Birth
June 26, 2009 on 5:22 pm | In Photo | 4 CommentsIl sito compie due anni. Tra alti e bassi è stato un ottimo anno, nonostante le apparenze molto produttivo come vedrete nei mesi a venire.
Mi sembra giusto “festeggiare” con delle nuove foto (va bene, ok, è solo una scusa per tirarmela). Si può notare come queste immagini non rappresentino nulla di particolarmente nuovo o già visto. Tuttavia sono bellissime. Il motivo è semplice: si è avverato un piccolo sogno, quello di collaborare con evenz. La post-produzione delle foto è stata, infatti, curata interamente da lei. La raffinatezza, plasticità e profondità dell’immagine sono solo alcune delle sue grandi doti che ha trasmesso anche a queste foto scarne e “vuote”. Date un’occhiata al suo Flickr per farvi un’idea di quanto sia brava (magari non stressatela troppo, nell’ultimo mese l’ho fatto io per tutti quanti).
Qui sotto una piccola preview, tutte le altre le potete vedere nella sezione Pictures.

Commercial
June 3, 2009 on 7:13 pm | In News | 1 CommentUn paio di brevi aggiornamenti.
1) E’ uscito il mio nuovo articolo per la rivista “Scripta Manent“, che potete trovare sia nelle biblioteche delle vostre università sia nei cafè e affini. Date un’occhiata a tutto il numero, scaricando il pdf qui (l’articolo è a pagina diciannove), perchè è particolarmente ben riuscito. In alternativa potete andare nella sezione Writings di questo sito oppure cliccare qui (eh, ormai ripeto sempre le stesse cose).
Non è esattamente l’articolo che ci si aspetta da me perchè, colpo di scena, il pezzo non è incentrato sul cinema. E’ più un pastiche pseudogiornalistico in cui mi sono divertito a mischiare varie tematiche (religione, antropologia, sociologia, economia, cinema etc etc). Il fatto che sia stato pubblicato mi ha molto sorpreso e per ora non sono stato querelato da Padre Amorth (anche perchè ho scritto la verità), quindi posso ritenermi soddisfatto.
2) Tanto per diventare un po’ più marchetta, ho creato una pagina del sito su Facebook. Se vi va iscrivetevi, anche perchè così non vi impegnate troppo a capire come funzionano i feed e ogni volta che scrivo qualcosa lo potete vedere direttamente dal vostro Facebook. Per iscriversi basta cliccare qui.
Underwater visions #22: “Antichrist”
June 2, 2009 on 3:45 pm | In Underwater visions | 3 Comments
Antichrist
2009, di Lars von Trier
con Willem Dafoe, Charlotte Gainsbourg
Chiunque abbia un po’ di passione per il cinema avrà sicuramente sentito il rumore che il nuovo film di Lars von Trier ha provocato all’ultimo festival di Cannes, e non solo. E’ stato fischiato e deriso un po’ ovunque. C’è però una coincidenza che accomuna questo “Antichrist” a “L’avventura” di Michelangelo Antonioni. Presentato nel Maggio del 1960, sempre a Cannes, il film fu allo stesso modo contestato e fischiato. E’ curioso che in questa edizione del festival 2009 il film di Antonioni sia stato ripresentato e celebrato in versione restaurata, ormai divenuto un classico e giustamente osannato come capolavoro. Ci sarà la possibilità che ad “Antichrist” tocchi la stessa sorte? Bisogna però dire che Lars von Trier è un regista poco conciliante, specialmente con la stampa, che l’ha letteralmente aggredito chiedendogli di “giustificare il suo film”. A una domanda così cretina von Trier ha replicato: “Non mi sento in dovere di giustificarmi né di scusarmi con nessuno. Sono il miglior regista del mondo, mentre non credo che questo Dio sia il migliore del mondo”.
