Father, Son, Holy Ghost
January 22, 2012 on 11:51 am | In News, Photo | No CommentsInauguro il nuovo anno del sito (credo di essere al sesto) con un nuovo album di foto.
Posso dire che questa nuova serie presenta alcune novità. Innanzitutto si nota il mio stato d’animo: sono tutte a colori.
Poi: ero sinceramente stufo di usare la mia macchina fotografica ultra-cheap, così questa volta ho avuto a mia disposizione un “arsenale” tecnico non indifferente. In più ci ho lavorato per molto più tempo e ho anche rotto una lampada senza miracolosamente tagliarmi (che sia questo il significato del concept?).
Ci sono differenti inquadrature, mood e sfondi (!). Si vedono persino le scarpe. E’ il mio album più nutrito da cinque anni a questa parte (ci sono ben sette foto). Tutto è curato nel minimo dettaglio e penso che non ci siano cadute di tono o stile tra una foto e l’altra.
Non ho fatto tutto da solo. I mezzi tecnici e la post-produzione vera e propria sono merito di Sara Colantuono (se cliccate sul nome potrete ammirare il suo tumblr), che ha dato un tocco tutto particolare e finalmente diverso dalle mie solite robe, che a mio parere cominciavano ad essere un po’ stantie. Se c’è un salto di qualità evidente è solo merito suo.
Il senso di tutto ciò non ha nulla a che fare con Claudia Koll.
Potete vederle qui sotto e/o andando nella sezione Pictures.


Underwater visions #30: “La pelle che abito”
September 26, 2011 on 10:44 am | In Underwater visions | 2 Comments
La pelle che abito
2011, Pedro Almodovar
con Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes
Era il 2009. Almodovar presentava “Gli abbracci spezzati” al Festival di Cannes, ricevendo un’accoglienza piuttosto tiepida. Si trattava di un prolisso melodrammone con una trama pasticciata e un po’ prevedibile. In ogni caso il regista spagnolo, si sa, è un Maestro, uno dei pochi viventi, e raramente poteva fallire in toto. Era più che altro un grande atto di cinefilia, anche verso il cinema italiano che fu: gli omaggi a “Viaggio in Italia” di Rossellini e “Il deserto rosso” di Antonioni costituivano parte integrante dell’aspetto visivo del film. Insomma, un film di passaggio che conteneva persino un auto-citazione (tanto interessante quanto irritante) dal celebre “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”. Un presagio che Almodovar stesse tirando i fili del suo cinema, della sua poetica, verso qualcosa di diverso.
Così come per ogni grande Artista della settima arte, arriva il momento in cui diviene necessario reinventarsi. “Vorrei passare di moda e diventare un classico” disse Almodovar. Ed è quello che è avvenuto negli ultimi anni della sua sfolgorante carriera. Ora, nel 2011, si cambia registro.
“La piel que habito” si differenzia dal resto dei film di Almodovar a partire dal soggetto, che non è originale. Il regista aveva sempre scritto di suo pugno le storie che desiderava raccontare. In questo caso la storia è tratta dall’ottimo romanzo del francese Thierry Jonquet, “Mygale” (in italiano uscito per Einaudi col più generico titolo “Tarantola”). Si tratta di un breve noir (neanche centocinquanta pagine), cupissimo, soffocante, violento e persino horrorifico. Almodovar fa sua questa storia decostruendo l’impianto narrativo, spezzettandolo e ricomponendolo a suo piacimento. Pur mantenendone l’ossatura, il film introduce una serie di varianti e sottotrame non presenti nel libro, ma amalgamate talmente bene da soddisfare pienamente anche chi lo ha già letto. E non è una caratteristica da poco considerati gli scempi che si fanno delle riduzioni letterarie al cinema.
