che mi turbano un po’. E’ sintomo di una vita emotiva, fatta di sorrisi e pianti. L. lavora in casa nostra da un anno e mezzo, è veloce e ordinata, spesso è persino sorprendente. Le rare volte che penso a una faccenda che dovrebbe essere sbrigata, L. l’ha già fatta. Io ed L. ci siamo presi da subito, e io ho sempre cercato di non farla sentire una subordinata: il risultato è che chiacchieriamo spesso. Ho sempre avuto in antipatia la subordinazione. O, più probabilmente, sono stato molto più interessato a lei.
L.: “No, nuvole. Io infatti abbronzare”
DG: “Ho notato infatti, sei scurissima”
L.: “Noi andare a Lido di Classe, spiaggia gay”
DG: “Ah, sì?”
L.: “Sì, noi stare sempre con coppia gay, molto simpatici, molto carine persone”
DG: “Mi sembra una bella cosa”
L.: “Loro coppia da tanti anni. Stare spiaggia gay dove ci sono familie. Gay e familie, ma tutto bene. Andare anche anno scorso”
DG: “E’ bello come posto?”
L.: “Sì, sì c’è mare. Noi giocare sempre rachetoni con loro. Io diverte! Loro insieme tanti anni i cane molto bello”
DG: “Hanno un cane dici?”
L.: “Sì, cane. Lui grosso come Olia, volere bene”. ‘Olia’ è il nome della mia boxer storpiato dalla sua pronuncia russa. In realtà si chiamerebbe ‘Holly’, ma da quando L. si è messa a chiamarla così è diventato il suo soprannome ufficiale. Io per un po’ taccio, non sapendo effettivamente cosa dire. Ma d’altra parte una conversazione è fatta anche di silenzi. Io ho ricavato più cose interessanti coi miei silenzi studiati che cercando di dire cose intelligenti.
L.:”Io mi trovare bene con ragazzi gay. Loro brave persone”
DG: “Lo spero…”
L.: “Anno scorso due andare a fare brutte cose mare. Però amici bravi, loro arabiati i fare uscire, anche famiglie stare spiaggia”
DG: “Beh, han fatto bene. Ma non c’entra che fossero gay…”
L.: “No, no. Questo come se io i V. fatto. O due donne.”
DG: “Chiaro”
L.: “Gay brave persone. No mi piace quando trucca. Mi no piace, no”
Ho sempre trovato sorprendente questa sua apertura mentale, e a torto. Chissà perchè noi abbiamo il segreto pregiudizio che gli ignoranti siano sempre gli altri, quando in casa nostra c’è gente molto peggiore. L. è laureata a San Pietroburgo in economia e in fisioterapia. Avere una laurea all’università di San Pietroburgo è come dire Oxford, per dare un’idea del prestigio. Fino a qualche anno fa gestiva un negozio di elettrodomestici di due piani. Una mattina si è svegliata e il suo conto in banca era completamente prosciugato. In Russia questo genere di cose accade continuamente. L. ha quattro figli, e, per mantenerli, è venuta in Italia a fare le pulizie. Una volta mi spiegò che dall’Austria ci vogliono diciotto ore, io pensavo fosse poco, e ho ancora qualche dubbio che sia così vicino. In ogni caso lei va a trovare i suoi figli una volta ogni due anni, e cioè appena può. La sua correttezza, o meglio, la sua santità, perchè di santità si tratta, è disarmante. Potrebbe tranquillamente sposare il suo compagno e vivere tranquilla, invece preferisce lavorare ed essere indipendente. Come tutti i russi, perchè anche se è nata in Ucraina è comunque una ex cittadina dell’URSS, L. è di sangue misto. Suo padre era tedesco, infatti ha un cognome inconfondibilmente germanico, e la madre era polacca. In comune ai polacchi L. ha di essere molto religiosa.
L.: “Io credere Madonna, Gesù, santi. Non andare messa però”
DG: “Beh sai bene che io non credo… Ma voi non siete protestanti?”
L.: “Noi ortodossi. ‘Ortodossi’ giusto dire?”
DG: “Sì, sì”
L.: “Mi no piace preti. Cattive persone. Loro pensa solo soldi”
DG: “Beh anche Dostoevskij era, in un certo senso, religioso. Ma non aveva simpatia per i preti”
L. è giustamente fiera della letteratura russa. Appena seppe che stavo leggendo ‘Delitto e castigo’ mi portò una copia de ‘L’idiota’ e di ‘Anna Karenina’. Io e lei parliamo spesso di letteratura russa, e mi svela sempre un sacco di aneddoti a noi sconosciuti.
L.: “Dostoevskij grosso scritore. Lui pazzo. Tolstoj invece brava persona”
DG: “Ah sì?”
L.: “Lui andare sempre in giro per Moskwa i stare con barboni, ubriachi”
L. non parla benissimo l’italiano ma si esprime molto bene. Riesce a farsi capire e ha un dono della sintesi che neanche io credo di avere. Quando non le viene una parola, e le capita abbastanza spesso anche per via della stanchezza, sbatte ripetutamente i palmi delle mani contro le tempie fino all’affiorare della parola. Le questioni del linguaggio sono estremamente complesse. Quasi quanto la sua forza e la sua voglia di vivere. Il primo marito si è suicidato per delle questioni di debiti. Non mi sono mai sentito di approfondire. Il secondo invece, beh, era un donnaiolo. Lei, in tutta la sua statura e la sua fierezza di donna russa matura, ha continuato imperturbabile per la sua strada. Non so se sia la fede o l’abitudine alla sofferenza ad averla resa così ottimista. Il nostro vivere in una società così agiata, così monotona e piena di falsi problemi ci ha probabilmente fatto perdere la strada. A una trentina di ore da noi circa, la gente lotta per sopravvivere e magari lascia tutto, noi ci disperiamo se non riusciamo ad avere un paio di pantaloni di Armani. Proseguimmo nel nostro discorso, e io salto di palo in frasca talmente spesso che non so come faccia a seguirmi. Eppure ce la fa.
DG: “…oh sì, da noi le donne vivono parecchio. Più di ottant’anni”
L.: “Tanto! Noi meno, settantacinque anni come”
DG: “Strano pensavo di più. Beh c’è anche da dire che i russi bevono molto…”
L.: “Mamma mia… Troppo bere. No solo quello però. Tante malattie dopo Černobyl’”
Ogni volta che nomina Černobyl’ un’ombra veloce le passa sul viso. Lei era là, e una volta mi raccontò di quando vide la gigantesca nube che avanzava per le strade. E di come non si potesse uscire di casa. A volte i suoi aneddoti sono altrettanto cupi. Come quello riguardante Stalin. Quando usciva in pubblico lui poteva scegliere una donna a caso tra la folla, farsela portare con la forza e violentarla. Logicamente nessuno poteva opporsi. Da quel che mi ha detto, dopo un po’ smisero di far uscire le donne. Non so quanto ci sia di vero, anche perchè è una storia a lei riferita. Ma è talmente terribile da essere probabilmente vera, se non peggiore. Così ho deciso di virare verso un argomento più leggero.
DG: “Come si fa il bolsh?”
L.: “Boršè? Zuppa carne, mi no piace, troppo grassa. Pesante come”
DG: “E che ti piace cucinare, quindi?”
L.: “Io fare bene golubzi. Riso, carne, poi girare come roll”
DG: “Deve essere buono, io adoro il riso”
L.: “Prossima volta fare, io portare”
DG: “Grazie”
In realtà il mio ‘Grazie’ non ha reso minimamente la sincera gratitudine per uno scambio così generoso. E così disinteressato. A volte torno a casa e trovo, dopo il suo passaggio, sei o sette caramelle alla menta sulla scrivania. Quasi fosse un segno infantile ma allo stesso tempo materno. Un suggellamento di un patto che non abbiamo mai fatto. Solo qualche lunga e occasionale conversazione.
No, ‘Grazie’ non basta davvero.