Il film comincia con un lungo prologo in bianco e nero, in cui la coppia sposata Dafoe-Gainsbourg (due personaggi senza nome) fa sesso. La scena è molto forte sia per via dell’uso del rallenti, sia per quella penetrazione di 4-5 secondi che ha tanto scandalizzato il pubblico. Come se nessuno avesse mai visto “Ken Park”, “La pianista” o l’orrendo ma osannatissimo “Shortbus”, che invece pullula di scene pornografiche buttate lì senza un senso, solo per il gusto di spacciarlo come film “arty” e “alternativo”, nonchè manifesto hippie degli anni 2000 (ma chi vogliamo prendere in giro?). Mentre la coppia sta facendo sesso, il loro bambino esce dal letto e precipita dalla finestra, morendo. E’ impossibile rimanere indifferenti a questa scena perchè l’estrema plasticità delle immagini è di una bellezza indescrivibile, tanto da ricordare una pubblicità di un profumo sbeffeggiata dall’orrore che sta accadendo. L’inquadratura dall’alto e l’incessante nevicata, poi, ricordano “La vita è meravigliosa” di Frank Capra, che non a caso è uno dei film preferiti del regista danese. La drammaticità della scena è sottolineata dalla canzone “Lascia ch’io pianga” tratta dal “Rinaldo” di Georg Friedrich Händel. Analizzando il testo si nota immediatamente come questa funzioni come chiave di lettura introduttiva per l’intero film: “Lascia ch’io pianga/la mia cruda sorte/e che sospiri/la libertà”. Il marito, che è un analista, trasgredisce a una delle regole fondamentali della psichiatria: prende in cura la moglie. Letteralmente le impedisce di “piangere la sua cruda sorte”, sottoponendola a test psicologici per superare le sue paure. La sua più grande paura sono i boschi di Eden, la loro casa sperduta nei boschi. Da qui è facile capire dove von Trier voglia andare a parare. Eden era il nome del giardino in cui dio creò tutti gli esseri viventi, e loro due diventano una sorta di Adamo ed Eva. Più che biblico (Lars von Trier si è dichiarato ateo) il film scava negli archetipi e nelle questioni più ancestrali del rapporto tra esseri viventi, natura, uomo e donna ma anche madre-figlio. Siccome questo film si intitola “Antichrist” (il titolo c’entra parecchio col film, a differenza di quanto sostenuto da molti), tutto appare capovolto. Questo capovolgimento è tipico di Strindberg, che è stato il più grande drammaturgo svedese tra Ottocento e Novecento, al quale von Trier ha dichiarato di essersi ispirato per la realizzazione del film. Strindberg non credeva nell’esistenza del Paradiso, bensì in quella dell’Inferno. Questo Inferno era la Terra e la vita stessa, una punizione nell’aldilà non era contemplata. I suoi drammi, infatti, pullulano di fiamme purificatrici (”Il pellicano”) o di fiamme come motore di un qualcosa (”Casa bruciata”). Altro esempio del tipico capovolgimento strindbeghiano è l’opera “Il padre”, in cui la voce del padre proviene dall’alto del palcoscenico, ma siccome tutto è capovolto, quello che si sente non è richiamo del divino, bensì di natura satanica. Von Trier fa anche suo il concetto del rapporto uomo/donna di Strindberg, che si può sintetizzare in questo breve scambio di battute tratto da “La signorina Julie”:
JEAN: C’è una differenza tra di noi.
JULIE: Perché tu sei un uomo e io una donna? Che differenza c’è?
JEAN: La differenza, tra un uomo e una donna.
Strindberg era un noto misogino, e anche “Antichrist” è stato tacciato della stessa “colpa”. Con buona pace di Natalia Aspesi, che quasi sicuramente non ha capito il film (o più probabilmente è una femminista in malafede) liquidandolo in due righe, non c’è misoginia. E’ una rappresentazione del conflitto inconciliabile tra maschio e femmina, e più in generale tra irrazionale e razionale (”Sento un suono. Il pianto di tutte le cose che stanno morendo”/”E’ tutto molto commovente, se fosse un libro per bambini: le ghiande non piangono”). Non solo: il senso di colpa aleggia, psicopatologicamente, in enrambi in una spirale di violenza talmente estrema da essere a tratti insostenibile.
La natura è un altro elemento importante in questa rappresentazione mortifera del mondo: i boschi cupi, le ghiande che cadono incessantemente sul tetto, le zecche che si attaccano alle mani, la volpe sanguinante che dice “Il caos regna” (scena vagamente kitsch, ma molto ben realizzata), l’uccellino che cade dal nido, viene ricoperto dalle formiche e successivamente divorato dagli altri uccelli etc.