E’ la storia di un famoso chirurgo plastico (Antonio Banderas), pioniere nel suo settore, inventore di un nuovo tipo di pelle umana ibrida resistente persino al fuoco. Nella sua villa asettica c’è una prigioniera, Vera (Elena Anaya), cavia per gli esperimenti del dottore. Cosa c’entra Vera col dottor Ledgard? Perchè la domestica (Marisa Paredes) partecipa a questa folle impresa? Che ruolo hanno la defunta moglie e la figlia del chirurgo in questa storia?
Tutte queste domande sono disseminate con grandissima maestria in questo thriller/horror che non sarebbe affatto dispiaciuto a Hitchcock. La visione di Almodovar del film di genere horror crea atmosfera attraverso una trama solidissima (e sorprendente per via dei numerosi colpi di scena) e un’ambientazione unitaria e soffocante (è quasi tutto ambientato nella villa-ospedale-prigione di Ledgard). L’orrore, quindi, è giocato sulla psicologia dei personaggi, non sugli effettacci gore che ci potrebbe aspettare da una storia così.
Come insinua il titolo stesso, “La pelle che abito” è un film sull’identità. Ogni personaggio si muove in funzione di questa affermazione necessaria, che si tratti del frutto di un’oppressione, di una negazione o di un istinto perversamente creativo.
Non mancano i riferimenti “alti” a capolavori del cinema passato e presente. Quello che appare più evidente è “Occhi senza volto” di Franju (1960), trama e alcune caratteristiche visive sono analoghe (la maschera di Vera è una rielaborazione moderna della più celebre indossata da Edith Scob). C’è anche tantissimo Cronenberg, sia per la tematica, molto nelle corde del genio canadese, sia per l’atmosfera perversa ma “pulita”, che ricorda parecchio “Inseparabili” del 1988.
“La pelle che abito” ha anche un’altra qualità sorprendente. Almodovar gioca pesantemente sul filo del rasoio tra il plausibile e il grottesco, rischiando pericolosamente una deriva trash. Tuttavia, proprio quando ci si aspetta uno scivolone pauroso, Almodovar dimostra di saper calibrare perfettamente tutti gli elementi, e il merito è della trama che è quantomai efficace e quindi non dispersiva (a differenza de “Gli abbracci spezzati”).
Un’altra novità di questo nuovo corso del regista spagnolo sono le interpretazioni. Abbandona il compiacimento per gli istrionismi degli attori in funzione, appunto, della storia (che nel vero cinema, è bene ricordarlo, è la cosa più importante). Banderas, si sa, è un attore piuttosto mediocre, anche se qui perfettamente in parte (e quindi sorprendente). Elena Anaya è il corpo, la pelle del film. Le varie “pose” del film, il contesto, la bellezza mozzafiato e soprattutto la particolarissima tuta la rendono persino iconica. Quasi ignorata fino ad oggi, questo è il suo primo ruolo da protagonista (i cultori della musica pop si ricorderanno di lei nel videoclip “Sexyback” di Justin Timberlake). Marisa Paredes, invece, è sempre titanica come ci si deve aspettare.
La colonna sonora, come per ogni buon thriller che si rispetti, è memorabile e rimane in testa. E’ sempre a cura dell’aficionado Alberto Iglesias, qui alle prese con uno dei suoi temi migliori. Presente nel trailer e nella scena dell’inseguimento in moto (sequenza, a livello stilistico, tra le migliori del film) la canzone di Trentemøller “Shades of marble“, che ricorda il miglior Angelo Badalamenti.
Sebbene accolto favorevolmente da critica e pubblico, “La pelle che abito” ha ricevuto anche diverse critiche negative com’è normale che sia. Si tratta comunque di una pellicola molto azzardata e coraggiosa, come si evince dai temi trattati. Il tocco di Almodovar è comunque evidentissimo per tutte e due le ore di proiezione. Rimarranno scontenti gli amanti del melò bourgeoise del (pen)ultimo Almodovar, pienamente soddisfatti i fan di vecchio stampo e persino i neofiti. “La piel que habito” forse non farà la storia del cinema, ma è destinato a diventare un film di culto o qualcosa di molto simile.