Ordinary life

March 31, 2008 on 6:37 pm | In Unclassified | No Comments

Pochi minuti fa hanno suonato alla porta.
- “Sono il prete per la benedizione pasquale”. Attraverso lo spioncino sembrava piuttosto giovane, con una barba da gesuita. Tra l’altro se fossi stato credente avrei lodato la sua puntualità. Ma forse voleva anticipare la pasqua 2009, che diligente.
- “No, no grazie” ho risposto. E non sono stato neanche scortese. Per come sono fatto io, e per quello che rappresenta lui deve anche ringraziare. Come non apro la porta a lui non lo faccio neanche coi testimoni di geova e venditori porta a porta. Io non ci vedo tutta questa differenza.
- “Di niente, si figuri eh!” ha replicato lui piccato. Io ho contato fino a dieci, perchè se aprivo la porta lo sbranavo. Anche il mio cane gli abbaiava furiosamente, e di solito non abbaia molto alle persone davanti alla porta. Però gli animali queste cose le sentono. Insomma, per lui dovevo aprirgli, fargli recitare le sue sciocche superstizioni per tutta casa e stare zitto. Per quel che ne sapeva potevo anche essere musulmano o buddista. Oppure ateo, quale sono, ma è anche vero che gli atei per loro hanno delle mancanze, e in sostanza non esistono. L’ho congedato gentilmente, e mi deve ringraziare fino all’ultimo giorno della sua miserabile vita. Non sto narrando un episodio eclatante o particolarmente significativo, è semplicemente ciò che accade spesso e ovunque in questa provincia dell’impero. I preti non possono pretendere di entrare con la forza nelle case degli altri, non tutto gli è dovuto. E’ ora che queste persone imparino ad essere meno arroganti, e a capire qual è il loro posto.