“Antichrist” ha anche un evidente parallelismo con un suo illustrissimo predecessore, ossia “L’ora del lupo” di Ingmar Bergman. In entrambi i film le paure del marito diventano quelle della moglie in un perverso gioco delle parti. Questa è tra l’altro una caratteristica fondamentale del cinema di von Trier, e cioè il personaggio idealista che si ritrova da vittima a carnefice e viceversa (cfr. “Europa”, “Dancer in the dark”, “Dogville”, “Manderlay”, “Il grande capo”).
Perchè, quindi, un film del genere, che ha tantissimi livelli di lettura, che purtroppo non si possono analizzare tutti senza rovinarne la visione, è stato così aspramente criticato? A parte gentaglia come Mereghetti, che oltre ad essere un pessimo critico cinematografico è anche prevenuto su qualsiasi cosa faccia von Trier, tanto che dall’intervista sembra quasi che l’abbia visto giocando a “Snake” col cellulare. Probabilmente “Antichrist” è troppo in anticipo coi tempi, e soprattutto, in un’epoca di demonizzazione della psicologia non è perdonabile un film così profondo e che va a toccare delle corde che, forse, nessuno vuole più ricordarsi di avere. Un segnale dell’effettiva riuscita di un film importante come questo (cinematograficamente e storicamente parlando), che travalica dei limiti fino ad ora appena accennati, è il premio che la giuria di Cannes ha dato alla coraggiosissima interpretazione della Gainsbourg. Premio che, indirettamente, certifica la qualità di “Antichrist” stesso. Un film da difendere con le unghie e con i denti, aspettando (forse) una decina d’anni per la sua definitiva consacrazione.
Desperately seeking a press agency
May 21, 2009 on 7:58 pm | In Stupid things | 3 CommentsIl Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini si è voluta immischiare nella proposta polemica del Ministro Zaia, che consiste nell’introduzione del dialetto veneto nelle scuole della regione. Una cosa del genere è piuttosto grottesca, d’altra parte immagino che a Zaia piaccia l’idea che gruppi di bambini ripetano “Mona! Mona!”, magari ci ricava qualche piacere perverso mentre munge la mucca (non quella della Milka, è una sporca extra-bovina viola), chi lo sa. Il punto è però un altro. Mariastella Gelmini, che ora chiamerò “MS” come la marca di sigarette cheap e dal gusto scialbo (un segno del destino?), ha risposto con una breve e arguta lettera al “Gazzettino”, un giornale del Veneto. Al di là del contenuto, che mi interessa relativamente, penso che la lettera vada analizzata pezzo per pezzo. Vediamo perchè.
[...]tengo a ribadire che i dialetti sono le base della nostra cultura
E va bene MS, questa te la passo, magari hai sbagliato a scrivere, ti è partita la “e” al posto della “a” mentre col Rolex prendevi contro alla bottiglia di Evian. Poteva essere un grosso pasticcio, ti capisco. Il congiuntivo so che l’hai sbagliato apposta, tanto ormai è superato quindi hai fatto bene, brava, moderna e sette più.
I professori ad esempio devono sempre di più provenire dalla stessa regione nella quale insegna
In effetti qui c’è qualcosa che non va. Cara MS, anche io porto gli occhiali e, in effetti, a volte si appannano e non ci si vede più. Magari eri appena uscita dalla doccia (eh, l’aromaterapia), e sai com’è. Vorrei capire perchè fai la doccia con gli occhiali, ma hey, qui siamo tra liberali ed è tutto ok! Non ti giudico, tranquilla.
Ogni regione devo poter strutturare un sistema educativa in linea con le richieste del mondo del lavoro della zona
Qua è colpa di Word che ti ha sabotato perchè odia le persone con gli occhiali. E ti dirò di più, cara MS, le mie fonti mi assicurano del suo odio per le donne. Tu, che sei un’indomita femminista, lo sapevi già. Hai giustamente fatto notare che “sistema educativo” è tremendamente maschilista e demodé. Quindi “sistema educativa”, sai che io apprezzo le controtendenze. Un po’ lezioso, tuttavia, ma ci sta. Sono con te.