The abyss XIII: Hybrid
July 29, 2011 on 10:35 am | In Stupid things | 1 Comment<forligay> ciao
<cooling85> ciao
<forligay> cm va?
<cooling85> bn
<forligay> sei mlt bello e nn dimostri nemmeno 25 anni
<cooling85> eh, che ci vuoi fare… mi piacerebbe sembrare uno shar pei, ma mi è proprio impossibile.
<forligay> t farei una bella succhiata
<cooling85> Ah. Cioè?
<forligay> una bella pompa e vorrei la tua panna calda in bocca
<cooling85> ah ora capisco perchè sei obeso
<forligay> in che senso??
<cooling85> obeso [o-bè-so] agg., s. • agg. med. Affetto da obesità SIN grasso
<forligay> e cs vorresti dire cn qst?
<cooling85> intendevo dire: Amore / ritorna / le colline sono in fiore
Meat/Flesh
July 4, 2011 on 6:41 pm | In News | 2 CommentsEbbene, i tempi si sono ampiamente ristretti. Intendo nelle varie pubblicazioni. Ed è in questo modo che vi presento il mio “esordio” nel mondo della narrativa. Era un bel po’ di tempo che non scrivevo un racconto puro, anche se le ultime pubblicazioni tendevano sempre di più in quella direzione, tanto che io stesso fatico a classificarmi. In questo caso è proprio qualcosa di diverso da quanto prodotto nell’ultimo anno.
La mia assenza in tale campo è giustificabile solo nella misura in cui sto preparando qualcosa di molto più articolato e complesso.
Il racconto è pubblicato su L’Indro, e vorrei continuare dicendo che mi hanno fatto una presentazione da “autore” veramente coi controfiocchi. Non la pubblicherò qua per pudore o per falsa modestia. E’ comunque sul sito. Anche la veste grafica è eccellente.
Il titolo di questa breve opera è “Moebius”. E’ breve per una questione, appunto, editoriale ed è stata una grandissima sfida per me rientrare nei limiti, essendo io estremamente prolisso. Ho ovviato a questo scrivendo un racconto ispirato, in qualche modo, al cinema exploitation degli anni Settanta.
Qui i link:
L’indro: Moebius
oppure anche su questo sito nella sezione Writings, qui.
Look underneath the house there
June 16, 2011 on 2:56 pm | In News | 4 Comments
Ok, avevo promesso un nuovo racconto. Invece, a quanto pare, i nuovi racconti che verranno saranno due. Uno è in fase di pubblicazione, come annunciato, e penso/spero di potervelo far leggere a breve.
Nel mentre, colgo l’occasione per sottoporvi una mia nuova “creazione”, ossia “Sotto le assi del pavimento“. Cosa ho cercato di fare, qui? Mischiare due aspetti in antitesi della cultura americana (lo sono poi davvero?) prendendo come pretesto due personaggi noti al pubblico: l’attore John Wayne e il serial killer John Wayne Gacy Jr. Quello che leggerete può sembrare più o meno inventato o rimaneggiato, ma non è così. Ho solo applicato le tecniche del racconto a fatti realmente accaduti. Insomma: non mi sono inventato nulla, ho ricostruito. Il titolo del meta-racconto è preso da un verso della canzone “John Wayne Gacy Jr.” di Sufjan Stevens. Se questa presentazione sembra un po’ pomposa, è perchè lo è davvero. Sono piuttosto soddisfatto del risultato e anche del numero della rivista su cui sono stato pubblicato, ossia Positive Magazine. Io sono a pagina 108, in una doppia versione. La meravigliosa traduzione in inglese (molto yankee come da me desiderato) è di Roberta Chiodini.
Qui di seguito i link per leggerlo:
Sotto le assi del pavimento
Positive Magazine #7
More things to come #1
May 4, 2011 on 7:18 pm | In News | 2 CommentsLa bocca ha qualcosa da dire.