Found in translation

February 29, 2008 on 8:34 pm | In Unclassified | No Comments

E così, come promesso, il resoconto del viaggio a Parigi. Non so quanto mi freghi di scriverlo o quanto sia fatto per quelli-a-cui-interessa.
Anyway.
Day one Questo primo giorno non è da considerarsi esattamente “primo”. E’ più che altro stato un ‘preludio a’. Sono andato in treno con O. e I. Si cambia a Milano e il viaggio è durato, in totale, una decina di ore. Oltre a una tizia con una sorta di pecora in testa niente di rilevante. Vabè, anche un gruppetto di americani nel vagone ristorante, estremamente fastidiosi e poco fini, talmente auto-stereotipati che sembravano uno di quei telefilm. C’erano pure i due ‘negri buffoni’ a fare da spalla. Durante il viaggio, che non ho sentito per niente, ho guardato l’orologio di O., e ho pensato che cercare di racchiudere il tempo in una macchina fosse una cosa un po’ meschina. Durante il viaggio ho finito “Invisible monsters”, che ho trovato splendido, e ho iniziato “I Buddenbrook” che mi appassiona un sacco sin dall’inizio. Tanto per non smentire l’approccio di-palo-in-frasca. Arrivati in stazione in orario perfetto. Nel posto per i taxi (O. viaggia solo così) c’era un tizio buffo e storpio che caricava le valige. Il taxista ha fatto un po’ fatica a capire dove fosse Rue Sainte Croix de la Bretonnerie, 4e arrondissement. La zona però la conosceva, trattandosi di Marais, uno dei quartieri più ricchi e noti di Parigi. Insomma, è il quartiere finocchio. Pioveva. Appena ho notato la pioggia mi è subito venuto in mente il film “Sabrina”, dove Audrey Hepburn dice ad Humphrey Bogart che la prima volta che si va a Parigi bisogna “procurarsi un po’ di pioggia”. L’ho detto a I. mentre camminavamo per Marais, O. aveva deciso di rimanere in camera a fare non-so-cosa. Il quartiere è tutt’altro che un ghetto: i gay sono sì esteticamente più checche (’pede’ o ‘tante’, in francese) ma anche più liberi. Quello che voglio dire è che non si respira come da noi quell’aria decadente e pesante. Insomma, non mi hanno minimamente infastidito.
Day two Ho dormito pochissimo. Non tanto perchè il letto sia scomodo, quanto per la nuova sistemazione. Siamo andati a prendere un caffè in un bar vicino al nostro appartamento. Il caffè era tremendo. Dopodichè ci siamo fatti tutta Rue de Rivoli a piedi attraversando il Louvre, gli Champs-Elysées e ho visto la torre Eiffel da lontano. O. è entrato in un negozio di profumi e c’è stato un bel po’. Nel mentre io e I. abbiamo continuato a socializzare su una panchina parlando di economia e politica, spesso le due cose assieme. Subito dopo siamo entrati in un posto che aveva delle fibre ottiche nel pavimento e poi alla Fnac. Ho trovato il dvd di “Un chien andalu” a un prezzo proibitivo, ma non ho trovato un cd di Aphex Twin che cercavo. Tornati indietro ci aspettava J., un amico di O. e I., sui trent’anni, rasato, alto più o meno come me (in generale i parigini non mi sembrano molto alti). Non mi ha fatto nessuna impressione e ciò è strano. Siamo entrati in un paio di sexy shop sadomaso, nei quali mi sentivo tremendamente a disagio, infatti uscivo ogni cinque minuti per “fumare”. Dentro c’è un po’ di tutto: maschere di latex, falli di gomma enormi, dvd e così via. O. ha comprato un po’ di cose, ma io non me la sento di storcere il naso. Abbiamo mangiato in un ristorante marocchino e mi è anche piaciuto parecchio. J. si è fermato da noi a dormire.
Day three Dormito ancora meno, ma mi sento riposato, nei limiti del termine stesso. J. si è alzato molto presto e se n’è andato. Abbiamo fatto un giro nei dintorni qui a Marais, perchè O. doveva comprare delle cose per il negozio. Siamo andati in un bar, “Paul”, dove le commesse erano parecchio impedite. Ho preso una sorta di tortra che è un misto di crema e budino, buona. Il nome non lo ricordo. Entrati alla Fnac, su tre piani, ho trovato il dvd de “La règle du jeu” e i cd “f#a#∞” e “Slow riot for new zero Kanada” dei Godspeed you black emperor, il cd “Rock action” dei Mogwai e l’ep di “You are my sister” di Antony And the Johnsons. Nel negozio avevano su il cd di Burial, tanto per dire. Tornando indietro sono quasi svenuto vedendo in una vetrina di un negozietto