Per questo la polemica è distituita di qualsiasi fondamento soprattutto per chi è rivolta ad una persona che abita al confine con il Veneto
Ah, sublime, sublime. Brava MS, va svecchiato questo italiano così rigido e arcaico. E poi dai, ho sempre detto che sei di una creatività geniale. Altro che Don DeLillo, io ho te MS. Grazie per questa frase, proporrei di metterla come incipit nella Smemo 2010.
La lettera è “leggibile” per intero cliccando qui
Underwater visions #21: “Sinfonia d’autunno”
February 24, 2009 on 6:29 pm | In Underwater visions | 3 Comments
Sinfonia d’autunno
1978, di Ingmar Bergman
con Ingrid Bergman, Liv Ullmann
Nel 1978 Bergman era da poco uscito dallo scandalo finanziario in cui era stato coinvolto (problemi di tasse). La Svezia non era stata per nulla tenera col regista che le aveva dato uno dei più grandi risalti artistici che avesse mai avuto, tanto che fu linciato barbaramente dai media. Bergman si trasferì, così, prima a Parigi e poi a Monaco dove girò “L’uovo del serpente”, non certo una delle sue produzioni migliori. In seguito venne provata l’innocenza del regista che potè, così, tornare in Svezia. Fu proprio in questo periodo estremamente difficile che Bergman scrisse “Madre, Figlia e Madre”, sceneggiatura che sarebbe poi diventata “Sinfonia d’autunno”. E’ necessario fare una piccola nota sul titolo: l’originale è infatti “Höstsonaten”, che significa “Sonata d’autunno”. Tradurre “sonata” con “sinfonia” è quantomeno scorretto in quanto la sinfonia è una composizione per orchestra mentre la sonata è per strumenti. I personaggi del film, infatti, sono sostanzialmente due, due “strumenti” appunto, la madre Charlotte e la figlia Eva. Il film, che come quasi tutti i film di Bergman non ha una “vera” storia ma inquadra una situazione, è un’analisi spietata del rappoorto madre-figlia. Charlotte è una famosa pianista che torna in Svezia per fare visita alla figlia Eva, che intanto si è sposata con un pastore protestante. Tra Eva e il pastore c’è tenerezza ma non c’è amore, o meglio, è chiaro che il pastore ama Eva con intensità ma questa non lo ricambia. Questo è sottolineato anche dal fatto che Eva è molto credente, e il pastore, come da tradizione bergmaniana è dubbioso (”La poca fede che mi è rimasta vive solo nelle sue certezze”). Immediatamente si coglie che tra madre e figlia c’è una tensione strisciante e crescente, sottolineata in quella magnifica scena in cui Charlotte fa suonare a Eva un Preludio di Chopin e subito dopo lo suona lei stessa, criticandola. Il film, poi, esploderà inevitabilmente rivelando tutto l’astio, il rancore accumulato, e le colpe con cui madre e figlia dovranno fare i conti.
“Sinfonia d’autunno” è un film molto asciutto, povero di innovazioni visive in favore di una certa formalità della messa in scena che si rifà direttamente al teatro da camera (Ibsen e Strindberg su tutti). Non è un caso che il film sia ambientato per la maggior parte in interni. Poco amato dallo stesso Bergman, che aveva una tendenza autocritica troppo spietata (”‘Il settimo sigillo’ e ‘Il posto delle fragole’ sono due film ingenui”), è in realtà un immane capolavoro di analisi psicologica dei personaggi, talmente ben descritti che si possono quasi toccare. Le interpretazioni di Ingrid Bergman (qui al suo primo film svedese dopo quasi quarant’anni) e di Liv Ullmann sono quanto di più sublime e perfetto si sia mai visto sul grande schermo. Ingrid Bergman, nel 1978, era già malata di cancro e da lì a poco tempo sarebbe morta, cionostante mantenne un atteggiamento combattivo che le portò non pochi contrasti col regista (”Oh, Ingmar, come sei noioso!”).