“Moebius”.
Presto.
Qui.

Disegno di uranofobia.
Underwater visions #29: “Mildred Pierce”
April 18, 2011 on 12:04 am | In Underwater visions | 5 Comments
Mildred Pierce
2011, di Todd Haynes
con Kate Winslet, Evan Rachel Wood, Guy Pearce, Melissa Leo
Che Todd Haynes fosse un Grande regista, “G” maiuscola, si sapeva da un po’ di tempo. Nel 1995 quasi solo il Sundance Film Festival si accorse del suo “Safe”, opera stralunatissima destinata ad essere rivalutata nei tempi che verranno. Poi fu il turno di “Velvet goldmine” (1998), film che vanta ancora oggi un certo seguito e sicuramente cult. Ma è nel 2002 che Haynes crea il grande cinema, quello vero, pescando ad ampie mani da Douglas Sirk, con il capolavoro “Lontano dal paradiso”. Ed è del 2007 “Io non sono qui“, probabilmente uno dei migliori film americani di sempre.
Così Haynes, nel 2011, passa alla televisione. Circa. Questo “Mildred Pierce” non è esattamente un buon esempio di serie televisiva. E’ più giusto definirlo un film in cinque parti. Questa nuova opera non ha assolutamente nulla dei canoni televisivi: tempi, luoghi, tematiche, pause tra un “episodio” e l’altro che ricordano più il concludersi di un capitolo di un libro. Dopotutto si tratta di una miniserie prodotta dalla HBO, emittente che strizza spesso e volentieri l’occhio al grande cinema. Basti ricordare “Angels in America”, oppure serial veri e propri come “Six feet under” o “I Soprano”. Insomma: a livello qualitativo si vola molto alto.
“Mildred Pierce” è tratto da un libro di James M. Cain, tra i più grandi scrittori americani di tutti i tempi. Fu l’autore di altri celebri romanzi (poi altrettanto note trasposizioni cinematografiche) tipo “Il postino suona sempre due volte”, “La morte paga doppio” (al cinema “La fiamma del peccato”, 1944) e della sceneggiatura del capolavoro di Jacques Tourneur, “Le catene della colpa” (1947). Di “Mildred Pierce” fu fatta una versione cinematografica, nel 1945, diretta da Michael Curtiz, intitolato in italiano “Il romanzo di Mildred”. Mildred era impersonata da Joan Crawford, ruolo che le regalò l’unico Oscar della sua vita. Il film di Curtiz era un curioso mix di melodramma e noir, con uno stile narrativo non lineare (la storia comincia dalla fine) e una Crawford che occupa tutto lo schermo con le sue sopracciglione. Sebbene il film fosse ottimo, le tinte noir stravolgevano buona parte della trama. A Cain, infatti, non piacque per nulla.
Todd Haynes si è potuto permettere di ignorare completamente che Curtiz ne avesse fatto, più di sessant’anni prima, un celebre film. Tutto completamente cancellato. Questa versione del 2011 è perfettamente aderente al romanzo. La parte noir, che oggi in effetti sarebbe un po’ ridicola, svanita. L’ascesa e la caduta di Mildred comincia nel 1931, durante la Grande Depressione. Mildred divorzia dal marito, non ha un soldo, si fa forza e comincia un lavoro umile: la cameriera. Il suo spirito, tuttavia, è intraprendente. Grazie alle sue abilità diventerà padrona di una catena di ristoranti. Ma ci penserà la figlia Veda a cambiare la sua vita per sempre, con drastiche conseguenze.
