Ci vuole del tempo per metabolizzare un film come “Avatar”. Per lo meno, ce n’è voluto per comprendere pienamente se la portata degli esorbitanti incassi coincidesse anche con qualcosa di profondamente insito nel pubblico, e quindi di genericamente qualitativo. E’ stato uno sbaglio recensire un film del genere, per quanto sia possibile, dopo poco tempo dalla sua uscita. I facili entusiasmi trascinano gli incauti verso colpe difficilmente smacchiabili, persino con un buon detergente. Che cos’è, quindi, “Avatar”?

Storia, tecnica e via dicendo
La storia non è importante“, così annunciò il regista James Cameron prima dell’uscita del film. E già era una partenza sbagliata. L’errore è il considerare il cinema solo come immagini in movimento, tralasciando la narrazione. “E David Lynch?” chiederà qualcuno. Lynch sa essere narrativo, cioè sa scrivere un film con storie non-riempitive (“Elephant man”, “Dune”, “Velluto blu”, “Cuore selvaggio”, “Una storia vera”). Talvolta, in un furore di sperimentalismo modernista, decostruisce l’impianto narrativo (“Eraserhead”, “Strade perdute”, “Mulholland drive”, “Inland empire”), che comunque non è assente, ma frammentario, confuso e cervellotico. Sta alla capacità e alla volontà dello spettatore se acettare o meno la sciarada.
James Cameron è considerato un autore perchè scrive le sue sceneggiature. Eppure i tratti distintivi non sono affatto riconoscibili, se non per una roboante baracconaggine (cfr. tamarro [ta-màr-ro] s.m. (f. -ra) region. spreg. Giovane provinciale o di periferia che si sforza di adeguarsi ai modi di vita cittadini, ma in maniera eccessiva, volgare). Essendo pure nato in Canada, questa attitudine all’eccesso, a un kitsch senza significato, non fa che confermare i luoghi comuni che gli americani affibbiano ai canadesi. La storia, come già fatto notare su altri siti e/o recensioni (purtroppo non in maniera dispregiativa ma incensante) è un misero collage di bozzetti di altre opere. La prima parte è “Jurassic park” più “Aliens”, nel cast c’è pure Sigourney Weaver così che si capisca ben bene. Poi diventa “Pochaontas” fino alla fine. Non si tratta comunque di plagio, ma di spunto. Cameron, che viene erroneamente considerato uno sceneggiatore, è in realtà un soggettista di terza categoria, che abbozza qua e là e sviluppa successivamente. Tra l’altro prendere come base “Pochaontas”, il più lento e meno riuscito film Disney, incide non poco sulla sopportabilità della visione: “Avatar” è un film noioso, e tra l’altro non veicola alcun messaggio. “Ma è una favola!” dirà qualcuno. Inutile ricordare i modelli archetipici delle favole e tutto il Jung che ne consegue, per non parlare delle famose “morali”, in questo film quasi assenti se non addirittura contraddittorie, ma di questo si parlerà in seguito.
Il successo commerciale di “Avatar” è attribuibile solo ed unicamente al fattore 3-D. Se fosse uscito senza questo particolare supporto (e la conseguente mitragliata pubblicitaria) sarebbe rientrato con gli incassi nei costi di produzione o poco più. “Cameron reinventa il cinema come fece Méliès!” ha strillato qualche trombone. Gli effetti speciali sono tutt’altro che scadenti, però cosa dà di speciale questo 3-D al film di Cameron? Nulla, perchè non gioca sulla spettacolarizzazione come si potrebbe pensare. Semplicemente: aggiunge ciò che non dovrebbe essere aggiunto (es. “pollini” e cosette svolazzanti varie), colma il vuoto scenico e di trama. In più, questa tecnica, concepita cameronescamente, tende a valorizzare l’azione in primo piano sfocando ampiamente ciò che succede sul fondo. Questo non è rivoluzionario, mostra limiti cinematografici evidenti, tra l’altro risolti brillantemente da un certo Orson Welles nel 1941 (e non certo col 3-D). Concepito in questo modo il 3-D non è un passo avanti ma un’inutilità accessoria, niente che il cinema “tradizionale” non possa tranquillamente ricreare. Sebbene gli effetti speciali siano di ottima fattura, come già detto, manca “l’effetto-verosimiglianza” che Cameron, invece, aveva promesso. Non c’è nulla di verosimile nei volti dei na’vi, solo levigata CGI, niente che gli ultimi “Final fantasy” non abbiano già fatto (le varie ambientazioni sono tra l’altro analoghe). Peccato che “Avatar” non sia un videogioco ma un film.
Neanche la tecnica 3-D è poi una cosa così nuova. Già negli anni Cinquanta si producevano numerose pellicole in questo formato. E’ un’ossessione che il cinema non riesce a scrollarsi di dosso e che torna in voga ogni circa trent’anni. Anche negli anni Ottanta ci fu un’ondata di questo fenomeno, da ricordare il ridicolissimo “Squalo 3”, in originale appunto “Jaws 3-D”. Dopo questo non c’è motivo di infierire oltre, si può passare ad altro.