“Sinfonia d’autunno” è un film sulle conseguenze dell’egoismo ma anche sull’inevitabilità di certe dinamiche famigliari, anche se, alla fine, c’è sempre un modo per espiare la colpa. O forse no.
The importance of being an avatar
February 17, 2009 on 3:52 pm | In Photo | 6 CommentsRitorna, così, la mia nota schizofrenia per le foto. Le precedenti le ho amate molto, ma cominciavano ad essere troppo mortifere. Insomma, mi avevano stufato.
Quelle che vi propongo ora sono diecimila volte meno curate e non hanno necessitato di nessuna particolare post-produzione. Sono dirette e semplici, che è un po’ quello che volevo.
Le trovate, assieme a tutte quelle vecchie, nella sezione “Pictures”.
The abyss VI: Raw
February 13, 2009 on 12:41 pm | In Stupid things | 5 Comments[22.21] <stranieventi> un uomo maturo attivo ben dot. per del buon sex ospito…..
[22.21] <cooling85> ma perchè parli come il maestro yoda?
[17.01] <Adulto36> Cerco ragazzo giovane per sega in cam su msn con viso assieme. Io 36 190 80 19 cm
[17.01] <cooling85> con viso assieme? tipo un quadro di picasso?
[21:05] <sertyuter> ciao sei att
[21:06] <cooling85> no, ma sono assicurato
[21:17] <LINMIRI> qualcuno è andato a vedere i KAP BAMBINO al COVO?
[21:18] <cooling85> ma cosa vuoi che siano andati a vedere
[21:18] <cooling85> già è tanto se sti bifolchi si vedono il pisello quando pisciano
[00:23] <_pensieri_> chi pratica o a chi piace l’animal sex ?
[00:23] <cooling85> oh sì io sodomizzo sempre il mio canarino
[00:24] <_pensieri_> bene in che senso?
[00:24] <cooling85> eh lo metto a pecora, anche se è un canarino
[00:24] <cooling85> il che è, credimi, molto complesso
[00:24] <cooling85> e anche contraddittorio
[22:50] <slaveee> cerco vero bastardo che mi sputtani ovunque in rete con mie foto…
[22:50] <cooling85> Fabrizio Corona?
[23:13] <boyxboy> ciao
[23:14] <cooling85> ciao
[23:15] <boyxboy> da?
[23:17] <cooling85> vengo dal monte Sinai
[23:20] <cooling85> poi le fiamme mi parlavano, ho deciso di scappare, mi è cresciuto il naso e ora sono inseguito dalle locuste
[23:20] <boyxboy> wow
[18:37] <inCALORE> da
[18:39] <cooling85> complimenti per il nick da Rotary club, eh.
[21:12] <insultcell> ciao io sono frocio e cerco maiale che mi insulti e bestemmi al cell
[21:13] <cooling85> ah sei uno dell’Azione Cattolica, vedo.
[21:14] <insultcell> a me dai l’idea di essere un porcone, sbaglio ?
[21:15] <cooling85> non più di Nilla Pizzi
[21:18] <ER-PINNA> Sei yn bel maskione superdotato? ami vestire da cowboy e non da luridi froci da classic o discoteche alla moda? sei stufo di scoparti quella lurida vacca della tua compagna che sta con te solo x spillarti i soldi del tuo sudato e misero stipendio? vuoi finalmente provare nuove sensazioni? contattami!!!!
[21:19] <cooling85> no ma ditemi che non è vero.
Underwater visions #20: “Due per la strada”
February 10, 2009 on 3:57 pm | In Underwater visions | No Comments
Due per la strada
1967, di Stanley Donen
con Albert Finney, Audrey Hepburn
Nella seconda metà degli anni Sessanta Hollywood cominciò ad infrangere molti tabù. Prima, i vari codici di autoregolamentazione e autocensura (come il codice Hays) impedivano al regista e agli sceneggiatori di parlare di determinati argomenti (il sesso su tutti). Il risultato era che i film apparivano tutti monchi e con un linguaggio un po’ aulico. C’è chi, però, riuscì ad aggirare questi diktat riuscendo ugualmente a dire le stesse cose: i casi più evidenti sono Billy Wilder ed Alfred Hitchcock. Nel 1966, poi, uscì un film che segnò un’epoca e che diede il via a un modo più esplicito di fare film, e cioè “Chi ha paura di Virginia Woolf?”. Diretto da Mike Nichols (poi regista di altri film notevoli come “Il laureato”, “Angels in America” e “Closer”) e interpretato da Elizabeth Taylor e Richard Burton, è uno dei primi film hollywodiani dove viene analizzato il rapporto di coppia con uno stile allucinato, isterico ma anche autoriale. La vera novità è, appunto, nel linguaggio: nella pellicola vengono pronunciate espressioni come “fottere” e “coglione”, tuttavia nel doppiaggio italiano, come spesso capita, alcuni epiteti sono stati ampiamente ripuliti. Il film scioccò parecchio il pubblico.