il dvd di “Eraserhead” di Lynch, che è praticamente introvabile in Europa. Ovviamente l’ho comprato ed è stranamente costato poco. Nel pomeriggio ho avuto una piccola discussione con O. perchè voleva portarmi in sauna. Io ovviamente non ci ho voluto mettere piede. O. ha fatto finta di prendersela, poi lui ed I. sono andati. Io ho fatto un giro da solo per Marais, sono tornato alla Fnac e ho trovato il dvd di “Victor Victoria”. Oggi è proprio la mia giornata. Fuori diluviava e io giravo col mio piccolo ombrellino sgangherato e nero, semidistrutto dal vento. In quel momento ho capito di essere guarito e fuck the pain away. La sera è tornato J. e abbiamo fatto quattro chiacchiere, tra sexy shop e casa. Ha dei gusti cinematografici superlativi. Lo abbiamo aiutato a fare una traduzione dal francese all’italiano di un articolo de “Le Monde” scritto davvero coi piedi. Durante la traduzione a O. sono usciti degli strafalcioni come “zoppare” (”zoppicare”) e “censura” (”recensione), ci abbiamo riso su un po’. Abbiamo mangiato un piatto di pasta fatto nell’appartamento e poi visto “Victor Victoria”. O. e J. sono andati a dormire a metà film, io e I. l’abbiamo visto tutto.
Day four Ci siamo svegliati piuttosto tardi e siamo andati a fare un giro alla Fnac perchè O. doveva comprare dei cd. A casa li abbiamo sentiti, erano piuttosto tremendi, tra cui una canzone metà in francese e metà in italiano che faceva “Bela bela bela bela accant’amme” e io e I. abbiamo riso per almeno un’ora. Dopo O. ha preferito restare in casa a sonnecchiare. Io e I. ci siamo arrangiati con la metro e siamo andati nel quartiere Pigalle (quello del Moulin rouge, per capirci). Il quartiere è una sorta di enorme sexy shop. La cosa buffa è che salendo per una ripida scalinata si arriva alla basilica di Sacré-Cœur. Abbiamo visto tutta Parigi dall’alto, poi siamo entrati nella chiesa. Davanti a noi c’erano due giovani preti cattolici. I. si è fatto il segno della croce e ha acceso un cero. Non pensavo avesse un lato superstizioso, ma non mi ha turbato minimamente. Fuori dalla chiesa alcuni ragazzi ballavano su “Human after all” dei Daft Punk, circondati da una consistente massa di gente che guardava. Dopodichè abbiamo ripreso la metro e siamo scesi a Trocadero, dove c’è la torre Eiffel. Ha una prospettiva talmente particolare che non sembra poi così grande, invece è immensa. Appena tornati ci aspettava J., io ero piuttosto stanco e affamato. Siamo tornati tutti e quattro a Pigalle e siamo entrati in un sexy shop gigantesco perchè O. e I. dovevano comprare dei bustini in pelle per una loro amica. Abbiamo preso una pizza.
Day five Ci siamo un po’ preparati per la partenza. Salutato J. Alle 14.00 abbiamo preso il treno. Io ho letto “I Buddenbrook” per buona parte del viaggio. Abbiamo anche riso parecchio. Oltre ad aver conosciuto meglio due persone splendide e affini, dopo essermi sentito meglio lontano da tutti, ho realizzato alcune cose. Per prima cosa che F. ha fatto bene ad andarsene, e forse solo ora capisco. In secondo luogo, Parigi è una città che non ti fa mai sentire uno straniero, ma è come se fossi a casa. Per me è stata come un’amante appassionata, che però non ti manca quando la lasci o le stai lontano. I parigini (o meglio le varie etnie che da cui sono composti) sono piuttosto carini, si vestono malissimo e sono molto gentili. Il mio francese è meno arrugginito di quel che pensassi e sono molto soddisfatto. Infatti ho disimparato completamente l’italiano e mi è rimasto l’accento parigino. Siamo riusciti a prendere al volo il treno delle 21.30 da Milano. A casa c’era un sacco di gente, tra cui D. che a quanto pare rimane a dormire da noi. E’ una cosa insolita ma mi fa molto piacere.
Post-scriptum Nel post precedente avevo detto che a Parigi mi sarei portato un quadernetto per scrivere un diario day by day. L’ho portato ma non ci ho scritto nulla, ci ho solo scarabocchiato qualche disegno dérangeant. Quindi questo post è stato scritto totalmente “a braccio”, con parecchi omissis, voluti e non. A voi capire dove e se abbia mentito. Se considerarlo un falso d’autore o no. Ah, e niente recensione oggi, potete capire.

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