Strutturato come un’operetta, “Mildred Pierce” è un melodrammone dilanianante ma crudamente realistico. Rifiuta ogni elemento kitsch tipico del “genere”, e inquadra una storia immersa nel suo periodo storico e nelle persone che lo vivevano. La scelta del cast è superba: Kate Winslet è una Mildred perfetta per la parte, lontana dalle gigionerie della Crawford. Se la Crawford era magnetica e bellissima e camp, la Winslet è un’attrice fuoriclasse (anche se non c’era bisogno di ulteriori conferme). Lo stesso vale per Evan Rachel Wood (presente negli ultimi due episodi) nel ruolo della perfida Veda. “Mildred Pierce”, inoltre, torna su una delle ossessioni del regista: ossia Douglas Sirk. Se l’ispirazione per “Lontano dal paradiso” veniva soprattutto da “Come le foglie al vento” e “Secondo amore”, qui è “Lo specchio della vita” a farla da padrone, parti weepy comprese. Questo “Mildred Pierce” contiene scene da antologia, specialmente nell’ultima parte, un trionfo visivo e drammaturgico in crescendo. Per non parlare di quello che Haynes è riuscito a fare con le immagini, virate in un verde spento. In alcuni punti, proprio come solo Sirk sapeva fare, l’immagine prende vita e diventa vibrante, potentissima.
Come si fa il melodramma moderno? Si fa così.


Underwater visions #28: “Non si sevizia un paperino”
April 12, 2011 on 12:13 am | In Underwater visions | No CommentsNon si sevizia un paperino
1972, di Lucio Fulci
con Florinda Bolkan, Barbara Bouchet, Tomas Milian, Irene Papas
Ci sono alcune co
se da sapere su Lucio Fulci. La sua carriera cinematografica cominciò più o meno col giorno del diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia con sede a Roma. Il suo esame di certificazione era presieduto da Luchino Visconti. Fulci, in una vena polemica che lo contraddistinguerà per tutta la vita, si mise a fare le pulci ad uno dei capolavori di Visconti, “Ossessione”, sostenendo che buona parte delle inquadature fossero rubate dai film di Jean Renoir. Il che era probabilmente vero considerato che Visconti cominciò la sua carriera come aiutoregista dell’autore francese. Il risultato, comunque, fu che Fulci si diplomò col massimo dei voti. Poco tempo dopo lavorò come assistente proprio ne “La terra trema” sempre di Visconti. Dopodichè cominciarono le collaborazioni con Steno a numerose sceneggiature per film di Totò, finchè non ne divenne lui stesso il regista. Saltellò da un genere all’altro, dalla commedia all’italiana al western al musicarello, fino agli Settanta. In questo periodo cominciò il suo periodo giallo girando l’ottimo “Una lucertola con la pelle di donna” (1971), qualcosa di talmente nuovo che ancora non era stato catalogato. Il genere giallo diventerà con “Profondo rosso” (1975), e quindi con Dario Argento, uno degli alfieri del nostro cinema all’estero. Prima di rimbecillirsi completamente e di sfornare una serie di pellicole horror trashissime come “L’aldilà”, “Un gatto nel cervello” (che però ha uno spunto metacinematografico interessantissimo) e la serie “Lucio Fulci presenta”, il regista romano girò nel 1972 un film che segnò per sempre la sua carriera: “Non si sevizia un paperino”. In questo film, ambientato in un paese del sud Italia, una serie di bambini vengono brutalmente assassinati. Gli abitanti del paese, però, fomentati da ignoranza e supersitzioni varie, reagiranno in modo violento contro ogni indagato, complicando così le tortuose indagini.