Nel 1967 uscì “Due per la strada”, che, sebbene sia un film di produzione inglese, si inserisce bene nel contesto del passaggio tra cinema “classico” e cinema “contemporaneo”. Anche in questo film viene analizzato il rapporto di coppia, ma i toni son ben diversi. Spesso è stato incasellato nel genere “commedia romantica”, definizione limitante e non del tutto corretta. Questo film, come già detto, non è per nulla classico. Mark (Albert Finney) e Joanna (Audrey Hepburn), sono una coppia sposata da dieci anni e già ampiamente in crisi. Il ricordo dei tempi felici e dei viaggi fatti assieme nel passato è molto presente e si mescola inevitabilmente con la loro situazione attuale.
Il film, che è ambientato nel sud della Francia dove i protagonisti passano (e hanno passato) tutte le loro vacanze, è caratterizzato da un montaggio singolare. “Due per la strada” si serve abilmente di flashback e flashforward che non interrompono la continuità della storia, ma che anzi le danno un tocco originale e molto veloce. Il tono intero della vicenda è più simile a “Jules & Jim” piuttosto che a un qualsiasi film romantico di Hollywood. La pellicola attinge, però, anche dalla commedia sofisticata che è tipica del cinema americano, dopotutto il regista Stanley Donen ha diretto film come “Sette spose per sette fratelli”, “Cantando sotto la pioggia”, “Indiscreto” e “Sciarada”. In particolare prende spunto, o meglio rielabora, lo slapstick, le gag fisiche, presenti in dosi massicce nei film di Howard Hawks, strappando così parecchie risate. Al di là della struttura frammentaria, anche in questo film c’è un uso del linguaggio molto esplicito. Fa un certo effetto vedere Albert Finney chiedere a Audrey Hepburn “Sei vergine?”, e vedere quest’ultima parlare di sesso in maniera disinvolta e anche gioiosa. La differenza col film di Nichols sta ovviamente nei toni, in “Due per la strada” sono indubbiamente più eleganti, mentre in “Chi ha paura di Virginia Woolf?” estremamente rudi.
Si può anche notare come i personaggi di “Due per la strada”, che è ambientato presumibilmente tra il 1957 e il 1967 e quindi in pieno boom economico, più sono ricchi e meno sono felici. Questa progressione-equazione di infelicità=tenore di vita è simboleggiata dal tipo di auto possedute: inizialmente una MG, poi una Triumph Herald e infine una lussuosissima Mercedes.
Proprio per l’uso sapiente dei registri di commedia “romantica”, dramma e comicità il film rimane senza tempo e quindi attualissimo anche oggi. Il senso di malinconia che lo pervade e il realismo con cui viene trattata una normale storia d’amore non lascia un gusto rassicurante, ma fa riflettere lo spettatore in maniera acuta.
Yahoo! Suckers IV: Signs
February 7, 2009 on 5:09 pm | In Stupid things | 3 CommentsSEGNI
Cosa significa sognare di perdere i denti e avere la bocca piena di sangue?non mi facevano male i denti! Non ho carie…
Mia nonna dice che è un segno nefausto…
Eh, brutta roba i segni nefausti.
SENTIMENTI
Vi siete mai sentiti come mi sento io?
Sono un amante del cinema e degli attori,ma odio la mia vita,mi sento inutile,invidio i bellocci attori con cui sogno notti amorose(non scherzo)vorrei diventare famoso,sono gay e ho 27 anni……..