Antirazzismo della fonte (oppure Il pulpito e la predica)
Addentrandosi un po’ nei meandri del successo di “Avatar”, si nota il sottotesto antirazzista del film, anche questo decantato fino a convulsi spasmi degli stomaci degli elogianti (le atropine sono particolarmente indicate in questi casi). Allora, ci sono questi umani (americani) che vogliono depredare questo pianeta per via di giacimenti minerari. Peccato che il luogo sia abitato da superstiziosissimi e fricchetonissimi indiani blu, i Na’vi, che logicamente non ci stanno e che reagiscono come possono. I riferimenti alle recenti guerre sono così spiattellati in modo bambinesco e superficialotto. E ci si potrebbe anche passare sopra, finchè il generale umano non sentenzia: “C’è una sola soluzione: guerra preventiva!“. Il personaggio tocca spesso queste corde del ridicolo, in una sovrarecitazione che non solo non giova alla “trama”, ma la rincretinisce per quanto possibile.
Tutto quello sopraelencato sarebbe tollerabile se preso con le pinze, così, come viene. E lo sarebbe ancora di più se non fosse un film di James Cameron. I problemi con Cameron sono le prove che il suo reale pensiero viaggia in opposte direzioni. Questo fa di “Avatar” un film ipocrita, paraculissimo e quindi totalmente inaccettabile. Nel 1994 James Cameron diresse “True lies“, altro film con incassi record (per l’epoca), e che come quasi tutti i film del regista in questione fu velocemente dimenticato. In “True lies”, una action-comedy, Schwarzenegger (sic!) è una spia che uccide senza pietà, e fino all’ultimo, dei cattivissimi terroristi islamici. Non se ne salva uno, sono proprio tutti cattivi questi medio-orientali. Sedici anni dopo ci sono i Na’vi che si difendono, però sono buoni e cari e pace e amore. Cos’è cambiato? Forse che, col Presidente Nero, non sia più tanto di moda razzisteggiare beceramente? La concezione di Cameron verso le altre etnie non è mai stata tenera: “Aliens” (il suo unico film davvero bello) è infarcito di luoghi comuni sui sudamericani e sui neri, per non parlare di “Titanic” in cui gli italiani, nella versione non doppiata, si esprimono quasi unicamente a “vafangulo” e “cazo“. Sia ben chiaro, non c’è nulla di male nell’essere razzisti, è una questione culturale o morale che dir si voglia, che ha poco a che vedere col cinema. John Ford, per esempio, ha fatto diversi capolavori in cui l’elemento razzista la fa da padrone. Si può prendere come esempio “Sentieri selvaggi”, in cui l’odio di John Wayne verso gli indiani è cieco e totale. In ogni caso i film di Ford, e in questo sta la loro potenza, riflettono sempre qualcos’altro e in più livelli, tanto che godono di un’attualità sconcertante anche dopo decenni. Acquisiscono sempre significati nuovi. Ford era probabilmente razzista, ma lo era in modo fiero e convinto, yankee e virile, non certo prono a logiche di mercato favorevoli. James Cameron non è John Ford.

Breve psicanalisi del fallo cameronesco e significati
In pochi, forse, hanno notato una cosa piuttosto inquietante presente in dosi massicce in “Avatar”. La presenza di simboli fallici, che loro malgrado, fanno capolino da ogni inquadratura. Piante, fiori, astronavi, armi, fauna tutti hanno irrimediabilmente una forma riconoscibile (a parte il colore, ma non è da escludersi una segreta perversione per i Puffi). Non si tratta di semplice malizia. L’esempio più lampante di questo teorema è quello che fa il protagonista nella battaglia decisiva: riesce ad avere prestigio solo domando e presentandosi in groppa al volatile più grande di tutti (le battute da osteria in questo caso si sprecano). Un’altra cosa che fa pensare è la paralisi del protagonista, disabile dalla vita in giù. La cosa ha una certa rilevanza nella storia, e, se associata al discorso appena fatto, fa venire in mente che in psicanalisi (specialmente nell’interpetazione dei sogni) le gambe e i piedi rappresentano proprio quello. Ora, due gambe non funzionanti, un certo gigantismo della messa in scena e ampio utilizzo delle armi portano a una conclusione: il Viagra subirà un’impennata nelle vendite a nome di tale J. Cameron.
Riallacciandosi al discorso della disabilità del protagonista, e perchè no, del razzismo nel paragrafo precedente, c’è un’altra nota che stride, una questione parecchio amorale se non addirittura offensiva. Il protagonista può superare il suo handicap solo attraverso il corpo del suo avatar. Nel finale preferisce diventare un Na’vi, e quindi un atletico e prestante superuomo, piuttosto che accettare (o far accettare) la sua condizione attraverso l’esperienza vissuta.
“Ombre rosse” di John Ford, cowboys contro indiani, è la storia delle peripezie di una diligenza, in cui i personaggi, nel dipanarsi della storia, si rivelano per quello che sono (i tutori dell’ordine sono in fondo pavidi e corrotti, banditi e prostitute sono volenterosi, altruisti e di buon cuore). In “Avatar” tutto il pensiero è piegato a logiche di vendita massificate, purtroppo di scarsa qualità, un’identificazione videoludica in cui gli handicap vengono curati solo attraverso la trasformazione completa del corpo. Qual è il vero nazismo?