Tra gli attori figurano, oltre a Florinda Bolkan nel pieno del suo successo (aveva già lavorato con Fulci in “Una lucertola con la pelle di donna” ma anche nel capolavoro di Elio Petri “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” del 1970), figurano anche Barbara Bouchet e Tomas Milian. Una doppietta del genere fa venire in mente film trash e/o scollacciati tipici di quel periodo. Ma non è così, tutti gli attori di “Non si sevizia un paperino” contribuiscono in modo più che adeguato alla riuscita della pellicola. In ogni caso anche qui la Bouchet è nuda. Però la classica scena alla “Pierino” (buco della serratura, per intenderci) viene ribaltata in un ottica distorta e morbosa. Poco dopo l’inizio del film la Bouchet si mostra completamente nuda a un bambino di undici anni, cercando anche di adescarlo. Questa singola scena, di per sè molto forte, scatenò com’è ovvio le furie dei vari uffici di censura e della pubblica morale tanto che Fulci fu costretto a presentarsi in tribunale. Le cose, però, andarono per il meglio: il regista riuscì a dimostrare che nella scena incriminata fu usato un nano come controfigura del bambino, e per di più maggiorenne. Come tutti i film che hanno avuto problemi con la censura il ritorno di pubblico fu consistente, infatti fu un discreto successo nei botteghini italiani. All’estero, invece, “Non si sevizia un paperino” divenne un vero e proprio cult, celebrato come capolavoro e ossessione di registi come Scorsese e Tarantino.
Sebbene il genere sia lo stesso, e cioè il whodunit con scene truculente (giallo, appunto), l’apporto registico di Fulci è esattamente l’opposto di quello di Dario Argento. Se Argento è un virtuoso della cinepresa, Fulci predilige una certa secchezza con stacchi di montaggio frequenti che danno alla pellicola un ottimo ritmo sia narrativo che visivo. Inoltre non si può non notare come questo “thriller” si svolga completamente alla rovente luce del sole del sud, caratteristica improbabile per film che prediligono luoghi angusti e tetri. Anche per questa ragione Fulci definiva se stesso “un terrorista dei generi“, uno che infilava elementi insoliti, deflagranti con gli stilemi delle pellicole di genere. L’introduzione del gore, di cui è considerato Maestro, è un’altro elemento di questo suo modo di fare e pensare il cinema.
Ciò che dimostra come Argento e Fulci siano agli antipodi, è, però, l’intento. Nei film di Argento c’è un’attenzione smodata per il particolare visivo, spesso a scapito del significato dei film che sono molto divertenti e appaganti ma che in fondo non lasciano molto di cui pensare. Il che non è poi un male anche perchè Argento, nel suo “disimpegno”, ha prodotto pellicole notevoli fino al 1987. Con Fulci la questione è nettamente opposta: la trama di “Non si sevizia un paperino” ha degli intenti sociologici. La Lucania è rappresentata in modo molto netto, divisa tra spazi aperti e luminosi, con architetture caratteristiche e antiquate da un lato, e autostrade che la sventrano e deturpano dall’altro. Le persone sono ritratte come profondamente influenzate (negativamente) dalle superstizioni, sia pagane che cristiane, ma non in conflitto, spesso addirittura convergenti. La summa di questo è il personaggio della “maciara” interpretato dalla Bolkan. in “Non si sevizia un paperino” c’è anche un’acutissima analisi di ciò che un evento traumatico (gli omicidi di bambini) crea in una comunità chiusa. Le spese di tutto ciò le pagheranno ovviamente i “diversi” del paese, il che è di un’attualità ancora sconcertante. Da ricordare la scena della flagellazione iperviolenta della maciara, realizzata in maniera superba con una crudezza di particolari difficilmente dimenticabile. La colonna sonora di questa scena è “Quei giorni insieme a te” cantata da Ornella Vanoni che crea un effetto tanto straniante, quanto, se possibile, poetico. Gli effetti speciali sono curati, anche se in modo molto artigianale, da Carlo Rambaldi, divenuto poi famoso per le creazioni utilizzate in “Alien”, “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, “Dune” e soprattutto “E.T.”.
“Non si sevizia un paperino” rimane un’opera ancora poco capita in patria, ed è forse giunto il momento di scrollarsi di dosso gli pseudo-intellettualismi di una certa critica demente che fu, valutando in modo oggettivo i film di valore che abbiamo prodotto e che all’estero hanno riconosciuto e santificato prima di noi.