Ma il mio ragazzo mi ha lasciato,mi sento uno schifo anche a sapere che non è più in Terra ma in un mondo parallelo Heath Ledger con cui ammetto di voler averci avuto una storia sessuale.
Che brutto,e non è una provocazione,mi sento una schifezza.
E’ molto più brutto confondere l’essere con il sentire!
VISIONI
Mi ha visto liscia e adesso?
Sono uscita per la prima volta cn lui e avevo i capelli stirati..era palese che gli piacevo..secondo voi la prox volta che lo vedo me li devo stirare ancora per essere uguale a cm gli sn piaciuta o lascio i miei capelli “naturali”(mossi/ricci lunghi biondi)??….n.b.piove, massima umidità!
Non è che gli piacevi perchè li avevi stirati tutti davanti alla faccia tipo cugino It?
TERMINOLOGIE
Ci sono metodi per Eiaculazione meglio ???? e se si , quali?
grz e ricordate : stellinaaaaaaaaaaaa
“Eiaculazione meglio”? Cos’è, un nuovo programma con Wilma De Angelis?
Underwater visions #19: “Revolutionary road”
February 3, 2009 on 3:44 pm | In Underwater visions | 3 Comments
Revolutionary road
2008, di Sam Mendes
con Leonardo DiCaprio, Kate Winslet, Kathy Bates, Michael Shannon
Bisogna premettere che “Revolutionary road” è un film di Sam Mendes, regista teatrale inglese che ha avuto la fortuna/sfortuna di debuttare nel cinema con “American beauty”. Da allora tutti i suoi film (il buon “Era mio padre” e il discreto “Jarhead”) non hanno mai passato la prova del paragone. Questo è abbastanza normale: Mendes non è di certo un genio e non è neppure un autore, nel senso che le sceneggiature sono sempre state scritte da altri. “American beauty” fu scritto, infatti, da quel genio assoluto che si chiama Alan Ball, autore anche di “Six feet under” che è una serie televisiva qualitativamente inarrivabile. A livello tematico, però, “American beauty” e “Revolutionary road” hanno qualche punto in comune: entrambi parlano della vita nei quartieri residenziali e delle piccole e grandi ipocrisie che questi luoghi implicano. La differenza fondamentale, però, sta tutta nello stile. “American beauty” è un film che prende lo spettatore dal primo minuto, è sostenuto da un ritmo incalzante e da un’ironia pungente, ed è visivamente molto ricco e colorato. “Revolutionary road” è un film lento, incentrato essenzialmente su due personaggi e sui dialoghi, le ambientazioni sono scarne ed è privo di ironia. Anche la storia è molto lineare. Frank e April Wheeler sono una giovane coppia sposata degli anni Cinquanta, vivono in un quartiere ordinato e pulito e hanno due figli. Entrambi si sentono diversi dagli altri, lontani dal conformismo in cui sono immersi e schiacciati dai ruoli sociali che li rendono, in effetti, non indipendenti. Lui è un impiegato che detesta il suo lavoro e lei costretta al ruolo di madre. Decidono così di partire per Parigi, pensando che l’Europa possa stravolgere le loro vite: sarebbe April a lavorare come segretaria e a mantenere Frank, che nel mentre si dovrebbe dedicare alla scoperta di un suo eventuale talento. Il progetto, però, naufraga ancora prima di cominciare.
Una delle tante cose che sorprendono di “Revolutionary road” è la brutale onestà in cui il film viene presentato, al contrario di “American beauty” che, sebbene sia un capolavoro, è un film molto più furbo di quanto si pensi. In questo caso si ha la sensazione che Mendes sappia esattamente quello che vuole dire, elimina tutti i fronzoli e sforna un film fatto di dialoghi secchi, duri e memorabili. Sebbene il film sia ambientato negli anni Cinquanta, le ambientazioni, il trucco e i costumi sono, pur mantenendo un’impronta d’epoca, appena percettibili. Questa è una scelta estremamente intelligente perchè contribuisce a rendere l’intera storia senza tempo, e quindi attuale. Mendes fa anche un ottimo uso delle ellissi, che, cinematograficamente parlando, consistono nell’eliminazione di piccole (o grandi) porzioni della storia in favore di una maggiore fluidità del racconto. Tutto questo non rende la storia meno comprensibile, basti pensare all’uso dei “tempi morti” che Ernst Lubitsch faceva nei suoi film, su tutti “Vogliamo vivere!” (”To be or not to be”, 1942).
Era difficile fare un brutto film da un libro come “Revolutionary road” di Richard Yates, considerato il suo status di capolavoro nella letteratura americana. Il rischio di un certo didascalismo e di una certa letterarietà, però, c’era. Lo sceneggiatore Justin Haythe, praticamente un esordiente, ha fatto un lavoro superbo. Il libro, che è pieno di particolari psicologici e di lunghe descrizioni, è stato egregiamente compensato in due ore mantenendo intatta l’integrità della storia e lo sviluppo degli eventi. Persino i dialoghi sono esattamente gli stessi. Haythe, che è sicuramente una persona intelligente, ha capito due cose fondamentali: la prima è che non tutte le cose che funzionano per la letteratura devono per forza funzionare anche nel cinema, e che quindi alcuni passaggi possono essere espressi con sguardi o silenzi, la seconda è che, fondamentalmente, il cinema è sintesi, l’esagerazione e la pedanteria non sono utili per nessuno. “Revolutionary road” non sembra per niente un film tratto da un libro, ma vive di vita propria senza rovinare il romanzo. Questo è un altro grandissimo merito da attribuire allo sceneggiatore.
Un’altra cosa che rende il film “insolito” per essere una pellicola americana è l’assoluta mancanza di retorica, di cui “American beauty” fa abbondantemente uso. ”Revolutionary road” si avvicina, in sostanza, più a opere in stile europeo come “Lontano dal paradiso” e soprattutto “Chi ha paura di Virginia Woolf?”. Con quest’ultimo ha parecchi punti in comune per via della crudeltà della storia e dei dialoghi intensi ed astiosi.
La coppia DiCaprio-Winslet funziona alla perfezione. Non solo perchè, per via di “Titanic” sono la coppia più famosa del cinema dopo Vivien Leigh e Clark Gable (e quindi sicuro successo di botteghino), ma anche per il fatto che sono due attori mostruosi. DiCaprio è inspiegabilmente sottovalutato, forse per via dei suoi tratti giovanili, ma sia in questo film che in “The departed” ha dimostrato di essere un attore di raro talento. Per quanto riguarda la Winslet è quesi inutile sprecare elogi, in “Revolutionary road” ha delle sfumature espressive degne della miglior Liv Ullmann, e non è esagerato dire che tra una ventina d’anni sarà celebrata tanto quanto Meryl Streep. Nel film c’è anche una piccolissima presa in giro a “Titanic”, che è sicuramente voluta. Nella scena in cui Kate Winslet tradisce il marito in macchina c’è anche la famosa “manata sul vetro”. Non è per niente una forzatura, nel libro c’è la stessa identica scena, ma si può immaginare come il regista e gli attori si siano divertiti e non abbiano resistito a rifarla in un’ottica completamente diversa.
Le uniche note dolenti del film sono due. Innanzitutto la colonna sonora: non è troppo invasiva da essere brutta ma non è neanche abbastanza originale per essere ricordata. Fluttua nella funzionalità, e siccome è composta da Thomas Newman è lecito aspettarsi di più. Poi c’è il doppiaggio italiano del personaggio di John Givings (interpretato benissimo da Michael Shannon) fatto da Pierfrancesco Favino. La voce non ha nessuna sintonia col personaggio ed esagera quando non deve esagerare. E’ meglio che Favino si dedichi a qualcosa a lui più congeniale, come la raccolta delle pere per esempio.
“Revolutionary road” è un film raggelante, gelido nonostante la splendida fotografia giallina di quel talento di Roger Deakins (”Non è un paese per vecchi”, “The village”, “Il grande Lebowski”, “L’uomo che non c’era”, “Fargo”, “Le ali della libertà”), emotivamente coinvolgente e, per una volta, psicologicamente strutturato e veritiero. Un film come quelli che si facevano una volta. Non a caso è stato definito più volte un “instant classic”.